Radici a Parzanica, nato a Nigoline, Vescovo a Cremona, "padre" degli emigranti.
GEREMIA BONOMELLI,
LO SGUARDO SUL MONDO

Don Primo Mazzolari lo definì: "Uomo di grandezza insopportabile dai nostri tempi imbecilli".

Perché i Parzè si sentono legati alla storia di monsignor Geremia Bonomelli, nato a Nigoline nella Francia Corta il 22 settembre 1831 da Giacomo Bonomelli e da Antonia Lucia Zanola, contadini? Per il fatto, questa la semplice risposta,che monsignor Geremia Bonomelli ha le sue radici a Parzanica.
Sul libro dei nati della parrocchia di Parzanica (1684-1903), un ricercatore tenace, ai dati del battesimo di "Giovanni, di Pietro Bonomelli, detto de Riz", nato il 9 dicembre 1734 e di Marta Fusini della Parrocchia di Viadanica, (padrino il nobile Orazio Ardenghi), aggiunge: "Maggiori antenati del Rev.mo mons. Geremia Bonomelli, Vescovo di Cremona"(1). Anche lo storico locale monsignor Paolo Guerrini, nella sua monografia: "La Patria e la Famiglia di monsignor Geremia Bonomelli, 1831-1914", Ed. Roma, 1940, afferma essere noto che i Bonomelli di Nigoline siano discesi da Parzanica al paese della riviera bresciana del lago d'Iseo. A questi si aggiunge Giuseppe Gallina, il quale, nella sua grande ricerca: "Il problema religioso nel Risorgimento e il pensiero di Geremia Bonomelli"., Roma, 1974, Ed. Università Gregoriana, conferma la conclusione di Paolo Guerrini.

Infatti, nel paese di Parzanica, nella la zona più antica "del Varzèl", c'è una casa con corte, sul cui portone c'è uno stemma sinaitico dei dieci comandamenti, che qualche anno fa aveva altri particolari simbolici, poi caduti. Questa casa è chiamata " la cà del Vescof." Per gli anziani (biblioteca vivente) era il memoriale degli antenati di monsignor Geremia Bonomelli. Da non confondere con gli antenati di un altro vescovo, Pellegrino-Corna, nato a Pisogne, con antenati a Parzanica nella frazione di Portirone. Altro elemento confermante, sono i rapporti mantenuti tra i Parzè e Nigoline. Per esempio, come ricorda la nipote Gerolama, che vive ancora nella casa Natale, durante la "Gran Guerra" del 1940-1945, nei momenti più critici della fame, a Nigoline nella casa del loro Vescovo i "Parzè" trovavano farina per sopravvivere.

Le origini contadine
Il padre Giacomo Bonomelli aveva una modestissima casa colonica, l'ultima del paese, sulla strada acciottolata che saliva a S.Eufemia, vecchia Parrocchiale ed ora ancora cimitero. Coltivava con le sue mani alcuni campicelli ereditati dagli avi (cf. monsignor Luigi Vigna: "Mons. Geremia Bonomelli").
Con la moglie godeva in paese ottima reputazione.
Monsignor Bonomelli, ancora ad ottant'anni, con profonda commozione fa memoria dei suoi genitori: "Mio padre e mia madre, io li ricordo con indicibile tenerezza e venerazione; mio padre uomo di stampo antico, pieno di fede di vite austera e vivamente cristiana... amatissimo del lavoro manuale, coltivò sempre i suoi campi, nè mai mutò tenore di vita fino al 1883, in cui santamente mori."
La mamma Antonia Lucia Zanola sopravvisse fino al 1887. Ebbe la gioia di assistere a Brescia, nel 1871, alla consacrazione episcopale del figlio Geremia. Le spoglie dei genitori riposano nel piccolo cimitero di s. Eufemia in due tombe unite. Così il figlio vescovo volle. Monsignor Geremia era molto attaccato a questa casa nativa; diceva di non aver modificato un chiodo della sua casa piccola azienda. Lì dalla scuola-vita del vissuto dei suoi cari è iniziato al Vangelo, al lavoro, alla fraternità integrata dalle varie età, nell'amore della terra madre. Per questo nella sua vita segue sempre con passione i problemi dei contadini e li accosta sempre con simpatia.
Anche da vescovo le sue ferie estive le trascorre ogni anno con gran gioia nella cascina paterna di Nigoline. in tutta la sua grande attività culturale e pastorale ha sempre un sogno della terra, dei prati e dei boschi, dell'aria pura, del sole... E' rimasto, con nuova innocenza, fedele alle sue radici.
Quando torna al suo paese, la sua modesta casa è aperta a tutti, dai bambini ai semplici contadini, a personaggi di cultura e di ricerca comune, per una pregnante riconciliazione dei conflitti di coscienza del suo tempo (cf. carteggi con Stoppani, Fogazzaro, Zanardelli, Murri ... ).

Ol casèl, spazio poetico di solitudine
Nei suoi campi ha tenuto un'uccellanda esistente ancora una decina d'anni fa, che memorizzai in telecamera, con altri ricordi della casa natia. La caccia è una tradizione di padri, memoria atavica per alimentarsi, tanto a Parzanica come a Nigoline. Per lui è un luogo d'ascolto interiore e di preparazione all'accoglienza in Agape a tavola, con l'ottimale "polenta e osèi". A cuore spalancato sa accogliere in queste umili mura, adattate a saletta da pranzo, studio e piccola cappellina al piano terra e cameretta al primo piano, con balcone aperto sul paese con uno splendido panorama.
In queste ataviche radici comuni, Camuno - Sebine - Franciacortine, c'è lo stimolo a conoscere, a capire la vita, la testimonianza, la profezia di un vescovo che evangelicamente si muove nei segni dei tempi in situazione.

Studente, parroco, vescovo
E' iniziato alla vita nel ritmo quotidiano del lavoro dei campi, dove tutto si condivide, nel mangiare,nel pregare, nel vegliare la sera e ci si prepara a sognare con storie,fiabe sapienziali. Superate bene le scuole elementari in paese, affronta il ginnasio-liceo nel collegio rinomato di Lovere, presso S. Maria in Valvendra. Da bambino già si sentiva chiamato a diventare sacerdote e qui matura il passaggio al seminario vescovile di Brescia ed è ordinato sacerdote il 2 giugno 1845, da monsignor Verzeri.
A Bossico per pochi mesi fa la prima esperienza intensa di pastorale come coadiutore. Poi è mandato a Roma, all'università Gregoriana, dove si laurea in teologia. Per dodici anni fa il professore di teologia e filosofia di religione nel seminario di Brescia. Intanto per due anni serve, particolarmente in ambienti e momenti critici, la parrocchia d'Adro. Verso la metà del 1866 è mandato parroco a Lovere, coinvolgendosi pastoralmente nella realtà della cittadina. Insegna anche nel collegio di S. Maria. Inizia a scrivere una lunga serie di libri per mediare il Vangelo nella problematico giovanile culturale e sociale.
Nel Concistoro del 28 ottobre 1867 è preconizzato vescovo di Cremona da Pio IX. Nel 1871 il 26 novembre è consacrato vescovo nella cattedrale di Brescia da monsignor Verzeri, con l'assistenza del vescovo di Bergamo monsignor Speranza. Il giorno 8 dicembre dello stesso anno fa l'ingresso solenne a Cremona ed incomincia la sua vita di Pastore Vescovo, coinvolgendosi a tutti i livelli interiori, sociali e culturali in una pastorale di ricerca e di riconciliazione della religione e della patria, della fede e della scienza, dell'apertura alle nuove forme democratiche (già ben espresse nei comuni e nelle vicinie), del farsi prossimo degli inermi che, senza futuro nella terra madre, emigrano all'estero.


La dura vita dell'emigrazione
Di fronte al fenomeno della rivoluzione industriale e della crisi dell'agricoltura (inizia l'abbandono delle campagne), tanti disperati devono lasciare casa, paese, famiglia, avventurandosi in qualsiasi lavoro, per mandare a casa qualcosa per sopravvivere. Monsignor Bonomelli si coinvolge da fratello maggiore; li segue dove lavorano nelle gallerie; parla loro piangendo; li assicura di un'opera adeguata di misericordia e giustizia in Europa. Per questo mobilita ed organizza una struttura ben ramificata, che li segua, li aiuti in situazione, difendendo i diritti e la dignità umana.
La Sua diocesi si è dilatata a tutta l'Europa e la sua pastorale si estende ad una nuova gran fascia del suo gregge adottato, perchè sono pecore senza pastore, prede facili a tutti gli sfruttatori.
Questo è il suo testamento di pastore. E' stato il suo dare la vita come Gesù per i fratelli, da pastore fattosi agnello.
Questo assumere evangelicamente gli inermi emigranti, culmine della sua fatica, dolorosa e generosa dedizione pastorale, è stato riconosciuto e continua nell'"Opera Bonomelli".

La testimonianza di don Primo Mazzolari
Un convegno storico all'insegna della novità si è svolto il 16-19 ottobre 1996 tra Brescia, Cremona e Nigoline. Il dato saliente della "tre giorni" era lo studio dedicato al tema: "Monsignor Bonomelli e il suo tempo". Un'importante iniziativa culturale promossa dal Centro Studi Emigrazione di Roma e della Fondazione Civiltà Bresciana.

Due protagonisti: il presidente, lo scalabriniano padre Gianfranco Rosoli ed il segretario, monsignor Antonio Fappani hanno convocato una valida schiera di studiosi,per fare il punto sulle "penultime" risultanze delle ricerche su un vescovo, che uno dei più noti discepoli Bonomelliani, don Primo Mazzolari, con ruvida schiettezza ebbe a definire il suo maestro, un "uomo di grandezza insopportabile dai nostri tempi imbecilli ".
Hanno riconosciuto in monsignor Geremia una personalità forte, attenta ai segni dei tempi, capace di dialogare con la società e la cultura dei suoi anni, che da vescovo intraprese un ministero pastorale innovativo, che gli attirò l'ostilità degli ambienti cattolici più tradizionalisti ed intransigenti.
Fu scrittore fecondissimo letto e apprezzato in Italia ed all'estero.
Visse la vocazione cristiana alla santità calandosi nell'incandescenza dei tempi.A questo convegno il vescovo dim Cremona, monsignor Giulio Nicolini, citava anche lui don Primo Mazzolari: "Volle essere un vescovo del suo tempo, non si fermò a vedere passare le trasformazioni del suo tempo in cui visse, ma salì arditamente sul convoglio". Oltre a ricordare un messaggio del Santo Padre, Giovanni Paolo II: "Il vescovo Geremia Bonomelli accolse e seppe fronteggiare le sfide sociali e pastorali di quell'ora storica. Il suo fu un atteggiamento di cordiale e saggia attenzione ai segni dei tempi, che ne accompagnò in ogni momento l'azione apostolica". Come monsignor Geremia Bonomelli volle morire nella sua terra madre a Nigoline, il 3 agosto 1914, in un mistero pasquale di Shalom, così rinasca nella nostra consapevolezza la sua testimonianza e profezia, per illuminare e sorreggere il nostro cammino cristiano nei segni dei nostri tempi. Shalom.


d.Aldo Ciistinelli
(1) Interessante notare, a questo proposito, che nello stesso anno, ossia il 1734, Pietro Danesi, padre di Agostino Danesi (antenato di Don Mario Danesi) sposa Bartolomea Fusini di Viadanica, figlia di Faustino Fusini.
Pietro Danesi »figlio di Bailolomeo Danesi, detto Gavel (nato il 27 luglio 1697) e di Magdalena Bonomelli.

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