Il culto della Dèa nel santuario antico del Wouivre al Molinello

© Testi e ricerche a cura di Silvano Danesi e Lorenzo Cervelli

Questo testo è parte del saggio, di prossima pubblicazione: “Il canto della roccia - itinerari della memoria sul sentiero etrusco-celtico”.

Un santuario antico. Un luogo nel quale le genti che lo hanno popolato, nei secoli, hanno lasciato, in forme diverse, consone alla loro cultura, accanto ai segni interpretativi del territorio e descrittivi della loro presenza, i simboli del sacro. Simboli, non segni, perché i segni sono la testimonianza schematica di una realtà conosciuta, mentre i simboli, polisemici, rinviano ad un’ulteriorità arcana. I simboli sono vivi, agiscono, sollecitano il ricordo (il riaccordarsi con) di antiche sapienzialità. I simboli, linguaggio dell’anima, suscitano la nostalgia, lo struggente dolore che evoca il ritorno; suggeriscono l’intraprendimento del viaggio verso l’origine.
Un santuario antico: questo è il vasto mondo dell’alta Val Camonica, dominato dalla presenza del Pizzo Badile e della Concarena, simbolicamente evocatrice della polarità della creazione.

 

Il nemeton del Molinello
In questo contesto si colloca il nemeton del Molinello del quale diamo, in breve sintesi, alcune notizie, rinviando agli altri articoli presenti in questo stesso sito web.

http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/cevo.htm
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/cevogb.htm
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/ritrovamenti/ritrovamenti.html
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/ritrovamenti/ritrovgb.html

Il Molinello si presenta come una serie sovrapposta di terrazze contenute da muri di pietra. Lungo i muri si trovano pietre posizionate in modo tale da far pensare a tombe e a dolmen, mentre altre inducono a pensare alla presenza di menhir spezzati.
Si potrebbe ipotizzare la presenza di un villaggio fortificato o di un castelliere, ma questi insediamenti di solito erano protetti alle spalle da rocce, in modo tale da lasciare vulnerabile, ma facilmente difendibile, solo la parte rivolta verso l'area pianeggiante del fondo valle.

Alle spalle dei terrazzamenti, non sufficientemente ampi da far pensare ad uno sfruttamento agricolo, non ci sono rocce, ma pianori sui quali è evidente la presenza di cerchi megalitici.

Inoltre, a sud-ovest del possibile centro e in basso, vicino alle attuali costruzioni adibite a stalla, ci sono pietre disposte in modo tale da far pensare ad un traguardo con il quale determinare gli allineamenti tra i megaliti dei cerchi e la volta celeste.
Verso la parte più bassa del complesso di pietre, c'è un dolmen di splendida fattura.
A questo proposito è significativo quanto scrive Jean Markale: "Sappiamo che i druidi erano dei solitari, degli eremiti residenti nelle foreste dove celebravano un culto avvolto nel mistero. C'è probabilmente in tutto ciò una sopravvivenza della religione dolmenica che noi non conosciamo, ma che possiamo constatare osservando il numero dei monumenti megalitici, dei dolmen soprattutto, nei territori celtici. E' stata infatti avanzata l'ipotesi che i dolmen fossero le tombe dei sacerdoti o dei missionari propagatori di quell'antica religione, morti in fama di santità e venerati dopo la loro scomparsa. Sappiamo pure che il mito dei Tuatha Dé Danann viventi nei poggi si riferisce a quel periodo".

Di grande interesse, infine, anche la scoperta di quella che chiameremo la "Pietra dell'astronomo", a pochi metri dal traguardo e dai cerchi di pietre.
La "Pietra dell'astronomo" si rivela, ad un'osservazione attenta, come uno schema utilizzabile dall'operatore per osservare il cielo. Le due coppelle di maggiore diametro (all'incirca 8 centimetri) indicano, se unite da un'asta, la direzione sud-est, di estremo interesse, in quanto in quella zona del cielo troviamo asterismi importanti come Orione, il Cane maggiore, con Sirio, il Toro, con Aldebaran, le Pleiadi.
La forcella che si diparte dalla coppella centrale era, nell'antichità, uno strumento che serviva a traguardare il cielo per identificare gli asterismi, le levate eliache, i movimenti delle costellazioni e delle singole stelle. La forcella è orientata ad est e finisce nella coppella centrale, costituendo con essa una figura vagamente antropomorfa. Nella pietra sono poi evidenziate quattro altre coppelle, tre del diametro di circa tre centimentri e una del diametro di circa un centimetro. Sono poste ad ovest della coppella principale. Immaginiamo ora un astronomo del tempo, dotato della sua forcella, che punta nella coppella centrale. Se nelle altre coppelle ad ovest (sud-ovest e nord ovest) infila dei bastoni che fungono da traguardo, può osservare e testare una vasta parte del cielo occidentale. Se, al contrario,volge lo sguardo ad est, infilando un bastone nella coppella di sud-est, può traguardare, ad esempio, la levata eliaca di Aldebaran, di Sirio, delle Pleiadi. Sono, questi, riferimenti stellari di estrema importanza per il mondo antico, come dimostra, peraltro, una vasta letteratura al riguardo, alla quale rinviamo non essendo possibile, in queste brevi note, affrontare compiutamente l'argomento.

La "Pietra dell'astronomo", dunque, si rivela, a nostro parere, come un ritrovamento di notevole importanza, in quanto costituisce un punto di riferimento esenziale per successive osservazioni archeoastronomiche.

 

La fonte ferruginosa e la stele del serpente
A Nord-Ovest del Molinello si trova una fonte ferruginosa. Una serie di pietre orientate, nelle quali sono stati ricavati dei traguardi triangolari, indicano un percorso sinusoidale che collega il Molinello ad una fonte ferruginosa.

All'incirca a metà percorso si trova un masso, chiaramente intagliato, la cui forma ricorda la testa di un serpente. Al di sotto della testa il masso mostra, evidente, un gradino di pietra. Considerate le sopravvivenze (leggende, festività) legate al serpente, non è da scartare l'idea che il masso a forma di testa di serpente possa essere un'ara, posta a metà strada tra il cerchio megalitico e la fonte ferruginosa per scopi cultuali.

La testa del serpente, ricavata da un blocco di granito, è orientata ad est e riceve la luce del sole in fronte agli equinozi. I due occhi sono lambiti tangenzialmente dal sole al solstizio d'inverno e al solstizio d'estate. Non va dimenticato, in questo contesto, il valore apotropaico del serpente e la sua associazione, in molte culture, alla guarigione.

 

Il serpente, ovvero Wouivre
Scrive in proposito D.A.Morandini: “Una antica tradizione dice che vi esistessero, sotto la Cappella dell’Androla, delle cave di rame, chiamate ramine. La Cappella dell’Androla è forse il miglior belvedere di tutta la Valle Camonica. Esaurite ed abbandonate le cave di rame rimasero le gallerie profonde e paurose. Ebbene: quel popolo che immaginò un serpente dall’anello d’oro, a cui nessuno osò mai avvicinarsi perché annientava collo sguardo, popolò anche quelle gallerie di streghe. Queste fantastiche creature paurose, durante l’infuriare dei temporali, uscivano dai loro domini sotterranei e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell’Androla le più strane ridde infernali".

Dal racconto del Morandini si evincono tre elementi importanti: l’esistenza di cave di rame, il riferimento ad un “popolo del serpente” e la presenza delle streghe.

Al serpente dell’anello d’oro, custodito dalle streghe sotto il Colle dell’Androla, si associa il serpente della “preda” (della pietra), visibile, secondo la tradizione, tra i boschi nella zona della Pineta. Dalla tradizione si evince che nei pressi della sorgente Antigola, una delle più antiche del luogo, dove l’acqua sgorga sempre alla stessa temperatura, girasse un serpente con un diamante (una pietra luminosa) in bocca, chiamato dalla popolazione Sèrpent dè la préda. Va a questo proposito ricordato che tra le popolazioni delle alpi francesi e svizzere si narra di serpenti e di draghi volanti con una pietra in fronte, che di notte volano tra le cime dei monti e di giorno si riparano in grotte naturali. Secondo tradizioni celtiche ai serpenti volanti crescevano le ali con l’invecchiamento e si trasformavano in draghi. Alcuni draghi alati avevano corpo leonino. Interessante, per la vicinanza dei luoghi e del comune contesto alpino, la leggenda del serpente (drago) della Corna Rossa di Zogno, in Val Brembana, che i vecchi dicono di vedere ancora volare tra le cime. Il serpente usciva di notte dalla sua tana sulla Corna Rossa dopo essersi fermato a bere all’antica fonte del Boér, presso Inzogno. Si dice che i giovani del paese seguissero il serpente alla fonte, con una padella per catturarlo e rubargli la boccia d’oro, ma accadeva sempre che i giovani venissero all’istante pietrificati.
Enrichetta Gozzi, madre di Lorenzo Cervelli, in proposito ricorda che “Jacom detto Barbù chiamava noi bambini nelle notti di luna piena ad ammirare la lucina che si vedeva nei cap de Tesa. Barbù diceva che era il serpente della preda. I campi erano tutti un fiore di grano”. “Una notte – aggiunge Enrichetta Gozzi – quando avevo all’incirca sei anni, quella lucina l’ho vista anch’io”.

Gaetano Matti ci riferisce che da piccolo sentiva dagli anziani parlare del serpente della pietra che passava vicino a Dòsol, nei pressi dei Cap de Tesa o nei pressi della fonte (oggi asciutta) a est del dolmen. Il serpente lasciava, volando rasente al suolo, una striscia di erba bruciata. Quando sentiva parlarne correva sui luoghi per tentare di vederlo. “Però – dice – non l’ho mai visto”.

In effetti, come abbiamo già accennato, nei boschi a ovest del Molinello c’è una struttura megalitica a forma di testa di serpente, sulla cui fronte batte il sole all’equinozio. Il raggio del sole è tangente agli occhi nei due solstizi.
Il serpente è presente e vivo nel folclore locale con la sagra di Andrista, dove una volta l’anno, il 6 di gennaio, il Badilisc, ossia una maschera rappresentante una testa di serpente, parla alla popolazione della frazione di Cevo, raccontando i fatti di tutti. L’uomo che impersona il basilisco è nominato ogni anno e durante il periodo del suo mandato raccoglie i pettegolezzi di tutta la comunità. La sagra, evidentemente, è l’erede di un antico rito catartico, dove la confessione pubblica allontanava definitivamente i fatti dell’anno trascorso, chiudendo ogni contenzioso, affinché l’anno appena iniziato potesse evolversi nella serenità per tutta la comunità.
“La maschera animale – fa notare Massimo Centini – penetrando nel folklore, diventava “segno” del rinvigorirsi del paganesimo in seno alle tradizioni popolari che, nell’ottica della chiesa medievale, erano un autentico ricettacolo del demonio".

Wouivre, spirito della Madre Terra
La presenza di leggende relative al serpente e il ritrovamento di un sito megalitico in località Molinello nel quale è evidente una struttura in pietra, opera dell’uomo, dalle esplicite fattezze serpentiformi, ci induce a pensare all’area in questione come ad un luogo sacro antico connesso con la Wouivre.
Wouivre, nella tradizione druidica, è lo spirito tellurico, che come un serpente, striscia lungo la terra e agisce in profondità, portando la vita e la fertilità.
Ci sono luoghi in cui questo flusso nascosto raggiunge la superficie generando un collegamento tra il cielo e la terra.

“Questa particolare forza o spirito tellurico si manifesta in determinate circostanze soprattutto in presenza di corsi d’acqua sotterranei, dai quali si sprigiona una forza magnetica, o nei punti della crosta terrestre in cui, per la presenza di faglie e di fratture, diversi tipi di roccia si mescolano fra loro, oppure ancora, stando agli antichi, in luoghi dove gli dèi avevano dato segno della loro immanenza. ….. Questi, in genere, i luoghi dove le forze telluriche più potenti – manifestazione palpabile dello spiritus mundi o spirito della terra – possono essere avvertite, sentite. Lo spiritus mundi racchiude in sé un’energia così prepotente da essere capace di ridestare l’uomo alla vita dello spirito. Questa situazione speciale era già riconosciuta ampiamente dai sacerdoti druidi ……"

Quelli dove si manifesta il Wouivre sono punti che provocano “in un essere umano la capacità di avvertire un’espansione eterica, ossia un autentico “stato di grazia”, un’energia poderosa ….

I druidi chiamavano Wouivre una sorta di spirito della terra, serpeggiante attraverso il suolo una corrente tellurica. Questo Wouivre nasce dal movimento delle acque sotterranee e delle faglie del terreno che hanno messo in contatto dei suoli di natura diversa, o sorgono dalle profondità del magma terrestre.

A volte le wouivre sono delle forze che attraversano il cielo, delle correnti magnetiche che, in certe situazioni ben precise, vanno a incontrare in un modo particolarmente benefico l’azione delle correnti telluriche e creano un luogo privilegiato che i druidi segnavano con un menhir o con un dolmen.


Da Wouivre a vouivre
Questo spirito della terra è diventato nella leggenda il vouivre (vouivre, dal latino vipera, serpente).

Il vouivre e una creatura fantastica. Il vouivre è un genere di drago alato, che trasporta un escarboucle sulla faccia. Questo occhio, una pietra inestimabile e gigantesca, a volte viene nascosto nelle canne dell’ansa di un fiume o di un lago, mentre il vouivre pesca e può essere rubato da un ladro particolarmente audace. Per il resto del suo tempo il vouivre veglia sui tesori sotterranei.

Il serpente della pietra e il serpente dell’anello delle leggende di Cevo sono perfettamente collocabili all’interno di questa tradizione.

Vouivre (4), in conformità con l’etimo della parola, è, dunque, un serpente. Il relativo formato è variabile: da alcuni centimetri alla lunghezza di parecchi metri. Fornito raramente di piedini, ha sempre due grandi ali. Ma la cosa che lo caratterizza particolarmente, è che trasporta sulla faccia, o in una cavità del cranio, o alla conclusione di una sorta di antenna, una pietra di inestimabile valore, generalmente un rubino, chiamato “escarboucle”, a volte un diamante. La pietra è di una luce vivida e quando il vouivre vola alla notte, lascia una traccia di fuoco.

Il vouivre passa la più gran parte del tempo sotto terra. Il suo riparo può essere un foro che apre lui stesso nella terra, una caverna a lato di una scogliera, o il sotterraneo di un castello in rovine. Ma frequenta anche agli ambienti acquatici: il fiume calmo che brilla sotto il fogliame, lo stagno pacifico nel mezzo di un bosco, la fonte che scorre sotto l’erba o che si riversa in un bacino della pietra. A volte è in una fontana nel cuore di un villaggio. È là che berrà o si bagnerà. Il vouivre apprezza, comunque, posti poco abitati come le paludi, le caverne.

Il vouivre non è un animale vagabondo; ha le sue abitudini e i suoi spostamenti sono limitati. A volte vola da una rovina ad un’altra, si avviluppa su un campanile o vola sul pelo dell’acqua. Le sue uscite sono regolari ed esce tutte le sere ad ore fisse. In Francia, a Avoudrey, esce solamente una volta l’anno, a Natale. A Mouthier è ancora più preciso : esce elle 11 di sera.

Se non lo si provoca il vouivre non è un animale pericoloso. Obbediente agli impulsi della natura, rimane indifferente al mondo degli uomini. Ma se si tenta di rubargli il suo diamante diventa immediatamente furioso e attacca chi lo vuole depredare.


Molinello, area sacra alla Dèa
La tradizione del serpente, particolarmente presente a Cevo, rivela, dunque, non solo l’esistenza di un antico insediamento druidico, ma anche la caratteristica dell’area del Molinello e della sue immediate vicinanze come area sacra dedicata alla Dea madre universale. Il serpente, simbolo quanto mai presente nelle tradizioni antiche e dai molteplici e diversi significati, era assai frequentemente associato alla saggezza oracolare della Dèa madre, che in molte raffigurazioni preistoriche non ha una testa umana, ma soltanto un collo serpentiforme.

La religione della Dèa è esistita per un tempo immensamente lungo ed ha lasciato un’impronta indelebile nella psiche occidentale. Risulta “documentato – scrive Marija Gimbutas - che l’era della dominazione religiosa femminile è stata interrotta per circa 25 mila anni. Poiché la maggior parte dell’Europa fu “indoeuropeizzata” nel periodo che va dal 4.500 al 2.500 a.C. , i due sistemi culturali si fusero quasi del tutto e il sistema della vecchia Europa si mantenne come una corrente sotterranea".

Di questa sovrapposizione è un evidente segno il basilisco, che assomma l’aspetto serpentiforme proprio della Dèa con quello solare indoeuropeo, simbolizzato dal gallo o dall’ariete.
La Grande madre universale ha molte epifanie e i suoi simboli, raccolti e ordinati da Marija Gimbutas, sono riscontrabili nei labirinti, nelle linee a zig zag, nelle linee parallele e nei reticoli, nelle simbologie dell’acqua e nelle forme a V e ad X.

I simboli della Dèa, secondo la Gimbutas, rispondono a due categorie fondamentali: quelle in relazione all’acqua, alla pioggia, al serpente e all’uccello; e quelle associate alla luna, al ciclo della vita vegetale, al susseguirsi delle stagioni, alla nascita e alla crescita, essenziali al perpetuarsi della vita. La prima categoria consiste di simboli fatti di semplici linee paralelle, di V, di zig zag, di meandri, di spirali. Il secondo gruppo include la croce, la croce inserita in un cerchio e altre derivazioni più complesse di questo motivo fondamentale, che unisce simbolicamente i quattro angoli della terra, la mezza luna, il corno, il bruco, l’uovo e il pesce.

I Baschi e la Dèa Mari
L’antica religione della Dea madre, della quale a Cevo, in particolare nell’area del Molinello, rimangono i segni tangibili, trova un suo sostrato maggiormente identificativo nella cultura basca, giunta sino in Val Camonica all’indomani dell’ultima glaciazione, quando quei popoli rifugiatisi nell’enclave iberica ripopolarono l’Europa.
Scrive Gabriele Rosa nel suo saggio sulla Val Camonica, Valle dei Camuni: “Nei Pirenei, sedi dei Baschi, si trovano i nomi Camu, Camudas onde s’argomenta origine ligure al nome dei Camuni”.
I Baschi distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali, dal mondo soprannaturale (aideko) affrontabile con la magia. Chiamavano adur la corrispondenza tra le cose e le loro rappresentazioni e ritenevano che i nomi fossero immagini sonore delle cose (tutto quello che ha un nome esiste).
Il sole era Osti, o Ortzi o Eguzki. Ilargia o Ilargui (dove argi significa luce) era la luna ed il guardiano della morte; accompagnava nell’Aldilà, regolava il mondo della conoscenza segreta, della divinazione e della magia. Mari era dea della terra e Sugaar dio del cielo e della terra. Lur, infine, essere femminile, era figlia della terra.
C’erano poi geni vari e il Basjun, il Signore dei Boschi, divinità di collegamento tra il mondo degli dei e quello degli uomini. Intxitxu era spirito invisibile che costruiva i cromlech. Irelu era spirito sotterraneo e la sua canzone si confondeva con il suono del vento. Beigorri era il guardiano di molte dimore di Mari ed era legato al bosco e al culto della casa: exte.
Gli antichi Baschi veneravano la memoria dei defunti il primo di novembre, giorno d’inizio della festa d’inverno, con l’accensione di sottili candele (argizaiolak). Il carnevale veniva festeggiato con la danza delle streghe e il solstizio d’estate con dei falò nelle campagne.
Questo, in sintesi, il contesto nel quale agisce “La Signora” o “La Dama”, come Mari, dea che vive nelle regioni abissali, viene chiamata. Le sue forme sono diverse: nelle regioni sotterranee ha aspetto zoomorfico serpentiforme ; in superficie appare come una donna bellissima, elegantemente vestita, in atto di pettinarsi con un pettine d’oro.
Mari è sposa di Maju, o Sugaar, che appare come un serpente.
Apparentemente i due sposi vivono separati (Mari sulla terra e Maju-Sugaar nel mare), cosicché quando Mari e Maju si incontrano si scatenano violente tempeste di pioggia, grandine, tuoni e fulmini.
Mari solca il cielo con un carro trainato da cavalli ed è avvolta nelle fiamme. Appare anche come: arcobaleno, nuvola bianca, albero in fiamme, raffica di vento, uccello, falce di fuoco che si sposta da un picco all’altro. Guida il cocchio trainato da quattro cavalli bianchi o vola in sella ad un ariete. Viene rapita da un toro come Persefone; è a capo di tutti i geni sotterranei; nella sua dimora, a volte, è in compagnia di geni animali o di fanciulle.
La Dèa cambia spesso dimora a ogni localizzazione corrisponde ad un diverso personaggio, come non si trattasse di una medesima divinità, ma di una pluralità di divinità sorelle. Le caverne (akelarre) nelle quali vivono queste divinità sorelle sono la dimora delle streghe (sorgin). Non è chi non veda un legame con le streghe delle cavità poste sotto l’Androla.
Le streghe si trasformano spesso in gatti, talvolta in cani e montoni e si spostano spalmandosi con un unguento e recitando la formula: “Sazi guztien ganeti eta odei guztien aiztipi (sopra tutti i rovi e attraverso tutte le nubi)”.
Un breve inciso: i Catari adoravano la Grande Creatrice, vergine celeste, nella Madre Mari (Amore), che era associata a Maria Maddalena.
Torniamo ai Baschi.

“In Marocco ci sono città e fiumi che hanno nomi chiaramente vasconi; in un dialetto berbero, il Tachelhit, si conta come nel basco con un sistema a base venti e molte favole berbere sono simili a quelle dei fratelli Grimm. La pelle singolarmente chiara e gli occhi blu di alcune tribù berbere potrebbero essere la prova di una parentela con i vasconi"

Il direttore di Hera, Adriano Forgione scrive di “una stirpe antica e pre-diluviana i cui sopravvissuti, quelli che chiamiamo Shemsu-Hor, diedero vita ai Guanchi e ai Berberi”.
Si tratterebbe di uomini e donne dolicocefali (ossia con un allungamento naturale della parte posteriore della scatola cranica), dalla carnagione chiara e dai capelli rossi. Caratteristiche che unirebbero i Libui (Libici), antichi Egizi, ai Berberi, ai Guanchi e ai Baschi e, di conseguenza ai Liguri. La denominazione di Fenici (phoinikes), va ricordato, significa “i rossi”.
Ricordiamo per inciso che l’azteco Quazalcoatl è descritto come un uomo barbuto, dalla pelle chiara e dai capelli rossi. Dahut, la mitica figlia del re di Cornovaglia, nata dal mare (Mor gan – Morgana) e sprofondata con la città di Ys era rossa di capelli come la madre, donna del Nord.
Recenti studi genetici e linguistici hanno stabilito una stretta parentela tra Baschi, Guanchi, Berberi ed Egizi.
Il genetista Arnaiza Villena ha chiamato questo insieme di popoli “cultura Usko-mediterranea”, una cultura che adottava un culto da lui definito della “Porta dell’oscurità”, un corpo di credenze associato alla Grande Madre e al culto delle acque.
Su “Le Scienze” il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza scrive: “L’Europa è stata attraversata da molte ondate migratorie, che però non hanno cancellato le vestigia dei primissimi insediamenti. Una chiave di questo enigma è stata proposta nel 1954 da Arthur E. Mourant, uno dei primi studiosi di “geografia dei geni”. Secondo la sua ipotesi, i Baschi, i più antichi abitanti dell’Europa, avrebbero conservato parte della costituzione genetica originaria malgrado i contatti successivi” .. “La lingua originaria basca è un caso estremo di relitto linguisitco evidentemente sopravvissuto a millenni di continui sconvolgimenti linguistici nelle regioni confinanti".

I Baschi o Vasconi (denominazione latina dei Baschi dell’antichità) sarebbero dunque una sorta di fossile vivente, che ci riporta alla lingua europea originaria e ad uno scenario di circa 20 mila anni fa, che per parentele linguistiche e per simiglianza somatica (capelli rossi, pelle chiara, occhi chiari) accomuna genti del nord con gli antichi abitanti del Delta del Nilo. Roderick Grierson e Stuart Munro Hay, nel loro. “L’Arca dell’Alleanza” (Mondadori), riportano quanto asserisce il geografo armeno Abu Salih nel suo: “Chiese e Monasteri dell’Egitto e di alcuni paesi vicini”. Nel descrivere il trasporto dell’Arca dell’Alleanza in Etiopia durante alcune cerimonie religiose, il geografo precisa che essa era “curata e trasportata” da portantini che erano di “carnagione bianca e rossa, con capelli rossi”.
Chi erano gli uomini e le donne dai capelli rossi? Erano il popolo di Cro-Magnon.

Un popolo che è stato all’origine di una grande civiltà megalitica e del culto della Dèa madre. Dèa della quale, nella sua metafora serpentiforme, troviamo testimonianza nel nemeton del Molinello a Cevo.

 

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