L’occhio
dell’abisso
Nuotava lentamente, sostenendosi appena, con gli occhi allineati all’incerto
punto di contatto tra l’aria e l’acqua.
In quel mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava,
in un gioco di illusioni ottiche, di sfumature, di evaporazioni e
di condensazioni, di scambio di umori, si era immerso con parsimonia.
Ogni centimetro di pelle aveva fiutato la salsedine, assaporato l’ancestrale
richiamo degli umori marini.
“L’uomo è come un’increspatura su un’onda
dell’infinito oceano dell’Essere”. Il pensiero del
poeta indù gli era riaffiorato alla memoria come un’armonia
epifanica, mentre perdeva il contatto con la terra. Nuotava senza
meta, da ore, da secoli, da sempre. L’azzurro di quell’acqua ...
o di quell’aria?, gli era intorno: sopra, sotto, davanti, ...
dentro.
Forse l’intorno era illusione: uno spazio mentale, un bisogno
di distinzione, l’esigenza di un altro da sè per riconoscersi.
Guardò l’orizzonte e vide avanzare verso di sè
una massa nera, uno specchio fatto di nulla, una lente di ossidiana
dove l’azzurro si tuffava dolcemente, aderendo alle pareti di
quell’enorme voragine all’apparenza convessa.
Scivolò nel nulla, assorbito da quel nero che lo avvitava in
una spirale senza fine. Chiuse gli occhi e si lasciò avvolgere
dall’implosione, finchè non avvertì un’espansione
di colore accarezzargli i neuroni, riannodargli le sinapsi, svolgere
la spirale. Fu invaso da una calma verde, profonda; nel viola ritrovò
la forza di pensarsi, di percorrersi fin nei più intimi meandri.
Il rosso, come una macchia di sangue caldo, gli riscaldò la
fronte, gli allargò le narici, gli aprì le palpebre.
Davanti a sè aveva la vasta distesa di un deserto. Onde di
sabbia calda evaporavano in un cielo senza volto.
Rimase immobile per ore. Non si sentiva diverso da quei miliardi di
grani mossi dal vento. Rotolò lentamente lungo il pendio di
una duna, venne sospinto verso l’alto dal risucchio di un vortice
di vento. Ricadde nell’abbraccio avvolgente della moltitudine
dei suoi infiniti sè.
Riprese coscienza del limite e camminò a lungo, contando i
passi e fissando di ogni movimento il riflesso mentale, per dilatarne
il tempo d’azione e l’effetto: espansione.
Ogni passo metteva la sua carne a contatto con migliaia di grani ed
ognuno di essi si ingrandiva, lo avvolgeva, lo assimilava per poi
implodere nel proprio limite e lasciar spazio ad altri grani; così,
all’infinito.
Guardò verso l’orizzonte e il sole gli entrò negli
occhi. Avvertì un immenso calore. Un chiarore accecante lo
scosse. Si sentì proiettato fuori di sè, incapace di
ogni limite e resistenza. Urlò per lo stupore, mentre incapace
di ogni movimento, sentiva le sue membra sprofondare nella sabbia
infuocata.
Un’onda gli lambì dolcemente la pelle. Rabbrividì.
Un mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava, lo
invitava ad immergersi. Nuotò lentamente, sostenendosi appena.