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I templari e la sapienza di Thot
Per quale motivo i Templari furono coperti di infamanti accuse e eliminati dalla scena della storia dal re francese Filippo il Bello e dal papa Clemente V con il supplizio del rogo? Per quale motivo l’ordine dei monaci cavalieri, nato a Gerusalemme nel 1119, fu soppresso con la Bolla Vox in Excelso del 22 marzo 1312 e il Gran Maestro Jaques de Molay il 18 marzo del 1314 subì il supplizio del fuoco?
Molti sostengono che la potenza economica e militare acquisita dai Templari rischiava di mettere in discussione gli equilibri politici e il potere del re francese e della Chiesa. La fine dei Templari sarebbe, dunque, dovuta a un complotto politico per togliere di mezzo un ordine scomodo al potere temporale e a quello ecclesiastico.
La missione affidata ai Templari era quella di difendere il Santo Sepolcro oppure, accanto a questa, ufficiale ed evidente, ce n’era una segreta: la ricerca delle antiche sapienzialità egizie, delle conoscenze degli Shemsu Hor, sovrani-sacerdoti predinastici, eredi degli dei, dei quali si tramanda conoscessero la metallurgia (termine che indica un’elevata conoscenza tecnologica) e avessero un aspetto leonino?
La nostra ipotesi è che i Templari furono eliminati perché erano venuti in possesso, attraverso la loro frequentazione di molti popoli e di molte culture del bacino del Mediterraneo (i sapienti siriani, le comunità esoteriche sufiche, la setta degli Assassini), di antiche sapienzialità, risalenti al Sep Tepi (al Primo Tempo) egizio e perché entrarono in contatto con gli eredi degli Shemsu Hor, i Compagni di Horus.
E’ un dato di fatto che nel periodo in cui i Templari operarono e svilupparono la loro influenza, in Europa assistiamo al fiorire dell’arte muratoria con regole armoniche che riportano a proporzioni riscontrabili negli edifici e nei dipinti dell’antico Egitto. Ricordiamo qui, senza approfondire l’argomento, la cattedrale di Chartres e il maniero di Castel del Monte voluto da Federico II.
Il XII secolo è cruciale e controverso. Convivono in esso uno slancio spirituale che ci consegna l’opera dei maggiori mistici cristiani, tesi alla ricerca della Gerusalemme celeste, della Città di Dio, e la crudeltà terrena di una Chiesa che brandisce la spada. “Con Innocenzo III (1198-1216) essa [la teocrazia pontificia] – scrive - arriverà al suo apogeo: lo stesso pontefice doveva precisarlo dicendo: “Ai principi è dato il potere sulla terra, ai sacerdoti il potere sulla terra e nel cielo. Il potere dei primi tocca soltanto i corpi, quello dei sacerdoti tocca i corpi e le anime”. Nel suo De consideratione, dedicato a Eugenio III, San Bernardo presenta un trattato di direzione spirituale destinato al pontefice e accorda alla Chiesa un potere supremo : egli la concepisce, nelle sue opere mistiche, come un’entità fisica e spirituale. La Chiesa indica l’assemblea dei giusti, “la generazione alla ricerca del Signore, in cerca della visione dello Sposo”. Allo stesso modo in cui Eva proviene da Adamo, la Chiesa proviene dal fianco di Cristo – novello Adamo – il cui costato fu trafitto sulla croce. Così la Chiesa è considerata l’osso delle ossa, carne della carne, la sposa di Cristo; essa forma un corpo di cui Cristo è la testa. Per Bernardo, ogni atto commesso contro la Chiesa tocca il Cristo stesso, la causa di Cristo è quella della Chiesa e viceversa. Le ferite inflitte alla Chiesa intaccano il corpo di Cristo, dirà San Bernardo a proposito dello scisma di Anacleto e della politica di Luigi VII. Questa opinione non è sua personale. Condivisa dalla maggior parte degli uomini del XII secolo, essa è inculcata, se necessario con la forza, a coloro che non l’accettano affatto nella realtà delle sue conseguenze”.
“L’intolleranza era considerata virtù”, come dimostrano le crociate, la lotta contro i Catari e contro i pagani e come dice con evidenza la trasformazione dell’omicidio in
Per contro il XII è secolo di grandi tensioni spirituali e di rivisitazione del passato.
Le crociate mettono la cristianità in contatto con l’Oriente e nella cristianità del XII secolo non tutto è biblico: . E a questo proposito, Marie Madaleine Davy sottolinea l’influenza delle gnosi in particolare sugli autori cistercensi.
I Templari operano in questo contesto temporale e mistico, cruento e pirituale, intollerante e, al contempo, attento agli Antichi, sulle cui spalle i nani salgono per vedere più lontano.
Gerusalemme celeste, “nostra madre”
Nati con regola agostiniana, i Templari (motto: “Dio lo vuole”; grido di battaglia: “Vivat Deus, sanctus Amor”) ricevettero poco dopo una seconda regola, dovuta a Bernardo di Chiaravalle, che attribuisce ai Templari la custodia delle “orbis deliciae”, del “thesaurus colestis”, delle “fidelium hereditas popolorum”, del “coeleste depositum”. La missione dei Templari, dunque, si muove all’interno di una geografia , dove la Terrasanta è esperienza interiore e la Gerusalemme di cui si parla non è terrena, ma “quella che è lassù in cielo ed è nostra madre”.
Betlemme è la “casa del pane e ristoro della anime Sante”: etimologia che permette a Bernardo il discorso sul “pane vivo disceso dal cielo”, “il pane della divina Parola”, “il pane degli angeli”.
A proposito di Gerusalemme è, per inciso, che Salem era una divinità cananea (Shalem, divinità del tramonto, il cui santuario era sulla collina di Sion) legata alla stella della sera, che Salem e Alba sono i figli del dio El e che a Salem il re sacerdote Melchizedek (re della giustizia) accoglie Abramo offrendogli pane e vino. Davide ribattezzerà Salem in Zion.
In frammenti egiziani del Regno di mezzo (1900 a.C.) si trovano termini come Urshamen e Urusalim (“fondazione di Salem” o “ fondazione della pace”, o entrambe le cose), molto simili agli ebraici Ierushalem e Jerushalaim. Non si può, inoltre, non notare che la comune radice ebraica di Salem e Shalom (Salam) ha suggerito il significato di pace.
Il nome della divinità cananaea costituisce un riferimento che ci riporta indietro nel tempo e ci fa pensare ad un’origine antichissima della città, che peraltro, secondo alcuni autori, esisteva ben prima che i faraoni iniziassero il loro regno in Egitto in età dinastica.
Il nome di Shalem è stato ritrovato anche sulle tavolette dell’archivio reale di Ebla, in Siria, distrutta intorno al 2.250 a.C. nei “testi di esecrazione” egiziani (sec XIX a.C.) e nelle lettere trovate a Tell el-Amarna (sec. XIV a.C.)
Il riferimento ad una Gerusalemme celeste che è nostra madre ci conduce a Sirio, ritenuta la sede del seme che ha dato vita alla Terra, la “Nutrice” (Iside, nella sua forma di Renenunet è detta: “La fornitrice di nutrimento”, in quanto dea madre del grano) . Un riferimento, questo, che ci riporta al pane terrestre e al pane celeste.
Abbiamo già qui un primo elemento importante di riflessione.
La Gerusalemme celeste è associabile a Iside, dea dell’amore (Vivat Deus, Sanctus Amor, recita il motto dei Templari).
A Iside-Sothis-Sirio è associata la funzione di nutrice (il “pane celeste”).
La forma maschile di Iside-Astarte-Venere-Afrodite è Afrodito dal volto barbuto e sotto tale aspetto era venerata ad Amatunte, nell’isola di Cipro.
Afrodite (Iside) si presenta dunque come androgina, donna-uomo barbuto, una caratteristica che ritroveremo in Bafomet.
Iside “La Regina”, la dea dai molti nomi è, come Ishtar o Ashtoret o Afrodite dea dell’amore celeste e dell’amore terreno.
Vediamola nella sua forma greca: Afrodite, figlia di Crono (il tempo); è dea che emerge dalle onde salate, nasce dal mare (mor gane – Morrigane – Morgana) e portava l’epiteto di Pelagia, la marina. Altri due epiteti, come riferisce Platone, ne caratterizzavano la distinzione tra l’amore terreno (Pandemia, ossia colei che ama tutto il genere umano) e quello celeste (Urania). Afrodite veniva inoltre chiamata Apostrophia, ossia colei che si volta da parte.
Afrodite veniva anche chiamata Dione, forma femminile di Zeus. Siamo anche qui di fronte ad una divinità androgina, anche se in forma meno evidente che in altre tradizioni.
Sotto il nome di Epitragia, Afrodite cavalcava un caprone (vedi in proposito, più avanti la divinità basca Mari, ma anche la rappresentazione medievale delle streghe). La sua isola preferita era Cipro, dove, come s’è detto, veniva adorata in forma di Afrodito, uomo barbuto.
Perché tanta insistenza su Iside-Afrodite?
Per il fatto che Shalem è divinità associata al tramonto e alla stella della sera, che in molte tradizioni, in ogni parte del mondo è associata a Venere, spesso confusa con Sirio.
Venere (Sirio), ovvero Afrodite (Iside) è stella del mattino e della sera (Stella matutina, Stella vespertina). A questo proposito va notato che Ishtar, la venere mesopotamica, manifestava attributi sia maschili, sia femminili: in qualità di stella della sera era femmina, mentre come stella del mattino era . Ishtar, la sumera Inanna, ha inglobato Attar (divinità semita maschile associata a Venere), poi divenuta Ashtar (maschile) e, infine, Ishtar (femminile). Attar aveva una sembianza femminile, denominata Attart, che diventerà in seguito Astart o Astoret, nome che i greci tradussero in Astarte, ossia Afrodite. A Ishtar era associata la stella a otto punte e a lei era sacro il numero otto. Un elemento, questo, doppiamente significativo, in quanto troveremo l’ottagono nelle chiese templari e cistercensi e nel maniero di Castel del Monte, costruito da maestri costruttori legati al mondo templare e cistercense. L’otto è numero legato anche a Kemenw, la città di Thot e dell’Ogdoade. Un tema, questo, che ritroveremo in seguito.
Ishtar, la stella capra, è Venere (a Capella, lo diciamo per inciso, è legata la festività di Imbolc, dedicata alla dea Brigit, che ritroveremo nella seconda parte di questo lavoro)
E a Venere, come abbiamo, visto, corrisponde Sirio, ritenuta stella imperitura, come le polari. Nei Testi dei Sarcofagi viene invocata in riferimento all’anima: “ … o mia anima, Sothis, preparami una via, costruisci una scala che giunga a te, Grande Polo, tu che sei mia madre, che io possa andare dove sorge Orione … “. La devozione alla Stella del Mattino prosegue nel medioevo cristiano, come simbolo di Maria Vergine. S.Bernardo riporta in auge l’inizio del cammino iniziatico nel nome di Maria (Iside-Sothis), dedicandole le cattedrali gotiche. Il cammino dei pellegrini verso S.Giacomo di Compostela (Campus stellae) si compiva, sin dall’antichità (i pellegrini Celti avevano come distintivo il piede d’oca) e in epoca cristiana (simbolo del pellegrino la conchiglia detta appunto di San Giacomo), attraverso la Galizia e la Provenza finchè non sorgeva Sirio.
Non è difficile, dunque, in questa assonanza di significati, vedere in Shalem, divinità cananea associata alla stella della sera, una forma antica di Venere, stella del mattino e stella della sera, dea dell’amore terreno e dell’amore celeste, androgina figlia del tempo (Sep Tepi, il primo tempo degli Egizi). Va anche notato che l’epitteto di “Grande Polo” ne indica la funzione di riferimento assiale, di sole dei soli, di stella di riferimento principale. L’invocazione alla preparazione di una via per raggiungere il luogo dove sorge Orione la indica come apritrice delle vie, una funzione svolta da Anubis-Upuaut, il cane apritore delle vie (Sirio è detta anche “Stella del cane”).
L’Egitto, dunque, è uno dei riferimenti essenziali del nostro viaggio, così come era per il mondo giudaico cristiano luogo di importanti riferimenti.
E su questo aspetto ora ci soffermeremo.
Ricordiamo le storie di Giuseppe e di Mosè solo per fare due esempi arcinoti e per sottolineare lo stretto intreccio tra la sapienzialità egizia e quella giudaica.
L’Egitto è la meta della fuga di Gesù appena nato.
Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo: “Partiti che furono quelli [i magi], ecco un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il Bambino e sua Madre, fuggi in Egitto, e restaci finchè non ti avviserò, perché Erode cercherà il Bambino, per farlo morire”. Egli si alzò e, di notte, preso il Bambino e sua Madre, si ritirò in Egitto e vi rimase fino alla morte di Erode; affinchè s’adempisse quanto il Signore aveva detto per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho richiamato mio figlio”. Una storia, questa, che ricorda quella della fuga di Iside nel Delta del Nilo per sottrarre il piccolo Horus alla volontà distruttrice di Set.
Gesù è figlio di Giuseppe e di Maria. Non affrontiamo qui la questione, che esula da questo breve studio, della sua natura divina. Rimaniamo ancorati all’anagrafe terrena.
Maria non è una fanciulla qualsiasi. I suoi avi ci riportano ad Aronne, sacerdote egizio di rango elevato, fratello di Mosè (anch’egli sacerdote egizio) e di Myriam e custode dell’Arca dell’Alleanza (‘aron), oggetto assai indagato per le sue facoltà, minuziosamente descritto nella Bibbia e scomparso; oggetto il cui contenuto è custodito dai cherubini, angeli dei quali è arcangelo Raziel (raz in ebraico significa segreto, e Raziel pertanto significa arcangelo del mistero), associato a Thot, il messaggero degli dei, ossia colui che comunica con gli umani, che fa da ponte tra la realtà terrena e quella celeste (va qui ricordato, per inciso, che l’angelologia ha origine assiro-babilonese). Raziel, nella tradizione angelologica, è l’aspetto comprensibile, visibile, della divinità; è l’iniziatore. Allo scopo di illuminare il nostro cammino verso la Perfezione, Raziel ci accorda la Saggezza (e il Sapere) che ci guida verso la conoscenza della verità, così che ci sia dato di applicarla con Amore. E di Amore è traboccante l’arcangelo Raziel nel suo compito di condurci all’Uno.
Raziel è l’arcangelo dei cherubini e questi, nell’angelologia, vengono definiti come spiriti custodi, codificatori della forma. Un elemento, questo, che ci porta ad una considerazione fatta da Rupert Sheldrake in merito al fatto che ogni specie è pilotata da piani morfici che ne determinano il futuro evolutivo.
I cherubini, presenti sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza, sono i tutori della conoscenza divina, in quanto ricevono la conoscenza di Dio e la donano alle schiere inferiori. La loro funzione di tutori e di messaggeri della conoscenza divina induce a pensare che l’Arca avesse a che fare strettamente con la strasmissione di questa conoscenza. C’è un particolare che apre uno squarcio di grande interesse per la nostra ricerca. Lo troviamo in Ezechiele, 41,18-19, laddove si dice che “… ogni cherubino aveva due aspetti: aspetto di un uomo verso una palma e aspetto di leone verso l’altra palma, effigiati intorno a tutto il tempio”. L’aspetto di un uomo e di un leone ci ricorda gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus (o emanazioni di Horus). Un elemento, questo, che ci tornerà utile nelle riflessioni che faremo in seguito.
Nella tradizione cabalistica, ne accenniamo per inciso, l’arcangelo Raziele dette ad Adamo un libro grazie al quale questi riuscì a superare il dolore della caduta. Il libro di Raziele sarebbe poi stato dato a Salomone. Questo libro venne dagli Ebrei attribuito ad Enoch, dagli Egiziani a Thot (Ermes), dai Greci a Cadmo. Ricordiamo, a questo proposito, che Iride, paredra femminile di Mercurio, è l’arcobaleno, messaggera di Zeus e portatrice della conoscenza delle verità superiori o della sapienza degli dei. L’arcobaleno, com’è noto, è simbolo che evoca il ponte tra la terra ed il cielo.
Nella tradizione ebraica troviamo il “Sefer Raziel”, un testo fatto tradurre da Alfonso il saggio e attribuito a Maslama al Magriti, che l’avrebbe composto in Egitto fra il 1047 e il 1051.
Dopo questa ampia parentesi sull’arcangelo Raziel, torniamo alla famiglia di Gesù. Abbiamo visto come l’albero genealogico di Maria ci riporti, attraverso Aronne, alla sacerdotalità egizia e, di conseguenza, ad una sapienzialità che affonda le sue radici nella notte dei tempi, sino allo Sep Tepi, il Primo Tempo.
Vediamo ora gli avi di Giuseppe, che stranamente vengono ricordati minuziosamente dall’evangelista Matteo. Da Giuseppe si risale ad Abramo. Non si comprende che importanza possa avere l’albero genealogico di Giuseppe, visto che non avrebbe partecipato, secondo la versione cattolica, al concepimento di Gesù da parte di Maria, ma anche qui non entriamo in argomento. Rimaniamo ancorati all’anagrafe. Abramo, il progenitore, veniva da Ur dei Caldei, città mesopotamica di origine sumera, dalla quale si spostò per raggiungere i territori dei Cananei, per poi recarsi in Egitto.
Il ricondurre Giuseppe ad Abramo e Maria ad Aronne significa dunque incardinare Gesù in due tradizioni antichissime, come quella mesopotamica (sumera, caldaica, assiro-babilonese) e quella egizia. Due tradizioni che ci riportano alla mitologia di divinità che regnarono sulla terra prima degli uomini.
I Templari, per il loro raggio d’azione, che interessò tutto il bacino del Mediterraneo, e per i contatti avuti con tradizioni e culture, furono in grado di conoscere antichi miti, antiche leggende e, forse, antichi segreti; furono comunque stimolati a cercare i significati arcani di quanto venivano via via a conoscere. Incontrarono, probabilmente, le tracce di antiche storie il cui significato, modificatosi nel tempo, deve essere scoperto.
Una cerca, quella dei Templari, che li potrebbe aver condotti anche sulle tracce di Gesù nel suo spostamento in Egitto per sottrarsi a Erode.
Perché l’Egitto? Per i numerosi riferimenti alla sua cultura ancora presenti nelle tradizioni copte, gnostiche, arabe e nei miti e nelle leggende dei popoli con i quali i Templari ebbero contatto. Un Egitto ormai misterioso e muto, ma la cui enigmatica presenza continuava sottilmente ad affascinare chi cercava arcane fonti di antichi segreti. Un Egitto nel quale i Templari si soffermarono a lungo, conducendo importanti battaglie, con l’intento di conquistarlo. Battaglie spesso combattute sulle rive del Nilo, tra le quali va ricordato l’assedio di Damietta, l’antica Tanis (Djanet). Il riferimento a Damietta è importante per molti motivi. Il primo riguarda la sua collocazione, nella branca orientale del delta del Nilo, dove troviamo Leontopoli, la “Città dei leoni”, l’antica Nay-ta-hut, città sacra a Shu e a Tefnet, che vi erano venerati in forma di leoni.
Shu, lo ricordiamo, è figlio di Atum, ed è la divinità dell’aria e della luce, colui che separò la figlia Nut (il cielo) dalla terra (Geb). Shu e Tefnet sono i due leoni a guardia degli orizzonti orientale ed occidentale. Secondo il mito Shu regnò come re d’Egitto per molti anni.
Nella stessa zona troviamo Bubastis, città sacra alla dea Bastet (nota in forma di gatto), il cui figlio Mihos è un leone.
Vanno qui notato il fatto che il geroglifico che indica Bastet è un vaso e che Bastet è una delle forme della Dea: Vas Venerabilis.
Va inoltre notato che i
L’interessante parallelo non può che destare molti interrogativi. I cherubini, sfingi alate dal volto umano e dal corpo leonino, sono messe a guardia dell’Arca dell’Alleanza così come i leoni Shu e Tefnet sono i guardiani dei due orizzonti e la sfinge di Giza è a guardia delle piramidi. Qualcuno ha ipotizzato che alla sfinge attualmente visibile se ne accompagnasse un’altra, che guardava l’opposto orizzonte.
L’interesse per questa parte del Nilo non è finito. Graham Hancock, nel suo: “Il mistero del graal” (Piemme), nella sua ricerca sull’Arca e il suo trasporto in Etiopia dal tempio di salomone, accenna al fatto che oltre ad un tempio ad Elefantina, un altro fu costruito a Leontopoli dal figlio dell’ultimo dei sommi sacerdoti zadokiti di Gerusalemme, deposto da Antioco Epifane nel 175 a.C. Hancock, inoltre, parla di un’antica scultura, ad Axum (città etiope dove si ipotizza sia stata portata l’Arca) a forma di leonessa. La scultura è su una roccia vicina alla cava dove sono state intagliate le famose stele. A poca distanza dal naso della leonessa si vede un disco circolare munito di raggi, che visti da vicino appaiono come due paia di incisioni ellittiche posizionate, se ci riferiamo al quadrante di un orologio, sulle ore 10, 14, 16 e 18. La forma che se ne ricava, secondo Hancock, ricorderebbe la croix pattée dei Templari, che sarebbero stati in Etiopia alla ricarca dell’Arca perduta.
Ulteriore particolare interessante è quello riguardante San Francesco, l’uomo che più di tutti ha caratterizzato il XII secolo. Francesco partecipò, con un altro chierico, alla crociata, la V, indetta da Innocenzo III ed attuata da Onorio terzo nel 1217. Francesco si imbarca ad Ancona nel 1219 e arriva prima ad Acri e poi a Damietta. Una partecipazione che rende verosimilmente Francesco nelle vesti di crociato, di Templare, così come probabilmente lo fu San Galgano, un contemporaneo meno noto e recentemente assurto all’onore delle cronache e degli studi storici per la “spada nella roccia”. Una visita alla sua cappella, posta sulla cima di una collina, dalla pianta rotonda e chiaramente orientata per fungere da osservatorio solare e stellare, permette di vedere, all’ingresso, una simbolo templare.
Sulle tracce di Gesù
Il Vangelo di Matteo indica solo una destinazione generica: l’Egitto, mentre nei vangeli apocrifi vengono precisati alcuni luoghi che sono di grande interesse.
Nel Vangelo dello Pseudo Matteo, conosciuto già nel secolo X e dal quale hanno tratto ispirazione poeti ed artisti, si legge: “Esultanti di gioia giunsero nel territorio di Ermopoli ed entrarono in una città dell’Egitto che si chiama Sotine”.
Nel Vangelo dell’Infanzia arabo-siriaco, così chiamato in quanto trasmesso in lingua araba e siriaca, si legge: “Qui si diressero alla (città del) famoso , che oggi si chiama Matarea, e a Matarea il Signore Gesù fece sorgere una fontana nella quale santa Maria lavò la sua tunica. E dal sudore del Signore Gesù, che essa fece lì gocciolare, si produsse in quella regione un balsamo. Di là scesero a Misr, e dopo aver visitato il Faraone rimasero tre anni in Egitto.
Nel Vangelo dell’Infanzia armeno si legge: “Finalmente arrivarono in terra egiziana, nella piana di Tanis e si recarono nella città, dove soggiornarono a lungo”.

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Matarea è Matarieh, località a 10 chilometri a nord-est del Cairo, quindi nella zona di Eliopoli, l’antica On.
Misr al ‘Atiga è un quartiere copto del Cairo, il cui nome significa Vecchio Calvo.
Tanis è località del Delta, associata a Seth.
Ermopoli potrebbe essere l’antica Kemenw o Khemnu, il cui nome significa otto ed è una delle città più antiche.E’ la città di Thot, delle Anime di Kemenw, dell’Ogdoade. E’ collocata nell’Alto Egitto. Una collocazione, questa, che la rende improbabile come meta di Gesù.
Parrebbe invece essere più facilmente identificabile come meta del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù, Ermopoli Parva, località prossima ad Alessandria d’Egitto, chiamata anche Dimanhoru o Tema en Hor, il cui significato è la città di Horus, ma anche Pa Djehuti, ossia “La dimora di Thot”. |
Matarea è Matarieh, località a 10 chilometri a nord-est del Cairo. Siamo quindi nella zona di Eliopoli, l’antica On. Misr al ‘Atiga è un quartiere copto del Cairo, il cui nome significa Vecchio Calvo.
L’insieme delle indicazioni dà come riferimento una delle zone più note e più importanti dell’Egitto. Siamo in prossimità di Eliopoli, della piana di Giza dove sorgono le Piramidi, di Menfi (Men Nefer, Stabile è la bellezza), città edificata in epoca tinita con il nome di Ineb Hedj, “muro bianco”. Nelle vicinanze sorgono i santuari di Ptah e di Sokar, signore di Saqqara, la necropoli di Menfi. Siamo nel punto in cui i due stati, dell’Alto e del Basso Egitto, trovavano il loro equilibrio. Un inno a Horo recita: “Horo e Seth sono uniti, i due fratelli non si combattono più. Sono uniti in Het ka Ptah, la bilancia delle due terre, nel luogo in cui i due paesi si trovano in equilibrio. Siamo in un’area tra le più antiche, le cui tradizioni rinviano ai tempi pre dinastici.
Tanis, forma ellenizzata di Djanet (Avaris al tempo degli Hyksos) è località del Delta, associata a Seth, di origine antichissima, risalente all’Antico Regno.
Ermopoli potrebbe essere l’antica Kemenw o Khemnu, capitale del XV nomo dell’Alto Egitto, il cui nome significa otto, ed è una delle città più antiche; è la città di Thot, delle Anime sante di Kemenw, dell’Ogdoade. La sua collocazione nell’Alto Egitto la rende improbabile come meta di Gesù. Parrebbe invece essere più facilmente identificabile come meta del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù, Ermopoli Parva, capitale del XV nomo del Basso Egitto, località prossima ad Alessandria d’Egitto, chiamata anche Dimanhoru (Damanhur) o Tema en Hor, il cui significato è la città di Horus, ma anche Pa Djehuti, ossia “La dimora di Thoth”.
Thot è divinità antichissima. Neter della conoscenza, messaggero degli dei, era già presente in tempi predinastici con il nome di Djhuty, che sembra significhi “Colui di Djhut”, probabilmente il suo luogo d’origine e altrettanto probabilmente collocato nel Delta”.
Prima di proseguire nell’analisi dei luoghi, è interessante mettere attenzione a tre particolari:
- Il sicomoro, associato alla dea Hator, “Signora del sicomoro”, venerata a Menfi come dea albero (a volte sostituita da Nut), il cui nome significa “La casa di Horus”. Il sicomoro, pertanto, è considerato albero sacro, “Casa di Horus”, ossia simbolo della maternità celeste. Va notato che Hator è anche detta la “Signora di Punt”, ossia del Corno d’Africa, un paese ricco di risorse naturali tra le quali l’oro, l’incenso e la mirra. Va notato, inoltre, che la terra di Punt nella teologia caldea (i Magi erano astrologi caldei) era governata dal dio Gibil, figlio di Enki-Ea. Gibil è divinità che ci collega al mondo mesopotamico; nel V mese (luglio agosto), legato alla stella Kaksisa (Sirio), scendeva dal cielo e si rendeva uguale a Shamash (il sole).
- La visita al Faraone: un elemento che rende ufficiale la visita in Egitto. Maria, Giuseppe e Gesù sono riconosciuti come persone di alto rango, degne di essere ricevute dal Faraone.
- Il ladrone Disma, quello che fu crocifisso alla destra di Gesù. Nel Vangelo di Nicodemo (composto secondo alcuni nel II secolo e secondo altri nel IV o V) è scritto: “Questo era il ladrone Disma che, alla nascita di Cristo, cioè trentatrè anni prima, si trovava in Egitto quando a Giuseppe fu dato avviso dall’angelo di prendere il bambino e la madre e di fuggire ….” (Disma, il ladrone di destra è buono, ossia completo, come l’occhio destro di Horus, mentre Gesma, il ladrone di sinistra, è cattivo, ossia incompleto, come l’occhio sinistro di Horus, offeso da Seth e ricomposto da Thot). Disma è legato a Gesù fin dalla sua infanzia (un sapiente egizio? un maestro? un uomo che condivide la sorte del suo discepolo?). Difficile pensare a Disma come ad un banale ladrone, così come a Barabba (Bar Abba, il Figlio del Padre) come ad un comune delinquente.
L’Egitto, dunque, per i Templari, custodi del Santo Sepolcro e iniziati alla ricerca della Gerusalemme celeste, è una traccia importante. Una traccia che probabilmente li ha portati a conoscere segreti antichi, la cui conoscenza ne ha determinato le fortune e anche la fine sul rogo.
Ed è alla loro fine che ora prestiamo attenzione, appuntando l’analisi sulle accuse.
Accuse infamanti per nascondere un segreto
Tralasciando, a beneficio dell’intelligenza, le accuse di omosessualità e quelle relative a vari baci sulle natiche, sul pene, sul petto nudo, sulla bocca e via discorrendo, che sarebbero utili per una psicanalisi a posteriori degli inquisitori, evidentemente psichicamente disturbati (per usare un eufemismo), prendiamo in considerazione quelle che ci possono far comprendere se la nostra ipotesi ha qualche fondamento.
Lo sputo sulla croce
Nel “Libro dei morti” (Per em ra - Le formule per uscire al giorno), capitolo XVII, si legge:
Nei Testi delle piramidi:
Il rituale è volto a curare l’occhio di Horus, toltogli da Seth e ricostruito da Thot.
Lo sputo sulla croce potrebbe, dunque, avere un significato terapeutico, taumaturgico.
Adorare un certo gatto il quale talvolta appariva loro mentre erano riuniti.
Il gatto riveste una significativa importanza nella tradizione egizia, a cominciare dal gatto sacro alla dea Neith nel tempio di Sais e dal fatto, come ci ricorda , che nell’egizio Libro dei Morti (Per em Ra), Atum riceve l’appellativo di “gatto” perché sotto queste sembianze combatte il serpente Apopis per consentire a Ra di risorgere ogni mattino.
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A sinistra l’icneumone e, a destra, rappresentazione simbolica di Mafdrt |

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C’è una dea gatto di nome Mafdet (Bafmet-Bafomet), divinità antica, risalente all’Antico Regno, della quale poco si sa se non che rimanda al potere ufficiale giudicante. Può apparire come pantera, lince o leopardo, ma di solito è una donna vestita con pelle di gatto. Menzionata nella Stele di Palermo (V dinastia), Mafdet potrebbe significare “colei che corre”, ma il suo appellativo più significativo è “La Signora della casa della Vita”. Nota come cacciatrice di serpenti e di scorpioni, era invocata per il suo potere di guarigione dalle loro morsicature.
La “Casa della Vita” era la sede nella quale si trasmetteva la sapienza e dove si formavano gli scribi. Lo scriba era il depositario del segreto della parola scritta, colui che sapeva leggere e scrivere i geroglifici sui papiri. A lui venivano affidati incarichi delicati e particolari e poteva accedere a tante alte cariche dello stato. Poteva essere funzionario di stato, sacerdote, seguiva l’esercito e le spedizioni annotando tutto quello che vedeva e sentiva, registrava tutto quanto accadeva.Durante l’Antico Regno questa professione era destinata ai membri della famiglia reale. In seguito chiunque potè diventare scriba e a nessuna persona, a qualunque condizione sociale appartenesse, era preclusa questa possibilità che, per la complessità del linguaggio, includeva un lungo tirocinio. Solo chi possedeva pazienza e perseveranza senza limiti, il gusto del bello, non si accontentava mai ed era costantemente alla ricerca della perfezione, accedeva agli onori di questa posizione. Gli alunni si formavano nella cosiddetta “Casa della Vita”, legata al tempio ed erano protetti dal dio Thot (raffigurato con la testa di ibis o come un babbuino). L’insegnamento cominciava verso i cinque anni, durava circa dodici anni e comprendeva lo studio delle scritture, della grammatica, il disegno, lo studio delle leggi, storia, geografia e materie tecniche. Mefdet, dunque, è la protettrice di chi cerca la sapienza.
C’è poi Bastet, la dea dal corpo umano e dalla testa di gatto; è forma addolcita e benevola della dea leonessa Sekhmet. Bastet era la dea di Bubastis (città a mezza strada tra Tanis e Eliopoli). Onorata particolarmente dai sovrani della XXI dinastia la dea è considerata talvolta come una forma poco caratterizzata di Hathor o di Sekhmet. E’ dea benevola ed ha un figlio leone chiamato Mihos. Il gatto rinvia, dunque, al leone, forma zoomorfica della dea Sekhmet. Associate al leone sono anche Pakhet, Bastet (nella sua forma originaria) e Hathor.
I leoni sono i guardiani dei due orizzonti (est e ovest), dello ieri e del domani.
Nella stele Metternich, una lunga formula ci racconta che la figlia di Ra, la gatta, viene punta da uno scorpione. Questa gatta è la dea dell’amore (il grido di battaglia dei Templari è: Vivat Deus, Sanctus Amor), colei che si identifica anche con Iside (dea associata a Sirio). Abbiamo visto in precedenza le associazioni di Iside a Venere e i riferimenti a Gerusalemme.
“O tu gatta; la tua testa è la testa di Ra, il signore delle due Terre, (colui) che sconfigge qualsiasi popolo ribelle ed è temuto in ogni paese e da ogni vivente, per l’eternità; o tu gatta; i tuoi occhi sono gli occhi del signore dell’occhio divino, colui che illumina, con i suoi occhi, le due Terre, colui che illumina il volto sulla via dell’oscurità. O tu gatta; il tuo naso è il naso di Toth, grande signore di Khemenu, il capo delle due Terre per Ra e colui che concede l’aria per il naso di ogni uomo. O tu gatta; le tue due orecchie sono le due orecchie del Signore dell’Universo, colui che ode la voce di ciascuno quando lo implorano e giudica in tutta la terra. O tu gatta; la tua bocca è la bocca di Atum, signore della vita, colui che unisce le cose ….”.
“Un foglio d’accusa – scrive - faceva riferimento all’adorazione di donne soprannaturali o demoni femmina che apparivano vicino all’idolo” Bafomet.
E’, da quanto si è scritto, probabile che il gatto dei Templari fosse in realtà il simbolo di Iside, la dea “dai molti nomi” e in particolare della sua forma Mefdet, in quanto dea che presiede alla Casa della Vita, ossia al luogo dove si coltiva la sapienza e dove, sotto la protezione di Thot, si conoscono gli antichi segreti. Il gatto è dunque un simbolo sincretico, che univa le molteplici tradizioni, ancora vive, che si rifacevano alla Dea Madre, o meglio, ad una divinità androgina.
E qui arriviamo a Bafomet o Baphomet, la cui assonanza con Mefdet è sintomatica.
Una delle accuse principali fatte ai Templari era, infatti, quella di adorare un idolo dal nome Bafomet (o Baphomet).
Essere adoratori di Baphomet
L’idolo viene definito dagli accusatori con una testa a tre facce, a volte come testa di uomo barbuto, a volte come teschio e in qualche testimonianza come uomo con la barba e il seno: quindi androgino. (Non dimentichiamo il riferimento al cipriota Afrodito).
In Egitto esiste il dio Bapfi, il cui nome significa: “Io sono il suo Ba”, ossia “Io il suo Spirito”.
Ricordiamo, su questo punto, che i Templari dovevano essere sempre pronti al combattimento, anche uno contro dieci e la morte costituiva la ricompensa più bella per la loro missione salvifica.
Se trasformiamo Baphomet o Bafometto nelle lingua egizia troviamo Ba fo met o, meglio, Ba fw met.
Ba significa Spirito, Fw glorificare e Met morte.
Bafomet, dunque, potrebbe ragionevolmente significare: “La morte glorifica lo Spirito”. (Bapfi, lo ripetiamo, è traducibile con: “Io sono il suo Spirito”). Un significato coerente con la missio di monaci-soldati, ma anche una dichiarazione di consapevolezza che la morte terrena libera lo Spirito imprigionato nella carne. Un concetto, questo, che potrebbe essere arrivato ai Templari attraverso la tradizione gnostica.
Per quanto riguarda le tre facce di Bafomet, abbiamo numerosi esempi dai quali si potrebbe trarre ispirazione: una divinità gallo romana a tre teste, il tricefalo alchemico, la figura dell’uomo selvatico a tre teste (il Selvatico tricipite di Bressanone). In Perù Apuinti era definito anche come un “uomo a tre volti”. Presso i popoli slavi era adorato Triplav, dio tricipite. Molte sono anche le .
Il tre è elevamento a potenza. Il tre o la moltiplicazione per tre attestava la grandezza di un concetto o di un manufatto. Il tre è espressione del concetto di trinità.
Ermete Trismegisto (Thot), è maestro tre volte grande, ossia grandissimo.
Nelle tre facce potremmo pertanto trovare un riferimento alla trinità, ma anche a Thot, tre volte Maestro.
Riguardo all’aspetto androgino, Bafomet si trova inserito in una tradizione antica, che vuole Dio maschio-femmina.
Atum, principale divinità di On (ossia di Eliopoli), prima che fosse associato a Ra era divinità androgina, (nei Testi dei sarcofagi “il grande Lui-Lei). Nei Testi dei sarcofagi Atum parla dell’inizio: “Io Atum ero ancora da solo nelle acque in uno stato d’inerzia. Non avevo ancora trovato luogo dove stare in piedi o seduto … “. Ma prima di sorgere dalle Acque Primordiali, Atum creò le prime creature: Shu, un maschio, e Tefnet, una femmina. Così “colui che era stato uno divenne tre”. Rammentiamo che Shu e Tefnet sono raffigurati come leoni, guardiani degli orizzonti.
Neith, madre di tutti gli dei, associata all’ape, era considerata per due terzi maschio e per un terzo femmina. Neith emerse dalle acque primordiali e creò la collina primordiale pronunciandone il nome. La sua associazione all’ape, che come la farfalla ricorda l’anima e il suo essere, quindi, la dea dell’aveare (Hut Bit), ne fa la sede delle anime, la madre celeste.
Sul dio androgino non mancano gli esempi anche nella tradizione cristiana, laddove lo Spirito santo viene definito “madre”.
Per gli gnostici lo Spirito santo è ipostasi femminile di Dio; è Sofia. In Ebraico Ruah, ossia Spirito è di genere femminile.
Nel Vangelo della Verità, scritti gnostici del IV secolo (testi di Hammadi-Codice Jung) si legge: “Così il Verbo del Padre procede dentro il Tutto, frutto del suo cuore ed espressione della sua volontà. Ed egli sostiene il Tutto, lo sceglie, ed anzi prende l’immagine del Tutto, purificandolo e promuovendone il ritorno al Padre e alla madre, egli Gesù dall’infinita dolcezza. Il Padre mostra il suo seno, e il suo seno è lo Spirito Santo.
Non è chi non veda la rassomiglianza tra questa descrizione gnostica e quella dell’uomo barbuto dotato di seno a cui è stato dato il nome di Bafomet (Afrodito).
Nei Vangeli giudaico cristiani, il Vangelo degli ebrei pare essere una composizione in uso tra gli ebrei della diaspora trasferiti in Egitto e non è immune da influssi gnostici e da credenze mistiche ed angelologiche proprie dell’. Le testimonianze su questa composizione sono tratte da Origene e da Gerolamo. “E se qualcuno consulterà il Vangelo secondo gli Ebrei, nel quale il Salvatore in persona dice: “Poco fa mia madre, lo Spirito Santo, mi prese per uno dei miei capelli e mi trasportò nel grande monte Tabor”, si domanderà perplesso come possa essere madre di Cristo lo Spirito Santo generato dal Verbo. Ma anche così, queste cose non sono difficili da spiegare” (Origene, In Jo –II 6). “E se qualcuno ammette questo: “Poco fa mi prese mia madre, lo Spirito Santo, e mi trasportò sul grande monte Tabor”, e ciò che segue, può dire, vedendo in esso la madre …”. (Origene, Nonm in Jerem XV,4).
Non meno interessante, anche se inficiato da qualche confusione e banalizzazione, quanto scrive Gerolamo: <<Ma chi leggerà il Cantico dei Cantici, interpretando lo Sposo dell’Anima come il Verbo di Dio, e crederà al Vangelo composto secondo gli Ebrei che recentemente è stato da me tradotto, in cui dal Salvatore in persona è detto: “Poco fa mi prese mia madre, lo Spirito Santo, per uno dei miei capelli, non esiterà a dire che il Verbo di Dio procede dallo Spirito e che l’Anima, la quale è la sposa del Verbo, ha come suocera lo Spirito Santo, che presso gli Ebrei è di genere femminile e si dice Rua”>>. (Gerolamo, Comm. II in Mich. VII,6)
Bafomet, dunque, sembra essere simbolo sincretico di una divinità maschio-femmina, di un dio Padre-Madre, che rientra in una tradizione cristiana ormai lontana da quella scelta dalla Chiesa dei concili di Nicea e di Costantinopoli, dove l’elemento femminile della Trinità è stato escluso, salvo poi ricomparire, nei secoli, con tutta la sua potenza, attraverso Maria. I Templari potrebbero aver attinto da varie fonti (siriache, arabe, gnostiche, copte, ecc.) e da varie tradizioni gli elementi per ricostruire la sapienzialità legata ad un concetto androgino di dio che era stato espunto dalla cultura ed era, in compagnia di tutte le altre concezioni religiose e tradizioni non cristiane e non canoniche, bandito per decreto di Teodosio.
I barbari, i pagani, esclusi dai decreti imperiali e dai concili del cattolicesimo paolino, esorcizzati ed obnubilati spesso con la violenza (la distruzione della biblioteca di Alessandria ad opera di Cirillo è solo un esempio) affiorano come una sorgente antica alla quale i Templari si sono abbeverati. Una sorgente di vita, ma anche a rischio di morte, perché pericolosa per la cultura dominante e per il potere.
Gli Shemsu Hor
Il richiamo ad un gatto, forma addolcita del leone (Bastet-Sekhmet), ci porta a considerare il rapporto dei Templari con questo animale simbolico e, di conseguenza, a Horus e agli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus, re-sacerdoti del periodo predinastico, periodo nel quale gli dei governavano la terra.
I Templari erano entrati in contatto con gli eredi degli Shemsu Hor o, quantomento, con la loro tradizione?
Vediamo chi erano gli Shemsu-Hor, dall’aspetto leonino (forse perché avevano i capelli fulvi)?
Nel Papiro di Torino (XIX dinastia – 1300 a.C.) è indicato che gli Shemsu-Hor o (Seguaci di Horus, Compagni di Horus, Emanazioni di Horus), discendenti degli Anziani neteru (divinità), regnarono a On (Eliopoli) per 13.420 anni e prima di Nemes, il primo re dinastico (3.100 a.C).
Gli Shemsu Hor, i Compagni di Horus, sono dunque esseri divini i cui capi si chiamarono Wa e ‘Aa, detti “Signori dell’isola della violazione” o i “due compagni di Calvi dal cuore divino”. (‘Aa è nome che ci richiama l’hurrita A’a, forma indoeuropea del dio Enki, Ea, l’uomo-pesce, l’Oannes, civilizzatore della Mesopotamia).
Eliopoli, luogo primario del regno degli Shemsu-Hor era On (Aunu, Ounu, Iwnw), un centro religioso antichissimo, legato ad Atum, Il Grande di Perfezione e solo successivamente a Ra e al culto solare, ridotto nei secoli ad essere, soprattutto con la V e VI dinastia un luogo eletto di divinizzazione del faraone, il quale fregiandosi del titolo di Hor, appariva come figlio di Ra.
On era un centro culturale di grande importanza e le biblioteche di Atum erano famose per la ricchezza delle opere conservate. I sacerdoti avevano fama di essere i più esperti di tutta la storia d’Egitto e di essere sapienti in molte discipline, non ultima l’astrologia.
scrive in proposito: “Il sancta sanctorum del complesso dei templi era noto come la “Sala delle stelle” e il sommo sacerdote portava il titolo di “Capo degli astronomi”. Sembra indossasse una veste adorna di stelle ed avesse come emblema della sua carica una lunga asta terminante con una stella a cinque punte”.
Una descrizione che ci rimanda a culti stellari con al centro Spdt, ossia Sothis, Sirio, la Stella del cane, associata ad Iside. On era dunque primariamente un luogo di culto stellare, divenuto in seguito centro del culto solare: un mutamento (negativo, restrittivo) importante in quanto chiude la prospettiva, prima rivolta alle stelle, ovvero all’Universo, nel quadro del sistema solare. Un sole che tuttavia continua, in quanto Horus (costellazione del Toro), ad essere figlio di Sirio (Iside) e di Orione (Osiride), a loro volta figli di Neith, la madre/padre di tutti gli dei, così come Atum.
Jung a proposito dei termini ben e di bel, raddoppiati in benben e belbel, scrive:
Quindi berber (Berberi) è sorgente di luce e gli Shemsu Hor erano seguaci della luce, avendo Hor il significato di luce. E’ questo un punto molto interessante che riprenderemo più avanti.
In questo contesto troviamo Horus, figlio di Iside e Osiride, ma anche forma di Ra, in quanto Ra harakhty, sole del mattino, il cui simbolo, secondo Collins, che cita in proposito Budge (The Gods of the Egyptians) era la Sfinge della piana di Giza.
Il Leone era dunque il simbolo di Horus?
Agli Shemsu-Hor verrebbe attribuita anche l’antica origine della città di Edfu, il cui tempio, ritenuto di epoca tolemaica, sarebbe molto più antico. I testi dei documenti del tempio di Edfu conterrebbero, inoltre, il ricordo di un centro religioso predinastico che potrebbe essere Menfi; un luogo che gli egizi avrebbero visto come la madrepatria del tempio stesso.
I riferimenti al leone non sono finiti.
Vediamo, ad esempio, come Kematef, l’autoprodotto, l’autogenerantesi, “Colui che ha compiuto il proprio tempo”, “avesse una forma ibrida che lo raffigurava con un corpo di serpente arrotolato con una testa di leone. Kematef era associato a Khnum (il dio vasaio dalla testa di ariete che creò l’umanità) a Kneph e a Chnoumi o Chnoubis (adorato dai seguaci di Ermete Trimegisto), che era visto, nella rappresentazione delle trentasei costellazioni, come Primo Decano del Leone.
Chnoumis aveva una criniera fatta di dodici o sette raggi, che rappresentavano i dodici segni dello zodiaco e le sette stelle polari del ciclo precessionale.
Sono questi i serpenti che qualcuno dice essere presenti sul capo di Bafomet? Bafomet è assimilabile a Chnoumi?
Un’immagine posteriore di Chnoumi e quindi di Kematef la troviamo nel culto di Mithra, dove il kosmokrator, o custode del tempio cosmico, era rappresentato da un uomo con la testa di leone e con il corpo avvolto da un serpente.
Vale qui la pena di fare un inciso su Mithra, diffusissimo nel mondo romano, soprattutto tra i militari e che potrebbe costituire una delle fonti dei Templari.
Il mito di Mithra, peraltro, apre una finestra sulla questione del Sep Tepi, o del Primo Tempo.
Va infatti considerato che recenti studi archeostronomici ferebbero identificare il Sep Tepi (o Zep Tepi), ossia il Primo Tempo, il punto di partenza dell’esistenza alterabile dell’universo, che stava a significare “Prima occasione”, nell’età del Leone (11.380-9.220 a.C o in ere precedenti, con balzi all’indietro di 26 mila anni.). Età il cui primo Decano è Knum, un ariete (Il tempo zero, ossia il tempo dell’inizio - divenuto poi fisso in astrologia - sarebbe dunque ariete, non nel senso della costellazione, ma di Knum, il dio vasaio che, per conto di Neith, creò l’umanità, appunto all’inizio del tempo degli umani).
Nello Zep Tepi (il primo tempo) in uno spazio a forma di isola, in un venerabile canneto, c’erano esseri sui quali regnava un’entità dai contorni indefinibili, denominata Costui o Pu.
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Una raffigurazione del Nun, l’Oceano primordiale egizio, il quale, allargando le braccia, crea lo spazio nel quale trova posto la nascita del mondo. E come insegna la fisica post Einstainiana, lo spazio è la condizione del tempo; lo spazio-tempo è un unico indivisibile ed è la caratteristica di questa nostra dimensione, che è appunto spazio-temporale.
Il Sep Tepi è appunto la creazione dello spazio dal Nun e l’inizio del tempo.
Nell’Oceano primordiale si crea una bolla spazio-temporale. |
E’ interessante, a questo proposito, pur senza approfondire l’argomento e rinviando a testi specifici, come a Mithra (la divinità che chiamata dal sole uccide il Toro) sia associato un essere leontocefalo che incarna il Cosmo (ossia l’ordine succeduto al Caos). Il dio dalla testa di leone e dal corpo di uomo avvolto nelle spire di un serpente, sembra perciò rappresentare l’organizzazione del Cosmo nella sua interezza.
Interessante notare che nel mito teogonico orfico, Phanes è molto simile al dio leontocefalo mitraico. Nel primordiale inizio orfico di tutte le cose, Acqua e Terra diedero vita ad un serpente sul cui corpo spuntavano ulteriori teste, di un toro e di un leone e il viso di un dio nel mezzo; aveva ali sulle spalle e il suo nome era Tempo Sempiterno(tre teste come Bafomet). Anche Aion (Eone), il dio del tempo, è leontocefalo. Nello zoroastrismo il Tempo infinito è Zurvan akarana, dal quale emergono Ahura Mazda e Ahriman (dall’Uno tutto indistinto la manifestazione nella dualità). Nella mitologia greca il concetto si identifica con Cronos, padre di Venere-Afrodite, “Colei che è nata dalla spuma”, nata dal mare, ossia la differenziazione dal Tempo sempiterno di un tempo identificato e identificante, di uno spazio-tempo, di un’increspatura sull’onda dell’infinito oceano dell’Essere.
Afrodite-Morgana-Venere-Sirio-Iside è dunque il simbolo di quell’Amore celeste che diede vita al Cosmo differenziandolo dal Caos, così come fece Neith, madre-padre di tutti gli dei, che diede con la parola (il Verbo) origine alla Collina primordiale emersa dalle acque del Nun. (Vivat Deus, Sanctus Amor, dicevano i Templari). Conoscere l’Amore di Dio è, come simbolizza Raziel-Thot, accedere alla scaturigine del mondo. La Conoscenza è dunque la via maestra per accedere all’Amore. Ed è l’Amore (Raziel, ne è il tramite, l’espressione, l’aspetto comunicante) che dà la conoscenza. Gli egizi dicevano: l’uomo è venuto al mondo per conoscere il proprio nome, ossia il proprio codice, la propria nota e con questa conoscenza partecipare armoniosamente al concerto universale.
La divinità leontocefala, per tornare sui nostri passi, riconduce, sincreticamente, al Tempo, al Primo Tempo, al Sep Tepi, che per gli Egizi aveva avuto inizio nel decano ariete dell’era leone. A questo punto il riferimento temporale ad un’era terrestre (età del Leone: 11.380-9.220 a.C.) pare perdere d’importanza di fronte alla potenza del mito.
E’ peraltro di notevole interesse notare che Mithra non è il sole. Helios, infatti, lo chiama ad uccidere il toro. Mithras, nel rituale mitraico che ci è pervenuto attraverso la testimonianza di molti mitrei, è mostrato mentre tiene in mano qualcosa che assomiglia ad una spalla o ad una zampa di animale. La spalla del toro (o coscia del toro), se la riportiamo allo zodiaco di Denderah, indica Mithra come un dio polare, in quanto la coscia del toro è simbolo dell’Orsa maggiore (a proposito della quale nel rituale è detto: “Questa è l’Orsa che muove e fa girare il cielo”). Mithra è dunque un dio polare e non va dimenticato, a questo proposito, l’Apollo iperboreo (assimilato ad Horus) delle tradizioni norrene.
Ad un certo punto del rituale mitraico appaiono sette dei, che sono chiamati “I Signori polari del cielo”. Paolo Diacono, nella sua famosa Historia Langobardorum, parla di sette saggi che dormono in una caverna a nord del mondo.
Mithra è divinità polare, sol invictus in quanto non tramonta mai, e, dunque, stella polare e, forse, stella ipercosmica, fuori dallo spazio-tempo, come il Nun.
Plotino, di questo secondo sole, ne parla come di “quel sole del regno divino” che “è l’intelletto …. E subito dopo c’è l’anima, che dipende da esso e dimora finchè l’intelletto dimora. Quest’anima, confinando con questo sole [quello visibile, ossia il sole materiale] delimita mediante se stessa, e agisce come un interprete, collegando ciò che proviene da questo sole con il sole intelligibile e ciò che viene dal sole intelligibile con questo sole”.
Negli Oracoli caldaici si parla di due soli.
C’è dunque un sole fonte della luce che non è il sole (helios) e del quale il sole è figlio, in quanto frutto della creazione; c’è un sole iperuranico e un sole spazio-temporale. Confondere il primo con il secondo è stato, forse, l’errore del clero eliopolitano, di Unas, di Akhenaton. Un errore che ha ristretto l’orizzonte del cielo ed ha prodotto un dio maschio, padre padrone del mondo, punitivo; dio degli eserciti, ben lontano da quel dio Tutto Uno, di cui l’aspetto androgino è il simbolo di una separazione non separazione, di un distacco solo apparente e il cui afrore (afrodite, spuma, identità), amore è la tensione tra la manifestazione duale, spazio temporale e l’unità.
Infine, solo un breve cenno al fatto che il culto di Mithra conobbe la sua sistemazione simbolica e cultuale a Tarso, città siriaca e grande centro di cultura, dove confluivano tradizioni antiche, dove ebbe origine lo stoicismo, dove erano vivi i culti stellari e dove nacque Paolo, l’apostolo folgorato sulla via di Damasco.
Horus sole terreno o sole celeste?
Chi era Horus? Il nome del sole divinizzato, di un sole iperuranio o di un sole di altre costellazioni?
Horus vuol dire “viso” o “lontano”.
Con lo stesso nome abbiamo due distinte divinità egizie: Horus l’Antico e Horus il Giovane (figlio di Iside e di Osiride).
Horus il Giovane è stato da molti associato a Gesù. La Sacra famiglia sarebbe così composta da Horus (Gesù), Iside (Maria) e Osiride (Giuseppe). Dobbiamo considerare che Horus è stato associato al Sole, Iside a Sirio e Osiride a Orione, cosicchè la Sacra famiglia risulterebbe composta da un figlio (il sole del nostro sistema planetario), da Sirio, la “madre celeste” (torniamo al riferimento alla Gerusalemme celeste) e da Orione, il padre celeste. Iside, secondo Plutarco, era stata fecondata da un fulmine divino allo scopo di generare il vitello Api, simbolo dei re-Horus.
Non mancano le immagini della Vergine con in braccio il bambino che richiamano altre immagini simili di Iside con in braccio Horus.
Anche le immagini della nascita lasciano pensare a mitologie traslate. La nascita è annunciata da una stella (si attende il “figlio della stella”). La nascita è assistita da pastori e greggi (il mito del re pastore) e da un bue/toro (animale solare, associato a Ptah, a Ra e a Horus stesso) e da un asinello (animale associato a Seth). L’omaggio dei Re Magi, ossia dei sapienti Caldei, indica la linea di continuità con la tradizione sacerdotale, regale e taumaturgica mesopotamica. La fuga in Egitto per sfuggire ad Erode ricorda la fuga di Iside che ripara nel Delta per impedire a Seth di uccidere Horus neonato. E appunto nel Delta si svolge in gran parte il viaggio di Maria.
Sin qui Horus il Giovane.
Horo, divinità antichissima, da dio celeste si è trasformato, in seguito, in dio solare, fondendosi con Ra.
Dell’antichità del culto di Horus sono testimoni le iscrizioni del tempio di Edfu, dove si narra che all’inizio regnava il caos e le acque del Nun ricoprivano la terra. In seguito due divinità, il Grande e il Lontano (attributo di Horus), apparvero su una piccola isola che era emersa dalle acque primordiali. .
Il falcone è il simbolo di Horus, che in questo caso è dio delle origini.
Anche in questo caso abbiamo due soli, due luci: quella terrena, che associa sincreticamente Horus a Ra e quella celeste: una luce portata dal falcone che si posa sul bastone, ossia sull’asse del mondo.
Horus è detto anche “il viso”. Un viso richiama una testa, come quella del Bafomet. In quel viso una grande importanza hanno gli occhi. L’Occhio di Horus (Aldebaran), l’Udijat come è ormai noto da studi condotti da valenti studiosi, è la rappresentazione grafica di proporzioni numeriche rappresentabili anche come frazioni (1/64, 1/32, 1/16, 1/8, _, _, 1/1) che indicano, nel loro insieme l’unità in termini di 64/64.
Questo per quanto riguarda l’occhio destro. Per quanto riguarda il sinistro, mutilato da Seth e ricomposto da Thot, è incompleto, ossia è 63/64. Manca un sessantaquattresimo. Da qui la necessità di portarlo a completezza (guarirlo) con il rito dello sputo.
Horus, dunque, è dio primigenio (il Lontano, il Grande) e anche epiclesi del sole. I “Compagni di Horus” sono pertanto esseri di un altro mondo, che hanno governato la terra prima di passarne il governo ai re dinastici; sono esseri venuti da un altro sole.
Chi erano davvero gli Shemsu-Hor?
C’è chi li associa ai Nefilim, ai Vigilanti, agli Annunaki sumeri.
In Adriano Forgione li associa ai Guanchi (antichi abitanti delle Canarie) e ai Berberi. Un’associazione che apre uno scenario interessante.
Gli uomini dai capelli rossi
Forgione scrive di “una stirpe antica e pre-diluviana i cui sopravvissuti, quelli che chiamiamo Shemsu-Hor, diedero vita ai Guanchi e ai Berberi”.
Si tratterebbe di uomini e donne dolicocefali (ossia con un allungamento naturale della parte posteriore della scatola cranica), dalla carnagione chiara e dai capelli rossi. Caratteristiche che unirebbero i Libui (Libici), antichi Egizi, ai Berberi, ai Guanchi e ai Baschi e, di conseguenza ai Liguri. Dei Berberi abbiamo già detto a proposito di berber: sorgente di luce e dell’assonanza di significato con gli Shemsu Hor, seguaci della luce, avendo Hor anche il significato di luce.
La denominazione di Fenici (phoinikes), va ricordato, significa “i rossi”.
Ricordiamo per inciso che l’azteco Quazalcoatl è descritto come un uomo barbuto, dalla pelle chiara e dai capelli rossi. Dahut, la mitica figlia del re di Cornovaglia, nata dal mare (Mor gan – Morgana) e sprofondata con la città di Ys era rossa di capelli come la madre, donna del Nord.
Recenti studi genetici e linguistici hanno stabilito una stretta parentela tra Baschi, Guanchi, Berberi ed Egizi.
Il genetista Arnaiza Villena ha chiamato questo insieme di popoli “cultura Usko-mediterranea”, una cultura che adottava un culto da lui definito della “Porta dell’oscurità”, un corpo di credenze associato alla Grande Madre e al culto delle acque.
Torniamo sui nostri passi. Nel seguire il viaggio di Gesù bambino in Egitto, stando alle testimonianze dei vangeli apocrifi, abbiamo visto che si sarebbe svolto in un’area comprendente un triangolo che ha un suo vertice a sud nella zona di Eliopoli-Giza-Memfi e gli altri due vertici a nord ad Alessandria e a Tanis. Siamo sostanzialmente nell’area del Delta.
Protettrice del Delta era Buto, una dea-cobra la cui terra d’origine e il cui centro di culto erano situati nella zona di Per-Uatchit. Come tale venne abitualmente associata alla dea dell’Alto Egitto, Nekhebet. Insieme comparvero in molte espressioni artistiche come simboli delle due terre d’Egitto. Buto non fu solo la protettrice dell’Egitto, ma fu anche una energica protettrice del re. Fu ritratta come il cobra uraeus portato inizialmente sulla fronte del Re e più tardi su quella dei faraoni. Buto fu la personificazione del calore cocente del sole e fu chiamata “La Signora del Paradiso” e la regina di tutti gli dei.
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BUTO (Uatchit, Udjat, Wadjit, Edjo) |
Buto fu strettamente associata con Horus il Vecchio, dio protettore del Basso Egitto, e con Harpokrates (Horus il giovane); lo protesse da Seth nelle paludi del Delta mentre Isis cercava il corpo di Osiris. Buto fu dipinta nell’arte come una donna che indossa l’uraeus o la Corona Rossa del Basso Egitto.Viene mostrata mentre porta uno stelo di papiro attorno a cui è arrotolato un cobra. Talvolta è mostrata soltanto come un cobra arrotolato in un cestino e con la corona del Basso Egitto.
Ritroviamo qui Horus il Vecchio come protettore del Basso Egitto.
Proseguiamo.
scrive che Neith (Niit’), dea molto antica, aveva il suo centro di culto a Sais (Sau in atico egizio), nel Delta occidentale ed era effigiata come una donna con in testa la Corona Rossa del Basso Egitto, il cui antico nome era Nt.
A Neith è associato un emblema con due freccie incrociate davanti ad uno scudo, una spoletta (tessitura) e soprattuto l’ape. Sais era detta Hut-Bit, ossia “La magione dell’Ape” ed era considerata nel culto antico del Delta la sede della Grande Madre. Abbiamo visto come l’ape (con la farfalla) rappresenti l’anima e quindi come Neith sia la Dea Madre delle anime, ma dobbiamo notare come l’ape sia anche simbolo dell’iniziato. L’esagono, forma geometrica che è tipica delle celle dell’alveare, è peraltro uno dei simboli di Thot, il dio della Conoscenza, lingua di Ptha, messaggero degli dei. C’è dunque nell’esagono un messaggio simbolico di notevole importanza che ci conduce per mano nell’ambito della geometria sacra e dei canoni armonici che, come è noto, sono alla base della costruzione delle cattedrali gotiche e del maniero di Castel del Monte.
Neith, va ricordato, era ermafrodita (due terzi maschio e un terzo femmina), era associata a vari dei e in particolare a Khnum, il dio ariete vasaio, che evava nominato suo sostituto come dio creatore del genere umano e ad Amonet, la dea primordiale di Ermopoli.
Non possiamo non ricordare che furono i sacrdoti di Sais, secondo Platone, a narrare a Solone le vicende antidiluviane di Atlantide.
Sais, duque, è un punto essenziale di snodo nell’intreccio tra le varie culture.
Neith era detta dagli antichi Egizi ossia “la Libica”, “l’Occidentale” al pari di altre divinità come Osiride e Andjeti (divinità di Djedu - ossia Busirsi, Abu Sir, vicino a Giza - da cui la colonna Djed).
Questo fatto fa pensare che la popolazione egizia antica del nord ovvero del Delta, di cui Neith dalla Corona Rossa era la dea primordiale, fosse la popolazione libico mediterranea dei Libui, a cui sono associati i Berberi, gli Iberi, i Liguri, popoli autoctoni dell’Occidente, precedenti alla penetrazione indoeuropea, costituenti un sostrato preistorico che accomuna Europa e Nord Africa.
Ora è interessante notare che Athena era detta la Libica, l’occidentale, l’atlantica e che negli inni Orfici è detta Tritogeneia, ossia nata dal lago Tritonide in Libia e che Erodoto considera libico lo stesso Poseidone.
Diodoro Siculo considera il lago Tritonide una regione abitata da Atlanti e da Amazzoni, luogo che avrebbe dato i natali a tutti gli dei (Neith è madre di tutti gli dei) e sul quale avrebbe regnato lo stesso Urano.
Veniamo ad Atum.
Atum, antichissima divinità androgina di On (Eliopoli), che nello zodiaco di Denderah è una divinità stellare, governava i Qebui ( i venti del nord) che i greci chiamavano Borea.
accenna, a proposito del Papiro Carlsberg nr VII, agli Hnmmt, il “Popolo del Dio Atum” e questo fa pensare ad una possibile remotissima denominazione degli egizi predinastici.
Per inciso, nello zodiaco di Denderah Atum occupa una posizione che partendo da Benetnash (Ursa Maior), scende verso Cor (Canes venatici), Denebola (Leo), Vendemiatrix (Vergine) e risale verso Arcturus (Boote). Al centro di questa porzione di cielo c’è l’ammasso stellare M3. Atum, dunque, occupa una parte del cielo che lega le costellazioni del Leone e della Vergine (sull’eclittica) con l’Orsa maggiore.
Chiuso l’inciso torniamo ora alle popolazioni apparentate con i Libui in quella cultura definita “Usko mediterranea”.
Il grande demiurgo dei Guanchi, il cui nome è Chaxerax, è un’energia di carattere femminile, chiamata anche Atguaychafan Ataman, Colei che regge il cielo. Due aspetti di questa divinità sono il Sole (Magec, femminile) e la Luna (maschile). Simbolo di Chaxerax, Grande Madre, è la stella a otto punte (come Ishtar).
I Baschi, dal canto loro, distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali, dal mondo soprannaturale (aideko) affrontabile con la magia. Chiamavano adur la corrispondenza tra le cose e le loro rappresentazioni e ritenevano che i nomi fossero immagini sonore delle cose (tutto quello che ha un nome esiste).
Il sole era Osti, o Ortzi o Eguzki. Ilargia o Ilargui (dove argi significa luce) era la luna ed il guardiano della morte; accompagnava nell’Aldilà, regolava il mondo della conoscenza segreta, della divinazione e della magia. Mari era dea della terra e Sugaar dio del cielo e della terra. Lur, infine, essere femminile, era figlia della terra.
C’erano poi geni vari e il Basjun, il Signore dei Boschi, divinità di collegamento tra il mondo degli dei e quello degli uomini. Intxitxu era spirito invisibile che costruiva i Cromlech. Irelu era spirito sotterraneo e la sua canzone si confondeva con il suono del vento. Beigorri era il guardiano di molte dimore di Mari ed era legato al bosco e al culto della casa: exte.
Gli antichi Baschi veneravano la memoria dei defunti il primo di novembre, giorno d’inizio della festa d’inverno, con l’accensione di sottili candele (argizaiolak). Il carnavele veniva festeggiato con la danza delle streghe e il solstizio d’estate con dei falò nelle campagne.
Questo, in sintesi, il contesto nel quale agisce “La Signora” o “La Dama”, come Mari, dea che vive nelle regioni abissali, viene chiamata. Le sue forme sono diverse: nelle regioni sotterranee ha aspetto zoomorfico; in superficie appare come una donna bellissima, elegantemente vestita, in atto di pettinarsi con un pettine d’oro.
Mari è sposa di Maju, o Sugaar, che appare come un serpente.
Apparentemente i due sposi vivono separati (Mari sulla terra e Maju-Sugaar nel mare), cosicchè quando Mari e Maju si incontrano si scatenano violente tempeste di pioggia, grandine, tuoni e fulmini.
Mari solca il cielo con un carro trainato da cavalli ed è avvolta nelle fiamme. Appare anche come: arcobaleno, nuvola bianca, albero in fiamme, raffica di vento, uccello, falce di fuoco che si sposta da un picco all’altro. Guida il cocchio trainato da quattro cavalli bianchi o vola in sella ad un ariete (ricordiamo qui il caprone cavalcato da Afrodite Epitragia). Viene rapita da un toro come Persefone; è a capo di tutti i geni sotterranei; nella sua dimora, a volte, è in compagnia di geni animali o di fanciulle.
La dea cambia spesso dimora a ogni localizzazione corrisponde ad un diverso personaggio, come non si trattasse di una medesima divinità, ma di una pluralità di divinità sorelle. Le caverne (akelarre) nelle quali vivono queste divinità sorelle sono la dimora delle streghe (sorgin).
Le streghe si trasformano spesso in gatti, talvolta in cani e montoni e si spostano spalmandosi con un unguento e recitando la formula: “Sazi guztien ganeti eta odei guztien aiztipi (sopra tutti i rovi e attraverso tutte le nubi)”.
Sull’aspetto zoomorfo di Mari c’è un interessante analogia con Echidna. Un’analogia che ci riconduce sulla piana di Giza. Scrive Jung in proposito:
Un particolare è di ulteriore importanza: Echidna aveva generato la sfinge con il cane Ortro (poi ucciso da Eracle) e non è difficile vedere in questa unione quella stellare, dove Echidna-Iside è Sirio, stella del Cane (Alfa Canis Maior).
Il cane è il più antico animale domestico dell’uomo e rappresenta simbolicamente innanzitutto la fedeltà e la vigilanza.
Non di rado il cane viene considerato guardiano dell’aldilà (Anubis), oppure viene sacrificato ai defunti per poter servire loro da guida anche nell’altro mondo.
Vediamo la funzione del cane, in parallelo, all’interno dei mi-ti di due grandi civiltà: la tibetana e l’egizia. Nella versione tibetana a firma di dPa’ -bo-gtsung-lag, il re Gri-gum possiede una cagna (in tibetano khyi-mo) ov-vero “orecchio segreto che ascolta”, che inviò alla corte del fratello e avversario Lo-ngam, affinché carpisse segreti fondamentali riguardanti l’imminente scontro. In altri testi, la cagna rappresentava una delle manifestazioni del-lo stesso re Gri-gum e, dunque, era una sua magica appa-rizione. In ambito egiziano la figura dei canidi ri-corre sovente (sciacallo), come sim-bolo dell’intuito, un attributo che veniva impiega-to per esprimere il titolo ufficiale di magistrato incaricato di condurre le indagini. Il dio Anubi dalla testa di sciacallo aiuta Horus e Isi-de nella loro missione di salvezza e in alcune tradi-zioni viene addirittura iden-tificato come miracolosa manifestazione dell’anima di Osiride, proprio come avviene per Gri-gum. Per-tanto, come vendicatore di sé stesso in forma di cane e come aiutante di Horus, sconfigge Seth (in questa accezione è narrato nel I Libro della Biblioteke Historike da Diodoro, il quale ci informa che in epoca romana i cani guidavano le processioni in onore della dea Iside).
I cani sono considerati in grado di “vedere gli spiriti” e quindi di salvaguardare dai pericoli invisibili. In alcune culture primitive il cane, a causa della sua intelligenza e della facilità di apprendimento, viene considerato portatore di beni per la civiltà umana.
Esculapio ed Ermes (equivalente di Mercurio e di Thoth) erano accompagnati da cani, come più tardi i santi Uberto, Eustachio e Rocco.
Non va dimenticata la costellazione del Cane (Canis maior) la cui stella principale, Sirio, ha rappresentato per i popoli antichi un punto di riferimento essenziale.
Presso i Celti, cultura della quale è interessante notare la contiguità e l’assonanza con quelle norrene, il cane era accompagnatore di Epona, dea dei cavalli e della caccia in relazione al dio Nodens/Nuadu.
L’eroe delle leggende irlandesi dell’Ulster porta il nome di Cu Chulainn, il Cane di Culann. Cu Chulainn era figlio del dio Lug e di Eithne. La sua nascita terrena è il risultato della convivenza del re Conchobar con sua sorella Deichtire durante un viaggio nell’altro mondo; ha, come padre putativo, Sualtam e come padre adottivo il poeta Amorgen.
Queste quattro paternità lo rendono un’eroe comune all’interno dell’Ulster. Il suo primo nome è Setanta (”colui che è in cammino”); egli deve il suo nome definitivo alla sua prima impresa giovanile, l’uccisione del cane da guardia (o da combattimento) del fabbro Culann.
Cu Chulainn è il protagonista del grande racconto di Tain Bo Cualnge, che descrive diffusamente i duelli sostenuti dall’eroe nella difesa dei confini dell’Ulster.
Cu Chulainn impedisce il passaggio alle schiere delle altre quattro provincie dell’Irlanda, coalizzate contro l’Ulster e capeggiate dalla regina Medb.
Come dicono i francesi: “Tutto si tiene”.
E’ interessante qui notare che i Catari adoravano la Grande Creatrice, vergine celeste, nella Madre Mari (Amore), che era associata a Maria Maddalena. Un elemento, questo, di carattere sincretico, che ci riporta ai Templari (il cui grido di battaglia era Vivat Deus, Sanctus Amor), alla loro frequentazione dei Catari e ad un’altra fuga leggendaria in Egitto: quella della Maddalena, sposa di Cristo, arrivata in Francia con i suoi figli, dalla cui stirpe sarebbero derivati i Merovingi. Una leggenda alla quale sono legate altre vicende, come quella dell’abate Saunier, del Priorato di Sion e del Graal.
Torniamo ai Baschi.
Su il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza scrive: “L’Europa è stata attraversata da molte ondate migratorie, che però non hanno cancellato le vestigia dei primissimi insediamenti. Una chiave di questo enigma è stata proposta nel 1954 da Arthur E. Mourant, uno dei primi studiosi di “geografia dei geni”. Secondo la sua ipotesi, i Baschi, i più antichi abitanti dell’Europa, avrebbero conservato parte della costituzione genetica originaria malgrado i contatti successivi” .. “La lingua originaria basca è un caso estremo di relitto linguisitco evidentemente sopravvissuto a millenni di continui sconvolgimenti linguistici nelle regioni confinanti”.
I Baschi o Vasconi (denominazione latina dei Baschi dell’antichità) sarebbero dunque una sorta di fossile vivente, che ci riporta alla lingua europea originaria e ad uno scenario di circa 20 mila anni fa, che per parentele linguistiche e per simiglianza somatica (capelli rossi, pelle chiara, occhi chiari) accomuna genti del nord con gli antichi abitanti del Delta del Nilo. Roderick Grierson e Stuart Munro Hay, nel loro. “L’Arca dell’Alleanza” (Mondadori), riportano quanto asserisce il geografo armeno Abu Salih nel suo: “Chiese e Monasteri dell’Egitto e di alcuni paesi vicini”. Nel descrivere il trasporto dell’Arca dell’Alleanza in Etiopia durante alcune cerimonie religiose, il geografo precisa che essa era “curata e trasportata” da portantini che erano di “carnagione bianca e rossa, con capelli rossi”. Templari, come ipotizzano i due autori, o discendenti dei “Compagni di Horus”.
Chi erano, dunque, gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus?
A ben pensare potrebbero essere i compagni di Horus l’Antico, protettore del Basso Egitto, divinità che coabita con Neith “la Libica” e con Thot (Djehuti) nell’area del Delta. E Thot è il custode di un’antica conoscenza.
Gli Shemsu-Hor, antichi re-sacerdoti di età predinastica, potrebbero essere i sapienti di un mondo antico andato perduto: un mondo i cui abitanti erano uomini e donne dalla pelle bianca, dai capelli rossi, dagli occhi chiari. Uomini e donne la cui capigliatura fulva, assai differente da quella delle popolazioni africane, li fece assimilare ai leoni?
L’era del Leone è il tempo degli Shemsu-Hor?
Horus l’Antico è la “luce” di un mondo lontano? E Neith “La Libica” è, a sua volta, una divinità che ci riporta a quel mondo perduto di cui narravano a Solone i sacerdoti di Sais? E Thot (Djehuti) è il custode di un’antica conoscenza?
Chi erano gli uomini e le donne dai capelli rossi? Erano il popolo di Cro-Magnon, che aveva le stesse caratteristiche? E Libui (delta nilotici), Berberi, Tuareg, Baschi, Gianci sono ciò che resta di un’antica civiltà? Sono i figli di Atlantide (Avalon, Atalaya, Aztlan)? E gli antichi Danesi (il popolo di Dan, figlio della dea Dana) dell’isola di Helgoland erano discendenti della civiltà atlantidea, la mitica civiltà dei Cimmeri e degli Iperborei?
E Maria Maddalena, anch’essa raffiguarata con i capelli rossi fluenti, discepola e, per alcune tradizioni, sposa di Gesù, era appartenente all’antica stirpe atlantidea, come Gesù, solitamente rappresentato come un uomo alto, dalla barba e dai capelli rossi e dagli occhi chiari?
L’Europa, patria degli “Occidentali”
Su Elisabeth Hamel, Peter Foster e Theo Vennemann, in proposito scrivono: “Ricerche di genetica molecolare indicano che la maggior parte degli odierni europei ha antenati che vivevano in Europa già nell’epoca glaciale. E che, analogamente a quanto suggerito dagli studi linguistici, il ripopolamento d’Europa occidentale dopo la glaciazione ebbe prevalentemente origine dal “rifugio” nel nord della penisola iberica e nel sud della Francia”.
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Nella cartina a fianco, tratta da Le Scienze quaderni n.108 si vede come la mappa genetica mostri che il fattore Rh negativo sia assai comune tra i Baschi e meno comune andando verso Est. I dati indicano che i Baschi conservano tracce di una primitiva popolazione europea successivamente mescolatasi con gruppi etnici provenienti dall’Asia. |
Almeno tre quarti della popolazione odierna d’Europa discende in linea femminile dagli antichi europei, che sicuramente arrivarono dal Medio Oriente prima del culmine dell’ultima glaciazione, avvenuto 20 mila anni fa. “Secondo i nostri dati – scrivono Elisabeth Hamel, Peter Foster e Theo Vennemann – i più antichi europei devono essersi sviluppati circa 50 mila–80 mila anni fa in Asia Minore Ne segue che gli antichi europei si collocani sulla linea del moderno Homo Sapiens e non dell’uomo di Neanderthal. “ E continuano: “… dal punto di vista genetico i Baschi si differenziano dai restanti europei solo per il 25 per cento. Ciò significa – in completo contrasto con le teorie fino ad ora accreditate – che le popolazioni che giunsero in Europa durante il Neolitico influirono relativamente poco sul patrimonio genetico di quelle europee”.
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Le lingue indoeuropee sono diffuse dall’Irlanda all’India. Quasi tutte le lingue parlate in Europa fanno parte di questa famiglia. Tra le eccezioni ci sono finlandese, estone e ungherese, che appartengono al gruppo ugro-finnico e il basco, del tutto isolato.
Schema tratto da Le Scienze quaderni n.108 |
| Nel grafico de Le Scienze, n.407 si vedono le linee di direzione dell’espansione delle linee genetiche dopo l’epoca glaciale (cultura maddaleniana) . Tre quarti di tutti gli europei derivano in linea femminile da una popolazione che risale a epoca anteriore all’ultima glaciazione ed è strettamente imparentata con i Baschi. Molti tipi di DNA comuni in tutta Europa , in particolare “H” e “V” si sono diffusi in quel tempo dalla regione compresa tra la penisola iberica e la Francia meridionale. |

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Nelle due cartine sono rappresentate l’espansione (a sinistra) e la diffusione odierna del tipo genetico “V”. La regione in cui il tipo genetico «V» si ritrova più frequentemente è quella dei Paesi Baschi; esso diventa più raro via via che ci si allontana da questa zona. Ricorre ogni cinque Baschi
e circa ogni 20 Tedeschi. Nella popolazione lappone (non rappresentata nelle cartine) si ha una frequenza doppia rispetto ai Baschi. Nella Scandinavia settentrionale si tratta in ogni caso di una variante genetica che è diffusa in maniera significativa. |
“E’ possibile che la lingua vascone abbia avuto origine solo dai gruppi di sopravvissuti all’epoca glaciale nell’Europa sud-occidentale, uno degli ultimi teritori abitabili a nord dei Pirenei e delle Alpi. Quando i ghiacciai cominciarono a sciogliersi dopo il culmine dell’ultima glaciazione, 18 mila anni fa, queste popolazioni si spinsero a poco a poco verso l’Europa centrale e settentrionale”.
Il dato genetico è suffragato da quello linguistico.
La cittadina di Ebersberg - scrivono Elisabeth Hamel e Theo Vannemann su Le Scienze (n.407 del luglio 2002- è in Baviera e il suo nome in tedesco significa «monte del cinghiale», ma attenzione, avvertono i due autori, il significato oggi attribuito al nome della città è fuor-viante. La denominazione non risale al Medioevo e nemmeno all’epoca celtica, ma probabilmente ai Vasconi, un popolo che si insediò nella regione subito dopo l’ultima glaciazione, muoven-do dal sud della Francia.
Molti nomi di centri abitati, fiumi, montagne, valli e regioni in Europa, secondo Elisabeth Hamel e Theo Vannemann, potrebbero infatti “derivare da lingue pre-indoeuropee e in particolare, come risulta da studi recenti, dalla antica lingua basca. Ciò confermerebbe che un tempo quasi tutta l’Europa sia stata abitata da popoli imparenta-ti che gli odierni Baschi: i Vasconi, appunto, i Baschi dell’anti-chità secondo la denominazione latina”.
“La teoria - scrivono Elisabeth Hamel e Theo Vannemann - è stata confermata anche da studi genetici: gli at-tuali Baschi non sono affatto un gruppo «a parte», non imparen-tato con gli altri popoli europei. Al contrario: nell’intera popola-zione europea si ritrova in misura sbalorditiva una eredità gene-tica in comune con i Baschi. Questi risultati smentiscono le precedenti ipotesi relative ai modelli di insediamento in Europa durante gli ultimi 10-15.000 anni, all’indomani cioè dell’ultima glaciazione che ebbe il culmine 20.000 anni fa”.
Per lungo tempo gli scienziati non sono riusciti a rilevare alcuna parentela dei Baschi con le altre popolazioni euro-pee, discendenti in prevalenza - secondo l’interpretazione attua-le - da popolazioni giunte in Europa dall’Asia centrale o dal Me-dio Oriente, non più tardi di 10.000 anni fa; popolazioni che ave-vano portato con sé l’economia rurale e le lingue indoeuropee. Si riteneva che gli indoeuropei, con la loro superiorità numeri-ca, avessero assorbito o soppiantato la popolazione indigena.
“Già nel XIX secolo – scrivono i due autori - i linguisti scoprirono che molti nomi di fiumi, torrenti e laghi erano estremamente antichi, e da tempo era noto che le prime popolazioni usassero dare agli elementi geografici del loro ambiente nomi che ne indicavano solamente la natura, come «fiume», «montagna», «acqua», senza alcuna al-tra connotazione; le popolazioni più recenti ripresero poi il toponimo senza capirne il significato. Nel caso singolo, comunque, è spesso difficile riconoscere da quale livello idiomatico provenga il nucleo verbale delle odierne denominazioni europee. I nomi dei centri abitati, invece, sono stati sempre considerati molto più recenti. Secondo alcuni studiosi, molti nacquero agli inizi dell’epoca storica, e varie fonti testimoniano un’origine medioevale”.
“Per i nomi dei fiumi e di altri elementi geografici – continuano Hamel e Vannemann - vale la rego-la che siano tanto più antichi quanto più sono frequenti. In tutta Europa molti nomi di corsi d’acqua conservano in maniera evi-dente uno stesso nucleo verbale: si trovano nomi in al-/alm-, come Aller, Alm o anche Elz, un tempo Alantia. Un altro gruppo è costituito dai nomi in var-/ver-, che si ritrovano per esempio in Werre o Warne. Altrettanto numerosi sono i nomi in sal-/salm-, come la Saale. Esiste poi un grande gruppo di nomi in is-/eis-, come Isar e Isarco, e in ur-/aur-, come Urach e Aurach. La stessa cosa vale però anche per molti nomi di città. L’elen-co dei codici di avviamento postale in Germania registra 7 co-muni che si chiamano Ebersberg, 9 Ebersdoif, 16 Ebersbach. In totale sono elencati 80 nomi di città che iniziano con eber. Anche in Francia si trovano decine di città con analoghi ele-menti verbali; condizionati dalla diversa area linguistica, i nomi suonano leggermente diversi. Comunque Ebréon, Ibarolle, Evru-ne, Ivry, Ivors, Averdon, Avricourt, Avrolle, Yvré e molti altri si possono ricondurre, secondo le nostre ricerche, alle stesse radici linguistiche”.
“Che i nomi dei centri abitati a nord delle Alpi, dall’Europa centrale fino alla Gran Bretagna e alla Scandinavia meridionale, mostrassero una sorprendente impronta comune – fanno osservare i due autori - era parso de-gno di nota già a metà del secolo scorso al linguista Hans Krahe (1898-1965). Egli considerava questi nomi «fossili… di un’epoca antica e spesso da lungo tempo trascorsa» e ne cercava le radici nelle antiche lingue indoeuropee. Si trattava di deduzioni spesso poco soddisfacenti, tanto più che gli Indoeuropei giunsero in Europa relativamente tardi. Secondo l’archeologo inglese Colin Renfrew, queste popolazioni non erano altro che i primi agricol-tori europei, con i quali cominciò l’ultima fase dell’Età della pie-tra, ossia il Neolitico. Se si suppone che molti toponimi d’Europa abbiano avuto origine da popolazioni precedenti agli Indoeuro-pei, poi scomparse, bisogna prendere in considerazione anche i gruppi insediatisi in Europa subito dopo l’ultima glaciazione. I primi agricoltori iniziarono a colonizzare il continente euro-peo solo 7000 anni fa, ma i territori spopolatisi nell’ultima glaciazione erano stati ripopolati molto prima: il primo insediamen-to noto agli archeologi successivo al culmine della glaciazione si : trova nella regione tedesca di Freiburg e risale a oltre 18.000 anni fa. Non c’è dubbio che queste popolazioni avessero dato un : nome ai fiumi e alle località dei loro dintorni: non si può quindi escludere che alcuni toponimi risalgano a quell’epoca”
“L’attribuzione agli Indoeuropei dei nomi dei corsi d’acqua si scontra – dicono Hamel e Vannemann - anche con il fatto che in Spagna alcuni di questi nomi contengono elementi verbali presenti in Europa a nord delle Al-pi: gli Indoeuropei, infatti, si spinsero così a sud-est solo nel I millennio a.c. Secondo i linguisti alcuni nomi di fiumi iberici derivano dal basco; noi sosteniamo che ciò sia vero anche per i nomi dei corsi d’acqua nel resto d’Europa. Il vocabolario basco contiene infatti i caratteristici elementi lessicali - is, ur e ibar (tutti con un riferimento semantico all’acqua) - che si riscontra-no in molti nomi di fiumi europei. Un ulteriore indizio della derivazione basca è dato dalle voca-li presenti in questi nomi. Quasi la metà degli antichi nomi di fiume inizia con una vocale, nella maggior parte dei casi una a (talvolta solo in una forma nominale antica); e in ogni caso i nomi contengono molto spesso la lettera a. Anche la i o la u ri-corrono spesso nei nomi di corsi d’acqua. Tutto ciò è atipico per l’antico indoeuropeo: in questa lingua raramente le vocali erano all’inizio delle parole e quelle più frequenti erano la e e la o. Nel basco, al contrario, circa un terzo delle parole inizia per a, e molte contengono alloro interno una o più a. Anche la i e la u all’inizio delle parole sono molto frequenti”.
Un gruppo di ricerca della Ludwig-Maximilian Universitat a Monaco di Baviera ha iniziato a esaminare con lo stesso criterio l’origine dei nomi di centri abitati, individuando - di nuovo - un rapporto con parole o elementi verbali baschi. E in effetti non è raro incappare in vocaboli baschi usati come toponimi o all’in-terno di essi, specie nel caso di città situate in una posizione fa-vorevole, per le quali si può supporre una certa antichità.
“Spesso – fanno osservare i due autori dell’acurato studio linguistico pubblicato da “Le Scienze “ - nel nome dei corsi d’acqua e delle strutture del pae-saggio si nasconde un’antica parola che significa «acqua», «cor-so d’acqua» o che indica la forma del paesaggio. Ritorniamo al-l’esempio del vocabolo «eben». Una delle città in eber-, Ibarolle, si trova in una valle dei Pirenei. Poiché la parola basca ibar signi-fica «valle, foce del fiume», già in passato i linguisti attribuirono questo significato al nome. E l’Ebrach, sul quale si trova Ebers-berg dell’Alta Baviera, si chiamerebbe semplicemente «fiume», o meglio «fiume-fiume» perché il suffisso -ach altro non è che la parola dell’antico alto tedesco per «fiume» (e si noti la parentela con il latino aqua). Le nostre ricerche indicano come molte delle città in eber- abbiano nomi da ricondurre a una popolazione di lingua vascone. Millenni dopo popolazioni di lingua diversa mutarono il nome in modo che avesse per loro un senso: il ba-sco ibar divenne così in tedesco ebcr. Molti altri nomi di città si possono comprendere facendo riferimento all’acqua: per esem-pio, le molte denominazioni che contengono l’elemento is. In basco questa sillaba, usata soprattutto nelle parole composte, si-gnifica «acqua» o «corso d’acqua». In Baviera si trovano le cittàdi Ismaning (già Isamaninga), Ism (sull’Isen, un tempo Isana) ed Eisolzried (già Iso1tesried); in Svizzera le città di Ism e Isel. Abbiamo comunque rilevato anche nomi che hanno altri rife-rimenti: la parola basca aran significa «valle». Denominazioni che contengono questo elemento lessicale sono diffuse in tutta l’Europa. Nell’Inghilterra meridionale si trova la città di Arundel, in Norvegia - e anche in Svezia - Arendal. In Germania c’è una dozzina di città come Arnach, Arnsberg, Arnstem, Arensburg, Ahrensburg. Anche Ohrenbach nell’Odenwald, che un tempo si chiamava Aranbach, si può annoverare tra queste, e altrettan-to Mohrenstein, nell’Alto Palatinato, un tempo Marnstein (da «am Arnstein», ossia «sulI’Arnstein»). Secondo la tradizione popolare alcune di queste città prendo-no il nome da una persona, tale Arno. Ma ciò suona strano: di solito sono le persone a trarre il nome dal luogo di origine, e non viceversa. Altre città in arn- derivano apparentemente il lo-ro nome da Aar, il «nobile» (in antico alto tedesco arn). Allo stato attuale delle ricerche, tutte le città in arn si trovano in zone alle quali si addice la parola basca arano Anche Ahrens-felde (presso Ahrensburg), nell’Holstein orientale, si trova al margine di una valle, attualmente parte di un’area protetta”.
“Anche altri nomi di luogo – scrivono Hamel e Vannemann - sembrano essere molto più antichi di quanto attestino le etimologie tradizionali, sebbene a volte ciò susciti reazioni indignate, come è accaduto quando è stato mes-so in dubbio che Monaco di Baviera derivasse il nome dalla pre-senza di monaci. Verosimilmente, però, Monaco non fu fondata in epoca cristiana: già prima vi era una Munica, (da città sulla ri-va). La parola basca mun (nella forma arcaica, bun) significa «ri-va», «scarpata», «rialzo del terreno». La Monaco antica si trovava su una collina sull’Isar, la Petersbergl. La forma più arcaica del-l’elemento bun potrebbe essere sopravvissuta nella parola greca bouno, «montagna», in greco antico bounos, «collina», che, secon-do un’interpretazione, è una parola mutuata da un’altra lingua. Tutto ciò conferma la teoria secondo cui gli antichi Europei che attribuirono questi nomi parlavano una lingua imparentata con il basco. Devono essere sopravvissuti all’epoca glaciale in un «rifugio» nell’Europa meridionale, sviluppando una lingua comune. L’unico territorio dell’Europa occidentale che può aver assolto questa funzione di rifugio si trova al confine tra la Fran-cia e la Spagna: sono i Paesi Baschi”
“Gli antichi Vasconi, però- fanno notare i due autori - non lasciarono ai posteri solo deno-minazioni geografiche. In molte regioni vi sono ancora tracce del loro antico sistema di numerazione. Gli Indoeuropei portarono con sé il sistema decimale, ma i Baschi ancora oggi contano con un sistema in base venti”.
Anche il danese conserva questo antico metodo di numerazione.
“A conclusioni sbalorditivamente simili – sostengono Hamel e Vannemann - si può arrivare anche per altra via. Ricerche di genetica molecolare indicano che la maggior parte degli odierni Europei ha antenati che vivevano in Europa già nell’epoca glaciale. E che, analogamente a quanto suggerito dagli studi linguistici, il ripopolamento dell’Europa occidentale dpo la glaciazione ebbe prevalentemente origine dal «rifugio» del nord della Penisola iberica e del sud della Francia”.
“È possibile – aggiungono i due autori - che la lingua vascone abbia avuto origine solo dai gruppi di sopravvissuti all’epoca glaciale nell’Europa sud-occi-dentale, uno degli ultimi territori abitabili a nord dei Pirenei e delle Alpi. Quando i hiacciai cominciarono a scio liersi dopo il culmine dell’ultima laciazione, 18.000 anni fa queste popolazioni si spinsero a poco a poco verso l’Europa centrale e setten-trionale. Erano territori pressochè spopolati, e i nuovi arrivati diedero ai fiumi, alle montagne, alle valli e alle paludi nomi “naturali” della loro lingua. Portavano con sé la cultura maddale-niana, che si diffuse a est fino alla Moravia e alla Turingia. Nel-la Germania settentrionale si sviluppò una cultura di cacciatori di renne che arrivò fino alla Pomerania e alle Isole Britanniche. Ancora oggi moltissimi nomi di corsi d’acqua dell’Europa orien-tale si possono probabilmente riferire a varianti del vascone. Anche nella lingua tedesca odierna il vascone ha lasciato tracce. Land (terra, paese) secondo un’antica interpretazione è una parola mutuata dal vascone, e anche Harn (urina), Schenkel (coscia), Garbe (covone), Mure (colata di fango), Anger (prato), Haken (gancio), Krapfen, Latte (asticella), Laden (bottega), Ei-svogel (martin pescatore) - antico fs-anI - e Senne (pascolo alpi-no) potrebbero appartenere a questo gruppo. In parte queste pa-role derivano però dal latino: Kiise (formaggio), dal basco gazi, «salato», arrivò al tedesco attraverso il latino caseus. Il latino mons, «montagna», e grandis, «grande», dovrebbero essere paro-le mutuate dal vascone. Anche l’antica regola che si debba sem-pre accentare la prima sillaba di una parola potrebbe derivare dal vascone; tale regola ha interessato tutte, e solo, le lingue svi-luppatesi da est a ovest: il germanico, il celtico, il latino più an-tico e l’etrusco, una lingua non indoeuropea”.
“Non stupisce – asseriscono Hamel e Vannemann - trovare elementi baschi in Africa settentrionale”.
Comunque le lingue vasconi non sono le uniche , secondo i due autori, ad aver lasciato tracce in Europa. “I filologi hanno scoper-to più di un secolo fa influssi delle lingue camito-semitiche in Europa occidentale. Da ciò si può dedurre che, durante la prei-storia, alcune popolazioni le portarono nel nostro continente spingendosi lungo le coste fino all’Europa settentrionale: la sto-ria del popolamento europeo ha ancora in serbo molte sorprese”.
Vediamo ora, dopo questa lunga citazione di uno studio difficilmente riassumibile, perché già sintetico, quanto Elisabeth Hamel, questa volta in un articolo firmato con Peter Foster, afferma in relazione al lavoro di vari studiosi nel campo genetico.
“Il risultato più importante – scrivono i due autori - deriva dalla scoperta che almeno i tre quarti delle odierne popolazioni d’Europa discendono in li(nea femminile direttamente dagli antichi Europei, che sicuramente arrivarono dal Medio Oriente prima del culmine dell’ultima glaciazione, avvenuto 20.000 anni fa. Secondo i nostri dati, i più antichi tipi europei devono essersi sviluppati circa 50-80.000 anni fa in Asia Minore. Ne segue che gli antichi Eu-ropei si collocano sulla linea del moderno Homo sapiens e non dell’uomo di Neandertal. Probabilmente questi antichi Europei furono in grado di so-pravvivere al periodo più critico della glaciazione solo nei “ri-fugi” climaticamente più favorevoli, i più importanti dei quali si trovavano in Ucraina e nell’Europa sud-occidentale. Come abbiamo indicato, una parte considerevole delle popolazioni che si insediarono nell’Ovest e nel Nord del continente dopo la glaciazione (secondo la datazione genetica 10-15.000 anni fa) proveniva proprio dall’Europa sud-occidentale: dal punto di vista genetico i Baschi si differenziano dai restanti europei so-lo per il 25 per cento. Ciò significa - in completo contrasto con le teorie finora accreditate - che le popolazioni che giunsero in Europa durante il Neolitico influirono relativamente poco sul patrimonio genetico di quelle europee”.
“Meno di un quarto degli Europei – dicono Hammel e Foster - avrebbe, in linea femminile, antenati che arriva-rono in Europa meno di 10.000 anni fa. In queste popolazioni immigrate, che furono probabilmente i primi agricoltori e alle-vatori di bestiame, è possibile riconoscere varie ondate, ossia linee genetiche di diverse età: in Europa occidentale si delinea una linea di discendenza che risale a 10.000 anni fa, e in Euro-pa centrale una che risale a 6000 anni fa”.
Scrittura megalitica e sistemi di misura
Nel 1996, “The Sunday Times”, in un articolo dal titolo “Bronze-Age Script?”, a firma di J .Leake e di S.Howard, scrisse che gli archeologi avevano
“L’articolo - scrivono Christopher Knight e Robert Lomas, nel loro lavoro: “La civiltà scomparsa di Uriel” - proseguiva spiegando come tale civiltà arcaica fosse rimasta schiacciata dalla potenza soverchiante della macchina militare romana, perdendo anche la battaglia degli alfabeti, a vantaggio di quello latino” e riferiscono di un commento del professor William Waldren, archeologo dell’Università di Oxford, il quale asserisce:
Knigth e Lomas riferiscono che i segni usati vengono descritti nell’articolo come “incisioni di linee verticali, orizzontali e diagonali, cerchi e motivi formati da puntini, simili al lineare A. III Nel 1983 Martin Brennan ha pubblicato uno studio condotto su 360 pietre incise di epoca megalitica (dal 4.000 al 2.500 a.C circa) trovate in Irlanda rilevandone le frequenze e le tipologie dei segni, molto simili a quelle delle prime iscrizioni di Uruk e a quelle di alcune tavolette di argilla provenienti dalla Transilvania (Tartaria), datate 4.000 anni a.C. (segni di Vinca).
Ora, sia i segni irlandesi, sia quelli di Tartaria sono, a quanto pare, anteriori alle più antiche iscrizioni sumeriche.
Inoltre, Knight e Lomas fanno notare come la “Tavola di Gradesnica”, trovata a Vratsa, nella Transilvania, risalente a un’epoca tra i 6.000 e i 7.000 anni a.C e come un sigillo di 5.500 anni fa (3.500 a.C) rechino incisioni simili a quelle sumeriche e a quelle delle iscrizioni megalitiche.
Dunque, una civiltà megalitica, anteriore a quella sumerica, possedeva un sistema di scrittura e, stando allo studio dei due autori ampiamente citati, anche un sistema di misurazione, la iarda megalitica, pari a 82,966 centimetri (32,64 pollici), che univa lo spazio e il tempo.
Prendiamo ora in esame la circonferenza, tipico strumento di misura del tempo. Un secondo di arco megalitico, riportato sulla superficie terrestre, ossia trasposto da misura circolare e del tempo in misura lineare di spazio, corrisponde a 366 iarde megalitiche. Sei secondi fanno un minuto, ossia 2.190 iarde (miglio megaliti- co). Un grado è pari a 60 miglia megalitiche, ossia 21.960 in totale.
Convertendo in chilometri, si ottiene la cifra di 40.009,98 (la circonferenza della Terra, misurata con i moderni metodi, è 40.010 chilometri).
Sorge, ovviamente, una domanda: da dove viene una conoscenza così sofisticata?
L’astrofisico Vittorio Castellani, che ha approfonditamente studiato l’evoluzione geologica dell’Europa occidentale, in merito alla civiltà megalitica, trae la con- clusione che in essa sia confluita una tradizione risalente al nono millennio e riporta, l’opinione di W.Muller, secondo il quale, attorno al 5.000 a.C.
La civiltà della Dea
Emerge dalle nebbie della storia una civiltà megalitica vasta, complessa, sulla quale con ondate di migrazioni successive si sono sovrapposte popolazioni indoeuropee provenienti dall’Est. Una civiltà che ha come ultime testimonianze linguistiche il basco e che è riconoscibile geneticamente nella predominaza del fattore Rh negativo.
L’antropologa Marija Gimbutas la chiama la “Vecchia Europa”. I suoi abitanti, principalmente agricoltori e cacciatori, costruivano case rettangolari a più stanze e formavano centri urbani anche dell’estensione di 200 mila metri quadrati.
In questa “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i due sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili e su tutto vegliava il mito di una Grande Madre, raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità.
Siamo, dunque, in presenza di una società matriarcale, sulla quale gli indoeuropei, pastori-guerrieri si sovrapposero e al posto della Dea Madre, legata alla terra, alla rigenerazione e alla rinascita, misero divinità maschili: dei della guerra e della forza, impositivi, punitivi.
E’ questa una civiltà le cui popolazioni, dopo un periodo che le ha portate a rifugiarsi in alcune enclave ridottissime, hanno ripopolato, dal 20 mila avanti Cristo l’Europa e parte del Nord Africa. E’ da questa popolazione o dai suoi antenati, il cui ricordo scompare nelle nebbie iperboree, che hanno avuto origine i racconti che i sacerdoti di Sais hanno trasmesso a Solone? E Horus l’Antico, Neith, Thot, gli Shemsu-Hor, sono legati a questa antica origine?
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