GEREMIA, MARIO E FABIO, TRE UOMINI DEI QUALI SI PUO' DIRE: "L'È PROPE Ü PARZÈ'".
Figli dell'emigrazione delle genti di Parzanica, tornano vivi nel ricordo della loro opera, che dà lustro alla terra dei loro avi.

La discesa a valle per trovare nuovi spazi e nuovi lavori ha popolato la sponda bresciana del Sebino e la Franciacorta, ma anche paesi lontani.

L'emigrazione dei Parzè è fenomeno antico, testimoniato dalla presenza dei cognomi d'origine parzanichese in molte aree dei bresciano e soprattutto nella zona del lago d'Iseo e della Franciacorta.
Nel corso degli anni, dei secoli, sono molti i Parzè che si sono trasferiti definitivamente, fondando nuclei familiari i cui figli non sempre hanno conservato il ricordo delle origini. Un ricordo che con varie iniziative il Comune ora sta ravvivando, per riallacciare fili che l'inconscio collettivo non ha mai del tutto spezzati e che possono essere riannodati e rafforzati, per rivisitare le radici e rendere più forte l'albero che sostiene i rami del futuro.
Se solo guardiamo alla seconda metà del secolo scorso, vediamo che in quarant'anni, ossia dal 1955 al 1994, Parzanica riduce la sua popolazione da 1116 abitanti a 407, con un calo di 709 abitanti, pari al 63 per cento della popolazione iniziale. Il decremento medio nel quarantennio è di 17,7 persone all'anno. A questo risultato, davvero eclatante per una realtà cosi piccola, concorrono un saldo demografico tra i nati e i morti quasi sempre negativo e una costante uscita dal comune di persone che si trasferiscono in comuni italiani o verso stati esteri. Una vera emorragia, che ha ridimensionato fortemente la comunità di Parzanica e, al contempo, ha contribuito ad estendere e a rafforzare la presenza dei Parzè in molte località italiane ed estere.
Se facciamo un passo indietro, verso la prima parte del secolo, il dato non cambia. Nei venticinque anni che intercorrono tra il 1930 e il 1954 i Parzè se ne vanno dal paese in ragione di 149, alla media di 6 all'anno. il flusso è meno eclatante di quello degli anni successivi, ma è comunque costante. In soli 8 anni, dal 1934 al 1941, se ne vanno in 108 (il 70 per cento del totale del periodo dal 1930 al 1954), con una media di 13,5 all'anno, molto vicina a quella del secondo dopoguerra.
Negli anni tra il 1941 e il 1957 il flusso + basso. Sono gli anni della guerra e della crisi economica post bellica e non c'è richiesta di lavoratori, ma negli anni del boom economico il flusso riprende sostenuto. in soli cinque anni, dal 1961 al 1966, sono ben 41 i Parzè che vanno in Svizzera e nel quinquennio il saldo immigrati emigrati è negativo di 231 unità, ossia di 46 persone all'anno di media.
Quei flussi migratori antichi e questi più recenti, oggi ci restituiscono storie di uomini, figli, nipoti, pronipoti di quei Parzè che hanno lasciato il paese avito in cerca di nuovi spazi e di nuovi lavori. Storie di uomini che hanno portato e portano lustro alla terra dei loro avi.
Storie di uomini dei quali la comunità di Parzanica può andare fiera.

Tra questi uomini c'è monsignor Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, personaggio di spicco del suo tempo per essere stato modernista, aperto ai nuovi fermenti sociali, dialogante con il mondo liberale. A Bonomelli è in gran parte dedicato questo quaderno del Comune di Parzanica, con l'intento di rendere omaggio ad un figlio di Parzè emigrati da molto tempo, ma anche di ricordarne l'opera, che è intimamente connessa con il fenomeno migratorio.
Accanto a monsignor Bonomelli ricordiamo altri due sacerdoti. Sono don Mario Danesi e padre Fabio Danesi.
Di monsignor Bonomelli si occupa uno scritto di don Aldo Cristinelli. Qui vogliamo solo ricordare come il suo speciale rapporto con il fenomeno dell'emigrazione, che evidentemente era inciso nei suoi ricordi ancestrali e nelle memorie trasmessegli dai suoi antenati, si sia concretato nella fondazione, nel 1900, dell'associazione "Opera di assistenza e di soccorso per gli emigranti".

Don Mario Danesi, nipote di un Parzè emigrato a fine Ottocento a Brescia, era a sua volta un "emigrante", avendo trascorso gran parte della sua vita a fianco dei poveri e dei diseredati del Brasile.

Padre Fabio Danesi è figlio di un Parzè, Giovanni, che si è trasferito in tempi più recenti ad Alzano Lombardo. Anch'egli è, a suo modo, un emigrante. La sua vocazione nasce dall'ammirazione per l'impegno dei gesuiti per gli indios amerindi e lo porta in seguito ad iniziare il suo sacerdozio a Taiwan.
Nei tre figli dei Parzè c'è un tratto comune: l'impegno concreto, la tolleranza verso gli altri e la capacità di dialogare, sia pure nella tenace difesa delle proprie convinzioni: non dogmatica, mai ordinata alla sopraffazione e al potere. C'è nel loro essere simili il sapersi mettere a fianco degli altri; non sopra. C'è, insomma, il prevalere di un forte sentimento di libertà.
Albino Bordogna, veterinario condotto e sicuro amico della comunità di Parzanica, nel suo libro dedicato al paese, descrive i Parzè come persone che hanno popolato con le loro migrazioni la sponda bresciana del lago d'Iseo e aggiunge che nel linguaggio abituale,quando si vuol dire di un uomo che è deciso, insofferente alle autorità, si dice: "L'è prope ü Parzè".
Di monsignor Bonomelli, con le sue iniziative a favore degli emigranti e con il suo non facile, anzi difficile rapporto con il Vaticano, si può dire a ragione: "L'è prope ¸ Parzè".
Di don Mario Danesi, impegnato per anni e fino alla fine a fianco dei poveri e dei diseredati del Brasile, in un difficile lavoro, spesso contrastato dalle "autorità" e dagli squadroni della morte, durante il quale "fu aggredito, rapinato, investito e ferito gravemente" si può dire a ragione: "L'è prope ü Parzè".
Di padre Fabio Danesi, morto giovane, che ai suoi allievi appariva come "spoglio di intenzioni dogmatiche, anzi così completamente disponibile da capovolgere un normale rapporto verticale insegnanti-studenti", si può a ragione dire: "L'è prope ü Parzè".

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