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Il Pagà
e i segreti della natura |
| C’era
una volta sui monti bresciani un uomo che viveva nei boschi. Conduceva un’esistenza
solitaria, amava le piante e le erbe, delle quali conosceva tutte le proprietà,
e rispettava il “piccolo popolo fatato” che abitava tra le rocce,
nei cavi degli alberi, sotto le toppe di terra. In una casa sulle pendici scoscese di una montagna, costruita nello slargo di un bosco di pini e di faggi, a pochi passi da una fonte che sgorgava da una parete muschiata nascosta da un folto boschetto di noccioli, viveva un giovane pastore con la moglie e due bimbi piccoli. La famiglia era giunta in quei luoghi dal fondovalle, ricacciata in alto dalle invasioni, dai soldati che bruciavano e stupravano e dai sacerdoti di una nuova religione, venuti al seguito degli eserciti. L’uomo, la moglie e i due bambini conducevano una vita stentata. Avevano poche risorse. Si erano costruiti una casa di frasche e di pietre, mangiavano erbe e bevevano il latte di due mucche che si erano portati fuggendo. Sui monti erano arrivati in primavera e durante l’estate erano sopravvissuti grazie ai doni del bosco, ma ormai alle porte c’era l’inverno e con esso la possibilità di non farcela, di morire di freddo e di fame. Il giovane pastore invocava ogni giorno le sue antiche divinità e ne chiedeva la protezione, ma nulla di nuovo accadeva mentre le giornate si accorciavano e le tenebre prendevano il sopravvento. Una notte, mentre la famigliola intirizzita dal freddo si era raggomitolata accanto alle due mucche, all’incerta porta di pali che chiudeva la baita si sentì bussare. Il terrore si impadronì del giovane e della moglie, che si aspettavano di rivedere scene già viste, di essere picchiati e scacciati, di avere la casa incendiata o, peggio, di essere ammazzati e di essere lasciati lì a irrorare con il loro sangue la terra gelata. Il giovane pastore si alzò, prese un bastone e lentamente socchiuse la porta. Davanti a lui, nel chiarore che la luna offriva e nella cornice di un cielo cosparso di stelle, si stagliò la figura imponente di un uomo peloso, dalla faccia larga, dagli occhi sporgenti, dalle narici piatte. Era l’uomo dei boschi, il Pagà, come lo chiamavano i nuovi padroni della pianura e del fondo valle. Il giovane pastore fece un balzo all’indietro, ma l’omaccione lo rassicurò. “Fammi entrare - gli disse - e ti insegnerò i segreti della natura”. Il giovane pastore lo fece entrare e il Pagà, uomo selvatico ma di grande sapienza, lavorando giorno e notte gli insegnò il segreto delle coltivazioni di montagna, i poteri delle erbe del bosco, l’arte di trasformare il latte in formaggi e in burro, di forgiare gli attrezzi e di costruire una casa sicura con gli alberi, ... e tante altre cose, che consentirono alla famigliola fuggiasca di sopravvivere alle durezze dell’inverno e, in seguito, di prosperare. Vissero, dunque, felici e contenti: i quattro beneficiati per i doni ricevuti e il Silvano per la soddisfazione di essere stato utile e di aver messo a frutto le sue conoscenze, ormai trasformate in “magie” e “malefici” dalle dicerie messe in giro ad arte dai conquistatori. Chi è l’uomo silvano, il Pagà (abitante del pagus, ma anche non cristiano) delle valli bresciane (Valcamonica in particolare), il Salvan del Trentino, l’Om di bosch dell’Appennino tosco emiliano? Nella leggenda è il nostro inconscio desiderio di riappropriarci delle radici primitive che ci appare come creatura mediatrice tra natura e cultura, padrona di conoscenze ataviche. E’ riferibile al dio Pan o al Faunus saltuanus, ma anche alla tradizione celtica. Il suo essere al contempo polivalente artigiano e mago alchimista, erborista, conoscitore delle arti metallurgiche ed esperto caseario e il suo esprimersi in rima, per proverbi e detti, lo rendono molto simile alla figura del druida, il sacerdote celtico, spogliato del suo potere temporale di garante della tradizione e della funzione regale. Della sapienza del druida l’uomo selvatico conserva e trasmette le parti pratiche. Quelle dai profondi significati, divenuti arcani, sono nascoste nelle grotte e sotto i boschi, dove con l’avanzare della civiltà si sono ritirati con i pagà gli gnomi e le fate, gli elfi e le anguane: il “piccolo popolo fatato” che agli uomini parla solo quando sono bambini, con il linguaggio delle favole. |