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I folletti di Carnia |
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fiaba è una porta, che permette di ritrovare i principi e i valori
che questa nostra società ha ormai perduto. E’ una via, una
strada che conduce al tempo senza tempo, al momento degli inizi, in cui
tutto era chiaro, ed il mondo parlava direttamente al cuore degli uomini”.
Così scrive il circolo culturale “l’Antica Quercia” a introduzione del bel lavoro di Gianni Pielli, bresciano d’adozione, sugli Sbilfs, i numerosi folletti che popolano i boschi e le valli della Carnia. “Sbilfs”, questo il titolo del libro edito da Palantir, casa editrice della Società Tolkeniana, è innanzitutto una bellissima raccolta di disegni illustranti le caratteristiche dei folletti, le loro abitudini, i contesti della loro esistenza, le loro magie; ma è anche una preziosa raccolta delle tradizioni carniche che, a ben vedere, sono simili a quelle che ritroviamo nelle storie delle nostre popolazioni rurali. “I folletti - scrive Pielli a presentazione del suo lavoro di ricostruzione delle tradizioni carniche - sono spiritelli di natura fondamentalmente benevola” e prosegue ricordando come una delle più note leggende, ricavata dai testi vedici, parli dei Deva. “Essi - ricorda Pielli - sono delle piccole divinità patrone dei fenomeni naturali. Sono cioè i costruttori del nostro mondo, trasformando le forze energetiche erranti nello spazio infinito (Prana) in materie e strutture fisiche. Appartengono all’ordine etereo (cioè sono incorporei) e sono specializzati nelle varie funzioni. Avremo così i Deva portatori di energia, i Deva delle acque, della terra, delle piante e così via. Quindi gli apportatori di energia dirigeranno correnti di energia-luce verso la terra, mentre quelli della terra la trasformeranno in energia vitale per la crescita delle piante, oppure in colori per i fiori, e così via. Quali costruttori del mondo, i Deva sono dunque più antichi di esso”. Capita così, e non è strano per un popolo come il nostro dalle tradizioni indoeuropee, di trovare tra i folletti e i Deva molte affinità. Ci sono infatti i folletti dei boschi, come i Gan (dalle assonanze orientali) o Gian, che ci aiutano quando ci mancano le forze e i Mazzaròt, che si mimetizzano assumendo le sembianze delle vecchie ceppaie. Ci sono gli incubi, come il Cascugnit, mezzo uomo e mezzo asino: “Grassottello, con un grande naso adunco, folte sopracciglia a virgola e sguardo profondo, sognante. Esercita un grande fascino sulle donne” e suona il flauto. Gli incubi dispensano sogni e tra le loro raffigurazioni Pielli ha messo le fotografie di Jung e di Freud, suggerendo ancora una volta lo stretto nesso tra il sogno e la realtà, tra ciò che ci circonda, in quanto natura, e ciò che la nostra natura profonda, l’inconscio, ci restituisce della memoria collettiva e, forse, di quel mondo etereo del quale fanno parte di Deva. Ci sono poi i folletti della casa, della stalla, dei campi, come il Bergul, che si diverte a farci inciampare nei boschi, spostando le radici sui sentieri o il Bagan, che adora gli animali ed è lo Sbilf della stalla, o, ancora, il Pavar, “appassionato agricoltore, laborioso, servizievole e lavoratore instancabile”. Il Licj ama la compagnia degli uomini, il Grandinili è lunatico, sofisticato e brontolone. Ci sono poi: gli omenut, i folletti cattivi e quelli che rubano, gli orchi e gli spauracchi. Un esperto come Pierre Dubois ne ha censiti, nella sola Europa, ben 260. Una bella famiglia, della quale il libro di Pielli, carnico di origini e bresciano d’adozione, offre alcuni pregevoli ritratti. |