Glisente, il romito della cerva
Narra la leggenda che San Glisente, santo bresciano, anzi, camuno, fosse un soldato di Carlomagno, giunto in Valcamonica con il fratello Fermo e con la sorella Cristina dalle foreste del nord della Francia, nelle quali erano nati. I tre fratelli si erano fatti adulti all’ombra di un grande albero sacro e Cristina, crescendo, aveva imparato a conoscere la verità.
Stanchi di guerra e di violenze i tre fratelli si fermarono nella valle, ne ammirarono le bellezze, la sensazione di pace che davano le cime dei monti, il verde dei boschi, il limpido fluire dei fiumi e dei torrenti, la fragranza dei fiori e dell’erba che s’indorava sui prati dopo il taglio della falce, la laboriosità delle genti di montagna. Decisero di fermarsi e di dedicare il resto della vita a meditare in solitudine, al riparo delle foreste che ricordavano loro quella che li aveva visti fanciulli felici. Si abbracciarono, si salutarono e presero tre strade diverse, inerpicandosi per i sentieri che portavano verso la cima dei monti. Glisente disse ai fratelli: “Ogni sera all’imbrunire accenderemo un fuoco. Sarà il segno della nostra unione spirituale e della nostra presenza”.
Glisente raggiunse una grotta vicina alla cima di un monte e così fecero i suoi due fratelli. I valligiani, ogni sera, potevano vedere i tre fuochi ardere, in un dialogo a distanza che evocava la comune dedizione alla natura. Ben presto però i fuochi di Fermo e di Cristina cessarono di inviare i loro messaggi e a ricordare la presenza dei tre fratelli giunti dal nord rimase solo quello di Glisente.
Il “romito” di giorno passeggiava per i boschi in cerca di erbe medicamentose e ogni mattina veniva svegliato da una cerva che aveva in bocca un ramoscello dai frutti d’oro e da un lupo che gli portava la legna per il fuoco.
Sin qui la leggenda, che in alcune versioni ha sostituito la cerva e il lupo con un’orsa ed una pecora.
Glisente, poi divenuto San Glisente, la cui ricorrenza si celebra il 26 di luglio, era davvero un soldato di Carlomagno? I riferimenti leggendari fanno piuttosto pensare a un druida celtico.
Glisente, infatti, nasce in una foresta vergine e cresce sotto un albero sacro e come si sa, il bosco sacro e il culto dell’albero sono propri della cultura celtica.
Glisente ha una sorella che ha appreso a conoscere la verità. Cristina era dunque una sacerdotessa celtica, dotata della “vista”, ossia della veggenza. Il “santo” accende fuochi sulle alture (usanza celtica) ed è in compagnia di una cerva (il dio cervo, il Cernunno, simbolo zoomorfico del dio Lug, ben noto in Valcamonica) che porta in bocca ramoscelli con frutti d’oro (così viene in molti casi descritto il vischio, sacro ai Celti ed usato dai druidi per trarne medicamenti). Un lupo porta a Glisente la legna per il fuoco. Qui probabilmente si innesta, sulla cultura propriamente celtica, quella più genericamente norrena, per la quale il lupo odinico Fenrir è il simbolo degli inferi e del caos. Il druida Glisente è dunque affiancato dai simboli del luminoso Lug e del tenebroso Fenrir: luce e tenebre in eterno conflitto. Il lupo Fenrir, animale predatore, mangia il Sole-Cervo-Lug, ma nella grotta del druida Glisente le due forze convivono, come la tradizione vuole quando si è in presenza di saggi capaci di dominare con lo spirito le forze della natura.
Ora le spoglie mortali del druida-santo Glisente riposano nella chiesina di San Lorenzo nella Valle della Grigna, sopra Esine.
>> indietro