I Danesi (Daneis): la storia
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Le radici della famiglia, più recenti e documentate attraverso i registri parrocchiali (Parrocchia di S.Colombano in Parzanica, Sarnico ed altri), risalgono al 1.400.

In un documento dell’archivio parrocchiale di Sarnico, datato 1 agosto 1461, si trova testimonianza della presenza di ” … Augustino filio Bartholomei olim altrius Augustì de Castello sive Civitatis Parzani, omnibus habitantibus decti loci de Sarnici et omnibus pergamenibus notis et Daneis …”. (si tratta dunque di un Augustino figlio di Bartolomeo, altrimenti detto Augustì de Castello, cittadino di Parzanica, noto come Daneis).
"Dagli atti parrocchiali a nostra disposizione già nel 1.500 le famiglie degli Zanni, dei Tonni, dei Danesi e dei Cristinelli avevano possesso dei campi, dei boschi e soprattutto del numeroso bestiame, in particolare pecore, che nei tempi antichi significavano potenza".

Nelle ricerche effettuate dal Comune di Parzanica e pubblicate in un libro edito dal Comune stesso, si fa risalire l'origine più antica dei Danesi all’ottavo secolo (700), allorquando i Danesi (Danése, Daneis) di Parzanica giunsero nell'area sebina dopo che le terre di Valle Camonica e dell'Iseo, per decreto reale di Carlo Magno, furono assoggettati al monastero di Tours. Nel saggio storico del Comune di Parzanica si fa esplicito riferimento ad "abati e monaci, alla testa di soldati", che "vennero a combattere l'arianesimo longobardo, tutti provenienti da Nord, per cui l'appellativo di danesi".


I Danesi vengono inoltre definiti: "discendenti di quei frati o soldati provenienti dal Nord Europa".
Nel testo di Parzanica si fa anche riferimento al monaco Colombano, il quale, nel 600, seguito da compagni Irlandesi e Danesi, si stanziò in Italia, nel monastero di Bobbio, per combattere l'arianesimo che negava la Trinità. Tra il S.Colombano che giunse a Bobbio nel 600 e il monastero di Tours ci sono legami profondi, se si considera che il monaco irlandese, nipote di S.Columba di Jona, prima di arrivare in Italia si recò a rendere omaggio alla tomba di S.Martino, assieme al suo confratello S.Gallo e a Tours soggiornò per un certo periodo.


Torniamo ai Danesi, o meglio, ai Danése (il cognome cambia verso la forma arcaica all'inizio del 1.700) o Daneis (come nel documento del 1.400). Nel "Dizionario dei cognomi italiani" di Emidio De Felice, si legge: Danése. Varianti: Danési, Danise e Danisi, Dainése e Dainési. Alterati: Danesini e Danésin. Cognome diffuso in tutta l'Italia peninsulare, con più alta frequenza in Lombardia e nel Veneto (dove è specifico Danésin): la variante Danise è propria del Sud. Ha alla base il nome Danése, documentato e frequente già nel XII secolo, introdotto e affermatosi in Italia con la letteratura epica francese del ciclo carolingio e, specialmente, con i poemi "La chanson de Roland" e quindi "Ogier de Danemarche", che ebbero larga diffusione, anche in adattamenti e rielaborazioni locali, specie in Lombardia, nel Veneto e in Toscana. L'eroe di questi poemi è Ogier o Oger de Danemarche o li Daneis, denominato anche “li Daneis Ogier”, italianizzato in Uggeri il Danése, un vassallo di Carlo Magno, figlio del re di Danimarca, che passò dalla parte del nemico di Carlo, Desiderio, re dei Longobardi. In qualche caso isolato Danése può riflettere direttamente anche il patronimico di Danimarca, cioè Danése, "abitante, oriundo della Danimarca".
Interessante, nella descrizione di Emidio De Felice, non solo la forma arcaica Danése, intesa come originaria, ma anche il riferimento ad Uggeri il Danése (Daneis), per il suo legame con Desiderio e, dunque, con l'area bresciana.
In ogni caso, sia l’abazia di Tours, sia Uggeri il Danése erano vassalli di Carlo Magno e hanno avuto legami con aree geografiche tra loro molto vicine, come la bresciana, la camuna e la sebina.


Chi erano i frati di Tours? Nella “Guide du pèlerin” edita nel maggio del 1996 da Denis Jeanson, a Tours, in occasione della visita del Pontefice e distribuita nell’attuale basilica di San Martin (quindi testo ufficiale), a proposito della comunità dei monaci si legge: “Lo statuto della comunità resta molto impreciso sulle sue origini. L’abate di cui parla Gregorio di Tours (nella sua storia dei Franchi, ndr), sembra essere un semplice servente la tomba del vescovo e della chiesa nella quale egli si trova. Anzitutto, gruppi di clerici sottomessi a questo abate martyraire, prima del 640, ricevettero l’ordine dalla regina Batilde di adottare la regola benedettina. Al IX secolo si dicevano talvolta monaci, talvolta canonici, talvolta né l’uno né l’altro. Carlo Magno incaricò Alcuino di riportare questa comunità nella regola comune, ma egli fallì. Dall’806 la lettera di papa Leone III all’abate Wilfardo, suo successore, prova che i monaci avevano cessato tutta la vita in comune. Il diploma di Luigi il Pio dell’818, sotto l’abate Fridugise (807-834) indica che San Martino, rimanendo abazia reale di nome, di fatto era una collegiale di 200 canonici secolari, formazione intermedia tra i monaci e il clero secolare. Nell’848 tutti i membri si dichiarano di diritto canonici secolari. Dopo la ricostruzione della basilica, la comunità si compone di un rettore e di cappellani, il cui numero varia seguendo i bisogni pastorali dei pellegrini”. I monaci di Tours, dunque, erano dei canonici che operavano nell’ambito di un’abazia reale. E’ da presumere che i Danesi venuti a Parzanica facessero parte delle truppe di Carlo Magno e di Uggeri il Danese (Daneis) e che siano rimasti a presidio delle terre donate all’abazia reale di Tours.


Chi era Uggeri il Danese?
Uggeri il Danese, Ogier o li Danéis, denominato anche li Danéis Ogier, nella Chanson de Roland è un personaggio eminente: se non figura fra i dodici Pari che cadono a Roncisvalle, è però ancora a fianco di Carlo Magno nel grandioso scontro finale con l'emiro di Babilonia. Meglio ancora, è protagonista di una delle più belle canzoni della cosiddetta "gesta dei vassalli ribelli": vittima di un'ingiustizia da parte di Carlo Magno, lo combatte con disperato eroismo, prima di giungere alla rinconciliazione finale. Uggeri, infatti, figlio del re di Danimarca e vassallo di Carlo Magno, si alleò con Desiderio, re dei Longobardi.
La forma arcaica del cognome Daneis, oltre a trovare riscontro nell’appellativo di Ogier, è vicino alla forma bretone (quindi di derivazione celtica): Dan o Daniez al maschile e Daned Daniaza al femminile.
A maggiore sottolineatura della derivazione dei Danesi di Parzanica da uomini legati alle truppe di Carlo Magno e di Uggeri, ci soccorrono il simbolo di clan e i soprannomi ancora in uso nel 1.700: Dandanes, Purja, Gavel. Nello stemma vediamo un cane che tiene la zampa alzata a protezione del giglio, simbolo della monarchia francese.
Il cane nel mondo celtico e norreno è associato al guerriero. I termini di origine celtica ki, gi, kon, cù entrano nei cognomi dei guerrieri. Konan Mariadeg è il fondatore leggendario della Bretagna. Quello di “cane” è un appellativo elogiativo per i guerrieri che dimostrano di avere l’ardore dei cani da combattimento. C’è ancora chi, nei giorni nostri, chiama i Danesi Candanés.
Il “cane” guerriero Danese ha la zampa alzata a protezione del giglio, simbolo dell’Imperatore Carlo Magno e, più in generale, delle case regnanti di Francia.
Lo stemma indica pertanto lo status del Daneis: guerriero valoroso al servizio di Carlo Magno.
In Bretone, lingua celtica continentale, Dandan significa rosso (dandan en oabl = il cielo rosso all’orizzonte). Quindi Dandanes può ben siginificare Daneis il rosso.
Purja (Pörgia o Börgia, in dialetto) lo troviamo nel Bretone purj, purjan, dal significato sufficientemente chiaro: purgare, scontare una pena. E’ facile l’associazione con la prigione, la Börgia, solitamente associata alla residenza del Bargello (Bargileus).


Qui è necessario un inciso. A Parzanica esiste la Contrada del Valzello. Il suo nome potrebbe derivare da bargello (bargileus, funzionario di Carlo Magno). Il bargello indicava, nei comuni medievali, il palazzo con adiacente prigione, in cui risiedeva il magistrato e, al contempo, era il magistrato stesso, incaricato dei servizi di polizia (capo degli sbirri, poliziotto). Bargello, varzello, valzello. Il Valzello era, dunque, la strada dove risiedeva il Bargileus, ossia il Daneis fedele a Carlo Magno, funzionario di polizia, quindi responsabile della Börgia.
In questo direzione ci soccorre il fatto che nella piazza di Parzanica, dove anticamente si giocava al gioco della palla, c’era un edificio antico, di proprietà dei Fenaroli, che recentemente ha subito l’onta dell’incendio ed è stato demolito, che veniva chiamato Börgia.
Non dobbiamo scartare, a proposito del soprannome Purja, anche l’ipotesi di uno o più Daneis imprigionati, in quanto fedeli a Uggeri e, pertanto, passati dalla parte dei Longobardi ariani. Va sottolineato che i Longobardi sono popolazione di origine danese e che, pertanto, non deve essere stato difficile per le truppe danesi trovare con loro intesa negli usi e nei costumi.
Il soprannome Purja potrebbe pertanto riferirsi a qualche Daneis incarcerato a Parzanica (nella sede del barigildo c’era anche la prigione), in quanto passato (come Uggeri il Danese) dalla parte dei Longobardi (Desiderio). Il soprannome potrebbe dare sostegno alla vox populi, che ancora oggi parla di Danesi fuggiaschi. La pena, ovviamente, si sarebbe estinta con il ritorno di Uggeri (e di conseguenza dei suoi fedeli) nelle file di Carlo Magno.


Parzanica potrebbe essere, dunque, stata sede di vari ceppi di Danesi (soprannome collettivo dei soldati al servizio di Carlo Magno).
Vediamo ora il soprannome Gavello, indicante il luogo di provenienza (l’Acquaiolo, frazione di Parzanica). Gavello è legato a Gae, termine celtico che indica l’acqua (fiume, canale, paese bagnato da fiume). Gave in francese (Pirenei) significa torrente.

I rapporti dell’area con il mondo celtico sono stati costanti nel tempo. Dobbiamo considerare che Tours, oltre ad essere sede dell’abazia reale dedicata a S. Martino, è stata un centro di passaggio fondamentale per la via che va a Compostella (Campus Stellae), percorsa, prima che dai pellegrini cristiani (simbolo la conchiglia di S.Giacomo), dai Celti (simbolo il piede dell’oca, la stessa oca che, sia detto per inciso, fece scoprire, starnazzando, S.Martino quando si era nascosto per evitare di essere nominato vescovo). L’oca era animale sacro ai Celti e seguiva dappresso il druida. Tours è rimasto centro importante di passaggio durante la ricristianizzazione d’Europa ad opera dei frati irlandesi (San Columba e San Gallo si fermarono a Tours, prima di scendere in Italia) e, nel Medioevo, è stato a lungo riferimento essenziale per le vie commerciali che univano l’Italia all’Irlanda, tra le quali, quella della lana, che aveva nel bergamasco (ad esempio nel mercato di Vertova) importanti punti di approdo (non a caso il monastero di San Patrizio di Colzate è stato fondato dagli “irlandesi”). I rapporti con il mondo celtico (irlandese, cornico e bretone) sono pertanto rimasti vivi nei secoli e non deve sorprendere che molti termini della lingua gaelica siano presenti nei toponimi e nei cognomi.


Gli abitanti dell’Acquaiolo, ancora ai nostri giorni vengono definiti Bargiöi, ossia Bargelli. Il termine, per inversione del significato, come spesso accade, da quello di funzionario e, per estensione, di guardiano, è passato a quello di briccone. Nelle dispute tra gli abitanti di Parzanica (peraltro Guelfi) e quella dell’Acquaiolo (Ghibellini) e nella rivalità di contrada che è durata sino ai nostri giorni, il termine di Bargiöi ha assunto un tono canzonatorio, ma rivela appieno la propria origine, sottolineando la funzione di Parzanica come sede del Barigildo di Carlo Magno.

La storia della Valcamonica e del Sebino ci dice che ben presto l’occupante Daneis si è accasato e amalgamato con la popolazione locale. Dopo 200 anni di dominazione Longobarda la Valle Camonica e il Sebino furono occupati, nel 764, dalle truppe dei Franchi di Carlo Magno, che ottennero un vittoria sui Longobardi.Dieci anni dopo, nel 774, lo stesso re franco affidò le terre conquistate, come feudo, all’abazia reale di Tours. I privilegi di questo grande monastero durarono incontrastati e più volte vennero riaffermati dai successori di Carlo, fino all'anno 837. In quell'anno, poco tempo dopo la morte di Carlo, si erano già rapidamente indebolite le strutture centraliste del suo vasto ma composito Impero e i suoi successori diretti e i grandi feudatari avevano di fatto già dissolto il Sacro Romano Impero in tanti piccoli regni, ducati, contee e marchesati, quando, in seguito ad un contrasto politico-religioso-territoriale tra Ludovico il Pio (protettore dell'abazia di Tours) e Lotario, alcuni possedimenti camuni vennero rivendicati da quest'ultimo al Monastero di San Salvatore di Brescia. La diatriba continuò a lungo e solo cinquant'anni dopo, nell'887, Carlo il Grosso riconfermò a San Martino di Tours il possesso, i privilegi e l'infeudamento delle terre camuno-sebine. Tale conferma fu poi rinnovata, il secolo dopo, nel 998, da Ottone III.

Tuttavia, ormai il dominio della potente e ricchissima abbazia francese sulla valle stava per terminare, sia per la lontananza geografica, sia perché gli inviati e delegati del monastero erano divenuti essi stessi "camuni" a tutti gli effetti, sia perché i rapporti tra i vari monasteri satelliti sorti nelle terre date in feudo e la casa madre si erano, poco per volta, resi aleatori e poi completamente spezzati.

Dunque, il controllo diretto dalla lontana terra di Francia, era andato progressivamente diluendosi e poi estinguendosi e questo stato di fatto tornava logicamente a tutto vantaggio del Vescovo di Brescia, massima autorità politico-religiosa, che raccolse l'importante eredità dell'infeudamento carolingio.