© Testi e ricerche a cura di Silvano Danesi e Lorenzo Cervelli
Questo testo
è parte del saggio, di prossima pubblicazione: “Il
canto della roccia - itinerari della memoria sul sentiero etrusco-celtico”.
Un santuario
antico. Un luogo nel quale le genti che lo hanno popolato, nei secoli,
hanno lasciato, in forme diverse, consone alla loro cultura, accanto
ai segni interpretativi del territorio e descrittivi della loro
presenza, i simboli del sacro. Simboli, non segni, perché
i segni sono la testimonianza schematica di una realtà conosciuta,
mentre i simboli, polisemici, rinviano ad un’ulteriorità
arcana. I simboli sono vivi, agiscono, sollecitano il ricordo (il
riaccordarsi con) di antiche sapienzialità. I simboli, linguaggio
dell’anima, suscitano la nostalgia, lo struggente dolore che
evoca il ritorno; suggeriscono l’intraprendimento del viaggio
verso l’origine.
Un santuario antico: questo è il vasto mondo dell’alta
Val Camonica, dominato dalla presenza del Pizzo Badile e della Concarena,
simbolicamente evocatrice della polarità della creazione.
Il
nemeton del Molinello
In questo contesto si
colloca il nemeton del Molinello del quale diamo, in breve sintesi,
alcune notizie, rinviando agli altri articoli presenti in questo
stesso sito web.
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/cevo.htm
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/cevogb.htm
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/ritrovamenti/ritrovamenti.html
http://www.silvanodanesi.org/focus/cevo/ritrovamenti/ritrovgb.html
Il Molinello
si presenta come una serie sovrapposta di terrazze contenute da
muri di pietra. Lungo i muri si trovano pietre posizionate in modo
tale da far pensare a tombe e a dolmen, mentre altre inducono a
pensare alla presenza di menhir spezzati.
Si potrebbe ipotizzare la presenza di un villaggio fortificato o
di un castelliere, ma questi insediamenti di solito erano protetti
alle spalle da rocce, in modo tale da lasciare vulnerabile, ma facilmente
difendibile, solo la parte rivolta verso l'area pianeggiante del
fondo valle.
Alle spalle
dei terrazzamenti, non sufficientemente ampi da far pensare ad uno
sfruttamento agricolo, non ci sono rocce, ma pianori sui quali è
evidente la presenza di cerchi megalitici.
Inoltre, a sud-ovest del possibile centro e in basso, vicino alle
attuali costruzioni adibite a stalla, ci sono pietre disposte in
modo tale da far pensare ad un traguardo con il quale determinare
gli allineamenti tra i megaliti dei cerchi e la volta celeste.
Verso la parte più bassa del complesso di pietre, c'è
un dolmen di splendida fattura.
A questo proposito è significativo quanto scrive Jean Markale:
"Sappiamo che i druidi erano dei solitari, degli eremiti
residenti nelle foreste dove celebravano un culto avvolto nel mistero.
C'è probabilmente in tutto ciò una sopravvivenza della
religione dolmenica che noi non conosciamo, ma che possiamo constatare
osservando il numero dei monumenti megalitici, dei dolmen soprattutto,
nei territori celtici. E' stata infatti avanzata l'ipotesi che i
dolmen fossero le tombe dei sacerdoti o dei missionari propagatori
di quell'antica religione, morti in fama di santità e venerati
dopo la loro scomparsa. Sappiamo pure che il mito dei Tuatha Dé
Danann viventi nei poggi si riferisce a quel periodo".
Di grande interesse,
infine, anche la scoperta di quella che chiameremo la "Pietra
dell'astronomo", a pochi metri dal traguardo e dai cerchi di
pietre.
La "Pietra dell'astronomo" si rivela, ad un'osservazione
attenta, come uno schema utilizzabile dall'operatore per osservare
il cielo. Le due coppelle di maggiore diametro (all'incirca 8 centimetri)
indicano, se unite da un'asta, la direzione sud-est, di estremo
interesse, in quanto in quella zona del cielo troviamo asterismi
importanti come Orione, il Cane maggiore, con Sirio, il Toro, con
Aldebaran, le Pleiadi.
La forcella che si diparte dalla coppella centrale era, nell'antichità,
uno strumento che serviva a traguardare il cielo per identificare
gli asterismi, le levate eliache, i movimenti delle costellazioni
e delle singole stelle. La forcella è orientata ad est e
finisce nella coppella centrale, costituendo con essa una figura
vagamente antropomorfa. Nella pietra sono poi evidenziate quattro
altre coppelle, tre del diametro di circa tre centimentri e una
del diametro di circa un centimetro. Sono poste ad ovest della coppella
principale. Immaginiamo ora un astronomo del tempo, dotato della
sua forcella, che punta nella coppella centrale. Se nelle altre
coppelle ad ovest (sud-ovest e nord ovest) infila dei bastoni che
fungono da traguardo, può osservare e testare una vasta parte
del cielo occidentale. Se, al contrario,volge lo sguardo ad est,
infilando un bastone nella coppella di sud-est, può traguardare,
ad esempio, la levata eliaca di Aldebaran, di Sirio, delle Pleiadi.
Sono, questi, riferimenti stellari di estrema importanza per il
mondo antico, come dimostra, peraltro, una vasta letteratura al
riguardo, alla quale rinviamo non essendo possibile, in queste brevi
note, affrontare compiutamente l'argomento.
La "Pietra
dell'astronomo", dunque, si rivela, a nostro parere, come un
ritrovamento di notevole importanza, in quanto costituisce un punto
di riferimento esenziale per successive osservazioni archeoastronomiche.
La fonte
ferruginosa e la stele del serpente
A Nord-Ovest
del Molinello si trova una fonte ferruginosa. Una serie di pietre
orientate, nelle quali sono stati ricavati dei traguardi triangolari,
indicano un percorso sinusoidale che collega il Molinello ad una
fonte ferruginosa.
All'incirca
a metà percorso si trova un masso, chiaramente intagliato,
la cui forma ricorda la testa di un serpente. Al di sotto della
testa il masso mostra, evidente, un gradino di pietra. Considerate
le sopravvivenze (leggende, festività) legate al serpente,
non è da scartare l'idea che il masso a forma di testa di
serpente possa essere un'ara, posta a metà strada tra il
cerchio megalitico e la fonte ferruginosa per scopi cultuali.
La testa del
serpente, ricavata da un blocco di granito, è orientata ad
est e riceve la luce del sole in fronte agli equinozi. I due occhi
sono lambiti tangenzialmente dal sole al solstizio d'inverno e al
solstizio d'estate. Non va dimenticato, in questo contesto, il valore
apotropaico del serpente e la sua associazione, in molte culture,
alla guarigione.
Il
serpente, ovvero Wouivre
Scrive
in proposito D.A.Morandini:
Dal racconto
del Morandini si evincono tre elementi importanti: l’esistenza
di cave di rame, il riferimento ad un “popolo del
serpente” e la presenza delle streghe.
Al serpente
dell’anello d’oro, custodito dalle streghe sotto
il Colle dell’Androla, si associa il serpente della “preda”
(della pietra), visibile, secondo la tradizione, tra i boschi
nella zona della Pineta. Dalla tradizione si evince che nei pressi
della sorgente Antigola, una delle più antiche del luogo,
dove l’acqua sgorga sempre alla stessa temperatura, girasse
un serpente con un diamante (una pietra luminosa) in bocca, chiamato
dalla popolazione Sèrpent dè la préda. Va a
questo proposito ricordato che tra le popolazioni delle alpi francesi
e svizzere si narra di serpenti e di draghi volanti con una pietra
in fronte, che di notte volano tra le cime dei monti e di giorno
si riparano in grotte naturali. Secondo tradizioni celtiche ai serpenti
volanti crescevano le ali con l’invecchiamento e si trasformavano
in draghi. Alcuni draghi alati avevano corpo leonino. Interessante,
per la vicinanza dei luoghi e del comune contesto alpino, la leggenda
del serpente (drago) della Corna Rossa di Zogno, in Val Brembana,
che i vecchi dicono di vedere ancora volare tra le cime. Il serpente
usciva di notte dalla sua tana sulla Corna Rossa dopo essersi fermato
a bere all’antica fonte del Boér, presso Inzogno. Si
dice che i giovani del paese seguissero il serpente alla fonte,
con una padella per catturarlo e rubargli la boccia d’oro,
ma accadeva sempre che i giovani venissero all’istante pietrificati.
Enrichetta Gozzi, madre di Lorenzo Cervelli, in proposito ricorda
che “Jacom detto Barbù chiamava noi bambini nelle notti
di luna piena ad ammirare la lucina che si vedeva nei cap de Tesa.
Barbù diceva che era il serpente della preda. I campi erano
tutti un fiore di grano”. “Una notte – aggiunge
Enrichetta Gozzi – quando avevo all’incirca sei anni,
quella lucina l’ho vista anch’io”.
Gaetano Matti
ci riferisce che da piccolo sentiva dagli anziani parlare del serpente
della pietra che passava vicino a Dòsol, nei pressi dei Cap
de Tesa o nei pressi della fonte (oggi asciutta) a est del dolmen.
Il serpente lasciava, volando rasente al suolo, una striscia di
erba bruciata. Quando sentiva parlarne correva sui luoghi per tentare
di vederlo. “Però – dice – non l’ho
mai visto”.
In effetti, come abbiamo già accennato, nei boschi a ovest
del Molinello c’è una struttura megalitica a forma
di testa di serpente, sulla cui fronte batte il sole all’equinozio.
Il raggio del sole è tangente agli occhi nei due solstizi.
Il serpente è presente e vivo nel folclore locale con la
sagra di Andrista, dove una volta l’anno, il 6 di gennaio,
il Badilisc, ossia una maschera rappresentante una testa di serpente,
parla alla popolazione della frazione di Cevo, raccontando i fatti
di tutti. L’uomo che impersona il basilisco è nominato
ogni anno e durante il periodo del suo mandato raccoglie i pettegolezzi
di tutta la comunità. La sagra, evidentemente, è l’erede
di un antico rito catartico, dove la confessione pubblica allontanava
definitivamente i fatti dell’anno trascorso, chiudendo ogni
contenzioso, affinché l’anno appena iniziato potesse
evolversi nella serenità per tutta la comunità.
Wouivre,
spirito della Madre Terra
La presenza di leggende
relative al serpente e il ritrovamento di un sito megalitico in
località Molinello nel quale è evidente una struttura
in pietra, opera dell’uomo, dalle esplicite fattezze serpentiformi,
ci induce a pensare all’area in questione come ad un luogo
sacro antico connesso con la Wouivre.
Wouivre, nella tradizione druidica, è lo spirito tellurico,
che come un serpente, striscia lungo la terra e agisce in profondità,
portando la vita e la fertilità.
Ci sono luoghi in cui questo flusso nascosto raggiunge la superficie
generando un collegamento tra il cielo e la terra.
……"
Quelli dove
si manifesta il Wouivre sono punti che provocano
I druidi chiamavano
Wouivre una sorta di spirito della terra, serpeggiante attraverso
il suolo una corrente tellurica. Questo Wouivre nasce dal movimento
delle acque sotterranee e delle faglie del terreno che hanno messo
in contatto dei suoli di natura diversa, o sorgono dalle profondità
del magma terrestre.
A volte le wouivre
sono delle forze che attraversano il cielo, delle correnti magnetiche
che, in certe situazioni ben precise, vanno a incontrare in un modo
particolarmente benefico l’azione delle correnti telluriche
e creano un luogo privilegiato che i druidi segnavano con un menhir
o con un dolmen.
Da Wouivre
a vouivre
Questo spirito della terra
è diventato nella leggenda il vouivre (vouivre, dal latino
vipera, serpente).
Il vouivre
e una creatura fantastica. Il vouivre è un genere di drago
alato, che trasporta un escarboucle sulla faccia. Questo occhio,
una pietra inestimabile e gigantesca, a volte viene nascosto nelle
canne dell’ansa di un fiume o di un lago, mentre il vouivre
pesca e può essere rubato da un ladro particolarmente audace.
Per il resto del suo tempo il vouivre veglia sui tesori sotterranei.
Il serpente
della pietra e il serpente dell’anello delle leggende di Cevo
sono perfettamente collocabili all’interno di questa tradizione.
Vouivre
(4), in conformità con l’etimo della parola, è,
dunque, un serpente. Il relativo formato è variabile: da
alcuni centimetri alla lunghezza di parecchi metri. Fornito raramente
di piedini, ha sempre due grandi ali. Ma la cosa che lo caratterizza
particolarmente, è che trasporta sulla faccia, o in una cavità
del cranio, o alla conclusione di una sorta di antenna, una pietra
di inestimabile valore, generalmente un rubino, chiamato “escarboucle”,
a volte un diamante. La pietra è di una luce vivida e quando
il vouivre vola alla notte, lascia una traccia di fuoco.
Il vouivre
passa la più gran parte del tempo sotto terra. Il suo riparo
può essere un foro che apre lui stesso nella terra, una caverna
a lato di una scogliera, o il sotterraneo di un castello in rovine.
Ma frequenta anche agli ambienti acquatici: il fiume calmo che brilla
sotto il fogliame, lo stagno pacifico nel mezzo di un bosco, la
fonte che scorre sotto l’erba o che si riversa in un bacino
della pietra. A volte è in una fontana nel cuore di un villaggio.
È là che berrà o si bagnerà. Il vouivre
apprezza, comunque, posti poco abitati come le paludi, le caverne.
Il vouivre
non è un animale vagabondo; ha le sue abitudini e i suoi
spostamenti sono limitati. A volte vola da una rovina ad un’altra,
si avviluppa su un campanile o vola sul pelo dell’acqua. Le
sue uscite sono regolari ed esce tutte le sere ad ore fisse. In
Francia, a Avoudrey, esce solamente una volta l’anno, a Natale.
A Mouthier è ancora più preciso : esce elle 11 di
sera.
Se non
lo si provoca il vouivre non è un animale pericoloso. Obbediente
agli impulsi della natura, rimane indifferente al mondo degli uomini.
Ma se si tenta di rubargli il suo diamante diventa immediatamente
furioso e attacca chi lo vuole depredare.
Molinello,
area sacra alla Dèa
La tradizione del serpente,
particolarmente presente a Cevo, rivela, dunque, non solo l’esistenza
di un antico insediamento druidico, ma anche la caratteristica dell’area
del Molinello e della sue immediate vicinanze come area sacra dedicata
alla Dea madre universale. Il serpente, simbolo quanto mai presente
nelle tradizioni antiche e dai molteplici e diversi significati,
era assai frequentemente associato alla saggezza oracolare della
Dèa madre,
La religione
della Dèa è esistita per un tempo immensamente lungo
ed ha lasciato un’impronta indelebile nella psiche occidentale.
Risulta
Di questa sovrapposizione
è un evidente segno il basilisco, che assomma l’aspetto
serpentiforme proprio della Dèa con quello solare indoeuropeo,
simbolizzato dal gallo o dall’ariete.
La Grande madre universale ha molte epifanie e i suoi simboli, raccolti
e ordinati da Marija Gimbutas, sono riscontrabili nei labirinti,
nelle linee a zig zag, nelle linee parallele e nei reticoli, nelle
simbologie dell’acqua e nelle forme a V e ad X.
I
Baschi e la Dèa Mari
L’antica religione
della Dea madre, della quale a Cevo, in particolare nell’area
del Molinello, rimangono i segni tangibili, trova un suo sostrato
maggiormente identificativo nella cultura basca, giunta sino in
Val Camonica all’indomani dell’ultima glaciazione, quando
quei popoli rifugiatisi nell’enclave iberica ripopolarono
l’Europa.
Scrive Gabriele Rosa nel suo saggio sulla Val Camonica, Valle dei
Camuni: “Nei Pirenei, sedi dei Baschi, si trovano i nomi Camu,
Camudas onde s’argomenta origine ligure al nome dei Camuni”.
I Baschi distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile
e affrontabile con gli strumenti naturali, dal mondo soprannaturale
(aideko) affrontabile con la magia. Chiamavano adur la corrispondenza
tra le cose e le loro rappresentazioni e ritenevano che i nomi fossero
immagini sonore delle cose (tutto quello che ha un nome esiste).
Il sole era Osti, o Ortzi o Eguzki. Ilargia o Ilargui (dove argi
significa luce) era la luna ed il guardiano della morte; accompagnava
nell’Aldilà, regolava il mondo della conoscenza segreta,
della divinazione e della magia. Mari era dea della terra e Sugaar
dio del cielo e della terra. Lur, infine, essere femminile, era
figlia della terra.
C’erano poi geni vari e il Basjun, il Signore dei Boschi,
divinità di collegamento tra il mondo degli dei e quello
degli uomini. Intxitxu era spirito invisibile che costruiva i cromlech.
Irelu era spirito sotterraneo e la sua canzone si confondeva con
il suono del vento. Beigorri era il guardiano di molte dimore di
Mari ed era legato al bosco e al culto della casa: exte.
Gli antichi Baschi veneravano la memoria dei defunti il primo di
novembre, giorno d’inizio della festa d’inverno, con
l’accensione di sottili candele (argizaiolak). Il carnevale
veniva festeggiato con la danza delle streghe e il solstizio d’estate
con dei falò nelle campagne.
Questo, in sintesi, il contesto nel quale agisce “La Signora”
o “La Dama”, come Mari, dea che vive nelle regioni abissali,
viene chiamata. Le sue forme sono diverse: nelle regioni sotterranee
ha aspetto zoomorfico serpentiforme ; in superficie appare come
una donna bellissima, elegantemente vestita, in atto di pettinarsi
con un pettine d’oro.
Mari è sposa di Maju, o Sugaar, che appare come un serpente.
Apparentemente i due sposi vivono separati (Mari sulla terra e Maju-Sugaar
nel mare), cosicché quando Mari e Maju si incontrano si scatenano
violente tempeste di pioggia, grandine, tuoni e fulmini.
Mari solca il cielo con un carro trainato da cavalli ed è
avvolta nelle fiamme. Appare anche come: arcobaleno, nuvola bianca,
albero in fiamme, raffica di vento, uccello, falce di fuoco che
si sposta da un picco all’altro. Guida il cocchio trainato
da quattro cavalli bianchi o vola in sella ad un ariete. Viene rapita
da un toro come Persefone; è a capo di tutti i geni sotterranei;
nella sua dimora, a volte, è in compagnia di geni animali
o di fanciulle.
La Dèa cambia spesso dimora a ogni localizzazione corrisponde
ad un diverso personaggio, come non si trattasse di una medesima
divinità, ma di una pluralità di divinità sorelle.
Le caverne (akelarre) nelle quali vivono queste divinità
sorelle sono la dimora delle streghe (sorgin). Non è chi
non veda un legame con le streghe delle cavità poste sotto
l’Androla.
Le streghe si trasformano spesso in gatti, talvolta in cani e montoni
e si spostano spalmandosi con un unguento e recitando la formula:
“Sazi guztien ganeti eta odei guztien aiztipi (sopra tutti
i rovi e attraverso tutte le nubi)”.
Un breve inciso: i Catari adoravano la Grande Creatrice, vergine
celeste, nella Madre Mari (Amore), che era associata a Maria Maddalena.
Torniamo ai Baschi.
Il direttore
di Hera, Adriano Forgione scrive di “una stirpe antica e pre-diluviana
i cui sopravvissuti, quelli che chiamiamo Shemsu-Hor, diedero vita
ai Guanchi e ai Berberi”.
Si tratterebbe di uomini e donne dolicocefali (ossia con un allungamento
naturale della parte posteriore della scatola cranica), dalla carnagione
chiara e dai capelli rossi. Caratteristiche che unirebbero i Libui
(Libici), antichi Egizi, ai Berberi, ai Guanchi e ai Baschi e, di
conseguenza ai Liguri. La denominazione di Fenici (phoinikes), va
ricordato, significa “i rossi”.
Ricordiamo per inciso che l’azteco Quazalcoatl è descritto
come un uomo barbuto, dalla pelle chiara e dai capelli rossi. Dahut,
la mitica figlia del re di Cornovaglia, nata dal mare (Mor gan –
Morgana) e sprofondata con la città di Ys era rossa di capelli
come la madre, donna del Nord.
Recenti studi genetici e linguistici hanno stabilito una stretta
parentela tra Baschi, Guanchi, Berberi ed Egizi.
Il genetista Arnaiza Villena ha chiamato questo insieme di popoli
“cultura Usko-mediterranea”, una cultura che adottava
un culto da lui definito della “Porta dell’oscurità”,
un corpo di credenze associato alla Grande Madre e al culto delle
acque.
Su “Le Scienze” il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza
scrive: “L’Europa è stata attraversata da molte
ondate migratorie, che però non hanno cancellato le vestigia
dei primissimi insediamenti. Una chiave di questo enigma è
stata proposta nel 1954 da Arthur E. Mourant, uno dei primi studiosi
di “geografia dei geni”. Secondo la sua ipotesi, i Baschi,
i più antichi abitanti dell’Europa, avrebbero conservato
parte della costituzione genetica originaria malgrado i contatti
successivi” ..
I Baschi o Vasconi
(denominazione latina dei Baschi dell’antichità) sarebbero
dunque una sorta di fossile vivente, che ci riporta alla lingua
europea originaria e ad uno scenario di circa 20 mila anni fa, che
per parentele linguistiche e per simiglianza somatica (capelli rossi,
pelle chiara, occhi chiari) accomuna genti del nord con gli antichi
abitanti del Delta del Nilo. Roderick Grierson e Stuart Munro Hay,
nel loro. “L’Arca dell’Alleanza” (Mondadori),
riportano quanto asserisce il geografo armeno Abu Salih nel suo:
“Chiese e Monasteri dell’Egitto e di alcuni paesi vicini”.
Nel descrivere il trasporto dell’Arca dell’Alleanza
in Etiopia durante alcune cerimonie religiose, il geografo precisa
che essa era “curata e trasportata” da portantini che
erano di “carnagione bianca e rossa, con capelli rossi”.
Chi erano gli uomini e le donne dai capelli rossi? Erano il popolo
di Cro-Magnon.
Un popolo che
è stato all’origine di una grande civiltà megalitica
e del culto della Dèa madre. Dèa della quale, nella
sua metafora serpentiforme, troviamo testimonianza nel nemeton del
Molinello a Cevo.
|