I sette fratelli della vestale
Una vestale addetta alla sorveglianza del tempio e del fuoco sacro aveva al suo servizio sette fratelli e avendo un giorno deciso di sposarsi diede loro la libertà e un premio: una valle, nella quale costruire le loro case, a condizione che dalle finestre di ognuna di esse non si potesse vedere il fumo che usciva dal comignolo delle altre.
I sette fratelli si dispersero nella valle, costruirono le case nelle modalità richieste dalla vestale e vissero felici e contenti. Fu così che nacquero Armo, Bollone, Cadria, Magasa, Moerna, Persone e Turano, i sette paesi che compongono la Valvestino.
La bella favola, evocante una Biancaneve locale, servita da sette gnomi, è narrata nel saggio: “Miti e leggende di Magasa e della Valle di Vestino”, curato dal maestro Vito Zeni, al quale le biblioteche comunali di Valvestino e di Magasa e la Fondazione Civiltà Bresciana hanno dedicato attenzione, pubblicando un lavoro di raccolta più che trentennale di leggende locali.
Leggende dalle quali, sotto la spessa coltre della reinterpretazione cristiana, che ne ha mutati i segni ed i valori, emerge la freschezza di una tradizione pagana, con le sue magie, la sua capacità di rapporto con la natura, la sua spiritualità.
La Valvestino si popola così di stregoni, capaci di trasformarsi in nuvole gravide di pioggia fermate solo dalle braccia incrociate (a croce) di un contadino orante anche nel sonno, oppure in refoli di vento, o ancora in una fitta boscaglia; di streghe che conoscono i segreti della natura e insegnano alle contadine come togliere l’anima al frumento, perchè il seme non germogli e di ciò possano essere incolpati i conti di Lodrone, che allora dominavano la valle, a loro infeudata secondo diritti a cui rinunciarono solo nel 1826.
Non manca, ovviamente, la presenza del diavolo, che di volta in volta, evocato per sfida da contadini o da mandriani temerari, si presenta offrendo i suoi servigi ai malcapitati, portandoli alla disperazione o alla perdizione, quando non vengono salvati da pie confessioni e da altrettanti pii pentimenti.
Tra tutte queste belle storie, v’è n’è una che lascia l’amaro in bocca. Narra della Rocca pagana, una roccia sulla quale si sarebbero ritirati i pagani che non accettavano le nuove regole del cristianesimo e che, secondo la leggenda, avrebbero in seguito rapito fanciulle cristiane e razziato i villaggi. “In un soleggiato pomeriggio” della domenica 8 novembre 1959 (!) un gruppo di scolari e di giovani di Magasa” - ci ricorda il maestro Zeni - salì sino alla cima della Rocca portandovi “a fatica e in pio pellegrinaggio” una grande croce di ferro alla cui base campeggia un’epigrafe: “A perpetua memoria. Su quest’alta rocca, ove gli ultimi dèi falsi e bugiardi del paganesimo gallico e romano furono sconfitti per sempre dal Cristianesimo trionfante nei primi decenni del ‘400, i giovani di Magasa, ...”.
A perpetua memoria, sì, ma di una persecuzione che dura da secoli e che viene rinnovata ben oltre ogni ragionevolezza. C’è davvero da sperare che nel terzo millennio la tolleranza prevalga e gli dèi antichi non siano più “falsi e bugiardi”, ma solo antichi: espressioni della religiosità dell’uomo, del suo bisogno di sacro e non orrende creature evocatrici del diavolo e levatrici di streghe e di stregoni.
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