Zimilina - Molinello
- Androla
(c) Silvano Danesi e Lorenzo Cervelli
Il sentiero etrusco celtico, del quale con questo lavoro presentiamo
la prima parte, si inserisce armonicamente nel percorso naturalistico
della Valsaviore realizzato dal Parco dell’Adamello. Il
sentiero nasce dal lavoro comune di molte persone, ma tra queste
vogliamo ricordare, in primo luogo, quelle che ci hanno lasciato
e che ci sono
state vicine, con amore, sin dai primi passi, condividendo l’entusiasmo
delle prime scoperte.
Ricordiamo Donatella Salvetti Danesi, che con passione e costanza
ha lavorato a mettere in ordine i primi reperti, cercando la logica
che li unisce e i riferimenti nella letteratura, per contestualizzarli,
fino ad identificarsi
nella temperie culturale antica che dalle pietre saliva alla mente
ed cuore. Ricordiamo il generale Domenico Scoppio, uomo di rara
sensibilità ed esperto etruscologo, che ha guidato sapientemente
le ricerche, sorreggendoci con la sua cultura e con la sua indubbia
capacità intuitiva.
Ricordiamo Giovan Battista Matti, custode di tante leggende e
tradizioni locali. A Lorenzo Cervelli, suo amico da sempre, poco
prima di morire raccontato di un uccellino che lo andava a trovare
e che aveva chiamato
“Raì”. “Raì cinguettava al mio
arrivo, era contento. Io di più.
Confidavo a Raì i miei pensieri. Raì volava nel
cielo e cantava. E anche canterà e mi aspetterà
.......sono pronto anch’io a volare ...in alto, sempre”.
questi nostri amici, che volano in alto e ci guardano, per usare
un’immagine celtica, dal Sidhe, volgiamo il nostro pensiero,
sapendo che, da un’altra dimensione, ci stanno seguendo
passo passo sul ... sentiero
L’Associazione “Amici del sentiero etrusco celtico”
Presentazione
che "primi saliti dal mezzodì alle Alpi devono
essere stati liguri ed iberi, le cui reliquie genuine sono i baschi
de' Pirenei, mentre rimontavano dal Mar Nero le genti finniche.
In tale miscela di liguri e di finni, che alle Alpi incontrarono
i celti, che vi portarono la prima pastorizia e la prima agricoltura
semplice e vaga e la prima cognizione del ferro, vennero a riparare
umbri ed etruschi sopraffatti dalla grande irruzione celtica del
sesto secolo a.C. Umbri ed etruschi mercanti ed operai erano saliti
pel Po e per l'Oglio sino al lago Sebino, ed alla irruzione celtica,
molti fuggirono, quali alle Alpi, quali all'Appennino, dove, misti
ai primitivi abitatori, ma serbati in gruppi distinti, formarono
quelle genti che si dissero retiche".
I camuni e la loro storia, come scrive Anati, coprono un periodo
Nel corso dei millenni, i camuni hanno avuto relazioni e si sono
mescolati con popolazioni varie, tra le quali, in principal modo,
con quelle celtiche ed etrusche.
Come è noto, data la vasta pubblicistica in materia, la
Val Camonica è un territorio colmo di testimonianze della
presenza dell'uomo e della sua evoluzione, ma la mappa dei ritrovamenti
non si può dire certamente completa. Cevo, ad esempio,
è una località che non figura tra quelle investigate
nei decenni trascorsi, cosicchè rimane esclusa dalle mappe
che indicano la distribuzione dell'arte rupestre e, più
in generale, dei ritrovamenti archeologici.
Qualche anno fa, più esattamente nel 1998, (con la moglie Donatella Salvetti, Domenico Scoppio
e Franca Leonardi) è stato protagonista della scoperta
di alcuni importanti reperti che fanno pensare alla zona nel comune
di Cevo che interessa il colle dell'Androla e i luoghi circostanti
e a una vasta area che dall'Androla porta alla località
Molinello, come ad un grande luogo di culto e di osservazione
astronomica.
Nel corso degli anni la ricerca è continuata. Nel frattempo
si è costituito il gruppo "Amici del sentiero etrusco
celtico", con lo scopo di approfondire le ricerche e di valorizzarle.
Grazie al costante impegno degli "Amici del sentiero etrusco
celtico" e in particolare di Lorenzo Cervelli, sono stati
effettuati nuovi ritrovamenti dei quali diamo conto, nella consapevolezza
che quanto scriviamo è provvisorio, perché la ricerca
continua e perché l'interpretazione di quanto è
stato trovato è in corso d'opera.
Cevo, i cui abitanti si danno il soprannome di Barolcc è, come indica il suo
nome ,
un paese in altezza, ossia in una posizione dominante la Val Camonica.
Alla posizione geografica si associano l'abbondanza d'acqua, un'ottima
esposizione al sole durante l'intero arco della giornata, la presenza
di terreni coltivabili e di miniere di rame e di ferro. Tutti
fattori che congiurano a fare del luogo una naturale area di insediamento
umano. Ed è così che stato, sin dai tempi più
remoti, dai quali ci giungono importanti testimonianze archeologiche,
storiche, culturali.
In questo primo quaderno, curato dagli "Amici del sentiero
etrusco celtico, diamo conto di alcuni ritrovamenti che nel loro
complesso indicano la presenza di un vasto insediamento che parte
dal Neolitico e interessa i periodi successivi, con evidenze celtiche
ed etrusche. In particolare, è identificabile un sentiero
che collega, non solo fisicamente, la parte a nord ovest dell'Androla
(dove è stato ritrovato un graffito rappresentante Lug,
nella sua forma più arcaica di Carnos), con l'area del
Molinello, a est, dove è stato scoperto un complesso megalitico.
Lug e il culto del toro
Di notevole interesse, un graffito ritrovato a
nord ovest del colle dell'Androla, rappresenta il dio Lug nella
sua forma arcaica del Cranos o Carnos, associato al toro.
I simboli "cornuti (corna di bovini, cervidi, caprini) appaiono
nel mondo dolmenico, in Bretagna, a partire dal quarto millennio
a.C. Segni simili - scrive in proposito - si ritrovano in abbondanza in forma di incisioni
rupestri nei santuari alpini del Neolitico e dell'età del
Bronzo, in particolare nella valle delle Meraviglie presso il
monte Bego (Alpi marittime, versante francese) in cui predomina
il toro e nella Val Camonica (Brescia) in cui le figurazioni del
cervo sono numerose".
Scrive in proposito Myriam Philibert (Le Mytes préceltiques,
ed. Rocher) : « Il cervo e il toro appaiono come degli animali
sacri nel Paleolitico. Dopo il riscaldamento postglaciale, essi
conservano il loro valore mitico .... Nello stesso tempo, i bovini
si scindono in due specie: un bue di piccola taglia, a corna corte,
che diviene domestico e l'uro, molto più grande, che rimane
selvaggio e viene cacciato. Sui graffiti parietali compare un
animale dalle grandi corna a lira. In uno slancio di schematizzazione,
le sole corna possono raffigurarlo. Nascono molte associazioni,
con la Luna, il serpente, associato alla Terra, il bastone della
Dea, l'ondeggiamento dell'acqua e la barca. E' in questo momento
che appare la famosa radice KRN, che troviamo in Carnac e che
viene da KR? La radice KR o KL sembra essere anteriore all'Indoeuropeo
e significa la "pietra". La N finale introduce un'idea
di elevazione".
Molti sono gli esempi di termini derivanti dalla radice Kr oKl
o delle due con la N finale. Molti anche gli dèi. Tra questi,
"Carnos (o Cranos) corrisponde - scrive Myriam Philibert
- al dio della mandria. Sui bronzi ciprioti egli appare con la
fronte adornata da corna di toro. Più tardi sarà
assimilato ad Apollo". Nella regione di Carnac troviamo Corneille.
"Carnos o Corneille - sostiene Myriam Philibert - sono delle
divinità pastorali, con il loro bastone. Noi immaginiamo
volentieri il primo come il giovane e bell'amante delle Terra
Madre. Le culture neolitiche occidentali, cretesi o minoiche valorizzano
i bovini come paredri della terra Madre e anche come epifania
lunare". "A volte - scrive ancora Myriam Philibert -
questa divinità cornuta ha una polarità femminile,
allorquando appare sotto la forma di corna aperte come un vaso
e si oppone al pugnale, maschile, erede, sul piano stilistico,
della freccia. Allora, il dio cornuto rappresenta evidentemente
la terza funzione, legata al nutrimento, alla femminilità
e alla terra. Egli è il protettore degli agricoltori ed
è simile al Cranos dei Greci, dio degli armenti, prima
di acquisire un carattere solare". Con l'arrivo degli indo-europei
e della società patriarcale, "il dio toro, più
o meno androgino, non ha più posto".
Siamo, dunque, in presenza del culto del toro, al quale, successivamente,
con il sopravvenire dei culti solari e l'entrata nell'era dell'Ariete,
si sostituisce il dio-cervo. "Carnos-Toro funge da paredro
alla Dea Madre, nel suo ruolo di dea della sessualità e
della fecondità, come nel paleolitico. Egli incarna, dunque,
una certa immagine dell'immortalità. ...... Il cervo, simbolizza,
come il Sole, il rinnovamento ciclico, la successione vita, morte,
rinascita, sul piano vegetativo, animale, umano o divino".
Le corna del cervo, fa osservare , con il loro mutare ad ogni ciclo stagionale, sono
simbolo di rinascita.
Infine, il Cernunno. Dopo il Toro neolitico e il cervo dell'età
del Bronzo, nell'era dei Pesci troviamo il Cernunno, del quale
una delle più significative versioni appare in Valcamonica,
con un torquis nella mano destra e un serpente dalla
testa d'ariete nella mano sinistra.
Della possibile presenza a Cevo di un culto del toro, narra una
leggenda raccolta da Lorenzo Cervelli, in base alla quale la popolazione
locale adorava un "bue d'oro" (nel corso dei secoli
c'è stata una sovrapposizione simbolica tra il toro e l'idolo
sinaico) che le genti venute dalla valle (il cristianesimo) volevano
distruggere. Fu così deciso di nascondere il "bue
d'oro" sul monte (che oggi si chiama Dorino), affidandolo
a dei custodi (l'antica religione si è ritirata sui monti).
Al sopraggiungere delle genti delle valli, che incendiarono tutto,
sempre secondo la leggenda, il "bue d'oro" fu sotterrato
(l'antica religione è divenuta clandestina) e i suoi custodi
se ne andarono lungo una via ora segnata da molte croci (chiara
forma di esorcismo delle antiche presenze cultuali).
Del culto del toro sappiamo abbastanza poco. Nel mondo celtico
un toro bianco veniva ucciso in particolari circostanze e la sua
carne veniva cotta in un calderone. Di questa carne si nutriva
abbondantemente un druida, il quale, nella notte, riceveva in
sogno le indicazioni utili per la tribù (l'elezione di
un re, l'esito di una battaglia, il destino di un popolo, ecc.).
Nel "Libro dell'Ulster" viene tramandato un racconto
che risale quantomeno all'VIII secolo nel quale Conn, per rompere
un geis che lo lega ad una donna dell'Aldilà, va in cerca
di un bambino nato da una coppia senza colpa. Nel momento in cui
sta per essere compiuto il sacrificio "arriva una donna accompagnata
da una mucca. La donna dice: "Ecco cosa dovete fare: uccidere
la mucca e mescolare il suo sangue al suolo d'Irlanda, davanti
alle porte di Tara...Quando la mucca sarà morta, si dovranno
aprire i due stomaci. Ci sono dentro due uccelli, uno con una
zampa sola, l'altro con dodici zampe". Siamo in presenza
del sacrificio con sostituzione di vittima, ma in relazione con
un culto taurobolico di cui ignoriamo tutto. Si tratta del famoso
toro delle tre gru ( le gru, suggerisce sono simbolo di saggezza e di vigilanza) raffigurato
nell'arte statuaria gallo-romana? Comunque sia, la mucca viene
uccisa e gli uccelli che prendono il volo si battono; a prendere
sopravvento è
In ,
si cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva
nel 2002 a.C. un "Culto di Maggio", legato al primo
maggio, quindi ad Aldebaran, sopresso intorno al 1600 a.C. da
adoratori del solstizio, quindi del Sole, provenienti dall'Egitto
o dalla Grecia.
Il "Culto di Maggio" venerava il sorbo e il pruno, mentre
gli adoratori del sole il vischio. Il "Culto di Maggio"
dà origine ad un calendario con l'anno diviso in otto parti:
solstizi, equinozi, primo maggio, primo novembre, primo agosto
e primo febbraio. Questo fa pensare ad Aldebaran (Toro) e ad Antares
(Scorpione): l'uno in opposizione all'altro nello zodiaco.
Ma chi è Lug?
E' l'Apollo - Mercurio celtico, e la sua origine, come ricorda
Jean Markale (I Celti, Mondadori) risale al mito iperboreo, ovvero
a quella "nazione mitica degli Iperborei, entro la quale
s'aggira forse il ricordo dei costruttori di megaliti" che
ritroviamo (il popolo della Dèa
Dana) la prima ad insediarsi in Irlanda.
E' interessante, a questo proposito, quanto sostiene Jean Markale
a proposito di Cûchulainn (Setanta), figlio di Lug e di
Dechtaire, sorella di re Conchobar: "La sua forza fisica,
il suo coraggio si trovano collegati al simbolo del toro. Del
resto il nome di Tarani (divinità celtica, ndr) va accostato
al nome toro (tarvos). ...... Sono qui frammisti in maniera confusa
ricordi totemici e resti di un'antica religione taurobolica".
Il ritrovamento del dio cornuto sotto l'Androla rappresenta, pertanto,
un elemento di grande importanza per lo studio dell'area di Cevo.
Il colle dell'Androla
Il colle dell'Androla si presenta, da molti punti
di vista, come un probabile luogo di culto e di osservazione astronomica.
Gli indizi che suffragano tale ipotesi sono molteplici, a cominciare
dalla collocazione geografica. Il colle è infatti in una
posizione tale da consentire, a chi si ponga sulla sua sommità,
di dominare la valle e di avere a propria disposizione la vista
a 360 gradi di tutte le montagne circostanti. Questo fatto, oltre
a farne un naturale punto di osservazione a scopi difensivi, ne
consente l'utilizzo a fini astronomici (riferimenti solari, lunari,
stellari). In questa direzione è andata la prima osservazione,
tesa a identificare eventuali segni rivelatori della presenza
di traguardi utilizzabili al fine della determinazione del tempo,
delle stagioni, dei movimenti della volta celeste.
L'esistenza di possibili resti di massi allineati in forma circolare
è già desumibile dalla fotografia aerea del colle
e viene ulteriormente confermata da una prima e sommaria prospezione
della zona circostante la chiesetta edificata sulla sommità
dell'Androla.
Sulla sommità del colle era visibile (ora è stata
rimossa in conseguenza dei lavori di scavo per la collocazione
di una gigantesca croce) una pietra dal perfetto allineamento
a Sud e a Est-Ovest. La pietra era di forma triangolare (tetraedrica).
La stessa chiesetta collocata sulla sommità è testimonianza
indiretta dell'antico uso del colle dell'Androla come osservatorio.
La parte più antica dell'edificio è infatti una
costruzione a base quadrata, con quattro aperture allineate ai
quattro punti cardinali.
La chiesetta, inoltre, introduce all'uso cultuale antico dell'Androla.
La prima parte dell'edificio, infatti, è stata costruita
laddove le credenze locali indicano il luogo di raduno delle streghe.
Scrive in proposito D.A.Morandini:
Cave di rame e streghe che ballavano durante "l'infuriare
dei temporali" potrebbero essere connesse, in quanto, secondo
testimonianze orali attuali, ancora oggi il Colle dell'Androla
è spesso colpito da numerosi fulmini. Il fatto che il colle
attiri i fulmini (le streghe che ballano?) è evidentemente
in relazione con la presenza di cave o miniere di minerale metallico.
Riguardo alla presenza di cerchi di pietre, sin dalla più
remota antichità, in varie parti del mondo, Colin Wilson,
riporta il parere dell'archeologo Lethbridge, secondo il quale,
Il nome Androla, potrebbe derivare da antrum, antro, cavità
o grotta.
La derivazione da antrum, antro, riguarderebbe anche Andrista,
il paese che sta al di sotto dell'Androla e che è raggiungibile
dal colle attraverso un sentiero scosceso che passa per le cave
o miniere di rame abitate dalle streghe.
Andrista = Antrum istum = questa cavità
Androla = Antrum illum = quella cavità.
Le streghe custodivano, secondo la tradizione, il serpente dall'anello
d'oro nelle grotte dell'Androla e il serpente è un elemento
di grande importanza per lo studio delle tradizioni locali e per
l'identificazione dei possibili culti antichi.
Il serpente è animale correlato alla terra e, di conseguenza,
alla Dea Madre.
Ad Andrista è ancora viva la tradizione del Basilisc. Angelo
Moreschi (Giornale di Brescia), ricordando il rito che al 5 di
gennaio si svolge a Andistra parla del "Badilisc" come
di un serpente peloso, con una grossa testa, due enormi occhi
ed una bocca gigantesca. Bocca dalla quale escono, dopo una processione
che porta il "mostro" per le vie del paese, i fatti
salienti dell'anno, offerti al pubblico ludibrio (il "discorso
del Badilisc"). Il Badilisc è descritto come un serpente
munito di corna di mucca e con il capo di pelle di capra, nato
da un uovo deposto da un vecchio gallo e covato da un rospo velenoso.
In alcune raffigurazioni il Basilisco ha una testa di gallo e
una coda di serpente.
Va ricordato che il Cernunno è rappresentato con corna
di cervo, con in mano un e un torques (anello d'oro?).
Il modello del serpente criocefalo, fa notare Prieur è
molto diffuso in Gallia ed esprime
Alla tradizione del serpente con l'anello d'oro si associa quella
del serpente della pietra, che veniva preso in località
Molinello e portato in processione all'Androla. La leggenda lo
indica come il serpente della pietra in quanto aveva una pietra
luminosa sulla testa.
Va a questo proposito ricordato che tra le popolazioni delle alpi
francesi e svizzere si narra di serpenti e draghi volanti con
una pietra in fronte, che di notte volano tra le cime dei monti
e di giorno si riparano in grotte naturali. Secondo tradizioni
celtiche ai serpenti volanti crescevano le ali con l'invecchiamento
e si trasformavano in draghi. Interessante, per la
vicinanza dei luoghi e il comune contesto alpino, la leggenda
del serpente (drago) della Corna Rossa di Zogno, in Val Brembana,
che i vecchi dicono di vedere ancora volare tra le cime. Il serpente
usciva di notte dalla sua tana sulla Corna Rossa e volava, tenendo
in bocca una boccia d'oro, sopra la conca di Zogno, ritornando
alla Conca Rossa dopo essersi fermato a bere all'antica fonte
del Boer, presso l'Inzogno. Si dice che i giovani del paese seguissero
il serpente alla fonte, con una padella per catturarlo e rubargli
la boccia d'oro, ma accadeva sempre che i giovani venissero all'istante
pietrificati.
Il serpente, che troviamo scolpito in un manufatto megalitico
nell'area del Molinello, sia come serpente dell'anello d'oro,
sia come serpente della pietra luminosa è uno degli elementi
simbolici maggiormente presenti a Cevo. Poiché il serpente
si collega direttamente ai culti della Dea Madre e in considerazione
della derivazione iberica (basca) delle popolazioni cosiddette
celto-liguri, che hanno per prime popolato la Val Camonica, non
possiamo non trovare un riferimento con l'antica religione dei
baschi e con la sua principale divinità, la Dèa
Mari, dèa della terra e donna bellissima dai biondi capelli,
impreziositi da un pettine d'oro, abitante la caverne sotterranee,
il cui paredro è il serpente Maju o Sugaar, dio della terra
e del cielo. A volte Mari stessa, nella sua parte inferiore, è
un serpente, così come Ninianae (Viviana, la Dama del lago
di arturiana memoria) o Dahut Non v'è chi non noti un'assonanza
con le camune Aquane.
,
calme e gentili abitatrici di terre fatate, sono capaci di predire
il futuro e di ricordare il passato, ma non conoscono il presente;
appartengono al culto celtico delle acque e in molte leggende
celtiche, questi spiriti dell'acqua, in forma di donne bellissime,
attirano gli umani nell'Aldilà, facendo loro smarrire il
senso del tempo. Questi spiriti dell'acqua appartengono al popolo
fatato della Dea Dana, ovvero al Sidhe, un mondo parallelo, le
cui entrate si trovano sotto i poggi e nei pressi dei delmen e
delle fonti.
Il Coran dèla Panéra
Nella parte a sud dell'Androla, nei pressi del Coran dèla
Panéra, sono state scoperte una roccia variamente incisa,
ancora in fase di studio e l'incisione di una figura antropomorfa,
inscritta in un triangolo con la punta rivolta verso il basso,
rinvenuta su una roccia nei pressi della prima.
Riguardo alla prima possiamo supporre si tratti di una planimetria
del luogo. I segni zig zag, che compongono losanghe, potrebbero
indicare corsi d'acqua e il quadrato attraversato da varie linee
potrebbe, ragionevolmente, indicare un villaggio. Meno comprensibile
è la disposizione delle numerose coppelle. Tuttavia, alcune
incisioni riportate da ,
come quelle denominate la roccia del Druido e dello Stregone,
danno del disegno geometrico a zig zag una possibile interpretazione
cultuale. Nelle due incisioni, infatti, le figure antropomorfe
portano addosso disegni a forma di losanga ripetuta.
La losanga (mâcle, maglia), evidente simbolo della Dèa
Madre, evoca la forza vitale universale; è una maglia della
Grande Rete sumera, che si estende a tutto l'universo ed è
lo schema della forza vitale universale. L'agrenon (la rete in
greco) rappresenta l'espansione che si compie al tempo stesso
in tutte le direzioni. La rete si trova incisa sulle pietre onfaloidi
e nella cultura celtica è equivalente alla spirale. Alla
rete di losanghe si accosta anche la scacchiera, sulla quale siede
Lug, composta di quadrati bianchi e neri, ad indicare le polarità
della manifestazione.
Per quanto riguarda la figura antropomorfa inscritta in un triangolo
con la punta rivolta verso il basso, essa sembra appartenere,
stando alla tipologia dell'arte camuna introdotta da E.Anati,
al Neolitico. Potrebbe trattarsi di un "orante", con
la particolarità che il triangolo con la punta verso il
basso è simbolo femminile.
Proseguendo sul sentiero si arriva in prossimità del Molinello,
dove un'antica porta litica (la Strøta), ora distrutta,
introduceva a quella che si presenta come una vasta area sacra,
con probabili funzioni cultuali, di guarigione e di osservazione
astronomica.
Un'antica leggenda indica il luogo come punto di incontro e di
svolgimento di antichi riti.
"Si raccontava una volta che in Tesa maturasse anche il frumento,
ma una notte di luna piena si siano radunate delle belle fanciulle.
Si trovavano a far baldoria e a ballare alla luce di un grande
fuoco, per incontrare un signore, con le corna e con la coda,
che si presentava intorno alla mezzanotte. I ragazzi del paese
avevano paura dei versi che sentivano e gli uomini non sapevano
più cosa fare.
Questo capitava tutti i mesi, a luna piena, ma una bella notte
del mese di novembre, un uomo è andato a S.Sisto e ha iniziato
a suonare la campanina. Le belle fanciulle che ballavano, ebbre,
smisero improvvisamente e corsero verso il fuoco, dove le aspettava
il signore, ma arrivarono tardi, piene di botte e di tagli. Il
signore nel vedere come erano ridotte non le volle più
con sé, trasformò i loro piedi in zampe di capra
e le imbalsamò al Dòsol.
Dopo d'allora, tutti i mesi, viene suonata la campana di S.Sisto.
Non si è più sentito nulla. In Tesa i campi sono
diventati fertili e producono anche il frumento". La leggenda,
raccontata da Giùanù (Giovan Battista Matti) e raccolta
da Lorenzo Cervelli, è di grande interesse, in quanto,
depurata dalla interpretazione cristiana, ci parla di antichi
riti che si svolgevano nelle notti di luna piena, con danze frenetiche
e con l'assunzione di bevande inebrianti, davanti ad un grande
fuoco. La danza rituale, il cui ritmo frenetico, accompagnato
dall'assunzione di bevande inebrianti, produceva stati di coscienza
alterata, consentiva, come avviene ancora oggi in molte ritualità
sciamaniche, di traguardare oltre la nostra dimensione, per accedere
ad altri mondi .... all'altro mondo; quel mondo parallelo, il
Sidhe, al quale i Celti credevano come ad una realtà concreta.
Chi era il signore? Non un'entità, ma, oggi diremmo, il
Sé superiore di ognuno dei partecipanti, la proiezione
dell'inconscio collettivo della tribù, quel dio Lug, detto
il luminoso, che appunto viene rappresentato con le corna (il
kernunnos, il sacro cervo). Per i Celti questo mondo umano è
finito, misurabile e misurato. L'altro mondo, il Sidhe, è
l'immutabile presente della realtà, dove io sono stato
equivale a io sono e a io sarò.
Incontrare Lug significa, dunque, acquisire conoscenza ed è
quanto facevano quelle sacerdotesse di un tempo, trasformate in
streghe dal cristianesimo e pertanto malridotte (ecco le botte
e i tagli), ormai incapaci di accedere all'altra dimensione e,
pertanto, imbalsamate dallo stesso Signore della conoscenza, perché
il loro sapere non venisse usato da chi non ne era degno. Imbalsamate,
non eliminate, come la loro cultura, che non appartiene più
al quotidiano, perché non la sappiamo comprendere e che,
tuttavia, è scritta nelle pietre, raccontata nelle leggende,
vivente nei simboli.
Il Molinello
Il Molinello si presenta come una serie sovrapposta
di terrazze contenute da muri di pietra. Lungo i muri si trovano
pietre posizionate in modo tale da far pensare a tombe e a dolmen,
mentre altre inducono a pensare alla presenza di menhir spezzati.
Si potrebbe ipotizzare la presenza di un villaggio fortificato
o di un castelliere, ma questi insediamenti di solito erano protetti
alle spalle da rocce, in modo tale da lasciare vulnerabile, ma
facilmente difendibile, solo la parte rivolta verso l'area pianeggiante
del fondo valle.
Alle spalle dei terrazzamenti, non sufficientemente ampi da far
pensare ad uno sfruttamento agricolo, non ci sono rocce, ma pianori
sui quali è evidente la presenza di cerchi megalitici.
Inoltre, a sud-ovest del possibile centro e in basso, vicino alle
attuali costruzioni adibite a stalla, ci sono pietre disposte
in modo tale da far pensare ad un traguardo con il quale determinare
gli allineamenti tra i megaliti dei cerchi e la volta celeste.
Verso la parte più bassa del complesso di pietre, c'è
un dolmen di splendida fattura.
A questo proposito è significativo quanto scrive Jean Markale:
Di grande interesse, infine, anche la scoperta
di quella che chiameremo la "Pietra dell'astronomo",
a pochi metri dal traguardo e dai cerchi di pietre.
La "Pietra dell'astronomo" si rivela, ad un'osservazione
attenta, come uno schema utilizzabile dall'operatore per osservare
il cielo. Le due coppelle di maggiore diametro (all'incirca 8
centimetri) indicano, se unite da un'asta, la direzione sud-est,
di estremo interesse, in quanto in quella zona del cielo troviamo
asterismi importanti come Orione, il Cane maggiore, con Sirio,
il Toro, con Aldebaran, le Pleiadi.
La forcella che si diparte dalla coppella centrale era, nell'antichità,
uno strumento che serviva a traguardare il cielo per identificare
gli asterismi, le levate eliache , i movimenti delle costellazioni
e delle singole stelle. La forcella è orientata ad est
e finisce nella coppella centrale, costituendo con essa una figura
vagamente antropomorfa. Nella pietra sono poi evidenziate quattro
altre coppelle, tre del diametro di circa tre centimentri e una
dal diametro di circa un centimetro. Sono poste ad ovest delle
coppella principale. Immaginiamo ora un astronomo del tempo, dotato
della sua forcella, che punta nella coppella centrale. Se nelle
altre coppelle ad ovest (sud-ovest e nord ovest) infila dei bastoni
che fungono da traguardo, può osservare e testare una vasta
parte del cielo occidentale. Se, al contrario,volge lo sguardo
ad est, infilando un bastone nella coppella di sud-est, può
traguardare, ad esempio, la levata eliaca di Aldebaran, di Sirio,
delle Pleiadi. Sono, questi, riferimenti stellari di estrema importanza
per il mondo antico, come dimostra, peraltro, una vasta letteratura
al riguardo, alla quale rinviamo non essendo possibile, in queste
brevi note, affrontare compiutamente l'argomento.
La "Pietra dell'astronomo", dunque, si rivela, a nostro
parere, come un ritrovamento di notevole importanza, in quanto
costituisce un punto di riferimento esenziale per successive osservazioni
archeoastronomiche.
La fonte ferruginosa e il serpente
A Nord-Ovest del Molinello si trova una fonte ferruginosa. Una
serie di pietre orientate e nelle quali sono stati ricavati dei
traguardi triangolari indicano un percorso sinusoidale che collega
il Molinello alla fonte ferruginosa. All'incirca a metà
percorso si trova un masso, chiaramente intagliato, la cui forma
ricorda la testa di un serpente. Al di sotto della testa il masso
mostra, evidente, un gradino di pietra. Considerate le sopravvivenze
(leggende, festività) legate al serpente, non è
da scartare l'idea che il masso a forma di testa di serpente possa
essere un'ara posta a metà strada tra il cerchio megalitico
e la fonte ferruginosa per scopi cultuali.
E' interessante notare che il percorso che porta dal traguardo
al serpente e alla fonte ferruginosa è indicato da pietre
tagliate a triangolo. La testa del serpente, ricavata da un blocco
di granito, è orientata ad est e riceve la luce del sole
in fronte all'equinozio di primavera. I due occhi sono lambiti
tangenzialmente dal sole al solstizio d'inverno e al solstizio
d'estate. Non va dimenticato il valore apotropaico del serpente
e la sua associazione, in molte culture, alla guarigione.
Altri ritrovamenti Accenniamo,
solo di sfuggita, rimandando ad altra trattazione, ad altri ritrovamenti,
quali varie scritte in nord etrusco (una di queste al Molinello)
e un nodo di Salomone, di probabile età romana, ora incastonato
nella diga della Val D'Arno.
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