Adoratori dell’albero?
Carpenedolo (da Carpine), Castenedolo (da “un venerato castagno”, come suggerisce Gabriele Rosa). La pineta di Pezzo chiamata “bosco sacro”. Una chiesetta a Castelcovati dedicata a Santa Maria delle Nuvole, dietro alle quali si nasconde il termine “lignìgoi”. La chiesa infatti era dedicata a Sancta Maria de Lignicolis e, come suggerisce Giacomo Massenza (Incontri di storia bresciana), i lignìcoli erano gli adoratori dell’albero. A Cizzago, non molto distante da Santa Maria delle Nuvole, è durata fino ai primi decenni del Novecento l’usanza di festeggiare un albero la terza domenica di maggio. “Sino sulle soglie del secolo scorso - scrive Gian Mario Andrico, attento studioso delle tradizioni della campagna - si serbano tracce di alberi sacri”.
In terra bresciana, dunque, sopravvivono i segni delle antiche usanze celtiche, che la cristianizzazione dei primi secoli confinò nell’ambito dell’oscuro, del diabolico, del sacrilego.
Il Concilio di Arles del 452 d.C emanò in proposito un editto che vietava l’adorazione degli alberi, delle fontane e delle pietre e quelli di Tours e di Nantes, del VI secolo, condannarono chi predicava il culto sacrilego nei boschi e presso gli alberi.
Chi erano gli adoratori dell’albero? I nostri antenati Cenomani, che popolavano Brescia e le campagne circostanti prima dell’avvento dei Romani e della cristianizzazione: i lignìgoi, i pagà, per i quali l’albero era sacro in quanto testimonianza vivente del simbolico albero della vita. In particolare lo era la quercia, che con le sue fronde maestose rivolte verso il cielo e le sue radici possenti ancorate nella terra, dava l’immediata sensazione del suo essere canale di congiunzione tra i due aspetti archetipici della creazione o, diremmo in termini psicologici, della completezza a cui l’uomo tende e che si fonda sulla coscienza che si eleva poggiandosi sulle profonde radici dell’inconscio.
Dice Jung in proposito che “nessun albero nobile, di alto fusto, ha mai rinunciato alle sue radici oscure. Esso cresce non soltanto verso l’alto, ma anche verso il basso”.
L’albero, dunque, è un simbolo di molteplice valenza e il suo aspetto simbolico rende chiaro come i Celti non adorassero un oggetto. Il bosco sacro era dunque un tempio naturale. “Essi pensavano che fosse un abbassare Colui che ha l’universo per tempio il supporre che potesse dimorare in un tempio fatto da uomini”. (John Ramsay in Il Ramo d’Oro di James G. Frazer).
Per i Celti, infatti, Dio era Oiw, il cui nome racchiudeva l’incomprensibile, l’inconoscibile, lo svincolato da ogni legge: il non manifesto da cui emanavano tutte le cose. Oiw era in tutte le cose, ma tutte le cose messe assieme non erano Oiw. I Celti, dunque, non adoravano l’albero. Gli alberi e in particolare le querce erano il simbolo del sacro, del sapere umano che tendeva ad elevarsi. Proprio per questo motivo i Druidi avevano come animale simbolico il cinghiale, in quanto animale che si nutre delle ghiande della quercia, così come i “Sapienti” (dru-vid, molto saggi) si cibavano dei frutti spirituali dell’albero, che simboleggiava il sapere umano rivolto al sacro, al divino.
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