Trinità di Parzanica, gli antichi culti precristiani e il nodo di Salomone

Nella parte più antica della chiesa della Santissima Trinità di Parzanica, ossia quella eretta sul romitorio sottostante, nella parete a sinistra dell'attuale entrata, ho avuto la ventura di scoprire, ossia di recuperare alla luce, togliendo la crosta che lo ricopriva, un graffito che ritengo significativo per ciò che rappresenta e per la sua facitura. Proprio in virtù di questo suo valore, lo vorrei dedicare a mia moglie, Donatella Salvetti, che vive ora nei "Campi verdi dell'eternità". Il graffito, in corso di analisi, rappresenta due persone, un uomo e una donna, inginocchiati di fronte ad un nodo di Salomone. Su un cartiglio, posto davanti alla testa del personaggio maschile, si legge AS f MC. Se quanto leggiamo corrisponde a quanto è scritto, siamo di fronte alla datazione del manufatto. A.S., infatti, secondo il dizionario delle abbreviazioni del Cappelli, potrebbe ragionevolmente significare annos, mentre la f factum e MC 1.100. Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad un graffito su muro eseguito nel 1.100: una data, probabilmente, assai prossima a quella dell'edificazione, su un preesistente oratorium, della parte più antica della chiesa. Del nodo di Salomone troviamo ampia e dettagliata documentazione negli studi del professor Umberto Sansoni, il quale ne indica il significato di "senso di perfezione, di legame con Dio, di sapienza e di giustizia assoluta, di realizzazione con risvolti magici e taumaturgici". 1 Da Umberto Sansoni e dal suo testo: "Il nodo di Salomone" (Electa) prendiamo alcuni riferimenti essenziali. Il simbolo, dalle valenze "magico cultuali" e dalle probabili origini celtiche (ripropone la forma degli intrecci), è molto diffuso in vari ambiti religiosi e, in ambito romano, ne troviamo prime testimonianze fra l'età giulioclaudia e la flavia (1° secolo avanti Cristo). Troviamo il nodo di Salomone nei corredi barbarici (Franchi, Burgundi, Alemanni, Avari, Longobardi) e, successivamente, nei decori lapidei.

"Con i primi esempi già nell'ultima fase longobarda per chiudere verso l'inizio del x secolo, esso compare nei plutei, nei capitelli, negli archi, nelle mensole e nei pilastrini di abbazie, pievi e chiede urbane. Il fenomeno si manifesta principalmente in quell'area focale che va dalla Lombardia al nuovo stato pontificio, un'area dove si svolgono molti fra gli atti principali dell'epoca e dove già si incuba la rinascita del romanico".2 Non aggiungiamo altro, rinviando al Sansoni chi volesse approfondire l'argomento, se non la notazione che se volessimo trovare le radici del segno dovremmo riferirci al serpente (forza vitale, energia della terra) e a simbologie parallele, come quella della croce, dello svastica, dell'anello. Torniamo, invece, al nostro nodo della Santissima Trinità di Parzanica, indugiando ancora un solo momento per dire, su suggerimento di Liliana Fratti, che un esempio interessante di nodo è visibile nella chiesa parrocchiale di Viadanica, località assai prossima a quella in esame. L'aspetto interessante della scoperta sta nella sua singolarità, rappresentata dall'essere il nodo graffito su un muro intonacato, in un'epoca che ci pare di poter identificare, come s'è detto, nel 1.100.

Vediamo, ora, di capire come potesse essere la chiesa della Santissima Trinità a quel tempo, premettendo che a Parzanica registriamo una significativa presenza longobarda, con la conseguente presenza dell'arianesimo e franca, dopo la conquista del luogo da parte delle truppe di Carlo Magno (i Danesi) e con l'imposizione della concezione trinitaria. Gabriele Rosa, nel suo saggio "La storia sul bacino del lago d'Iseo (Milano - 1892 - Tipografia Capriolo & Massimino) scrive: "Fra le famiglie popolari guelfe sorgono da Vigolo i Fenaroli arricchiti pel commercio del fieno per le cavallerie medievali. La loro prima menzione risale al 1047. Possedevano anche nella vicina Parzanica, la cui prima menzione si trova in una carta del 1051, ma è assai più antica, perché alla di lei chiesa della Trinità si trovano ruderi detti Castei dei Pagà". Da questa testimonianza sappiamo che nel luogo dove oggi esiste la chiesa della Trinità, in tempi più antichi del 1051, esistevano i castei dei Pagà. Siamo, dunque, in presenza di un luogo fortificato di resistenza degli ariani o di un castelliere, successivamente utilizzato in varie epoche, per vari scopi vari e, infine, trasformato nella chiesetta della Trinità? Luoghi fortificati dell'Età del bronzo e del ferro, i castellieri, infatti, furono utilizzati anche successivamente.

Dapprima furono trasformati in oppida romani e nel Medio Evo ospitarono torri e anche castelli feudali. I castellieri si sviluppavano su una superificie che poteva variare, ma generalmente racchiudevano uno spazio compreso tra i 200 ed i 1000 mq. Questi abitati fortificati vennero realizzati innanzitutto per difendersi da eventuali attacchi. La configurazione del terreno dettava la forma del castelliere. Ne esistevano numerosi, di dimensioni piuttoste ridotte, adibiti a posti di osservazione e difesa. Accanto a questi c'erano poi quelli maggiori che ospitavano la popolazione di un intero villaggio. I muraglioni di difesa erano costruiti a secco con grandi blocchi di pietra di varia grandezza. Agli albori, invece, gli stessi venivano costruiti da terriccio e da blocchi irregolari di pietra tra loro collegati. La base delle mura era costituita da grossi blocchi di pietra che dovevano sostenere muri che superavano anche i 10 metri d'altezza. Le mura, comunque, normalmente raggiungevano un'altezza di 6-7 metri e una larghezza di 2-3 metri. Esistevano anche delle eccezioni, come ad esempio il castelliere di Cunzi presso Albona, ove le mura raggiungeva i 10 metri di spessore. L'Oratorium della SS.Trinità sorge sul culmine di una roccia denominato Mut dèi Pagà: un promontorio che si propone come possibile antico luogo di culto e di osservazione astronomica, nei pressi del quale probabilmente esisteva un castelliere, divenuto nei secoli successivi luogo di resistenza dei pagani alla cristianizzazione.

Qui ci sovviene un'altra testimonianza di Gabriele Rosa, il quale scrive (op.cit.): "I montanari intorno al Sebino - scrive ancora Rosa - continuarono sino al dominio dei Franchi il culto antichissimo di Saturno nei culmini detti poscia dai cristiani Pagà".

Chi era Saturno? Saturno è Cronos, che possiamo riferire al lemma greco Chronos, il tempo; è, infatti il tempo che trascorre, ma la radice Kron-Korn ci conduce al greco Koron, cornacchia, che include anche il corvo (Korax). In latino abbiamo cornix, la cornacchia e corvus, il corvo. Il corvo è associato a molte divinità: Apollo, Saturno, Asclepio, Crono, Bran. Per i Celti, dunque, possiamo pensare, come suggerisce Robert Graves (La Dea Bianca, Adelphi), al dio del corvo Bran, a cui è associato l'ontano. Il corvo è animale totemico del dio Lug (dei Tuatha de Danann, il Popolo della Dea Dana, che dopo aver conquistato l'Irlanda, si è ritirato nel Sid, il mondo parallelo a cui si accede dai tumuli, dai dolmen, dai moggi. Ricordo per inciso, che il popolo dei Danesi si ritiene figlio della Dea Dana). In dialetto bretone lugos è il corvo. Lug, il Samildanach, "colui che tutto può" è associato alla lancia, al cane (fu infatti Cuchulain, il cane di Culin). Molte sono le sue epiclesi, ma soprattutto Lug, il luminoso, è associato al cervo (il Kernunnos camuno ne è un tardo esempio) e il cervo è associato al sole, alla sua rinascita. Come si raccorda Saturno con Lug?
Secondo Margarete Riemschneider (La religione dei Celti, Società editrice Il Falco, Milano, 1979) "sono la stessa persona, poiché.... sono le stesse anche le feste a loro consacrate". Il dio vecchio (Saturno) è l'altra faccia del dio giovane, il sole che rinasce, il dio bambino. Margarete Riemschneider stabilisce un parallelo tra la festa celtica di Samuin (31 ottobre/ 1novembre, inizio del capodanno) e i Saturnali romani, che avvenivano un mese e mezzo più tardi. "Tutte e due le feste hanno in comune la tavola da gioco. A Roma durante la festa del Samuin i bambini celtici giocavano con la tavola da gioco, i romani invece in occasione dei Saturnali. ... La tavola del gioco è attributo di Lug e di Saturno". "Lug - scrive ancora Margarete Riemschneider - è una divinità dall'aspetto giovanile, ma spesso appare anche come un vecchio. ...... Lug e Saturno hanno in comune anche un altro attributo: il cervo. Ovunque il cervo è l'animale della resurrezione. Presso i Germani appare al solstizio d'inverno". Possiamo, dunque, pensare, ragionevolmente, che l'antichissimo culto di Saturno al quale si riferisce Gabriele Rosa, fosse legato a Samuin e al solstizio d'inverno (Yule).

Non riesce pertanto difficile ipotizzare che questo antichissimo rito, risalente quantomeno all'età del bronzo (tornerebbero, a questo punto, i conti con i castellieri), nel V secolo, in presenza di Goti, Alemanni, Vandali che serbavano i culti di Odino, Thor, Irminsul, Iul, si sia perfettamente integrato con questi.

Irminsul è la sacra quercia e, al contempo, il frassino Asse del mondo. Nel 772 Carlo, poi Magno, re dei Franchi, attaccò i Sassoni, conquistò la loro fortezza di Eresburg e all'Externsteine e distrusse il loro simbolo sacro, la quercia, l'Irminsul nella foresta di Teutoburgo, luogo sacro e magico da millenni, custodito dai Druidi. Nella cultura nordica, nella mitologia Asatru, esso è il frassino Yggdrasil, l'Asse del Mondo, a cui fu appeso lo stesso Odino per nove giorni e nove notti e le cui radici affondano negli inferi e i cui rami reggono la volta celeste. L'albero di Natale è la trasposizione cristiana (come il Natale stesso) di questo simbolo della tradizione primordiale europea. Yule è il Solstizio d'Inverno ( per i Romani Saturnalia, da Saturno e per i Celti Alban Arthan ) celebrato attorno al 21 Dicembre. La parola moderna, derivante dall'Anglo- Sassone "Iul" o dal Germanico "Yula", significa "ruota", alla base il concetto che l'anno giri come una ruota, la Grande Ruota dello Zodiaco, la Ruota della Vita o del Sole. L'ora più buia è seguita dall'alba e Yule celebra la rinascita del sole.

Ad "Alban Arthan" i Druidi coglievano il vischio sacro dalla quercia, una tradizione che ha mantenuto il legame con l'usanza delle decorazioni natalizie con la medesima pianta. Yule è la festa dedicata alla nascita del Dio Sole, figlio del dio morto l'anno precedente. Giano bifronte (da ianua, porta, come ianuarius, gennaio, portale) ne è un altro simbolo: la stessa divinità è l'anno che muore e l'anno che rinasce, in una concezione circolare e sacra del tempo. Per le popolazioni germaniche, Yule è la più importante festività dell'anno e in questo periodo le divinità, chiamate anche "esseri di Yule", erano più vicine al Midgar (il mondo di mezzo, dove vivono gli umani). Gli spiriti dei morti erano liberi di tornare tra i vivi (così come per i Celti nella notte di Samuin) ed esseri come Elfi e Trolls manifestavano la loro presenza. Thor è una delle principali divinità dei Vichinghi, noto come il dio del tuono e del fulmine. Figlio di Odino, re degli dèi, e di Jördr, dea della terra, era il più forte degli Asen e dunque la sua dimora era ad Asgard. La sua forza, già leggendaria, era aumentata da tre oggetti che non abbandonava mai e che lo rendevano quasi invincibile: una cintura che raddoppiava la forza di chi la indossava, un paio di guanti di ferro ed il leggendario martello Mjölnir. Il suo mezzo di spostamento era un carro trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir). Anche questi animali avevano proprietà portentose: spesso Thor quando era in viaggio li mangiava per cena visto che, conservando la pelle e le ossa, il mattino dopo sarebbero stati di nuovo vivi.
Nelle sue soventi scorrerie era spesso accompagnato da Loki. Thor sarà trasformato, in epoca cristiana, in S.Michele. Odino-Wotan è la divinità principale del pantheon nordico. Egli è considerato il primo degli Asen ed è, nel culto vichingo, il Padre di tutti gli Dèi. La parola "Wotan" ha la sua radice in "Wat" e sta ad indicare la "furia divina". Essa indica infatti l'essere sì fuori di sé, ma in una dimensione sovrumana, nella quale si è in grado di trasformarsi (elemento sciamanico) attingendo così ai doni della saggezza, della virtù profetica e poetica (Odino è anche definito il Possente Poeta). Odino-Wotan appare nella "Snorra Edda" come Grande Triade: Har, Iafhnar e Thridhi cioè l'Alto, l'Altissimo e il Terzo. Altro appellativo di Odino è "Veratyr" la cui traduzione è Dio degli uomini. Odino è il Padre di tutti gli Dèi (rimane il capo supremo anche quando Asen e Vanen stabiliscono la tregua alla loro Guerra) e i suoi quarantadue soprannomi svelano spesso aspetti importanti della sua natura sciamanica: Dio delle Rune, degli Impiccati (che ricordano il sacrificio sull'Yggdrasil), Mascherato, Assai sapiente, Mutevole, Colui che ha l'occhio fiammeggiante, Incappucciato. Egli è inoltre il Dio della Parola, della Poesia, della Magia nelle sue forme più complesse e della Guerra. È il Dio del Fardello, colui cioè che tutto conosce sopportando così i dolori del mondo. È il dio che insegna agli uomini e allo stesso momento è il loro modello soprattutto per i re e i condottieri. Come dio della parola egli governa i "ljòdh", i canti poetici che sono il frutto dell'ispirazione da lui donata e i "gladrar", i canti magici ai quali ogni sciamano fa ricorso spesso per dare al suo essere un cambiamento di forma animale (Hamrammr) o solo per far percepire ad altri una forma diversa dalla propria, sia essa animale, vegetale o minerale (Bridga sèr). "Ma l'opera più grande fu la creazione dell'uomo cui egli diede il respiro affinché viva e non perisca quantunque il corpo decada in polvere o bruci fino alla cenere".

(Snorra Edda) Wotan è il demiurgo, colui che crea l'universo e l'uomo attraverso il proprio potere. Per dare vita a quest'ultima creazione, Odino usa il respiro, cioè il soffio vitale. La parola "spiritus" in latino vuole dire soffio vitale, cioè l'emissione primaria di alito connessa con la bocca (Runa Ansuz, Runa della Parola creatrice), con il Verbo e con la Voce. Uno dei tanti nomi di Odino è appunto Omì (colui la cui voce risuona), facoltà che usa in battaglia per paralizzare i nemici. Importante dunque la funzione del suono e, all'origine, dell'alito vitale. La figura di Odino viene accompagnata dai corvi Huggin e Munnin, Pensiero e Memoria e dai lupi Geri e Freki, l'Affamato e il Divoratore. Mentre i primi due sono dei messaggeri che sussurrano all'orecchio del dio tutto ciò che hanno visto e sentito in giro per il mondo, i secondi rappresentano un aspetto iniziatico di forza e potenza animale connesso in questo caso all'elemento Fuoco. Oltre ai due lupi e ai due corvi, Odino possiede un cavallo ad otto zampe: Sleipnir. In tutte le culture sciamaniche, compresa quella vichinga, ricorre il mito del cavallo come mezzo di trasporto per accedere ai vari mondi dell'esistente. Sleipnir è un cavallo ottipiede e il numero otto rappresenta non solo la sua doppia velocità di percorrenza, ma anche il numero che precede il completamento evidenziato dal numero nove. Il suo color grigio rappresenta una premonizione funerea ed infatti esso, oltre ad essere considerato un simbolo di fertilità, è il veicolo, insieme alla barca, per i riti funebri. Ma al di sopra di tutto spicca il fatto che lo Sleipnir ha incise sui denti le Sacre Rune, il che evidenzia ancora di più l'importanza sciamanica del cavallo di Odino. Tra i simboli legati all'importante figura sciamanica di Odino, troviamo la birra o l'idromele. Queste bevande assumono nella mitologia scandinava un carattere sacro. Il loro inebriarsi rituale permette di attingere a quella dimensione sovrumana, furia, propria degli sciamani. Per i vichinghi divenire ubriachi equivaleva ad essere afferrati dallo spirito del dio e sulla coppa ricolma. Sono questi i riti, i culti, le divinità con le quali si trova a fare i conti il cristianesimo, diffuso sulle sponde del lago d'Iseo dal vescovo di Brescia Vigilio (504), non senza resistenza da parte degli abitanti. I montanari, infatti, sostiene Gabriele Rosa, "resistettero ai riti nuovi sino a che le armi dei Franchi ligii alla Chiesa di Roma li costrinsero a cessare dai culti pagani". ... "Il cristianesimo al quinto secolo consolidandosi sulle rive del lago d'Iseo nei centri più commerciali, ordinossi per plebi, occupando sacelli gentili purificati con acqua santa, come ordina papa Gregorio Magno". ... "Poscia si eressero anche fuori oratorii di legno e di frondi, che dopo il mille, diventarono parochie secondarie ...". Ora c'è da pensare che, contrariamente ad altre situazioni, l'Oratorio denominato della SS Trinità, in considerazione della resistenza dei montanari e, in particolare delle genti di Parzanica e Fraine, che sembrano essere stati gli ultimi baluardi del paganesimo a cedere, sia stato eretto dopo la conquista franca. Va considerato che sulla presenza pagana alla quale abbiamo diffusamente accennato si è poi innestato l'ariansimo (dogma ariano: Cristo deriva dal Padre eterno) e non dobbiamo dimenticare, infine, che i Danesi, ossia coloro che vennero inviati da Carlo Magno a presidiare i possedimenti di Tour sul Sebino e in Val Camonica (e Parzanica era una sede significativa di questa presenza, in quanto luogo di residenza del Barigildo - vedi Parzè 2005), erano vikinghi e, dunque, per quanto al servizio dei Franchi e della loro volontà di imporre la Trinità, rimanevano uomini profondamente legati alle loro antiche tradizioni e, dunque, a Odino, Thor, Irminsul, Iol. "Onde nessuna meraviglia - scrive a proposito Gabriele Rosa - se i pastori sui monti, a zone, a Parzanica, a Fraine, continuarono sino al decimo secolo a praticare riti pagani". E probabilmente sono andati oltre, sia pure di nascosto, perché, come scrive Rosa: "Pel favore dei Franchi vennero sopite le ultime reliquie del paganesimo anche nei monti cingenti il lago d'Iseo, specialmente a Su, a Parzanica, a Fraine". Come abbiamo detto la diffusione del cristianesimo avviene con il vescovo di Brescia Vigilio (504). Non è improbabile, ma da accertare, la presenza sul territorio di monaci irlandesi legati a S.Colombano. L'arianesimo, adottato dai Longobardi, ha fatto sicuramente la sua parte. Tuttavia è dopo la conquista franca che la chiesetta viene dedicata alla SS.Trinità. Gli affreschi dell'abside, anche se molto più tardi, sono emblematici di questo deciso cambiamento. La Trinità (Padre, Figlio, Spirito Santo in forma di colomba) campeggia al centro, circondata da cori angelici e dai dottori della Chiesa. Nell'insieme l'affresco indica che la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica è trinitaria e che l'arianesimo è pertanto sconfitto. L'arianesimo sì, ma quanto invece di antichi riti, di antiche usanze sono rimasti a covare sotto la cenere dopo il fuoco delle dominazione franca? "La caratteristica di questa chiesetta - scrive Albino Bordogna, nel suo Parzanica, edito dal Comune - è stata quella di essere non solo luogo di culto, ma anche di assistenza ad opera di religiosi "romiti" che offrivano ospitalità ai bisognosi, viandanti o meno, davano consigli ed aiuti agli abitanti, curavano, con i mezzi e i metodi dei tempi, i malati". Non è un segreto che molte delle antiche usanze sono rimaste vive attraverso curatori e curatrici, ma a dare forza a questo nostro assunto c'è la leggenda delle tre sorelle: la SS. Trinità, la chiesa che si erge sul culmine di Montisola e quella che si vede, in distanza, a S.Maria del Giogo. I romiti delle tre chiese, ancora nei primi anni della seconda metà del secolo scorso, si salutavano la sera con segnalazioni ottenute con il fuoco. Questa usanza (che troviamo anche nella leggenda di Glisente in Val Camonica) è antica e risale ai movimenti delle genti del neolitico. Nei periodi successivi l'usanza si è tramandata e raffinata, con postazioni che rappresentavano, a circa una giornata di cammino l'una dall'altra, una sorta di rete viaria in altura che serviva anche da rete di comunicazione. Il metodo è poi stato adottato dai Romani ed è giunto sino a noi come retaggio di tempi antichi. I romiti, dunque, sono gli ultimi eredi dei custodi di luoghi già anticamente dedicati al culto, all'osservazione stellare, all'ospitalità dei viandanti. Ad ulteriore prova del carattere di antico punto di riferimento della località che ospita la Trinità, c'è la testimonianza di d.G.G. che ricorda come anche in tempi recenti, ossia agli inizi del secolo scorso, la Trinità e il colle di San Fermo fossero luogo di raduni per confronti, anche armati, dove i clan famigliari del luogo (Parzanica, Fonteno, Vigolo) risolvevano dispute, controversie, litigi di vario genere e di varia causa. "Ci troveremo alla Trinità", era il modo per dire che la questione andava risolta con un confronto in un luogo ritenuto adatto a dirimere definitivamente la contesa. Secondo Bordogna la parte più antica della chiesetta sarebbe quella costruita sopra e a ridosso del romitorio, quindi quella più a ovest ed era più bassa e più piccola dell'attuale. Un ampliamento sarebbe avvenuto verso est, a lago, in tempi successivi, anche con la costruzione del campanile. Non è improbabile che gli affreschi siano coevi a tale ampliamento e che i riferimenti che si trovano nell'archivio parrocchiale (e che a dire il vero non ci aiutano molto) collocano nel 1.400. Pare di poter concludere, provvisoriamente, che la SS. Trinità, nella sua forma primitiva sia dell'XI secolo, mentre il romitorio risale a tempi ben più antichi e si collega direttamente ai ruderi del castello dei Pagà, ovvero del castelliere. I successivi ampliamenti possono essere ragionevolmente collocati un un periodo coevo agli affreschi dell'abside.

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