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Il liquore delle streghe |
| Il nocino,
liquore tipico della produzione domestica, è un infuso al quale la
tradizione assegna il valore magico della panacea, ossia di un rimedio universale
contro ogni malanno. Il rito della preparazione del nocino risale ai Celti della Britannia e prevede che le donne, probabilmente sacerdotesse, medichesse (qualche secolo più tardi si sarebbe detto: streghe) debbano staccare le noci per il liquore quando la drupa è ancora verde, nella notte di S.Giovanni, con una falce o una lama di legno, comunque non di ferro. Interessante l’analogia con la ritualità usata dai druidi nella raccolta del vischio, considerato rimedio universale, che escludeva strumenti di ferro. Il vischio viene a maturazione verso la fine dell’anno, nel periodo in cui cade la ricorrenza di S.Giovanni Evangelista, il 27 dicembre, nel periodo solstiziale d’inverno. Il taglio, effettuato con un falcetto d’oro, metallo solare, era l’evirazione della sacra quercia che simboleggiava la castrazione del Re d’Inverno, il quale doveva lasciare il suo posto al Re d’Estate, il sole nascente. Rito fallico, solare, maschile, quello del solstizio d’inverno trova una sua corrispondenza femminile nel taglio delle noci e nella preparazione dell’infuso del S.Giovanni d’Estate, il 24 giugno, data compresa nel periodo solstiziale estivo. Il sole, giunto al culmine della sua forza, inizia la fase discendente. Il Re d’Estate deve lasciare il campo al Re d’Inverno. Le similitudini e la simmetria tra la raccolta del vischio e quella delle noci suggerisce ritualità celtiche, operate dalle sacerdotesse, delle quali si sono perse le modalità e tuttavia un lavoro analogico con altre tradizioni ci può aiutare nella ricostruzione. Le due date solstiziali erano considerate nella tradizione greca porte tra il visibile e l’invisibile. La porta invernale apre la via agli stati sopraindividuali (l’atemporale, l’a-spaziale, l’Aldilà), mentre da quella estiva irrompe nel mondo della genesi la manifestazione. Giovanni ricorda Janus, janua (porta), il Giano bifronte che fa da confine tra un tempo ed un altro (Gennaio, Januarius) e che nella mano destra porta lo scettro (funzione regale) e in quella sinistra la chiave (funzione sacerdotale). Giano è il re sacerdote che custodisce l’universo e ha il diritto di volgerlo sui cardini; è colui che muove il mondo sul suo asse. Porta aperta verso il manifestato, il solstizio d’estate indica la terra, la matrice, la femminilità, le forze ctonie, l’acqua. Spetta dunque alle donne il rito che porta verso l’incarnazione. Qui ritroviamo un possibile nesso con il nocino. Un nesso che suggerisce il mito di Caria, amata da Dioniso e da lui trasformata in noce e quello, parallelo, di Artemide Cariatide, divenuta in Italia Carmenta ed evocante Kar o Kér, la dea della morte, come Persefone, che divide il proprio tempo tra il mondo dei morti e quello dei vivi e che dagli inferi porta il melograno, simbolo di vita. Vita e morte si succedono incessanti, come il sole che giunto al suo punto più alto nel cielo inizia il viaggio verso gli inferi; come l’immanifesto che si manifesta e discende nella caverna cosmica; come le anime che si incarnano. |