L’alchimia e Bonaventura da Iseo
L’alchimia è, come spiega Gabriele Rosa, la chimica suprema, essendo l’affisso arabo “al” o “allach” l’equivalente della particella meta in greco, che trasforma la fisica in meta-fisica. Ovviamente, così come la meta-fisica, l’alchimia si occupa di fatti spirituali e costituisce un linguaggio criptico, iniziatico, per comunicare le modalità con le quali l’uomo trasforma sé stesso nell’athanor della vita, ma è anche, per molti versi, la madre della chimica, della medicina e della farmacopea.
Non deve stupire, pertanto, che all’alchimia si siano interessati papi, come Clemente IV, per il quale Ruggero Bacone compilò “La scienza sperimentale”, o dottori della Chiesa, come San Tommaso d’Aquino, il quale scrisse il “Tractatus Alchimiae: sequere ego divum Albertum Magnum magistrum meum”.
Ciò che invece sorprende è riscoprire, attraverso il bel saggio di Gabriele Rosa, pubblicato per i tipi della Tipografia della Minerva nel 1846, come fra tutti gli scrittori d’alchimia conosciuti, il più grande fosse Abu-Mussah-Djafar al Sofi di Haaron nella Mesopotamia, detto comunemente Geber e che da Leone l’Africano viene considerato convertito al cristianesimo da Francesco Mariano da Brescia.
Il legame di Brescia con i maestri dell’Arte Regale non si limita tuttavia a questo contatto. Un frate, Bonaventura d’Iseo, infatti, non solo scrisse “Compostella”, un trattato relativo all’Alchimia, ma di questa disse essere “ars artium, scientia sapientium et doctrina doctorum superans omnes artes”.
Fra Bonaventura d’Iseo non era un monaco qualsiasi, affascinato da esoteriche conoscenze. Le sue frequentazioni erano quelle dei grandi della cultura del suo tempo. Egli fu infatti amico di Alberto Magno, che fu maestro di Ruggero Bacone, di Michele Scoto e di San Tommaso d’Aquino e autore delle più antiche opere sull’Alchimia della cristianità. Il frate minorita iseano, peraltro, fu proposto nel 1272 dal suo “generale” San Bonaventura a Papa Gregorio X per essere inviato come ambasciatore all’Imperatore Paleologo, in occasione del concilio ecumenico che si tenne a Lione nel 1274. Fra Bonaventura fu diplomatico anche presso i Veneti e i Bolognesi, tra i quali trattò la pace nel 1273.
Nella “Compostella”, come riferisce Gabriele Rosa, il frate minorita si dichiara amico dei Domenicani, di fra Tommaso d’Aquino e di frate Alberto Tedesco (Alberto Magno) e se del primo esalta le qualità di teologo, del secondo quelle di astrologo, geometra ed alchimista.
Fra Bonaventura d’Iseo, non si limitò a scrivere, ma sperimentò e compilò ricette alchemiche.
Se il minorita di Iseo fu un alchimista di grande valore, v’è da dire che Brescia non fu territorio indifferente alla sua formazione, avvenuta in gran parte nei rapporti con il mondo padovano e bolognese, dove l’Arte Regale era conosciuta e praticata.
Il vescovo Berardo Maggi nel 1290 confermò all’ordine dei medici bresciani le immunità concesse dagli imperatori e dal popolo e a Brescia, al tempo della gioventù del nostro frate, erano presenti Guido da Bonate, Paolo da Brescia e Gherardo da Sabioneta, famosi nelle scienze occulte.
Facciamo un salto di qualche secolo, per incontrare, nel Seicento, il gesuita Athanasius Kircher, autore, tra gli altri, di un trattato sulla pietra filosofale: “De lapide Philosophorum”. Il Kircher, professore del Collegio Romano, ebbe tra i suoi più intimi amici un bresciano famoso, il gesuita Francesco Lana Terzi, progenitore del volo aerostatico e scrittore di testi sulla magia naturale.
Brescia dunque, anche per quanto riguarda l’Arte Regale, può a ragione essere considerata tra i luoghi nei quali uomini dotti si incontravano e traevano alimento per le loro opere.
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