La
Sala dell’Algoritmo |
Sentì bussare. Bartholomeus distolse lo sguardo dalla Tavola dell’Algoritmo. La pioggia batteva incessantemente sulle ampie vetrate del laboratorio, all’ultimo piano dell’edificio trapezoidale elegantemente adagiato sul fianco della collina, fino a raggiungere i prati dell’altipiano. Più in basso, nell’ampia pianura distesa in quota, tra le vette della catena di Atlaz, le luci della città rischiaravano il cielo notturno. La Piramide offriva il suo maestoso profilo translucido. La Sala del Cristallo lasciava indovinare la sua curvatura ellittica. A quell’ora non c’era consiglio e il Cristallo era deposto nella Nicchia dell’Energia. La città era immersa nella quiete. Bartholomeus amava lavorare di notte, quando il bioritmo muta e la ragione lascia spazio all’intuizione. Le due forme di conoscenza, in equilibrio, consentono, a volte, di conseguire risultati insperati e sorprendenti. La maniglia
si abbassò. La porta girò lentamente sui cardini. Nella
luce lattiginosa della Sala dell’Algoritmo prese forma il viso di
Methodius. Lunga barba rossiccia, capelli arruffati, abiti stile secondo
millennio di comoda lana, scarpe bagnate, Methodius dava di sé
un’immagine antitetica al nome che portava, ma a dispetto dell’apparenza
era un metodico ricercatore e un abile risolutore di antichi misteri.
Dove c’era un enigma irrisolto si era sicuri di trovarlo all’opera.
Erano secoli che si cercava l’anello mancante, il fattore trasmutante che aveva dato vita all’homo sapiens sapiens sul pianeta. Molte teorie si erano confrontate senza risultati. Per molto tempo si era pensato ad un diretto intervento divino. C’era chi pensava al caso e chi a influenze aliene. Il Dna, per i più, sembrava il responsabile della svolta, ma come? Il punto di domanda rimaneva, dopo millenni, ostinatamente al suo posto. Antichi miti narravano di un libro consegnato dall’Arcangelo Raziel al primo uomo; altri dell’esistenza di un libro del dio egizio della conoscenza Thoth. Non erano forse Thoth, Raziel, Hermes, Mercurio la stessa persona, lo stesso antico archetipo di un messaggero di Dio che portò all’uomo la chiave della conoscenza? Il compito di Methodius era appunto quello di trovare la chiave perduta, quel libro di Raziel e di Thoth che avrebbe rivelato il segreto dell’uomo. Methodius depose la scatola di metallo sul tavolo centrale e l’aprì traendone un involto nel quale si celava un cofanetto in alabastro, chiuso da una spilla esagonale. Bartholomeus l’aprì con trepidazione. All’interno una scatola d’acacia racchiudeva un cofanetto di granito rosso. Nella mente di Bartholomeus si affollarono mille domande. Methodius tolse il cofanetto dalla custodia e fece saltare il sigillo ottagonale. Una scatola di sicomoro, con le insegne dell’ape, lasciava intendere che si era giunti alla fine. Bartholomeus e Methodius, dopo un lungo sospiro, fecero scattare l’ultima chiusura. Il coperchio si aprì. In una custodia di quarzo comparve, in tutto il suo splendore, un punto di domanda di lucente zaffiro blu. La Tavola dell’Algoritmo cominciò a vibrare intensamente. |