Il capodanno della Serenissima
Fino al 1797 nella Repubblica di Venezia, alla quale apparteneva anche il territorio bresciano, il primo di Marzo era Capodanno. L’usanza non era frutto di un capriccio o di una stranezza locale, ma il mantenimento dell’andamento calendariale primitivo, quello antecedente alla riforma giulianea, che non contemplava i mesi di gennaio e di febbraio e li racchiudeva in un unico periodo che andava dal solstizio d’inverno (21 Dicembre) all’equinozio di primavera (21 di Marzo). Un periodo di caos, di rivolgimenti, di incertezza, di lotta tra la morte e la vita. Un periodo nel quale il sole, Re d’inverno rinato il 21 Dicembre, saliva giorno per giorno nel cielo, combattendo il dominio delle tenebre, fino a raggiungere, nel giorno dell’equinozio, il punto di equilibrio, con il giorno uguale nella durata alla notte, con il potere della luce equivalente a quello delle tenebre. Usiamo un tempo passato, ma è così anche ora. Marzo, dunque, è il mese che segna il prevalere della luce, della vita, della natura che risorge.
Anche da un punto di vista astrologico Marzo è il mese dell’inizio. Il 20, infatti, il sole entra in Ariete, segno cardinale, di fuoco e primo dello Zodiaco, dominato dal pianeta Marte.
La Serenissima, facendo partire l’anno con l’inizio del mese dedicato a Marte, seguiva dunque antiche usanze, interrotte solamente dall’irrompere della Rivoluzione e dal suo calendario.
Il periodo equinoziale è tempo terribile, segnato dalla lotta tra la notte e il giorno e tra la morte e la vita; è tempo di rinascita e di sacrificio; è tempo dedicato alla madre natura che si risveglia e sulle ceneri di ciò che è morto l’anno precedente fa sorgere nuova vita.
L’intero mese è segnato da questa presenza sacrificale e di rinascita. Il periodo che intercorre tra il 4 e il 10, in età romana era dedicato ai culti della Magna Mater, di Cibele, il dio androgino evirato dal cui sangue nacque il melograno e di Attis, il dio frigio eviratosi e trasformato dalla tradizione in pino. Il melograno è simbolo evidente di fertilità, così come il pino, ritenuto nell’antichità perennemente fruttifero, che non solo evoca l’Albero Cosmico, ma i cui pinoli sono semi commestibili, molto nutrienti e facilmente conservabili.
Le feste equinoziali, sempre in età romana, duravano dal 15 (le Idi di marzo) al 27, in onore del dio Attis, il dio bambino salvato dalle acque e il 24 era considerato il Dies Sanguis o Tristia, nella cui notte il dio moriva, per risorgere il giorno successivo detto di Hilaria.
Marzo inoltre dal terzo secolo dopo Cristo era dedicato anche a Mani, il profeta martirizzato sulla croce dai sacerdoti mazdei nel 273 e dal quale ha tratto origine il manicheismo, una visione del mondo echeggiante nelle teorie catare che a Brescia hanno avuto non poca influenza. Anche per questo, dunque, e non solo per la sue radici celto-romane, tra Brescia e Marzo c’è un legame profondo.
I giorni e i mesi che più di altri scandiscono il tempo non sono semplici indicatori, riferimenti neutrali dell’incessante divenire; sono, al contrario, radici profonde, che affondano nell’inconscio collettivo e ri-annodano il tempo nella sua primitiva circolarità.
A Marzo il Serpente si morde la coda: è la lotta di sempre che si rinnova, in un incessante, immobile divenire.
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