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Non aggiungiamo altro, rinviando al Sansoni chi volesse approfondire
l’argomento, se non la notazione che se volessimo trovare
le radici del segno dovremmo riferirci al serpente (forza vitale,
energia della terra) e a simbologie parallele, come quella della
croce, dello svastica, dell’anello.
Torniamo, invece, al nostro nodo della Santissima Trinità
di Parzanica, indugiando ancora un solo momento per dire, su
suggerimento di Liliana Fratti, che un esempio interessante
di nodo è visibile nella chiesa parrocchiale di Viadanica,
località assai prossima a quella in esame.
L’aspetto interessante della scoperta sta nella sua singolarità,
rappresentata dall’essere il nodo graffito su un muro
intonacato, in un’epoca che ci pare di poter identificare,
come s’è detto, nel 1.100. Vediamo, ora, di capire
come potesse essere la chiesa della Santissima Trinità
a quel tempo, premettendo che a Parzanica registriamo una significativa
presenza longobarda, con la conseguente presenza dell’arianesimo
e franca, dopo la conquista del luogo da parte delle truppe
di Carlo Magno (i danesi) e con l’imposizione della concezione
trinitaria.
Gabriele Rosa, nel suo saggio “La storia sul bacino del
lago d’Iseo (Milano – 1892 – Tipografia Capriolo
& Massimino) scrive: “Fra le famiglie popolari guelfe
sorgono da Vigolo i Fenaroli arricchiti pel commercio del fieno
per le cavallerie medievali. |
La loro prima
menzione risale al 1047. Possedevano anche nella vicina Parzanica,
la cui prima menzione si trova in una carta del 1051, ma è
assai più antica, perché alla di lei chiesa della
Trinità si trovano ruderi detti Castei dei Pagà”.
Da questa testimonianza sappiamo che nel luogo dove oggi esiste
la chiesa della Trinità, in tempi ben più antichi
del 1051, esistevano i castei dei Pagà, ossia luoghi fortificati,
probabilmente castellieri, risalenti all’età del bronzo
e del ferro.
Non è improbabile che questi luoghi fortificati siano stati
usati anche successivamente, come in altri casi simili. Nel caso
specifico potrebbero essere stati usati dai longobardi ariani nella
loro lotta, perdente, contro le truppe carolinge.
I castellieri si sviluppavano su una superficie che poteva variare,
ma generalmente racchiudevano uno spazio compreso tra i 200 ed i
1000 metri quadri e se ne distinguevano, sostanzialmente, di due
tipi: di dimensioni piuttosto ridotte, adibiti a posti di osservazione
o di difesa e di dimensioni maggiori, che ospitavano la popolazione
di un intero villaggio.
Nel nostro caso, data la conformazione del terreno e l’evidente
costruzione della chiesa su uno sperone di roccia, dal quale si
ha una visione dominante l’intero panorama circostante, con
lo sguardo che si estende dalla catena delle Alpi sino alla Pianura
padana, dobbiamo riferirci alla prima tipologia, ossia a quella
che caratterizza un posto di osservazione e di difesa e, probabilmente,
anche di culto.
Possiamo a questo punto affermare che l’oratorium della SS.Trinità
sorse sul culmine di una roccia denominato Mut dèi Pagà:
un promontorio che si propone come possibile come antico luogo di
culto e di osservazione astronomica, nei pressi del quale probabilmente
esisteva un castelliere.
Qui ci sovviene un’altra testimonianza di Gabriele Rosa, il
quale scrive (op.cit.): “I montanari intorno al Sebino continuarono
sino al dominio dei Franchi il culto antichissimo di Saturno nei
culmini detti poscia dai cristiani Pagà”.
Saturno è Cronos, che possiamo riferire al lemma greco Chronos,
il tempo; è, infatti il tempo che trascorre, ma la radice
Kron-Korn ci conduce al greco Koron_, cornacchia, che include anche
il corvo (Korax). In latino abbiamo cornix, la cornacchia e corvus,
il corvo, che troviamo (recentemente trasformato in aquila) nello
stemma originario della comunità di Vigolo, località
prossima a Parzanica. Il corvo è associato a molte divinità:
Apollo, Saturno, Asclepio, Crono, Bran.
Il corvo è animale totemico del celtico dio Lug. Molte sono
le sue epiclesi, ma soprattutto Lug, il luminoso, è associato
al cervo (il Kernunnos camuno ne è un tardo esempio) e il
cervo è associato al sole, alla sua rinascita. Come si raccorda
Saturno con Lug? Secondo Margarete Riemschneider (La religione dei
Celti, Società editrice Il Falco, Milano, 1979) “sono
la stessa persona, poiché…. sono le stesse anche le
feste a loro consacrate”. Il dio vecchio (Saturno) è
l’altra faccia del dio giovane, il sole che rinasce, il dio
bambino. Saturno sarebbe, dunque, il vecchio sole che lascia il
posto al nuovo sole. Non è un caso che recenti studi sulle
divinità egizie asseriscano essere Ra un nome riferito a
Saturno, successivamente passato al Sole: forse un ricordo di antichissime
configurazioni astronomiche. Margarete Riemschneider stabilisce
un parallelo tra la festa celtica di Samuin (31 ottobre/1novembre,
inizio del capodanno) e i Saturnali romani, che avvenivano un mese
e mezzo più tardi. “Tutte e due le feste hanno in comune
la tavola da gioco. A Roma durante la festa del Samuin i bambini
celtici giocavano con la tavola da gioco, i romani invece in occasione
dei Saturnali. … La tavola del gioco è attributo di
Lug e di Saturno”. “Lug – scrive ancora Margarete
Riemschneider – è una divinità dall’aspetto
giovanile, ma spesso appare anche come un vecchio. ……
Lug e Saturno hanno in comune anche un altro attributo: il cervo.
Ovunque il cervo è l’animale della risurrezione. Presso
i Germani appare al solstizio d’inverno”.
Possiamo, dunque, pensare, ragionevolmente, che l’antichissimo
culto di Saturno al quale si riferisce Gabriele Rosa, fosse legato
a Samain e al solstizio d’inverno (Yule).
Non riesce pertanto difficile pensare che questo antichissimo rito,
risalente quantomeno all’età del bronzo (tornerebbero,
a questo punto, i conti con i castellieri), nel V secolo, in presenza
di Goti, Alemanni, Vandali che serbavano i culti di Odino, Thor,
Irminsul, Iul, si sia perfettamente integrato con questi.
E questi sono i riti, i culti, le divinità con le quali si
trova a fare i conti il cristianesimo, diffuso sulle sponde del
lago d’Iseo dal vescovo di Brescia Vigilio (504), non senza
resistenza da parte degli abitanti. I montanari, infatti, sostiene
Gabriele Rosa, “resistettero ai riti nuovi sino a che le armi
dei Franchi ligii alla Chiesa di Roma li costrinsero a cessare dai
culti pagani”.
“Il cristianesimo al quinto secolo consolidandosi sulle rive
del lago d’Iseo nei centri più commerciali –
aggiunge Gabriele Rosa -, ordinossi per plebi, occupando sacelli
gentili purificati con acqua santa, come ordina papa Gregorio Magno”.
…. “Poscia si eressero anche fuori oratorii di legno
e di frondi, che dopo il mille, diventarono parochie secondarie
…..”.
Ora c’è da pensare che, contrariamente ad altre situazioni,
l’oratorio denominato della SS Trinità, in considerazione
della resistenza dei montanari e, in particolare delle genti di
Parzanica e Fraine, che sembrano essere stati gli ultimi baluardi
del paganesimo a cedere, sia stato eretto dopo la conquista franca.
Va considerato che sulla presenza pagana alla quale abbiamo diffusamente
accennato, si è poi innestato l’ariensimo e non dobbiamo
dimenticare, infine, che i Danesi, ossia coloro che vennero inviati
da Carlo Magno a presidiare i possedimenti di Tour sul Sebino e
in Val Camonica (e Parzanica era una sede significativa di questa
presenza, in quanto luogo di residenza del Barigildo – vedi
Parzè 2005), erano vikinghi e, dunque, per quanto al servizio
dei Franchi e della loro volontà di imporre la Trinità,
rimanevano uomini profondamente legati alle loro antiche tradizioni
e, dunque, a Odino, Thor, Irminsul, Iol.
“Onde nessuna meraviglia – scrive a proposito Gabriele
Rosa - se i pastori sui monti, a zone, a Parzanica, a Fraine, continuarono
sino al decimo secolo a praticare riti pagani”. E probabilmente
sono andati oltre, sia pure di nascosto, dopo che, come scrive Rosa:
“Pel favore dei Franchi vennero sopite le ultime reliquie
del paganesimo anche nei monti cingenti il lago d’Iseo, specialmente
a Su, a Parzanica, a Fraine”.
“La caratteristica di questa chiesetta – scrive Albino
Bordogna, nel suo Parzanica, edito dal Comune – è stata
quella di essere non solo luogo di culto, ma anche di assistenza
ad opera di religiosi “romiti” che offrivano ospitalità
ai bisognosi, viandanti o meno, davano consigli ed aiuti agli abitanti,
curavano, con i mezzi e i metodi dei tempi, i malati”. Secondo
Bordogna la parte più antica della chiesetta sarebbe quella
costruita sopra e a ridosso del romitorio, quindi quella più
a ovest ed era più bassa e più piccola dell’attuale.
Un ampliamento sarebbe avvenuto verso est, a lago, in tempi successivi,
anche con la costruzione del campanile. Non è improbabile
che gli affreschi che decorano la zona absidale siano coevi a tale
ampliamento e che i riferimenti che si trovano nell’archivio
parrocchiale (e che a dire il vero non ci aiutano molto) collocano
nel 1.400.
Provvisoriamente possiamo, dunque, concludere che laddove oggi esiste
la chiesa della Santissima Trinità vi fosse un antico luogo
di culto e di osservazione dell’età del bronzo, delimitato
da un castelliere; che la sacralità pagana dell’area
si sia mantenuta sino al VI secolo; che in epoca longobarda questo
luogo fortificato sia stato usato come ultima difesa delle genti
ariane del luogo e che con la conquista carolingia sia stato dedicato,
con un oratorium, alla Santissima Trinità. Successivamente,
nell’XI secolo, fu eretta la parte più antica della
chiesa ed è sulla parete di sinistra di questa che si trova
il nodo di Salomone.
Notizie certe sulla data di costruzione sino ad ora non ve n’erano.
Gli archivi parrocchiali ci restituiscono testimonianze approssimative
e, probabilmente, inesatte, poichè fanno risalire la chiesa
al 1.400, data più verosimilmente attinente al suo ampliamento.
Ora, la scoperta del graffito raffigurante il nodo di Salomone,
con il cartiglio indicante la data del 1.100, consente, se il dato
è esatto, una migliore datazione della costruzione della
parte più antica della S.S.Trinità.
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