Il mago di Cerreto
Narra la leggenda che dalla “Busa del mat”, sulle alture del Cerreto, che separa Bienno da Breno, di tanto in tanto esca un mago per fare razzia nelle campagne circostanti.
Cerreto, da cerrus, significa bosco di querce, le Quercus cerris, il cui legname è ottimo per le botti e per i raggi delle ruote e la cui corteccia, come quella di molte altre specie della quercia, veniva un tempo utilizzata per le sue proprietà toniche, astringenti, emostatiche e disintossicanti.
Il legno della quercia, nei tempi ormai andati, quando giungeva la ricorrenza di S.Giovanni, veniva utilizzato per i falò di mezza estate: riti druidici, come del resto un druida, più che un “mat” era probabilmente il riservato abitatore del Cerreto, il quale usciva dalla sua grotta non a far razzie per i campi, ma a cercare erbe, radici, cortecce, con le quali preparare medicamenti, secondo l’antichissima e ormai perduta sapienza farmacologica dei saggi del mondo celtico. Saggio e sapientissimo è infatti il significato di druida: dru-vid, il nostro “mat” che abitava sul Cerreto, un bosco di querce, sacro ai celti perchè composto dall’albero che sta al vertice della gerarchia vegetale e che fa da ponte tra il cielo, dove si ergono le sue maestose cime e la terra, dove affondano le sue potenti radici. Delle ghiande prodotte dalla quercia si nutrono i cinghiali e i druidi nutrono sè stessi della saggezza del legno, in un’allegoria che fa del cinghiale il simbolo sacerdotale.
Il Cerreto è dunque un “drunemeton”, un tempio druidico, un “frutteto meraviglioso”, che riproduce, nello spazio sacro e terreno del bosco di querce, l’ordine del cielo (nem).
Non è a caso, pertanto, che sul Cusen, vetta del Cerreto, ci sia “la pietra dell’altare”. Il nostro “mat” era un druida, i cui riti, ormai incomprensibili alle genti cristianizzate, siano apparsi come stravaganze, cose da matti.
Ritiratosi in una caverna protetta dal fitto bosco di querce quando la nuova religione stava conquistando la valle, il druida ha continuato la sua attività, probabilmente tramandandola ad altri, secondo il metodo della tradizione orale.
Lungo la catena iniziatica gran parte di quella sapienza antica, soprattutto nella sua parte più spirituale, s’è andata via via perdendo, mentre è rimasta ancora viva quella farmacologica e medica, più legata alle erbe, agli elisir, ai medicamenti. Una sapienza divenuta patrimonio di frati, di romiti, di guaritrici, ancora attivi sino a pochi decenni or sono. Alcuni di questi erboristi hanno condiviso la sorte del loro maestro, spesso considerati stravaganti, “macc”; a volte indemoniati, invasi da forze oscure che davano loro la capacità di guarire.
La superstizione è proprio questo: il tenere in considerazione solo gli scampoli di un mondo, quel che rimane e non comprenderne più il linguaggio, la valenza, la profondità. Il saggio diventa matto e la quercia, che con il suo frutto di saggezza dava, nell’allegoria, nutrimento al druida, diviene solo nutrice di cinghiali e poi, tristemente, legna da ardere.
Eppure una voce recita ancora per chi sa ascoltare: “Dei passi dell’agile quercia risuonano cielo e terra; Robusto Guardaportone è il suo nome in tutte le lingue”.
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