Ercole e il falegname
Il falegname bresciano Sextus Cunopennus era un devoto di Ercole, un dio al quale i suoi concittadini avevano elevato un tempio nel sito attualmente occupato dall’edificio della chiesa di S.Barnaba, sconsacrata, adibita ad usi profani e destinata ad ospitare le attività musicali cittadine.
Sextus Cunopennus era un “faber tignuarius”, ossia un artigiano del legno e il suo nome indica, probabilmente, la sua dignità di capomastro, di Maestro. Cunopennus infatti, è scomponibile in cuno (elevato, alto) e in penn (capo, testa). Il celta Mastro Sextus, su una piccola ara ritrovata in casa Maggi “alla Carità” e conservata nella cella centrale del Capitolium, aveva scritto: “Sextus Cunopennus, faber tignuarius, Herculi votum soluit libens merito”.
Che Mastro Sextus fosse di famiglia celtica lo indicano il suo appellativo e la sua dedica al dio Ercole, al quale viene associato Vulcano, ma anche Ogmios (l’altro aspetto del Dagda), il dio raffigurato con la clava, l’arco e la pelle di leone, il quale viene anche rappresentato mentre trascina con la lingua una moltitudine di uomini incatenati per le orecchie.
Vulcano, un dio poco conosciuto nella Gallia cisalpina, con l’eccezione significativa di Brescia, era ricordato con particolare venerazione dai Celti transalpini, in quanto reinterpretazione di una divinità appartenente ai Tuatha Dé Danann, il popolo della dea Dana: il fabbro Goibniu, il cui nome ha una radice simile a quella dei gobelins, i piccoli esseri fatati che abitano sotto la terra e sono esperti nell’arte di forgiare. “Goibniu, il fabbro - si legge nei testi mitologici irlandesi - era nella sua fucina a fare delle spade, delle lance e dei giavellotti, e faceva queste armi in tre colpi”. Spade, lance e giavellotti, quelli abilmente fatti da Goibniu, con i quali i Tuatha Dé Danann combattevano la loro battaglia per affermare l’ordine contro i Fomori, signori del caos.
Vulcano-Ercole-Goinbnius è dunque signore del fuoco e del metallo, conosce i segreti dell’interno della terra, ma è anche un iniziatore: colui che svela al giovane eroe come deve comportarsi e forgia le armi invincibili con le quali il campione sconfiggerà i suoi nemici. Al “Banchetto di Goibniu” è legata l’immortalità, presente nell’Altro Mondo, nel quale si sono ritirati i Tuatha Dé Danann, sconfitti dai Galli (gli uomini, il cui avvento ha ricacciato gli dei nei tumuli sotterranei e nelle isole lontane).
Ercole è anche Ogmios, dio degli inferi, e quindi, ancora una volta, delle profondità della terra, ma al tempo stesso divinità che esprime la potenza della parola.
Nella raffigurazione che lo vede trascinare con la lingua una moltitudine di uomini incatenati per le orecchie, Ercole è Ogmè, il mago, il poeta, il dio dell’eloquenza, colui che incanta, il druido che sta accanto al re Nuada nella Battaglia di Mag Tured. Ogmios è il dio che lega, inventore della scrittura, signore della magia: ha potere su tutto ciò che è oscuro, è il Varuna vedico, l’altra faccia di Mitra, associato al Dagda, il dio buono, del quale rappresenta il rovescio della medaglia. Il nome Ogmios, in greco significa sentiero, cammino. Ogmios è dunque anche il conduttore, colui che indica la strada: un iniziatore, come il fabbro Goibnius.
La polivalenza dei simboli è sempre in agguato.
Vien da chiedersi a chi si fosse rivolto Mastro Sextus: al dio degli artigiani, al dio delle profondità o all’eloquente Ogmè che gli aveva indicato il cammino?
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