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templari e la sapienza di Thot
Per quale motivo
i Templari furono coperti
di infamanti accuse e eliminati dalla scena della storia dal re francese
Filippo il Bello e dal papa Clemente V con il supplizio del rogo? Per
quale motivo l’ordine dei monaci cavalieri, nato a Gerusalemme
nel 1119, fu soppresso con la Bolla Vox in Excelso del 22 marzo 1312
e il Gran Maestro Jaques de Molay il 18 marzo del 1314 subì il
supplizio del fuoco?
Molti sostengono che la potenza economica e militare acquisita dai Templari
rischiava di mettere in discussione gli equilibri politici e il potere
del re francese e della Chiesa. La fine dei Templari sarebbe, dunque,
dovuta a un complotto politico per togliere di mezzo un ordine scomodo
al potere temporale e a quello ecclesiastico.
La missione affidata ai Templari era quella di difendere il Santo Sepolcro
oppure, accanto a questa, ufficiale ed evidente, ce n’era una
segreta: la ricerca delle antiche sapienzialità egizie, delle
conoscenze degli Shemsu Hor, sovrani-sacerdoti predinastici, eredi degli
dei, dei quali si tramanda conoscessero la metallurgia (termine che
indica un’elevata conoscenza tecnologica) e avessero un aspetto
leonino?
La nostra ipotesi è che i Templari furono eliminati perché
erano venuti in possesso, attraverso la loro frequentazione di molti
popoli e di molte culture del bacino del Mediterraneo (i sapienti siriani,
le comunità esoteriche sufiche, la setta degli Assassini), di
antiche sapienzialità, risalenti al Sep Tepi (al Primo Tempo)
egizio e perché entrarono in contatto con gli eredi degli Shemsu
Hor, i Compagni di Horus.
E’ un dato di fatto che nel periodo in cui i Templari operarono
e svilupparono la loro influenza, in Europa assistiamo al fiorire dell’arte
muratoria con regole armoniche che riportano a proporzioni riscontrabili
negli edifici e nei dipinti dell’antico Egitto. Ricordiamo qui,
senza approfondire l’argomento, la cattedrale di Chartres e il
maniero di Castel del Monte voluto da Federico II.
Il XII secolo è cruciale e controverso. Convivono in esso uno
slancio spirituale che ci consegna l’opera dei maggiori mistici
cristiani, tesi alla ricerca della Gerusalemme celeste, della Città
di Dio, e la crudeltà terrena di una Chiesa che brandisce la
spada. “Con Innocenzo III (1198-1216) essa [la teocrazia pontificia]
– scrive - arriverà al suo apogeo:
lo stesso pontefice doveva precisarlo dicendo: “Ai principi è
dato il potere sulla terra, ai sacerdoti il potere sulla terra e nel
cielo. Il potere dei primi tocca soltanto i corpi, quello dei sacerdoti
tocca i corpi e le anime”. Nel suo De consideratione, dedicato
a Eugenio III, San Bernardo presenta un trattato di direzione spirituale
destinato al pontefice e accorda alla Chiesa un potere supremo : egli
la concepisce, nelle sue opere mistiche, come un’entità
fisica e spirituale. La Chiesa indica l’assemblea dei giusti,
“la generazione alla ricerca del Signore, in cerca della visione
dello Sposo”. Allo stesso modo in cui Eva proviene da Adamo, la
Chiesa proviene dal fianco di Cristo – novello Adamo – il
cui costato fu trafitto sulla croce. Così la Chiesa è
considerata l’osso delle ossa, carne della carne, la sposa di
Cristo; essa forma un corpo di cui Cristo è la testa. Per Bernardo,
ogni atto commesso contro la Chiesa tocca il Cristo stesso, la causa
di Cristo è quella della Chiesa e viceversa. Le ferite inflitte
alla Chiesa intaccano il corpo di Cristo, dirà San Bernardo a
proposito dello scisma di Anacleto e della politica di Luigi VII. Questa
opinione non è sua personale. Condivisa dalla maggior parte degli
uomini del XII secolo, essa è inculcata, se necessario con la
forza, a coloro che non l’accettano affatto nella realtà
delle sue conseguenze”.
“L’intolleranza era considerata virtù”, come
dimostrano le crociate, la lotta contro i Catari e contro i pagani e
come dice con evidenza la trasformazione dell’omicidio in
Per contro il XII è secolo di grandi tensioni spirituali e di
rivisitazione del passato.
Le crociate mettono la cristianità in contatto con l’Oriente
e nella cristianità del XII secolo non tutto è biblico:
. E a questo proposito, Marie Madaleine Davy
sottolinea l’influenza delle gnosi in particolare sugli autori
cistercensi.
I Templari operano in questo contesto temporale e mistico, cruento e
pirituale, intollerante e, al contempo, attento agli Antichi, sulle
cui spalle i nani salgono per vedere più lontano.
Gerusalemme celeste, “nostra madre”
Nati con regola
agostiniana, i Templari (motto: “Dio lo vuole”; grido di
battaglia: “Vivat Deus, sanctus Amor”) ricevettero poco
dopo una seconda regola, dovuta a Bernardo di Chiaravalle, che attribuisce
ai Templari la custodia delle “orbis deliciae”, del “thesaurus
colestis”, delle “fidelium hereditas popolorum”, del
“coeleste depositum”. La missione dei Templari, dunque,
si muove all’interno di una geografia , dove la Terrasanta
è esperienza interiore e la Gerusalemme di cui si parla non è
terrena, ma “quella che è lassù in cielo ed è
nostra madre”.
Betlemme è la “casa del pane e ristoro della anime Sante”:
etimologia che permette a Bernardo il discorso sul “pane vivo
disceso dal cielo”, “il pane della divina Parola”,
“il pane degli angeli”.
A proposito di Gerusalemme è, per inciso,
che Salem era una divinità cananea (Shalem, divinità del
tramonto, il cui santuario era sulla collina di Sion) legata alla stella
della sera, che Salem e Alba sono i figli del dio El e che a Salem il
re sacerdote Melchizedek (re della giustizia) accoglie Abramo offrendogli
pane e vino. Davide ribattezzerà Salem in Zion.
In frammenti egiziani del Regno di mezzo (1900 a.C.) si trovano termini
come Urshamen e Urusalim (“fondazione di Salem” o “
fondazione della pace”, o entrambe le cose), molto simili agli
ebraici Ierushalem e Jerushalaim. Non si può, inoltre, non notare
che la comune radice ebraica di Salem e Shalom (Salam) ha suggerito
il significato di pace.
Il nome della divinità cananaea costituisce un riferimento che
ci riporta indietro nel tempo e ci fa pensare ad un’origine antichissima
della città, che peraltro, secondo alcuni autori, esisteva ben
prima che i faraoni iniziassero il loro regno in Egitto in età
dinastica.
Il nome di Shalem è stato ritrovato anche sulle tavolette dell’archivio
reale di Ebla, in Siria, distrutta intorno al 2.250 a.C. nei “testi
di esecrazione” egiziani (sec XIX a.C.) e nelle lettere trovate
a Tell el-Amarna (sec. XIV a.C.)
Il riferimento ad una Gerusalemme celeste che è nostra madre
ci conduce a Sirio, ritenuta la sede del seme che ha dato vita alla
Terra, la “Nutrice” (Iside, nella sua forma di Renenunet
è detta: “La fornitrice di nutrimento”, in quanto
dea madre del grano) . Un riferimento, questo, che ci riporta al pane
terrestre e al pane celeste.
Abbiamo già qui un primo elemento importante di riflessione.
La Gerusalemme celeste è associabile a Iside, dea dell’amore
(Vivat Deus, Sanctus Amor, recita il motto dei Templari).
A Iside-Sothis-Sirio è associata la funzione di nutrice (il “pane
celeste”).
La forma maschile di Iside-Astarte-Venere-Afrodite è Afrodito
dal volto barbuto e sotto tale aspetto era venerata ad Amatunte, nell’isola
di Cipro.
Afrodite (Iside) si presenta dunque come androgina, donna-uomo barbuto,
una caratteristica che ritroveremo in Bafomet.
Iside “La Regina”, la dea dai molti nomi è, come
Ishtar o Ashtoret o Afrodite dea dell’amore celeste e dell’amore
terreno.
Vediamola nella sua forma greca: Afrodite, figlia di Crono (il tempo);
è dea che emerge dalle onde salate, nasce dal mare (mor gane
– Morrigane – Morgana) e portava l’epiteto di Pelagia,
la marina. Altri due epiteti, come riferisce Platone, ne caratterizzavano
la distinzione tra l’amore terreno (Pandemia, ossia colei che
ama tutto il genere umano) e quello celeste (Urania). Afrodite veniva
inoltre chiamata Apostrophia, ossia colei che si volta da parte.
Afrodite veniva anche chiamata Dione, forma femminile di Zeus. Siamo
anche qui di fronte ad una divinità androgina, anche se in forma
meno evidente che in altre tradizioni.
Sotto il nome di Epitragia, Afrodite cavalcava un caprone (vedi in proposito,
più avanti la divinità basca Mari, ma anche la rappresentazione
medievale delle streghe). La sua isola preferita era Cipro, dove, come
s’è detto, veniva adorata in forma di Afrodito, uomo barbuto.
Perché tanta insistenza su Iside-Afrodite?
Per il fatto che Shalem è divinità associata al tramonto
e alla stella della sera, che in molte tradizioni, in ogni parte del
mondo è associata a Venere, spesso confusa con Sirio.
Venere (Sirio), ovvero Afrodite (Iside) è stella del mattino
e della sera (Stella matutina, Stella vespertina). A questo proposito
va notato che Ishtar, la venere mesopotamica, manifestava attributi
sia maschili, sia femminili: in qualità di stella della sera
era femmina, mentre come stella del mattino era . Ishtar, la
sumera Inanna, ha inglobato Attar (divinità semita maschile associata
a Venere), poi divenuta Ashtar (maschile) e, infine, Ishtar (femminile).
Attar aveva una sembianza femminile, denominata Attart, che diventerà
in seguito Astart o Astoret, nome che i greci tradussero in Astarte,
ossia Afrodite. A Ishtar era associata la stella a otto punte e a lei
era sacro il numero otto. Un elemento, questo, doppiamente significativo,
in quanto troveremo l’ottagono nelle chiese templari e cistercensi
e nel maniero di Castel del Monte, costruito da maestri costruttori
legati al mondo templare e cistercense. L’otto è numero
legato anche a Kemenw, la città di Thot e dell’Ogdoade.
Un tema, questo, che ritroveremo in seguito.
Ishtar, la stella capra, è Venere (a Capella, lo diciamo per
inciso, è legata la festività di Imbolc, dedicata alla
dea Brigit, che ritroveremo nella seconda parte di questo lavoro)
E a Venere, come abbiamo, visto, corrisponde Sirio, ritenuta stella
imperitura, come le polari. Nei Testi dei Sarcofagi viene invocata in
riferimento all’anima: “ … o mia anima, Sothis, preparami
una via, costruisci una scala che giunga a te, Grande Polo, tu che sei
mia madre, che io possa andare dove sorge Orione … “. La
devozione alla Stella del Mattino prosegue nel medioevo cristiano, come
simbolo di Maria Vergine. S.Bernardo riporta in auge l’inizio
del cammino iniziatico nel nome di Maria (Iside-Sothis), dedicandole
le cattedrali gotiche. Il cammino dei pellegrini verso S.Giacomo di
Compostela (Campus stellae) si compiva, sin dall’antichità
(i pellegrini Celti avevano come distintivo il piede d’oca) e
in epoca cristiana (simbolo del pellegrino la conchiglia detta appunto
di San Giacomo), attraverso la Galizia e la Provenza finchè non
sorgeva Sirio.
Non è difficile, dunque, in questa assonanza di significati,
vedere in Shalem, divinità cananea associata alla stella della
sera, una forma antica di Venere, stella del mattino e stella della
sera, dea dell’amore terreno e dell’amore celeste, androgina
figlia del tempo (Sep Tepi, il primo tempo degli Egizi). Va anche notato
che l’epitteto di “Grande Polo” ne indica la funzione
di riferimento assiale, di sole dei soli, di stella di riferimento principale.
L’invocazione alla preparazione di una via per raggiungere il
luogo dove sorge Orione la indica come apritrice delle vie, una funzione
svolta da Anubis-Upuaut, il cane apritore delle vie (Sirio è
detta anche “Stella del cane”).
L’Egitto, dunque, è uno dei riferimenti essenziali del
nostro viaggio, così come era per il mondo giudaico cristiano
luogo di importanti riferimenti.
E su questo aspetto ora ci soffermeremo.
Ricordiamo le storie di Giuseppe e di Mosè solo per fare due
esempi arcinoti e per sottolineare lo stretto intreccio tra la sapienzialità
egizia e quella giudaica.
L’Egitto è la meta della fuga di Gesù appena nato.
Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo: “Partiti che furono quelli
[i magi], ecco un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli
disse: “Alzati, prendi il Bambino e sua Madre, fuggi in Egitto,
e restaci finchè non ti avviserò, perché Erode
cercherà il Bambino, per farlo morire”. Egli si alzò
e, di notte, preso il Bambino e sua Madre, si ritirò in Egitto
e vi rimase fino alla morte di Erode; affinchè s’adempisse
quanto il Signore aveva detto per mezzo del profeta: “Dall’Egitto
ho richiamato mio figlio”. Una storia, questa, che ricorda quella
della fuga di Iside nel Delta del Nilo per sottrarre il piccolo Horus
alla volontà distruttrice di Set.
Gesù è figlio di Giuseppe e di Maria. Non affrontiamo
qui la questione, che esula da questo breve studio, della sua natura
divina. Rimaniamo ancorati all’anagrafe terrena.
Maria non è una fanciulla qualsiasi. I suoi avi ci riportano
ad Aronne, sacerdote egizio di rango elevato, fratello di Mosè
(anch’egli sacerdote egizio) e di Myriam e custode dell’Arca
dell’Alleanza (‘aron), oggetto assai indagato per le sue
facoltà, minuziosamente descritto nella Bibbia e scomparso; oggetto
il cui contenuto è custodito dai cherubini, angeli dei quali
è arcangelo Raziel (raz in ebraico significa segreto, e Raziel
pertanto significa arcangelo del mistero), associato a Thot, il messaggero
degli dei, ossia colui che comunica con gli umani, che fa da ponte tra
la realtà terrena e quella celeste (va qui ricordato, per inciso,
che l’angelologia ha origine assiro-babilonese). Raziel, nella
tradizione angelologica, è l’aspetto comprensibile, visibile,
della divinità; è l’iniziatore. Allo scopo di illuminare
il nostro cammino verso la Perfezione, Raziel ci accorda la Saggezza
(e il Sapere) che ci guida verso la conoscenza della verità,
così che ci sia dato di applicarla con Amore. E di Amore è
traboccante l’arcangelo Raziel nel suo compito di condurci all’Uno.
Raziel è l’arcangelo dei cherubini e questi, nell’angelologia,
vengono definiti come spiriti custodi, codificatori della forma. Un
elemento, questo, che ci porta ad una considerazione fatta da Rupert
Sheldrake in merito al fatto che ogni specie è pilotata da piani
morfici che ne determinano il futuro evolutivo.
I cherubini, presenti sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza,
sono i tutori della conoscenza divina, in quanto ricevono la conoscenza
di Dio e la donano alle schiere inferiori. La loro funzione di tutori
e di messaggeri della conoscenza divina induce a pensare che l’Arca
avesse a che fare strettamente con la strasmissione di questa conoscenza.
C’è un particolare che apre uno squarcio di grande interesse
per la nostra ricerca. Lo troviamo in Ezechiele, 41,18-19, laddove si
dice che “… ogni cherubino aveva due aspetti: aspetto di
un uomo verso una palma e aspetto di leone verso l’altra palma,
effigiati intorno a tutto il tempio”. L’aspetto di un uomo
e di un leone ci ricorda gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus (o emanazioni
di Horus). Un elemento, questo, che ci tornerà utile nelle riflessioni
che faremo in seguito.
Nella tradizione cabalistica, ne accenniamo per inciso, l’arcangelo
Raziele dette ad Adamo un libro grazie al quale questi riuscì
a superare il dolore della caduta. Il libro di Raziele sarebbe poi stato
dato a Salomone. Questo libro venne dagli Ebrei attribuito ad Enoch,
dagli Egiziani a Thot (Ermes), dai Greci a Cadmo. Ricordiamo, a questo
proposito, che Iride, paredra femminile di Mercurio, è l’arcobaleno,
messaggera di Zeus e portatrice della conoscenza delle verità
superiori o della sapienza degli dei. L’arcobaleno, com’è
noto, è simbolo che evoca il ponte tra la terra ed il cielo.
Nella tradizione ebraica troviamo il “Sefer Raziel”, un
testo fatto tradurre da Alfonso il saggio e attribuito a Maslama al
Magriti, che l’avrebbe composto in Egitto fra il 1047 e il 1051.
Dopo questa ampia parentesi sull’arcangelo Raziel, torniamo alla
famiglia di Gesù. Abbiamo visto come l’albero genealogico
di Maria ci riporti, attraverso Aronne, alla sacerdotalità egizia
e, di conseguenza, ad una sapienzialità che affonda le sue radici
nella notte dei tempi, sino allo Sep Tepi, il Primo Tempo.
Vediamo ora gli avi di Giuseppe, che stranamente vengono ricordati minuziosamente
dall’evangelista Matteo. Da Giuseppe si risale ad Abramo. Non
si comprende che importanza possa avere l’albero genealogico di
Giuseppe, visto che non avrebbe partecipato, secondo la versione cattolica,
al concepimento di Gesù da parte di Maria, ma anche qui non entriamo
in argomento. Rimaniamo ancorati all’anagrafe. Abramo, il progenitore,
veniva da Ur dei Caldei, città mesopotamica di origine sumera,
dalla quale si spostò per raggiungere i territori dei Cananei,
per poi recarsi in Egitto.
Il ricondurre Giuseppe ad Abramo e Maria ad Aronne significa dunque
incardinare Gesù in due tradizioni antichissime, come quella
mesopotamica (sumera, caldaica, assiro-babilonese) e quella egizia.
Due tradizioni che ci riportano alla mitologia di divinità che
regnarono sulla terra prima degli uomini.
I Templari, per il loro raggio d’azione, che interessò
tutto il bacino del Mediterraneo, e per i contatti avuti con tradizioni
e culture, furono in grado di conoscere antichi miti, antiche leggende
e, forse, antichi segreti; furono comunque stimolati a cercare i significati
arcani di quanto venivano via via a conoscere. Incontrarono, probabilmente,
le tracce di antiche storie il cui significato, modificatosi nel tempo,
deve essere scoperto.
Una cerca, quella dei Templari, che li potrebbe aver condotti anche
sulle tracce di Gesù nel suo spostamento in Egitto per sottrarsi
a Erode.
Perché l’Egitto? Per i numerosi riferimenti alla sua cultura
ancora presenti nelle tradizioni copte, gnostiche, arabe e nei miti
e nelle leggende dei popoli con i quali i Templari ebbero contatto.
Un Egitto ormai misterioso e muto, ma la cui enigmatica presenza continuava
sottilmente ad affascinare chi cercava arcane fonti di antichi segreti.
Un Egitto nel quale i Templari si soffermarono a lungo, conducendo importanti
battaglie, con l’intento di conquistarlo. Battaglie spesso combattute
sulle rive del Nilo, tra le quali va ricordato l’assedio di Damietta,
l’antica Tanis (Djanet). Il riferimento a Damietta è importante
per molti motivi. Il primo riguarda la sua collocazione, nella branca
orientale del delta del Nilo, dove troviamo Leontopoli, la “Città
dei leoni”, l’antica Nay-ta-hut, città sacra a Shu
e a Tefnet, che vi erano venerati in forma di leoni.
Shu, lo ricordiamo, è figlio di Atum, ed è la divinità
dell’aria e della luce, colui che separò la figlia Nut
(il cielo) dalla terra (Geb). Shu e Tefnet sono i due leoni a guardia
degli orizzonti orientale ed occidentale. Secondo il mito Shu regnò
come re d’Egitto per molti anni.
Nella stessa zona troviamo Bubastis, città sacra alla dea Bastet
(nota in forma di gatto), il cui figlio Mihos è un leone.
Vanno qui notato il fatto che il geroglifico che indica Bastet è
un vaso e che Bastet è una delle forme della Dea: Vas Venerabilis.
Va inoltre notato che i
L’interessante parallelo non può che destare molti interrogativi.
I cherubini, sfingi alate dal volto umano e dal corpo leonino, sono
messe a guardia dell’Arca dell’Alleanza così come
i leoni Shu e Tefnet sono i guardiani dei due orizzonti e la sfinge
di Giza è a guardia delle piramidi. Qualcuno ha ipotizzato che
alla sfinge attualmente visibile se ne accompagnasse un’altra,
che guardava l’opposto orizzonte.
L’interesse per questa parte del Nilo non è finito. Graham
Hancock, nel suo: “Il mistero del graal” (Piemme), nella
sua ricerca sull’Arca e il suo trasporto in Etiopia dal tempio
di salomone, accenna al fatto che oltre ad un tempio ad Elefantina,
un altro fu costruito a Leontopoli dal figlio dell’ultimo dei
sommi sacerdoti zadokiti di Gerusalemme, deposto da Antioco Epifane
nel 175 a.C. Hancock, inoltre, parla di un’antica scultura, ad
Axum (città etiope dove si ipotizza sia stata portata l’Arca)
a forma di leonessa. La scultura è su una roccia vicina alla
cava dove sono state intagliate le famose stele. A poca distanza dal
naso della leonessa si vede un disco circolare munito di raggi, che
visti da vicino appaiono come due paia di incisioni ellittiche posizionate,
se ci riferiamo al quadrante di un orologio, sulle ore 10, 14, 16 e
18. La forma che se ne ricava, secondo Hancock, ricorderebbe la croix
pattée dei Templari, che sarebbero stati in Etiopia alla ricarca
dell’Arca perduta.
Ulteriore particolare interessante è quello riguardante San Francesco,
l’uomo che più di tutti ha caratterizzato il XII secolo.
Francesco partecipò, con un altro chierico, alla crociata, la
V, indetta da Innocenzo III ed attuata da Onorio terzo nel 1217. Francesco
si imbarca ad Ancona nel 1219 e arriva prima ad Acri e poi a Damietta.
Una partecipazione che rende verosimilmente Francesco nelle vesti di
crociato, di Templare, così come probabilmente lo fu San Galgano,
un contemporaneo meno noto e recentemente assurto all’onore delle
cronache e degli studi storici per la “spada nella roccia”.
Una visita alla sua cappella,
posta sulla cima di una collina, dalla pianta rotonda e chiaramente
orientata per fungere da osservatorio solare e stellare, permette
di vedere, all’ingresso, una simbolo templare.
Sulle
tracce di Gesù
Il Vangelo di Matteo
indica solo una destinazione generica: l’Egitto, mentre nei vangeli
apocrifi vengono precisati alcuni luoghi che sono di grande interesse.
Nel Vangelo dello Pseudo Matteo, conosciuto già nel secolo X
e dal quale hanno tratto ispirazione poeti ed artisti, si legge: “Esultanti
di gioia giunsero nel territorio di Ermopoli ed entrarono in una città
dell’Egitto che si chiama Sotine”.
Nel Vangelo dell’Infanzia arabo-siriaco, così chiamato
in quanto trasmesso in lingua araba e siriaca, si legge: “Qui
si diressero alla (città del) famoso , che oggi si chiama
Matarea, e a Matarea il Signore Gesù fece sorgere una fontana
nella quale santa Maria lavò la sua tunica. E dal sudore del
Signore Gesù, che essa fece lì gocciolare, si produsse
in quella regione un balsamo. Di là scesero a Misr, e dopo aver
visitato il Faraone rimasero tre anni in Egitto.
Nel Vangelo dell’Infanzia armeno si legge: “Finalmente arrivarono
in terra egiziana, nella piana di Tanis e si recarono nella città,
dove soggiornarono a lungo”.

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Matarea è Matarieh,
località a 10 chilometri a nord-est del Cairo, quindi nella
zona di Eliopoli, l’antica On.
Misr al ‘Atiga è un quartiere copto del Cairo, il cui
nome significa Vecchio Calvo.
Tanis è località del Delta, associata a Seth.
Ermopoli potrebbe essere l’antica Kemenw o Khemnu, il cui
nome significa otto ed è una delle città più
antiche.E’ la città di Thot, delle Anime di Kemenw,
dell’Ogdoade. E’ collocata nell’Alto Egitto. Una
collocazione, questa, che la rende improbabile come meta di Gesù.
Parrebbe invece essere più facilmente identificabile come
meta del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù, Ermopoli Parva,
località prossima ad Alessandria d’Egitto, chiamata
anche Dimanhoru o Tema en Hor, il cui significato è la città
di Horus, ma anche Pa Djehuti, ossia “La dimora di Thot”.
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Matarea è
Matarieh, località a 10 chilometri a nord-est del Cairo. Siamo
quindi nella zona di Eliopoli, l’antica On. Misr al ‘Atiga
è un quartiere copto del Cairo, il cui nome significa Vecchio
Calvo.
L’insieme delle indicazioni dà come riferimento una delle
zone più note e più importanti dell’Egitto. Siamo
in prossimità di Eliopoli, della piana di Giza dove sorgono le
Piramidi, di Menfi (Men Nefer, Stabile è la bellezza), città
edificata in epoca tinita con il nome di Ineb Hedj, “muro bianco”.
Nelle vicinanze sorgono i santuari di Ptah e di Sokar, signore di Saqqara,
la necropoli di Menfi. Siamo nel punto in cui i due stati, dell’Alto
e del Basso Egitto, trovavano il loro equilibrio. Un inno a Horo recita:
“Horo e Seth sono uniti, i due fratelli non si combattono più.
Sono uniti in Het ka Ptah, la bilancia delle due terre, nel luogo in
cui i due paesi si trovano in equilibrio. Siamo in un’area tra
le più antiche, le cui tradizioni rinviano ai tempi pre dinastici.
Tanis, forma ellenizzata di Djanet (Avaris al tempo degli Hyksos) è
località del Delta, associata a Seth, di origine antichissima,
risalente all’Antico Regno.
Ermopoli potrebbe essere l’antica Kemenw o Khemnu, capitale del
XV nomo dell’Alto Egitto, il cui nome significa otto, ed è
una delle città più antiche; è la città
di Thot, delle Anime sante di Kemenw, dell’Ogdoade. La sua collocazione
nell’Alto Egitto la rende improbabile come meta di Gesù.
Parrebbe invece essere più facilmente identificabile come meta
del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù, Ermopoli Parva, capitale
del XV nomo del Basso Egitto, località prossima ad Alessandria
d’Egitto, chiamata anche Dimanhoru (Damanhur) o Tema en Hor, il
cui significato è la città di Horus, ma anche Pa Djehuti,
ossia “La dimora di Thoth”.
Thot è divinità antichissima. Neter della conoscenza,
messaggero degli dei, era già presente in tempi predinastici
con il nome di Djhuty, che sembra significhi “Colui di Djhut”,
probabilmente il suo luogo d’origine e altrettanto probabilmente
collocato nel Delta”.
Prima di proseguire nell’analisi dei luoghi, è interessante
mettere attenzione a tre particolari:
- Il sicomoro,
associato alla dea Hator, “Signora del sicomoro”, venerata
a Menfi come dea albero (a volte sostituita da Nut), il cui nome significa
“La casa di Horus”. Il sicomoro, pertanto, è considerato
albero sacro, “Casa di Horus”, ossia simbolo della maternità
celeste. Va notato che Hator è anche detta la “Signora
di Punt”, ossia del Corno d’Africa, un paese ricco di
risorse naturali tra le quali l’oro, l’incenso e la mirra.
Va notato, inoltre, che la terra di Punt nella teologia caldea (i
Magi erano astrologi caldei) era governata dal dio Gibil, figlio di
Enki-Ea. Gibil è divinità che ci collega al mondo mesopotamico;
nel V mese (luglio agosto), legato alla stella Kaksisa (Sirio), scendeva
dal cielo e si rendeva uguale a Shamash (il sole).
- La visita al
Faraone: un elemento che rende ufficiale la visita in Egitto. Maria,
Giuseppe e Gesù sono riconosciuti come persone di alto rango,
degne di essere ricevute dal Faraone.
- Il ladrone Disma,
quello che fu crocifisso alla destra di Gesù. Nel Vangelo di
Nicodemo (composto secondo alcuni nel II secolo e secondo altri nel
IV o V) è scritto: “Questo era il ladrone Disma che,
alla nascita di Cristo, cioè trentatrè anni prima, si
trovava in Egitto quando a Giuseppe fu dato avviso dall’angelo
di prendere il bambino e la madre e di fuggire ….” (Disma,
il ladrone di destra è buono, ossia completo, come l’occhio
destro di Horus, mentre Gesma, il ladrone di sinistra, è cattivo,
ossia incompleto, come l’occhio sinistro di Horus, offeso da
Seth e ricomposto da Thot). Disma è legato a Gesù fin
dalla sua infanzia (un sapiente egizio? un maestro? un uomo che condivide
la sorte del suo discepolo?). Difficile pensare a Disma come ad un
banale ladrone, così come a Barabba (Bar Abba, il Figlio del
Padre) come ad un comune delinquente.
L’Egitto,
dunque, per i Templari, custodi del Santo Sepolcro e iniziati alla ricerca
della Gerusalemme celeste, è una traccia importante. Una traccia
che probabilmente li ha portati a conoscere segreti antichi, la cui
conoscenza ne ha determinato le fortune e anche la fine sul rogo.
Ed è alla loro fine che ora prestiamo attenzione, appuntando
l’analisi sulle accuse.
Accuse
infamanti per nascondere un segreto
Tralasciando, a beneficio dell’intelligenza, le accuse di omosessualità
e quelle relative a vari baci sulle natiche, sul pene, sul petto nudo,
sulla bocca e via discorrendo, che sarebbero utili per una psicanalisi
a posteriori degli inquisitori, evidentemente psichicamente disturbati
(per usare un eufemismo), prendiamo in considerazione quelle che ci
possono far comprendere se la nostra ipotesi ha qualche fondamento.
Lo
sputo sulla croce
Nel “Libro dei morti” (Per em ra - Le formule per uscire
al giorno), capitolo XVII, si legge:
Nei Testi delle piramidi:
Il rituale è volto a curare l’occhio di Horus, toltogli
da Seth e ricostruito da Thot.
Lo sputo sulla croce potrebbe, dunque, avere un significato terapeutico,
taumaturgico.
Adorare
un certo gatto il quale talvolta appariva loro mentre erano riuniti.
Il gatto riveste una significativa importanza nella tradizione egizia,
a cominciare dal gatto sacro alla dea Neith nel tempio di Sais e dal
fatto, come ci ricorda , che nell’egizio Libro dei Morti
(Per em Ra), Atum riceve l’appellativo di “gatto”
perché sotto queste sembianze combatte il serpente Apopis per
consentire a Ra di risorgere ogni mattino.
.
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A sinistra l'icneumone e, a destra, rappresentazione simbolica
di Mafdrt |
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C’è
una dea gatto di nome Mafdet (Bafmet-Bafomet), divinità antica,
risalente all’Antico Regno, della quale poco si sa se non che
rimanda al potere ufficiale giudicante. Può apparire come pantera,
lince o leopardo, ma di solito è una donna vestita con pelle
di gatto. Menzionata nella Stele di Palermo (V dinastia), Mafdet potrebbe
significare “colei che corre”, ma il suo appellativo più
significativo è “La Signora della casa della Vita”.
Nota come cacciatrice di serpenti e di scorpioni, era invocata per il
suo potere di guarigione dalle loro morsicature.
La “Casa
della Vita” era la sede nella quale si trasmetteva la sapienza
e dove si formavano gli scribi. Lo scriba era il depositario del segreto
della parola scritta, colui che sapeva leggere e scrivere i geroglifici
sui papiri. A lui venivano affidati incarichi delicati e particolari
e poteva accedere a tante alte cariche dello stato. Poteva essere funzionario
di stato, sacerdote, seguiva l'esercito e le spedizioni annotando tutto
quello che vedeva e sentiva, registrava tutto quanto accadeva.Durante
l'Antico Regno questa professione era destinata ai membri della famiglia
reale. In seguito chiunque potè diventare scriba e a nessuna
persona, a qualunque condizione sociale appartenesse, era preclusa questa
possibilità che, per la complessità del linguaggio, includeva
un lungo tirocinio. Solo chi possedeva pazienza e perseveranza senza
limiti, il gusto del bello, non si accontentava mai ed era costantemente
alla ricerca della perfezione, accedeva agli onori di questa posizione.
Gli alunni si formavano nella cosiddetta "Casa della Vita",
legata al tempio ed erano protetti dal dio Thot (raffigurato con la
testa di ibis o come un babbuino). L'insegnamento cominciava verso i
cinque anni, durava circa dodici anni e comprendeva lo studio delle
scritture, della grammatica, il disegno, lo studio delle leggi, storia,
geografia e materie tecniche. Mefdet, dunque, è la protettrice
di chi cerca la sapienza.
C’è poi Bastet, la dea dal corpo umano e dalla testa di
gatto; è forma addolcita e benevola della dea leonessa Sekhmet.
Bastet era la dea di Bubastis (città a mezza strada tra Tanis
e Eliopoli). Onorata particolarmente dai sovrani della XXI dinastia
la dea è considerata talvolta come una forma poco caratterizzata
di Hathor o di Sekhmet. E’ dea benevola ed ha un figlio leone
chiamato Mihos. Il gatto rinvia, dunque, al leone, forma zoomorfica
della dea Sekhmet. Associate al leone sono anche Pakhet, Bastet (nella
sua forma originaria) e Hathor.
I leoni sono i guardiani dei due orizzonti (est e ovest), dello ieri
e del domani.
Nella stele Metternich, una lunga formula ci racconta che la figlia
di Ra, la gatta, viene punta da uno scorpione. Questa gatta è
la dea dell’amore (il grido di battaglia dei
Templari è: Vivat Deus, Sanctus Amor), colei che si identifica
anche con Iside (dea associata a Sirio). Abbiamo visto
in precedenza le associazioni di Iside a Venere e i riferimenti a Gerusalemme.
“O tu gatta; la tua testa è la testa di Ra, il signore
delle due Terre, (colui) che sconfigge qualsiasi popolo ribelle ed è
temuto in ogni paese e da ogni vivente, per l’eternità;
o tu gatta; i tuoi occhi sono gli occhi del signore dell’occhio
divino, colui che illumina, con i suoi occhi, le due Terre, colui che
illumina il volto sulla via dell’oscurità. O tu gatta;
il tuo naso è il naso di Toth, grande signore di Khemenu, il
capo delle due Terre per Ra e colui che concede l’aria per il
naso di ogni uomo. O tu gatta; le tue due orecchie sono le due orecchie
del Signore dell’Universo, colui che ode la voce di ciascuno quando
lo implorano e giudica in tutta la terra. O tu gatta; la tua bocca è
la bocca di Atum, signore della vita, colui che unisce le cose ….”.
“Un foglio d’accusa – scrive - faceva
riferimento all’adorazione di donne soprannaturali o demoni femmina
che apparivano vicino all’idolo” Bafomet.
E’, da quanto si è scritto, probabile che il gatto dei
Templari fosse in realtà il simbolo di Iside, la dea “dai
molti nomi” e in particolare della sua forma Mefdet, in quanto
dea che presiede alla Casa della Vita, ossia al luogo dove si coltiva
la sapienza e dove, sotto la protezione di Thot, si conoscono gli antichi
segreti. Il gatto è dunque un simbolo sincretico, che univa le
molteplici tradizioni, ancora vive, che si rifacevano alla Dea Madre,
o meglio, ad una divinità androgina.
E qui arriviamo a Bafomet o Baphomet, la cui assonanza con Mefdet è
sintomatica.
Una delle accuse principali fatte ai Templari era, infatti, quella di
adorare un idolo dal nome Bafomet (o Baphomet).
Essere
adoratori di Baphomet
L’idolo viene definito dagli accusatori con una testa a tre facce,
a volte come testa di uomo barbuto, a volte come teschio e in qualche
testimonianza come uomo con la barba e il seno: quindi androgino. (Non
dimentichiamo il riferimento al cipriota Afrodito).
In Egitto esiste il dio Bapfi, il cui nome significa: “Io sono
il suo Ba”, ossia “Io il suo Spirito”.
Ricordiamo, su questo punto, che i Templari dovevano essere sempre pronti
al combattimento, anche uno contro dieci e la morte costituiva la ricompensa
più bella per la loro missione salvifica.
Se trasformiamo Baphomet o Bafometto nelle lingua egizia troviamo Ba
fo met o, meglio, Ba fw met.
Ba significa Spirito, Fw glorificare e Met morte.
Bafomet, dunque, potrebbe ragionevolmente significare: “La morte
glorifica lo Spirito”. (Bapfi, lo ripetiamo, è traducibile
con: “Io sono il suo Spirito”). Un significato coerente
con la missio di monaci-soldati, ma anche una dichiarazione di consapevolezza
che la morte terrena libera lo Spirito imprigionato nella carne. Un
concetto, questo, che potrebbe essere arrivato ai Templari attraverso
la tradizione gnostica.
Per quanto riguarda le tre facce di Bafomet, abbiamo numerosi esempi
dai quali si potrebbe trarre ispirazione: una divinità gallo
romana a tre teste, il tricefalo alchemico, la figura dell’uomo
selvatico a tre teste (il Selvatico tricipite di Bressanone). In Perù
Apuinti era definito anche come un “uomo a tre volti”. Presso
i popoli slavi era adorato Triplav, dio tricipite. Molte sono anche
le .
Il tre è elevamento a potenza. Il tre o la moltiplicazione per
tre attestava la grandezza di un concetto o di un manufatto. Il tre
è espressione del concetto di trinità.
Ermete Trismegisto (Thot), è maestro tre volte grande, ossia
grandissimo.
Nelle tre facce potremmo pertanto trovare un riferimento alla trinità,
ma anche a Thot, tre volte Maestro.
Riguardo all’aspetto androgino, Bafomet si trova inserito in una
tradizione antica, che vuole Dio maschio-femmina.
Atum, principale divinità di On (ossia di Eliopoli), prima che
fosse associato a Ra era divinità androgina, (nei Testi dei sarcofagi
“il grande Lui-Lei). Nei Testi dei sarcofagi Atum parla dell’inizio:
“Io Atum ero ancora da solo nelle acque in uno stato d’inerzia.
Non avevo ancora trovato luogo dove stare in piedi o seduto …
“. Ma prima di sorgere dalle Acque Primordiali, Atum creò
le prime creature: Shu, un maschio, e Tefnet, una femmina. Così
“colui che era stato uno divenne tre”. Rammentiamo che Shu
e Tefnet sono raffigurati come leoni, guardiani degli orizzonti.
Neith, madre di tutti gli dei, associata
all’ape, era considerata per due terzi maschio
e per un terzo femmina. Neith emerse dalle acque primordiali
e creò la collina primordiale pronunciandone il nome. La sua
associazione all’ape, che come la farfalla ricorda l’anima
e il suo essere, quindi, la dea dell’aveare (Hut Bit), ne fa la
sede delle anime, la madre celeste.
Sul dio androgino non mancano gli esempi anche nella tradizione cristiana,
laddove lo Spirito santo viene definito “madre”.
Per gli gnostici lo Spirito santo è ipostasi femminile di Dio;
è Sofia. In Ebraico Ruah, ossia Spirito è di genere femminile.
Nel Vangelo della Verità, scritti gnostici del IV secolo (testi
di Hammadi-Codice Jung) si legge: “Così il Verbo del Padre
procede dentro il Tutto, frutto del suo cuore ed espressione della sua
volontà. Ed egli sostiene il Tutto, lo sceglie, ed anzi prende
l’immagine del Tutto, purificandolo e promuovendone il ritorno
al Padre e alla madre, egli Gesù dall’infinita dolcezza.
Il Padre mostra il suo seno, e il suo seno è
lo Spirito Santo.
Non è chi non veda la rassomiglianza tra questa descrizione gnostica
e quella dell’uomo barbuto dotato di seno a cui è stato
dato il nome di Bafomet (Afrodito).
Nei Vangeli giudaico cristiani, il Vangelo degli ebrei pare essere una
composizione in uso tra gli ebrei della diaspora trasferiti in Egitto
e non è immune da influssi gnostici e da credenze mistiche ed
angelologiche proprie dell’. Le testimonianze su questa
composizione sono tratte da Origene e da Gerolamo. “E se qualcuno
consulterà il Vangelo secondo gli Ebrei, nel quale il Salvatore
in persona dice: “Poco fa mia madre, lo
Spirito Santo, mi prese per uno dei miei capelli e mi trasportò
nel grande monte Tabor”, si domanderà perplesso come possa
essere madre di Cristo lo Spirito Santo generato dal Verbo. Ma anche
così, queste cose non sono difficili da spiegare” (Origene,
In Jo –II 6). “E se qualcuno ammette questo: “Poco
fa mi prese mia madre, lo Spirito Santo, e mi trasportò sul grande
monte Tabor”, e ciò che segue, può dire, vedendo
in esso la madre …”. (Origene, Nonm in Jerem XV,4).
Non meno interessante, anche se inficiato da qualche confusione e banalizzazione,
quanto scrive Gerolamo: <<Ma chi leggerà il Cantico dei
Cantici, interpretando lo Sposo dell’Anima come il Verbo di Dio,
e crederà al Vangelo composto secondo gli Ebrei che recentemente
è stato da me tradotto, in cui dal Salvatore in persona è
detto: “Poco fa mi prese mia madre, lo Spirito Santo, per uno
dei miei capelli, non esiterà a dire che il Verbo di Dio procede
dallo Spirito e che l’Anima, la quale è la sposa del Verbo,
ha come suocera lo Spirito Santo, che presso gli Ebrei è di genere
femminile e si dice Rua”>>. (Gerolamo, Comm. II in Mich.
VII,6)
Bafomet, dunque, sembra essere simbolo sincretico di una divinità
maschio-femmina, di un dio Padre-Madre, che rientra in una tradizione
cristiana ormai lontana da quella scelta dalla Chiesa dei concili di
Nicea e di Costantinopoli, dove l’elemento femminile della Trinità
è stato escluso, salvo poi ricomparire, nei secoli, con tutta
la sua potenza, attraverso Maria. I Templari potrebbero aver attinto
da varie fonti (siriache, arabe, gnostiche, copte, ecc.) e da varie
tradizioni gli elementi per ricostruire la sapienzialità legata
ad un concetto androgino di dio che era stato espunto dalla cultura
ed era, in compagnia di tutte le altre concezioni religiose e tradizioni
non cristiane e non canoniche, bandito per decreto di Teodosio.
I barbari, i pagani, esclusi dai decreti imperiali e dai concili del
cattolicesimo paolino, esorcizzati ed obnubilati spesso con la violenza
(la distruzione della biblioteca di Alessandria ad opera di Cirillo
è solo un esempio) affiorano come una sorgente antica alla quale
i Templari si sono abbeverati. Una sorgente di vita, ma anche a rischio
di morte, perché pericolosa per la cultura dominante e per il
potere.
Gli
Shemsu Hor
Il richiamo ad un gatto, forma addolcita del leone (Bastet-Sekhmet),
ci porta a considerare il rapporto dei Templari con questo animale simbolico
e, di conseguenza, a Horus e agli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus, re-sacerdoti
del periodo predinastico, periodo nel quale gli dei governavano la terra.
I Templari erano entrati in contatto con gli eredi degli Shemsu Hor
o, quantomento, con la loro tradizione?
Vediamo chi erano gli Shemsu-Hor, dall’aspetto leonino (forse
perché avevano i capelli fulvi)?
Nel Papiro di Torino (XIX dinastia – 1300 a.C.) è indicato
che gli Shemsu-Hor o (Seguaci di Horus, Compagni di Horus,
Emanazioni di Horus), discendenti degli Anziani neteru (divinità),
regnarono a On (Eliopoli) per 13.420 anni e prima di Nemes, il primo
re dinastico (3.100 a.C).
Gli Shemsu Hor, i Compagni di Horus, sono dunque esseri divini i cui
capi si chiamarono Wa e ‘Aa, detti “Signori dell’isola
della violazione” o i “due compagni di Calvi dal cuore divino”.
(‘Aa è nome che ci richiama l’hurrita A’a,
forma indoeuropea del dio Enki, Ea, l’uomo-pesce, l’Oannes,
civilizzatore della Mesopotamia).
Eliopoli, luogo primario del regno degli Shemsu-Hor era On (Aunu, Ounu,
Iwnw), un centro religioso antichissimo, legato ad Atum, Il Grande di
Perfezione e solo successivamente a Ra e al culto solare, ridotto nei
secoli ad essere, soprattutto con la V e VI dinastia un luogo eletto
di divinizzazione del faraone, il quale fregiandosi del titolo di Hor,
appariva come figlio di Ra.
On era un centro culturale di grande importanza e le biblioteche di
Atum erano famose per la ricchezza delle opere conservate. I sacerdoti
avevano fama di essere i più esperti di tutta la storia d’Egitto
e di essere sapienti in molte discipline, non ultima l’astrologia.
scrive in proposito: “Il sancta sanctorum del complesso
dei templi era noto come la “Sala delle stelle” e il sommo
sacerdote portava il titolo di “Capo degli astronomi”. Sembra
indossasse una veste adorna di stelle ed avesse come emblema della sua
carica una lunga asta terminante con una stella a cinque punte”.
Una descrizione che ci rimanda a culti stellari con al centro Spdt,
ossia Sothis, Sirio, la Stella del cane, associata ad Iside. On era
dunque primariamente un luogo di culto stellare, divenuto in seguito
centro del culto solare: un mutamento (negativo, restrittivo) importante
in quanto chiude la prospettiva, prima rivolta alle stelle, ovvero all’Universo,
nel quadro del sistema solare. Un sole che tuttavia continua, in quanto
Horus (costellazione del Toro), ad essere figlio di Sirio (Iside) e
di Orione (Osiride), a loro volta figli di Neith, la madre/padre di
tutti gli dei, così come Atum.
Jung a proposito dei termini ben e di bel, raddoppiati in benben e belbel,
scrive:
Quindi berber (Berberi) è sorgente di luce e gli Shemsu Hor erano
seguaci della luce, avendo Hor il significato di luce. E’ questo
un punto molto interessante che riprenderemo più avanti.
In questo contesto troviamo Horus, figlio di Iside e Osiride, ma anche
forma di Ra, in quanto Ra harakhty, sole del mattino, il cui simbolo,
secondo Collins, che cita in proposito Budge (The Gods of the Egyptians)
era la Sfinge della piana di Giza.
Il Leone era dunque il simbolo di Horus?
Agli Shemsu-Hor verrebbe attribuita anche l’antica origine della
città di Edfu, il cui tempio, ritenuto di epoca tolemaica, sarebbe
molto più antico. I testi dei documenti del tempio di Edfu conterrebbero,
inoltre, il ricordo di un centro religioso predinastico che potrebbe
essere Menfi; un luogo che gli egizi avrebbero visto come la madrepatria
del tempio stesso.
I riferimenti al leone non sono finiti.
Vediamo, ad esempio, come Kematef, l’autoprodotto, l’autogenerantesi,
“Colui che ha compiuto il proprio tempo”, “avesse
una forma ibrida che lo raffigurava con un corpo di serpente arrotolato
con una testa di leone. Kematef era associato a Khnum (il dio vasaio
dalla testa di ariete che creò l’umanità) a Kneph
e a Chnoumi o Chnoubis (adorato dai seguaci di Ermete Trimegisto), che
era visto, nella rappresentazione delle trentasei costellazioni, come
Primo Decano del Leone.
Chnoumis aveva una criniera fatta di dodici o sette raggi, che rappresentavano
i dodici segni dello zodiaco e le sette stelle polari del ciclo precessionale.
Sono questi i serpenti che qualcuno dice essere presenti sul capo di
Bafomet? Bafomet è assimilabile a Chnoumi?
Un’immagine posteriore di Chnoumi e quindi di Kematef la troviamo
nel culto di Mithra, dove il kosmokrator, o custode del tempio cosmico,
era rappresentato da un uomo con la testa di leone e con il corpo avvolto
da un serpente.
Vale qui la pena di fare un inciso su Mithra, diffusissimo nel mondo
romano, soprattutto tra i militari e che potrebbe costituire una delle
fonti dei Templari.
Il mito di Mithra, peraltro, apre una finestra sulla questione del Sep
Tepi, o del Primo Tempo.
Va infatti considerato che recenti studi archeostronomici ferebbero
identificare il Sep Tepi (o Zep Tepi), ossia il Primo Tempo, il punto
di partenza dell’esistenza alterabile dell’universo, che
stava a significare “Prima occasione”, nell’età
del Leone (11.380-9.220 a.C o in ere precedenti, con balzi all’indietro
di 26 mila anni.). Età il cui primo Decano è Knum, un
ariete (Il tempo zero, ossia il tempo dell’inizio - divenuto poi
fisso in astrologia - sarebbe dunque ariete, non nel senso della costellazione,
ma di Knum, il dio vasaio che, per conto di Neith, creò l’umanità,
appunto all’inizio del tempo degli umani).
Nello Zep Tepi (il primo tempo) in uno spazio
a forma di isola, in un venerabile canneto, c’erano esseri sui
quali regnava un’entità dai contorni indefinibili, denominata
Costui o Pu.
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Una raffigurazione del
Nun, l’Oceano primordiale egizio, il quale, allargando le
braccia, crea lo spazio nel quale trova posto la nascita del mondo.
E come insegna la fisica post Einstainiana, lo spazio è la
condizione del tempo; lo spazio-tempo è un unico indivisibile
ed è la caratteristica di questa nostra dimensione, che è
appunto spazio-temporale.
Il Sep Tepi è appunto la creazione dello spazio dal Nun e
l’inizio del tempo.
Nell’Oceano primordiale si crea una bolla spazio-temporale. |
E’ interessante,
a questo proposito, pur senza approfondire l’argomento e rinviando
a testi specifici, come a Mithra (la divinità che chiamata dal
sole uccide il Toro) sia associato un essere leontocefalo che incarna
il Cosmo (ossia l’ordine succeduto al Caos). Il dio dalla testa
di leone e dal corpo di uomo avvolto nelle spire di un serpente, sembra
perciò rappresentare l’organizzazione del Cosmo nella sua
interezza.
Interessante notare che nel mito teogonico orfico, Phanes è molto
simile al dio leontocefalo mitraico. Nel primordiale inizio orfico di
tutte le cose, Acqua e Terra diedero vita ad un serpente sul cui corpo
spuntavano ulteriori teste, di un toro e di un leone e il viso di un
dio nel mezzo; aveva ali sulle spalle e il suo nome era Tempo Sempiterno(tre
teste come Bafomet). Anche Aion (Eone), il dio del tempo, è leontocefalo.
Nello zoroastrismo il Tempo infinito è Zurvan akarana, dal quale
emergono Ahura Mazda e Ahriman (dall’Uno tutto indistinto la manifestazione
nella dualità). Nella mitologia greca il concetto si identifica
con Cronos, padre di Venere-Afrodite, “Colei che è nata
dalla spuma”, nata dal mare, ossia la differenziazione dal Tempo
sempiterno di un tempo identificato e identificante, di uno spazio-tempo,
di un’increspatura sull’onda dell’infinito oceano
dell’Essere.
Afrodite-Morgana-Venere-Sirio-Iside è dunque
il simbolo di quell’Amore celeste che diede vita al Cosmo differenziandolo
dal Caos, così come fece Neith, madre-padre di tutti gli
dei, che diede con la parola (il Verbo) origine alla Collina primordiale
emersa dalle acque del Nun. (Vivat Deus, Sanctus Amor, dicevano i Templari).
Conoscere l’Amore di Dio è, come simbolizza Raziel-Thot,
accedere alla scaturigine del mondo. La Conoscenza è dunque la
via maestra per accedere all’Amore. Ed è l’Amore
(Raziel, ne è il tramite, l’espressione, l’aspetto
comunicante) che dà la conoscenza. Gli egizi dicevano: l’uomo
è venuto al mondo per conoscere il proprio nome, ossia il proprio
codice, la propria nota e con questa conoscenza partecipare armoniosamente
al concerto universale.
La divinità leontocefala, per tornare sui nostri passi, riconduce,
sincreticamente, al Tempo, al Primo Tempo, al Sep Tepi, che per gli
Egizi aveva avuto inizio nel decano ariete dell’era leone. A questo
punto il riferimento temporale ad un’era terrestre (età
del Leone: 11.380-9.220 a.C.) pare perdere d’importanza di fronte
alla potenza del mito.
E’ peraltro di notevole interesse notare che Mithra non è
il sole. Helios, infatti, lo chiama ad uccidere il toro. Mithras, nel
rituale mitraico che ci è pervenuto attraverso la testimonianza
di molti mitrei, è mostrato mentre tiene in mano qualcosa che
assomiglia ad una spalla o ad una zampa di animale. La spalla del toro
(o coscia del toro), se la riportiamo allo zodiaco di Denderah, indica
Mithra come un dio polare, in quanto la coscia del toro è simbolo
dell’Orsa maggiore (a proposito della quale nel rituale è
detto: “Questa è l’Orsa che muove e fa girare il
cielo”). Mithra è dunque un dio polare e non va dimenticato,
a questo proposito, l’Apollo iperboreo (assimilato ad Horus) delle
tradizioni norrene.
Ad un certo punto del rituale mitraico appaiono sette dei, che sono
chiamati “I Signori polari del cielo”. Paolo Diacono, nella
sua famosa Historia Langobardorum, parla di sette saggi che dormono
in una caverna a nord del mondo.
Mithra è divinità polare, sol invictus in quanto non tramonta
mai, e, dunque, stella polare e, forse, stella ipercosmica, fuori dallo
spazio-tempo, come il Nun.
Plotino, di questo secondo sole, ne parla come di “quel sole del
regno divino” che “è l’intelletto ….
E subito dopo c’è l’anima, che dipende da esso e
dimora finchè l’intelletto dimora. Quest’anima, confinando
con questo sole [quello visibile, ossia il sole materiale] delimita
mediante se stessa, e agisce come un interprete, collegando ciò
che proviene da questo sole con il sole intelligibile e ciò che
viene dal sole intelligibile con questo sole”.
Negli Oracoli caldaici si parla di due soli.
C’è dunque un sole fonte della luce che non è il
sole (helios) e del quale il sole è figlio, in quanto frutto
della creazione; c’è un sole iperuranico e un sole spazio-temporale.
Confondere il primo con il secondo è stato, forse, l’errore
del clero eliopolitano, di Unas, di Akhenaton. Un errore che ha ristretto
l’orizzonte del cielo ed ha prodotto un dio maschio, padre padrone
del mondo, punitivo; dio degli eserciti, ben lontano da quel dio Tutto
Uno, di cui l’aspetto androgino è il simbolo di una separazione
non separazione, di un distacco solo apparente e il cui afrore (afrodite,
spuma, identità), amore è la tensione tra la manifestazione
duale, spazio temporale e l’unità.
Infine, solo un breve cenno al fatto che il culto di Mithra conobbe
la sua sistemazione simbolica e cultuale a Tarso, città siriaca
e grande centro di cultura, dove confluivano tradizioni antiche, dove
ebbe origine lo stoicismo, dove erano vivi i culti stellari e dove nacque
Paolo, l’apostolo folgorato sulla via di Damasco.
Horus
sole terreno o sole celeste?
Chi era Horus? Il nome del sole divinizzato, di un sole iperuranio o
di un sole di altre costellazioni?
Horus vuol dire “viso” o “lontano”.
Con lo stesso nome abbiamo due distinte divinità egizie: Horus
l’Antico e Horus il Giovane (figlio di Iside e di Osiride).
Horus il Giovane è stato da molti associato a Gesù. La
Sacra famiglia sarebbe così composta da Horus (Gesù),
Iside (Maria) e Osiride (Giuseppe). Dobbiamo considerare che Horus è
stato associato al Sole, Iside a Sirio e Osiride a Orione, cosicchè
la Sacra famiglia risulterebbe composta da un figlio (il sole del nostro
sistema planetario), da Sirio, la “madre celeste” (torniamo
al riferimento alla Gerusalemme celeste) e da Orione, il padre celeste.
Iside, secondo Plutarco, era stata fecondata da un fulmine divino allo
scopo di generare il vitello Api, simbolo dei re-Horus.
Non mancano le immagini della Vergine con in braccio il bambino che
richiamano altre immagini simili di Iside con in braccio Horus.
Anche le immagini della nascita lasciano pensare a mitologie traslate.
La nascita è annunciata da una stella (si attende il “figlio
della stella”). La nascita è assistita da pastori e greggi
(il mito del re pastore) e da un bue/toro (animale solare, associato
a Ptah, a Ra e a Horus stesso) e da un asinello (animale associato a
Seth). L’omaggio dei Re Magi, ossia dei sapienti Caldei, indica
la linea di continuità con la tradizione sacerdotale, regale
e taumaturgica mesopotamica. La fuga in Egitto per sfuggire ad Erode
ricorda la fuga di Iside che ripara nel Delta per impedire a Seth di
uccidere Horus neonato. E appunto nel Delta si svolge in gran parte
il viaggio di Maria.
Sin qui Horus il Giovane.
Horo, divinità antichissima, da dio celeste si è trasformato,
in seguito, in dio solare, fondendosi con Ra.
Dell’antichità del culto di Horus sono testimoni le iscrizioni
del tempio di Edfu, dove si narra che all’inizio regnava il caos
e le acque del Nun ricoprivano la terra. In seguito due divinità,
il Grande e il Lontano (attributo di Horus), apparvero su una piccola
isola che era emersa dalle acque primordiali. .
Il falcone è il simbolo di Horus, che in questo caso è
dio delle origini.
Anche in questo caso abbiamo due soli, due luci: quella terrena, che
associa sincreticamente Horus a Ra e quella celeste: una luce portata
dal falcone che si posa sul bastone, ossia sull’asse del mondo.
Horus è detto anche “il viso”. Un viso richiama una
testa, come quella del Bafomet. In quel viso una grande importanza hanno
gli occhi. L’Occhio di Horus (Aldebaran), l’Udijat come
è ormai noto da studi condotti da valenti studiosi, è
la rappresentazione grafica di proporzioni numeriche rappresentabili
anche come frazioni (1/64, 1/32, 1/16, 1/8, _, _, 1/1) che indicano,
nel loro insieme l’unità in termini di 64/64.
Questo per quanto riguarda l’occhio destro. Per quanto riguarda
il sinistro, mutilato da Seth e ricomposto da Thot, è incompleto,
ossia è 63/64. Manca un sessantaquattresimo. Da qui la necessità
di portarlo a completezza (guarirlo) con il rito dello sputo.
Horus, dunque, è dio primigenio (il Lontano, il Grande) e anche
epiclesi del sole. I “Compagni di Horus” sono pertanto esseri
di un altro mondo, che hanno governato la terra prima di passarne il
governo ai re dinastici; sono esseri venuti da un altro sole.
Chi erano davvero gli Shemsu-Hor?
C’è chi li associa ai Nefilim, ai Vigilanti, agli Annunaki
sumeri.
In Adriano Forgione li associa ai Guanchi (antichi abitanti delle
Canarie) e ai Berberi. Un’associazione che apre uno scenario interessante.
Gli
uomini dai capelli rossi
Forgione scrive di “una stirpe antica e pre-diluviana i cui sopravvissuti,
quelli che chiamiamo Shemsu-Hor, diedero vita ai Guanchi e ai Berberi”.
Si tratterebbe di uomini e donne dolicocefali (ossia con un allungamento
naturale della parte posteriore della scatola cranica), dalla carnagione
chiara e dai capelli rossi. Caratteristiche che unirebbero i Libui (Libici),
antichi Egizi, ai Berberi, ai Guanchi e ai Baschi e, di conseguenza
ai Liguri. Dei Berberi abbiamo già detto a proposito di berber:
sorgente di luce e dell’assonanza di significato con gli Shemsu
Hor, seguaci della luce, avendo Hor anche il significato di luce.
La denominazione di Fenici (phoinikes), va ricordato, significa “i
rossi”.
Ricordiamo per inciso che l’azteco Quazalcoatl è descritto
come un uomo barbuto, dalla pelle chiara e dai capelli rossi. Dahut,
la mitica figlia del re di Cornovaglia, nata dal mare (Mor gan –
Morgana) e sprofondata con la città di Ys era rossa di capelli
come la madre, donna del Nord.
Recenti studi genetici e linguistici hanno stabilito una stretta parentela
tra Baschi, Guanchi, Berberi ed Egizi.
Il genetista Arnaiza Villena ha chiamato questo insieme di popoli “cultura
Usko-mediterranea”, una cultura che adottava un culto da lui definito
della “Porta dell’oscurità”, un corpo di credenze
associato alla Grande Madre e al culto delle acque.
Torniamo sui nostri passi. Nel seguire il viaggio di Gesù bambino
in Egitto, stando alle testimonianze dei vangeli apocrifi, abbiamo visto
che si sarebbe svolto in un’area comprendente un triangolo che
ha un suo vertice a sud nella zona di Eliopoli-Giza-Memfi e gli altri
due vertici a nord ad Alessandria e a Tanis. Siamo sostanzialmente nell’area
del Delta.
Protettrice del Delta era Buto, una dea-cobra la cui terra d'origine
e il cui centro di culto erano situati nella zona di Per-Uatchit. Come
tale venne abitualmente associata alla dea dell'Alto Egitto, Nekhebet.
Insieme comparvero in molte espressioni artistiche come simboli delle
due terre d'Egitto. Buto non fu solo la protettrice dell'Egitto, ma
fu anche una energica protettrice del re. Fu ritratta come il cobra
uraeus portato inizialmente sulla fronte del Re e più tardi su
quella dei faraoni. Buto fu la personificazione del calore cocente del
sole e fu chiamata "La Signora del Paradiso" e la regina di
tutti gli dei.
|
BUTO (Uatchit, Udjat,
Wadjit, Edjo) |
Buto fu strettamente
associata con Horus il Vecchio, dio protettore del Basso Egitto, e con
Harpokrates (Horus il giovane); lo protesse da Seth nelle paludi del
Delta mentre Isis cercava il corpo di Osiris. Buto fu dipinta nell'arte
come una donna che indossa l'uraeus o la Corona Rossa del Basso Egitto.Viene
mostrata mentre porta uno stelo di papiro attorno a cui è arrotolato
un cobra. Talvolta è mostrata soltanto come un cobra arrotolato
in un cestino e con la corona del Basso Egitto.
Ritroviamo qui Horus il Vecchio come protettore del Basso Egitto.
Proseguiamo.
scrive che Neith (Niit’), dea molto antica,
aveva il suo centro di culto a Sais (Sau in atico egizio), nel Delta
occidentale ed era effigiata come una donna con in testa la Corona Rossa
del Basso Egitto, il cui antico nome era Nt.
A Neith è associato un emblema con due freccie incrociate davanti
ad uno scudo, una spoletta (tessitura) e soprattuto l’ape. Sais
era detta Hut-Bit, ossia “La magione dell’Ape” ed
era considerata nel culto antico del Delta la sede della Grande Madre.
Abbiamo visto come l’ape (con la farfalla) rappresenti l’anima
e quindi come Neith sia la Dea Madre delle anime, ma dobbiamo notare
come l’ape sia anche simbolo dell’iniziato. L’esagono,
forma geometrica che è tipica delle celle dell’alveare,
è peraltro uno dei simboli di Thot, il dio della Conoscenza,
lingua di Ptha, messaggero degli dei. C’è dunque nell’esagono
un messaggio simbolico di notevole importanza che ci conduce per mano
nell’ambito della geometria sacra e dei canoni armonici che, come
è noto, sono alla base della costruzione delle cattedrali gotiche
e del maniero di Castel del Monte.
Neith, va ricordato, era ermafrodita (due terzi maschio e un terzo femmina),
era associata a vari dei e in particolare a Khnum, il dio ariete vasaio,
che evava nominato suo sostituto come dio creatore del genere umano
e ad Amonet, la dea primordiale di Ermopoli.
Non possiamo non ricordare che furono i sacrdoti di Sais, secondo Platone,
a narrare a Solone le vicende antidiluviane di Atlantide.
Sais, duque, è un punto essenziale di snodo nell’intreccio
tra le varie culture.
Neith era detta dagli antichi Egizi ossia “la Libica”,
“l’Occidentale” al pari di altre divinità come
Osiride e Andjeti (divinità di Djedu - ossia Busirsi, Abu Sir,
vicino a Giza - da cui la colonna Djed).
Questo fatto fa pensare che la popolazione egizia antica del nord ovvero
del Delta, di cui Neith dalla Corona Rossa era la dea primordiale, fosse
la popolazione libico mediterranea dei Libui, a cui sono associati i
Berberi, gli Iberi, i Liguri, popoli autoctoni dell’Occidente,
precedenti alla penetrazione indoeuropea, costituenti un sostrato preistorico
che accomuna Europa e Nord Africa.
Ora è interessante notare che Athena era detta la Libica, l’occidentale,
l’atlantica e che negli inni Orfici è detta Tritogeneia,
ossia nata dal lago Tritonide in Libia e che Erodoto considera libico
lo stesso Poseidone.
Diodoro Siculo considera il lago Tritonide una regione abitata da Atlanti
e da Amazzoni, luogo che avrebbe dato i natali a tutti gli dei (Neith
è madre di tutti gli dei) e sul quale avrebbe regnato lo stesso
Urano.
Veniamo ad Atum.
Atum, antichissima divinità androgina di On (Eliopoli), che nello
zodiaco di Denderah è una divinità stellare, governava
i Qebui ( i venti del nord) che i greci chiamavano Borea.
accenna, a proposito del Papiro Carlsberg nr VII,
agli Hnmmt, il “Popolo del Dio Atum” e questo fa pensare
ad una possibile remotissima denominazione degli egizi predinastici.
Per inciso, nello zodiaco di Denderah Atum occupa una posizione che
partendo da Benetnash (Ursa Maior), scende verso Cor (Canes venatici),
Denebola (Leo), Vendemiatrix (Vergine) e risale verso Arcturus (Boote).
Al centro di questa porzione di cielo c’è l’ammasso
stellare M3. Atum, dunque, occupa una parte del cielo che lega le costellazioni
del Leone e della Vergine (sull’eclittica) con l’Orsa maggiore.
Chiuso l’inciso torniamo ora alle popolazioni apparentate con
i Libui in quella cultura definita “Usko mediterranea”.
Il grande demiurgo dei Guanchi, il cui
nome è Chaxerax, è un’energia
di carattere femminile, chiamata anche Atguaychafan Ataman, Colei che
regge il cielo. Due aspetti di questa divinità sono il Sole (Magec,
femminile) e la Luna (maschile). Simbolo di Chaxerax, Grande Madre,
è la stella a otto punte (come Ishtar).
I Baschi, dal canto loro, distinguevano tra il mondo naturale (berezko),
conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali, dal mondo soprannaturale
(aideko) affrontabile con la magia. Chiamavano adur la corrispondenza
tra le cose e le loro rappresentazioni e ritenevano che i nomi fossero
immagini sonore delle cose (tutto quello che ha un nome esiste).
Il sole era Osti, o Ortzi o Eguzki. Ilargia o Ilargui (dove argi significa
luce) era la luna ed il guardiano della morte; accompagnava nell’Aldilà,
regolava il mondo della conoscenza segreta, della divinazione e della
magia. Mari era dea della terra e Sugaar dio del cielo e della terra.
Lur, infine, essere femminile, era figlia della terra.
C’erano poi geni vari e il Basjun, il Signore dei Boschi, divinità
di collegamento tra il mondo degli dei e quello degli uomini. Intxitxu
era spirito invisibile che costruiva i Cromlech. Irelu era spirito sotterraneo
e la sua canzone si confondeva con il suono del vento. Beigorri era
il guardiano di molte dimore di Mari ed era legato al bosco e al culto
della casa: exte.
Gli antichi Baschi veneravano la memoria dei defunti il primo di novembre,
giorno d’inizio della festa d’inverno, con l’accensione
di sottili candele (argizaiolak). Il carnavele veniva festeggiato con
la danza delle streghe e il solstizio d’estate con dei falò
nelle campagne.
Questo, in sintesi, il contesto nel quale agisce “La Signora”
o “La Dama”, come Mari, dea che vive nelle regioni abissali,
viene chiamata. Le sue forme sono diverse: nelle regioni sotterranee
ha aspetto zoomorfico; in superficie appare come una donna bellissima,
elegantemente vestita, in atto di pettinarsi con un pettine d’oro.
Mari è sposa di Maju, o Sugaar, che appare come un serpente.
Apparentemente i due sposi vivono separati (Mari sulla terra e Maju-Sugaar
nel mare), cosicchè quando Mari e Maju si incontrano si scatenano
violente tempeste di pioggia, grandine, tuoni e fulmini.
Mari solca il cielo con un carro trainato da cavalli ed è avvolta
nelle fiamme. Appare anche come: arcobaleno, nuvola bianca, albero in
fiamme, raffica di vento, uccello, falce di fuoco che si sposta da un
picco all’altro. Guida il cocchio trainato da quattro cavalli
bianchi o vola in sella ad un ariete (ricordiamo qui il caprone cavalcato
da Afrodite Epitragia). Viene rapita da un toro come Persefone; è
a capo di tutti i geni sotterranei; nella sua dimora, a volte, è
in compagnia di geni animali o di fanciulle.
La dea cambia spesso dimora a ogni localizzazione corrisponde ad un
diverso personaggio, come non si trattasse di una medesima divinità,
ma di una pluralità di divinità sorelle. Le caverne (akelarre)
nelle quali vivono queste divinità sorelle sono la dimora delle
streghe (sorgin).
Le streghe si trasformano spesso in gatti, talvolta in cani e montoni
e si spostano spalmandosi con un unguento e recitando la formula: “Sazi
guztien ganeti eta odei guztien aiztipi (sopra tutti i rovi e attraverso
tutte le nubi)”.
Sull’aspetto zoomorfo di Mari c’è un interessante
analogia con Echidna. Un’analogia che ci riconduce sulla piana
di Giza. Scrive Jung in proposito:
Un particolare è di ulteriore importanza: Echidna aveva generato
la sfinge con il cane Ortro (poi ucciso da Eracle) e non è difficile
vedere in questa unione quella stellare, dove Echidna-Iside è
Sirio, stella del Cane (Alfa Canis Maior).
Il cane è il più antico animale domestico dell'uomo e
rappresenta simbolicamente innanzitutto la fedeltà e la vigilanza.
Non di rado il cane viene considerato guardiano dell'aldilà (Anubis),
oppure viene sacrificato ai defunti per poter servire loro da guida
anche nell'altro mondo.
Vediamo la funzione del cane, in parallelo, all'interno dei mi-ti di
due grandi civiltà: la tibetana e l’egizia. Nella versione
tibetana a firma di dPa' -bo-gtsung-lag, il re Gri-gum possiede una
cagna (in tibetano khyi-mo) ov-vero "orecchio segreto che ascolta",
che inviò alla corte del fratello e avversario Lo-ngam, affinché
carpisse segreti fondamentali riguardanti l'imminente scontro. In altri
testi, la cagna rappresentava una delle manifestazioni del-lo stesso
re Gri-gum e, dunque, era una sua magica appa-rizione. In ambito egiziano
la figura dei canidi ri-corre sovente (sciacallo), come sim-bolo dell'intuito,
un attributo che veniva impiega-to per esprimere il titolo ufficiale
di magistrato incaricato di condurre le indagini. Il dio Anubi dalla
testa di sciacallo aiuta Horus e Isi-de nella loro missione di salvezza
e in alcune tradi-zioni viene addirittura iden-tificato come miracolosa
manifestazione dell'anima di Osiride, proprio come avviene per Gri-gum.
Per-tanto, come vendicatore di sé stesso in forma di cane e come
aiutante di Horus, sconfigge Seth (in questa accezione è narrato
nel I Libro della Biblioteke Historike da Diodoro, il quale ci informa
che in epoca romana i cani guidavano le processioni in onore della dea
Iside).
I cani sono considerati in grado di "vedere gli spiriti" e
quindi di salvaguardare dai pericoli invisibili. In alcune culture primitive
il cane, a causa della sua intelligenza e della facilità di apprendimento,
viene considerato portatore di beni per la civiltà umana.
Esculapio ed Ermes (equivalente di Mercurio e di Thoth) erano accompagnati
da cani, come più tardi i santi Uberto, Eustachio e Rocco.
Non va dimenticata la costellazione del Cane (Canis maior) la cui stella
principale, Sirio, ha rappresentato per i popoli antichi un punto di
riferimento essenziale.
Presso i Celti, cultura della quale è interessante notare la
contiguità e l'assonanza con quelle norrene, il cane era accompagnatore
di Epona, dea dei cavalli e della caccia in relazione al dio Nodens/Nuadu.
L'eroe delle leggende irlandesi dell'Ulster porta il nome di Cu Chulainn,
il Cane di Culann. Cu Chulainn era figlio del dio Lug e di Eithne. La
sua nascita terrena è il risultato della convivenza del re Conchobar
con sua sorella Deichtire durante un viaggio nell'altro mondo; ha, come
padre putativo, Sualtam e come padre adottivo il poeta Amorgen.
Queste quattro paternità lo rendono un'eroe comune all'interno
dell'Ulster. Il suo primo nome è Setanta ("colui che è
in cammino"); egli deve il suo nome definitivo alla sua prima impresa
giovanile, l'uccisione del cane da guardia (o da combattimento) del
fabbro Culann.
Cu Chulainn è il protagonista del grande racconto di Tain Bo
Cualnge, che descrive diffusamente i duelli sostenuti dall'eroe nella
difesa dei confini dell'Ulster.
Cu Chulainn impedisce il passaggio alle schiere delle altre quattro
provincie dell'Irlanda, coalizzate contro l'Ulster e capeggiate dalla
regina Medb.
Come dicono i francesi: “Tutto si tiene”.
E’ interessante qui notare che i Catari
adoravano la Grande Creatrice, vergine celeste, nella Madre
Mari (Amore), che era associata a Maria
Maddalena. Un elemento, questo, di carattere sincretico, che
ci riporta ai Templari (il cui grido di battaglia era Vivat Deus, Sanctus
Amor), alla loro frequentazione dei Catari e ad un’altra fuga
leggendaria in Egitto: quella della Maddalena, sposa di Cristo, arrivata
in Francia con i suoi figli, dalla cui stirpe sarebbero derivati i Merovingi.
Una leggenda alla quale sono legate altre vicende, come quella dell’abate
Saunier, del Priorato di Sion e del Graal.
Torniamo ai Baschi.
Su il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza scrive:
“L’Europa è stata attraversata da molte ondate migratorie,
che però non hanno cancellato le vestigia dei primissimi insediamenti.
Una chiave di questo enigma è stata proposta nel 1954 da Arthur
E. Mourant, uno dei primi studiosi di “geografia dei geni”.
Secondo la sua ipotesi, i Baschi, i più antichi abitanti dell’Europa,
avrebbero conservato parte della costituzione genetica originaria malgrado
i contatti successivi” .. “La lingua originaria basca è
un caso estremo di relitto linguisitco evidentemente sopravvissuto a
millenni di continui sconvolgimenti linguistici nelle regioni confinanti”.
I Baschi o Vasconi (denominazione latina dei Baschi dell’antichità)
sarebbero dunque una sorta di fossile vivente, che ci riporta alla lingua
europea originaria e ad uno scenario di circa 20 mila anni fa, che per
parentele linguistiche e per simiglianza somatica (capelli rossi, pelle
chiara, occhi chiari) accomuna genti del nord con gli antichi abitanti
del Delta del Nilo. Roderick Grierson e Stuart Munro Hay, nel loro.
“L’Arca dell’Alleanza” (Mondadori), riportano
quanto asserisce il geografo armeno Abu Salih nel suo: “Chiese
e Monasteri dell’Egitto e di alcuni paesi vicini”. Nel descrivere
il trasporto dell’Arca dell’Alleanza in Etiopia durante
alcune cerimonie religiose, il geografo precisa che essa era “curata
e trasportata” da portantini che erano di “carnagione bianca
e rossa, con capelli rossi”. Templari, come ipotizzano i due autori,
o discendenti dei “Compagni di Horus”.
Chi erano, dunque, gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus?
A ben pensare potrebbero essere i compagni di Horus l’Antico,
protettore del Basso Egitto, divinità che coabita con Neith “la
Libica” e con Thot (Djehuti) nell’area del Delta. E Thot
è il custode di un’antica conoscenza.
Gli Shemsu-Hor, antichi re-sacerdoti di età predinastica, potrebbero
essere i sapienti di un mondo antico andato perduto: un mondo i cui
abitanti erano uomini e donne dalla pelle bianca, dai capelli rossi,
dagli occhi chiari. Uomini e donne la cui capigliatura fulva, assai
differente da quella delle popolazioni africane, li fece assimilare
ai leoni?
L’era del Leone è il tempo degli Shemsu-Hor?
Horus l’Antico è la “luce” di un mondo lontano?
E Neith “La Libica” è, a sua volta, una divinità
che ci riporta a quel mondo perduto di cui narravano a Solone i sacerdoti
di Sais? E Thot (Djehuti) è il custode di un’antica conoscenza?
Chi erano gli uomini e le donne dai capelli rossi? Erano il popolo di
Cro-Magnon, che aveva le stesse caratteristiche? E Libui (delta nilotici),
Berberi, Tuareg, Baschi, Gianci sono ciò che resta di un’antica
civiltà? Sono i figli di Atlantide (Avalon, Atalaya, Aztlan)?
E gli antichi Danesi (il popolo di Dan, figlio della dea Dana) dell’isola
di Helgoland erano discendenti della civiltà atlantidea, la mitica
civiltà dei Cimmeri e degli Iperborei?
E Maria Maddalena, anch’essa raffiguarata con i capelli rossi
fluenti, discepola e, per alcune tradizioni, sposa di Gesù, era
appartenente all’antica stirpe atlantidea, come Gesù, solitamente
rappresentato come un uomo alto, dalla barba e dai capelli rossi e dagli
occhi chiari?
L’Europa,
patria degli “Occidentali”
Su
Elisabeth Hamel, Peter Foster e Theo Vennemann,
in proposito scrivono: “Ricerche di genetica molecolare indicano
che la maggior parte degli odierni europei ha antenati che vivevano
in Europa già nell’epoca glaciale. E che, analogamente
a quanto suggerito dagli studi linguistici, il ripopolamento d’Europa
occidentale dopo la glaciazione ebbe prevalentemente origine dal “rifugio”
nel nord della penisola iberica e nel sud della Francia”.
|
Nella cartina a fianco,
tratta da Le Scienze quaderni n.108 si vede come la mappa genetica
mostri che il fattore Rh negativo sia assai comune tra i Baschi
e meno comune andando verso Est. I dati indicano che i Baschi conservano
tracce di una primitiva popolazione europea successivamente mescolatasi
con gruppi etnici provenienti dall’Asia. |
Almeno tre quarti
della popolazione odierna d’Europa discende in linea femminile
dagli antichi europei, che sicuramente arrivarono dal Medio Oriente
prima del culmine dell’ultima glaciazione, avvenuto 20 mila anni
fa. “Secondo i nostri dati – scrivono Elisabeth Hamel, Peter
Foster e Theo Vennemann – i più antichi europei devono
essersi sviluppati circa 50 mila–80 mila anni fa in Asia Minore
Ne segue che gli antichi europei si collocani sulla linea del moderno
Homo Sapiens e non dell’uomo di Neanderthal. “ E continuano:
“… dal punto di vista genetico i Baschi si differenziano
dai restanti europei solo per il 25 per cento. Ciò significa
– in completo contrasto con le teorie fino ad ora accreditate
– che le popolazioni che giunsero in Europa durante il Neolitico
influirono relativamente poco sul patrimonio genetico di quelle europee”.
|
Le lingue indoeuropee
sono diffuse dall’Irlanda all’India. Quasi tutte le
lingue parlate in Europa fanno parte di questa famiglia. Tra le
eccezioni ci sono finlandese, estone e ungherese, che appartengono
al gruppo ugro-finnico e il basco, del tutto isolato.
Schema tratto da Le Scienze quaderni n.108 |
| Nel grafico de Le Scienze,
n.407 si vedono le linee di direzione dell’espansione delle
linee genetiche dopo l’epoca glaciale (cultura maddaleniana)
. Tre quarti di tutti gli europei derivano in linea femminile da
una popolazione che risale a epoca anteriore all’ultima glaciazione
ed è strettamente imparentata con i Baschi. Molti tipi di
DNA comuni in tutta Europa , in particolare “H” e “V”
si sono diffusi in quel tempo dalla regione compresa tra la penisola
iberica e la Francia meridionale. |
|
|
Nelle due cartine sono
rappresentate l'espansione (a sinistra) e la diffusione odierna
del tipo genetico “V”. La regione in cui il tipo genetico
«V» si ritrova più frequentemente è quella
dei Paesi Baschi; esso diventa più raro via via che ci si
allontana da questa zona. Ricorre ogni cinque Baschi
e circa ogni 20 Tedeschi. Nella popolazione lappone (non rappresentata
nelle cartine) si ha una frequenza doppia rispetto ai Baschi. Nella
Scandinavia settentrionale si tratta in ogni caso di una variante
genetica che è diffusa in maniera significativa. |
“E’
possibile che la lingua vascone abbia avuto origine solo dai gruppi
di sopravvissuti all’epoca glaciale nell’Europa sud-occidentale,
uno degli ultimi teritori abitabili a nord dei Pirenei e delle Alpi.
Quando i ghiacciai cominciarono a sciogliersi dopo il culmine dell’ultima
glaciazione, 18 mila anni fa, queste popolazioni si spinsero a poco
a poco verso l’Europa centrale e settentrionale”.
Il dato genetico è suffragato
da quello linguistico.
La cittadina di Ebersberg - scrivono Elisabeth Hamel e Theo Vannemann
su Le Scienze (n.407 del luglio 2002- è in Baviera e il suo nome
in tedesco significa «monte del cinghiale», ma attenzione,
avvertono i due autori, il significato oggi attribuito al nome della
città è fuor-viante. La denominazione non risale al Medioevo
e nemmeno all'epoca celtica, ma probabilmente ai Vasconi, un popolo
che si insediò nella regione subito dopo l'ultima glaciazione,
muoven-do dal sud della Francia.
Molti nomi di centri abitati, fiumi, montagne, valli e regioni in Europa,
secondo Elisabeth Hamel e Theo Vannemann, potrebbero infatti “derivare
da lingue pre-indoeuropee e in particolare, come risulta da studi recenti,
dalla antica lingua basca. Ciò confermerebbe che un tempo quasi
tutta l'Europa sia stata abitata da popoli imparenta-ti che gli odierni
Baschi: i Vasconi, appunto, i Baschi dell'anti-chità secondo
la denominazione latina”.
“La teoria - scrivono Elisabeth Hamel e Theo Vannemann - è
stata confermata anche da studi genetici: gli at-tuali Baschi non sono
affatto un gruppo «a parte», non imparen-tato con gli altri
popoli europei. Al contrario: nell'intera popola-zione europea si ritrova
in misura sbalorditiva una eredità gene-tica in comune con i
Baschi. Questi risultati smentiscono le precedenti ipotesi relative
ai modelli di insediamento in Europa durante gli ultimi 10-15.000 anni,
all'indomani cioè dell’ultima glaciazione che ebbe il culmine
20.000 anni fa”.
Per lungo tempo gli scienziati non sono riusciti a rilevare alcuna parentela
dei Baschi con le altre popolazioni euro-pee, discendenti in prevalenza
- secondo l'interpretazione attua-le - da popolazioni giunte in Europa
dall'Asia centrale o dal Me-dio Oriente, non più tardi di 10.000
anni fa; popolazioni che ave-vano portato con sé l'economia rurale
e le lingue indoeuropee. Si riteneva che gli indoeuropei, con la loro
superiorità numeri-ca, avessero assorbito o soppiantato la popolazione
indigena.
“Già nel XIX secolo – scrivono i due autori - i linguisti
scoprirono che molti nomi di fiumi, torrenti e laghi erano estremamente
antichi, e da tempo era noto che le prime popolazioni usassero dare
agli elementi geografici del loro ambiente nomi che ne indicavano solamente
la natura, come «fiume», «montagna», «acqua»,
senza alcuna al-tra connotazione; le popolazioni più recenti
ripresero poi il toponimo senza capirne il significato. Nel caso singolo,
comunque, è spesso difficile riconoscere da quale livello idiomatico
provenga il nucleo verbale delle odierne denominazioni europee. I nomi
dei centri abitati, invece, sono stati sempre considerati molto più
recenti. Secondo alcuni studiosi, molti nacquero agli inizi dell'epoca
storica, e varie fonti testimoniano un'origine medioevale”.
“Per i nomi dei fiumi e di altri elementi geografici – continuano
Hamel e Vannemann - vale la rego-la che siano tanto più antichi
quanto più sono frequenti. In tutta Europa molti nomi di corsi
d'acqua conservano in maniera evi-dente uno stesso nucleo verbale: si
trovano nomi in al-/alm-, come Aller, Alm o anche Elz, un tempo Alantia.
Un altro gruppo è costituito dai nomi in var-/ver-, che si ritrovano
per esempio in Werre o Warne. Altrettanto numerosi sono i nomi in sal-/salm-,
come la Saale. Esiste poi un grande gruppo di nomi in is-/eis-, come
Isar e Isarco, e in ur-/aur-, come Urach e Aurach. La stessa cosa vale
però anche per molti nomi di città. L'elen-co dei codici
di avviamento postale in Germania registra 7 co-muni che si chiamano
Ebersberg, 9 Ebersdoif, 16 Ebersbach. In totale sono elencati 80 nomi
di città che iniziano con eber. Anche in Francia si trovano decine
di città con analoghi ele-menti verbali; condizionati dalla diversa
area linguistica, i nomi suonano leggermente diversi. Comunque Ebréon,
Ibarolle, Evru-ne, Ivry, Ivors, Averdon, Avricourt, Avrolle, Yvré
e molti altri si possono ricondurre, secondo le nostre ricerche, alle
stesse radici linguistiche”.
“Che i nomi dei centri abitati a nord delle Alpi, dall'Europa
centrale fino alla Gran Bretagna e alla Scandinavia meridionale, mostrassero
una sorprendente impronta comune – fanno osservare i due autori
- era parso de-gno di nota già a metà del secolo scorso
al linguista Hans Krahe (1898-1965). Egli considerava questi nomi «fossili...
di un'epoca antica e spesso da lungo tempo trascorsa» e ne cercava
le radici nelle antiche lingue indoeuropee. Si trattava di deduzioni
spesso poco soddisfacenti, tanto più che gli Indoeuropei giunsero
in Europa relativamente tardi. Secondo l'archeologo inglese Colin Renfrew,
queste popolazioni non erano altro che i primi agricol-tori europei,
con i quali cominciò l'ultima fase dell'Età della pie-tra,
ossia il Neolitico. Se si suppone che molti toponimi d'Europa abbiano
avuto origine da popolazioni precedenti agli Indoeuro-pei, poi scomparse,
bisogna prendere in considerazione anche i gruppi insediatisi in Europa
subito dopo l'ultima glaciazione. I primi agricoltori iniziarono a colonizzare
il continente euro-peo solo 7000 anni fa, ma i territori spopolatisi
nell'ultima glaciazione erano stati ripopolati molto prima: il primo
insediamen-to noto agli archeologi successivo al culmine della glaciazione
si : trova nella regione tedesca di Freiburg e risale a oltre 18.000
anni fa. Non c'è dubbio che queste popolazioni avessero dato
un : nome ai fiumi e alle località dei loro dintorni: non si
può quindi escludere che alcuni toponimi risalgano a quell'epoca”
“L'attribuzione agli Indoeuropei dei nomi dei corsi d'acqua si
scontra – dicono Hamel e Vannemann - anche con il fatto che in
Spagna alcuni di questi nomi contengono elementi verbali presenti in
Europa a nord delle Al-pi: gli Indoeuropei, infatti, si spinsero così
a sud-est solo nel I millennio a.c. Secondo i linguisti alcuni nomi
di fiumi iberici derivano dal basco; noi sosteniamo che ciò sia
vero anche per i nomi dei corsi d'acqua nel resto d'Europa. Il vocabolario
basco contiene infatti i caratteristici elementi lessicali - is, ur
e ibar (tutti con un riferimento semantico all'acqua) - che si riscontra-no
in molti nomi di fiumi europei. Un ulteriore indizio della derivazione
basca è dato dalle voca-li presenti in questi nomi. Quasi la
metà degli antichi nomi di fiume inizia con una vocale, nella
maggior parte dei casi una a (talvolta solo in una forma nominale antica);
e in ogni caso i nomi contengono molto spesso la lettera a. Anche la
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