Il teschio del lago
C’era una volta un mandriano che stava tutto l’anno in una cascina sui monti al confine tra le tre valli bresciane: la Val Trompia, la Val Sabbia e la Valcamonica.
Uomo rude e dall’animo cattivo, viveva isolato nella sua stamberga e non scendeva mai nel paese, se non una volta all’anno. Non frequentava persone. Non pensava ad alcuno. Non nutriva sentimenti di solidarietà, né con i vivi, né con i morti.
Il mandriano passava le sue giornate a governare le bestie, a sistemare la stalla, a lavorare il latte, per trarne formaggi e burro, che poi vendeva, nell’unico giorno dell’anno nel quale riprendeva i suoi contatti con il genere umano. Dunque, anche in quell’unico giorno nel quale si relazionava agli altri uomini le sue intenzioni non erano quelle di scambiare qualche parola buona, qualche impressione, qualche opinione, ma i suoi prodotti in cambio di denaro e di attrezzi.
Nel suo isolamento stava molto bene. Non aveva paura di nessuno ... nemmeno del diavolo.
I suoi compagni preferiti erano il sole, il vento, la pioggia, l’erba dei prati, gli alberi del bosco e le acque di alcuni laghetti che interrompevano, con il loro colore verde azzurro, l’alternarsi di erba e di rocce.
Un giorno gli si sbandarono le mucche e il mandriano fu costretto a cercarle per tutta la giornata e fino a notte inoltrata. Era, quella, una notte di luna piena e il chiarore, riflettendosi nelle acque dei laghetti, dava all’ambiente circostante un che di irreale.
Ad un tratto il mandriano vide sulla riva una testa di morto: un teschio che lo guardava. Il mandriano le diede un calcio e la buttò nel lago.
Il giorno dopo le mucche si sbandarono di nuovo e di nuovo il mandriano fece notte e rivide, sulla riva del lago, il teschio che lo guardava, con sguardo supplichevole, ma gli diede nuovamente una pedata e se ne andò.
All’indomani, per la terza volta, le mucche si sbandarono e per la terza volta il mandriano fu costretto a cercarle e per la terza volta vide in riva al lago il teschio dei giorni precedenti. Capì allora che si trattava di un’anima confinata, raccolse il teschio e lo collocò in una piccola cappella da lui stesso costruita e quella cappelletta è ancora oggi visibile al Capo di Morto, nelle vicinanze del passo che collega le tre valli bresciane.
Chi era quel mandriano? Davvero un uomo cattivo convertito, oppure il rivestimento leggendario di un antico abitatore delle valli bresciane dove si adorava il dio cervo, il Cernunno, ovvero il dio celtico Lug?
Dei santuari del Cernunno è stato conservato un’architrave di un portale nelle cui nicchie si trovano teste recise e teschi di morti.
Per i Celti, che popolavano le valli bresciane, la testa rappresenta la sede del sapere e della forza e non a caso la tagliavano agli avversari per accrescere la loro potenza.
Lug, il dio politecnico dal “lungo braccio”, è raffigurato a volte come il dio del gioco, il quale nell’atto di giocare sulla scacchiera appoggia la sua mano su una testa. Un ricciolo che spunta tra le dita vuol forse significare vita e resurrezione.
A indicare il significato nascosto e autentico (esoterico) della leggenda c’è il numero tre.
Tre volte le vacche scappano, tre volte sono inseguite, tre volte il mandriano incontra il teschio. I Celti usavano il tre per potenziare un messaggio, un attributo, una facoltà. Dire tre volte significava elevare a potenza.
Il teschio, inoltre, “guarda” il mandriano. Non è morto, agisce: è la testa dell’oracolo, che sa ciò che sta lontano ed è capace di profetare.
Dalle teste recise i Celti si aspettavano molto. Narra una leggenda che i compagni di Bran, il benedetto, prendono con sè la testa del loro capo e questa procurerà loro 80 anni di vita paradisiaca.
C’era una volta un mandriano solitario, forse non un uomo cattivo, ma un solitario uomo dei boschi, adoratore di antiche divinità: un Pagà … e la storia continua.
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