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Carnevale,
il tempo che non c’è |
| “Dopo Natale è subito Carnavale”,
dice un proverbio bresciano, racchiudendo il periodo che intercorre tra
le due festività in uno spazio atemporale. Sembrerebbe, a prima vista,
che la saggezza popolare abbia voluto mettere tra parentesi un periodo inessenziale
o comunque poco significativo per congiungere due elementi cardine dell’anno
soli-lunare: il solstizio d’inverno (uno dei quattro riferimenti fondamentali
del ciclo solare) con la Quaresima, intimamente legata alla datazione della
Pasqua e quindi al ciclo lunare (il primo giorno di luna piena dopo l’equinozio
per i giudei e la prima domenica dopo il primo plenilunio post equinoziale
per i cristiani). A ben guardare, invece, il detto bresciano esalta uno
dei caratteri essenziali del periodo: la sua appartenenza al tempo circolare,
al tempo del sacro, a differenza delle due date di inizio e di fine, che
riprendono la scansione del tempo lineare, ossia del tempo profano. Gennaio evoca janua, la porta (Giano bifronte) che si apre sul nuovo anno dopo il solstizio, l’inizio del cammino del Re d’inverno, il dêva-yana (“porta degli dei”) della tradizione indù. Febbraio è mese di purificazione: februare-purificare. L’intero periodo è tempo di chaos, di grandi sconvolgimenti, di ri-nascita e quindi di labile confine tra la morte e la vita. Un chaos dal quale deriverà un nuovo ordine. Il chaos, l’atemporalità, la circolarità sono propri del sacro: dell’infinito ed incessante ripetersi degli eventi naturali che ritornano all’unità e dall’unità si svolgono nella molteplicità. Il tempo lineare è invece la misura dell’ordine, del manifestato, di ciò che si è staccato dal mondo divino, per distendersi nel divenire e suo simbolo è il serpente (quello che tentò Adamo ed Eva, facendoli uscire dall’unità per farli entrare nel divenire), mentre a simboleggiare il tempo circolare è l’Ouroboros, il serpente che si mangia la coda, l’eterno ritorno, la falsificazione del divenire. Il tempo lineare è quello che scandisce i nostri giorni profani; quello circolare ripropone il sacro attraverso la festa, il dies festus, il giorno dedicato agli dei. Tra la ri-nascita del sole e il suo affermarsi nel cielo c’è il periodo chaotico di gennaio e di febbraio. Un periodo che si chiude con il Carnevale, che ne rappresenta l’apice e la fine. Del Carnevale si sono indagate varie radici etimologiche: Carnes levare (togliere le carni), Carni vale (cane addio), Carni levamen (sollievo alla carne), dove la carne ha valore fisico e metaforico. Con la primavera incipiente si finiscono le scorte di carne conservata e al contempo si abbandona la “carne” per prepararsi alla Pasqua, tempo dello spirito. Suggestivo appare il riferimento ai “carri navali” (car naval - stultifera navis) che richiamano antiche tradizioni dionisiache o assirobabilonesi: il dio Marduk, il Salvatore, percorreva durante la sua festa le strade di Babilonia su una nave provvista di ruote (chi non vede un’assonanza con la tradizione dei carri attuali?). Resta tuttavia primario il significato del Carnevale come dies festus del chaos, del tempo circolare, del sacro, dell’inversione dei significati e dei ruoli, della liberazione dei nostri fantasmi interiori. Mascherarsi è dare spazio e legittimazione, fosse pure per un giorno, all’altra parte di noi: “Semel in anno licet insanire”. Carnevale, dunque, è un momento rituale, la festa del chaos rifondatore: un esorcismo del tempo lineare, del divenire che implica la morte; una terapia ritemprante, rassicurante. Ben dicono i bresciani: “Dopo Natale è subito Carnavale”. Il tempo è illusione. La vita è eterna. |