Gli animali e l’Aldilà
Gli animali, nell’immaginario collettivo, sono stati spesso associati a poteri magici, a volte diabolici. Si pensi al povero capro, simbolo del dio Pan, trasformato nella incarnazione del diavolo, al gatto mammone o agli uccelli notturni, quasi sempre associati a malefìci o alla presenza di entità negative.
In questo sentire comune delle genti delle campagne, che ormai s’è perso, travolto dai nuovo idoli e dai mostri della civiltà tecnologica, c’è il retaggio della zoomorfizzazione delle qualità soprannaturali tipiche di antiche forme rituali e religiose e della loro trasformazione negativa, ad opera della religione cristiana, che ha convertito le virtù simbolicamente rappresentate, in superstizioni o in credenze malefiche.
La zoomorfizzazione dei poteri è sopravvissuta a lungo e torna oggi di attualità attraverso le moderne modalità di porgere miti e leggende. Si pensi, ad esempio, alla favola disneiana del Re leone, con lo sciamano scimmia che inizia alla vita il neonato cucciolo del sovrano della savana e lo presenta al popolo dei sudditi. I miti non muoiono mai, come le leggende. Abitano nel profondo dell’inconscio collettivo e risorgono a nuova vita non appena vengano sollecitati da stimoli opportuni ed appropriati.
Vediamo di risvegliarne alcuni, a noi vicini per tradizione, essendo i protagonisti di leggende delle quali rimane ancora qualche eco, sia pure fioco e lontano e tuttavia percettibile.
Cominciamo con il gatto, animale domestico, oggi antropomorfizzato in modo stucchevole ed irritante dal consumismo alimentare e dalla solitudine che cerca surrogati alla compagnia degli uomini.
Narra una leggenda bresciana di spiriti irrequieti di morti che si aggiravano in processione, dediti alla “cacce” notturne, durante le quali terrorizzavano gli sprovveduti abitanti delle zone vicine al Mella e di uno di questi abitanti che aveva in casa uno splendido gattone, con un mantello nero lucente sul quale campeggiava, proprio nel mezzo della fronte, un ciuffetto di pelo bianco a forma di una emme. Durante una notte piuttosto buia, con la luna ridotta nel cielo ad una minuscola falce argentea, il curioso abitante di un borgo vicino al Mella si era nascosto dietro la finestra per vedere lo svolgersi della “caccia”. Arrivati in prossimità della sua abitazione gli spiriti avevano preso a terrorizzarlo, ma accortisi che con lui c’era il gatto nero con la emme in fronte lo avevano lasciato stare e se ne erano fuggiti lontano. Il nostro curioso s’era preso uno spavento che gli sarebbe servito da lezione in futuro, ma aveva anche fatto una scoperta: il suo gatto era un “Mammone”, uno spirito protettore dai poteri magici e contro di lui gli spiriti nulla potevano.
Narra un’altra leggenda bresciana di un contadino il quale, mentre dava da bere ai vitelli, aveva notato un cagnolino nero che beveva dal secchio del latte e lo aveva scacciato in malo modo. Il cagnolino non aveva desistito e il contadino se lo era trovato ancora dappresso, nella stalla o nel cortile, mentre tentava di leccare il latte. Dopo averlo scacciato più volte si mise a gridare: “Ne ho piene le storie di te”, al ché il cagnetto gli rispose: “Per fortuna hai parlato. Pensa che se mi avessi ucciso sarei andato dritto all’inferno”. Il contadino seppe così che quel cagnetto era un suo parente morto da poco, che ancora si aggirava tra i vivi.
Un’altra leggenda, infine, narra di una lepre sempre inseguita dai cani dei cacciatori che non riuscivano mai a prenderla. Una volta, avendola quasi raggiunta, cani e cacciatori notarono che la lepre si era fermata su una pietra e, drizzatasi sulle quattro zampe, li stava apostrofando: “Ho corso tanto per essere un vecchietto”. C’è chi dice che fosse il diavolo. Forse era la morale della vita. Perchè correre tanto, inseguiti dai propri falsi obbiettivi, dalle ansie di potere, dagli impegni nevroticamente assunti per poi ritrovarsi improvvisamente vecchi?
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