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Gli Ebrei di Remedello |
| Una stella
davidica, una sigla “SA”, probabilmente significante Salomon
Asulae, all’interno di una serie di splendidi affreschi che parlano
della vita di Cristo. Una strada che ora si chiama via San Giuseppe, ma
che fino alla fine dell’Ottocento veniva chiamata dal popolo e dalla
toponomastica ufficiale “Èl ghèt”, Il ghetto.
Sono alcuni dei segni di una presenza ebraica non episodica in quel di Remedello, riportata alla luce con pazienza davvero certosina e con grande tenacia dal dottor Enrico Mussato, di professione medico del paese, come si usava una volta, e di passione ricercatore storico. Nel suo testo sulla chiesa della Disciplina, che ha visto la luce per i tipi di Zanetti Editore nell’ottobre dello scorso anno, il dottor Mussato mette in evidenza i segni ebraici, non solo per attestare la presenza di una comunità che probabilmente era in stretti rapporti con quella di Asola e con quella ben più importante di Mantova, ma anche per ricostruire i fili di solidarietà e di complicità che legavano i Disciplini e i Gambara agli ebrei che dimoravano a Remedello. L’affresco che testimonia il rapporto tra Disciplini ed ebrei è “La cena in casa di Simone”, dove campeggiava una tavola con quattro commensali e un paggio, sovrastata da un lungo ripiano sul quale sono visibili un calamaio con due penne, un candeliere spento, due libri chiusi, sopra uno dei quali ci sono una mela e un cedro. In altra parte del ripiano due fogli bianchi, un libro aperto. In ambedue i casi gli oggetti hanno sopra di sè la stella davidica. Gli oggetti sopra gli ebrei (spenti, chiusi) suggeriscono, scrive Mussato, “un arresto di attività”, mentre gli altri, posti sopra la figura del Cristo, evocano “una simbologia positiva”. Evidentemente i simboli inducono a pensare ad una differenza di valori: gli ebrei e il Vecchio Testamento come radici di un passato, ormai chiuso, che ha ceduto il passo al Cristo, al Nuovo Testamento, al messaggio che vive. Non poteva che essere così in una chiesa cristiana e in tempi di Controriforma e “tuttavia - scrive Mussato - il particolare eccitante è rappresentato da quella stella, simbolo ebraico, apparsa sulla parete di un sacro edificio cattolico”, per di più “contornato da un tralcio di edera, simbolo di vittoria”. In tempi di antisemitismo, a Remedello si esercitava la tolleranza, grazie ai Disciplini: “religiosi ma non bigotti”, scrive Mussato; e i simboli ebraici parrebbero l’omaggio a un uomo ricco e potente, Salomon Levi, bancherius Asulae, voluto dal figlio di questi, Giuseppe, che a Remedello fece prestiti godendo della protezione dei Gambara. Una protezione testimoniata dai numerosi gamberi disposti sul tavolo, quasi a voler significare che i commensali vivevano grazie alla loro presenza. Storie lontane. Storie di tolleranza e di convivenza. Storie di culture diverse che si parlano e interagiscono. Storie che dovrebbero dirci quanto sia necessario comprendere la cultura degli altri, per rapportarla con la propria e, forse, scoprire in questo modo che i segni essenziali sono gli stessi e che solo liturgie, umane gerarchie, volontà di potenza, incomprensione, trascinano l’uomo nell’abisso della divisione e della tronfia sicumera della sua verità. Una verità che uccide l’intelligenza e si trasforma nel gulag della coscienza. |