| S.Martino
e il dio cavaliere |
| San Martino
cade l’11 di novembre, una data della quale stiamo smarrendo, uomini
come siamo della civiltà urbana e industriale, la valenza. Eppure
non sono passati molti anni da quando i braccianti agricoli, concluso l’anno
agrario e deposti nelle zolle i semi pronti a germogliare in primavera,
raccoglievano le loro povere masserizie, le ponevano su un carretto e traslocavano
dal fondo sul quale avevano lavorato ad un altro, spesso a pochi chilometri
di distanza, perennemente sradicati e ripiantati, anche loro elementi naturali
del ciclo delle morti e delle rinascite che di anno in anno si rinnovano
all’infinito. San Martino, il sammartino (il trasloco) era al contempo
un momento di tristezza e di gioia. Tristezza per ciò che si lasciava:
il campo su cui ci si era spezzata la schiena, la casa dove era nato l’ultimo
figlio, il paese dov’era sepolto il vecchio genitore. Gioia per un
lavoro che si andava a raggiungere e che avrebbe consentito di sbarcare
il lunario, di vivere e di invecchiare dignitosamente, per morire e lasciare
il posto ai più giovani. Per i bresciani, le ascendenze celtiche rievocano per il giorno di San Martino, traendolo dall’inconscio collettivo, il senso del passaggio annuale. L’11 novembre per i Cenomani, così come per tutte le tribù celtiche, era il giorno nel quale si chiudevano i festeggiamenti del capodanno iniziato nella notte di Samain, quella che segna il passaggio dal 31 ottobre al primo di novembre e nella quale il tempo dei mortali e quello degli immortali coincidono. Capodanno, quello celtico, nel quale le assemblee dei capi facevano le leggi, che sarebbero state fatte applicare dai re per tutto l’anno successivo. Il culto di Martino di Tours, che la leggenda vuole abbia tagliato il suo mantello per donarlo ad un povero, era cominciato dopo la morte avvenuta l’8 novembre del 397 a Candes, dopo anni passati dal santo-guerriero (Martino significa dedicato a Marte) a convertire i pagani e a sradicare, anche nel senso proprio quando si trattava di querce sacre, i loro simboli. San Martino, tuttavia, come spesso è avvenuto nei secoli della cristianizzazione delle terre d’Europa, è la sovrapposizione di un simbolo e di una leggenda cristiani ad una precedente credenza pagana. Nella religione celtica, infatti, si venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta. Il culto veniva dalla Pannonia, terra celtica e, guarda caso, anche patria di San Martino, che là era nato nel 317, entrando giovanissimo nell’esercito romano. Il “Martino” celtico era considerato cavaliere che vinceva gli inferi e trionfava sulla morte, dunque il naturale custode di quei semi che riposavano sotto le zolle durante la “morte” invernale per rinascere al sopraggiungere della nuova stagione. Morte e rinascita simboleggiate anche dalla ruota con la quale il cavaliere celtico veniva ritratto, vestito di una mantella, nera come il cavallo che montava. A volte San Martino è accompagnato, nella leggenda, dall’oca, l’animale che ne avrebbe rivelato il nascondiglio quando si sottraeva, nascondendosi, all’elezione a vescovo. Anche in questo caso la leggenda cristiana nasconde una credenza celtica. L’oca, infatti, era sacra ai Celti in quanto messaggera dell’Altro Mondo e oche addomesticate e intoccabili accompagnavano ai santuari i pellegrini pagani. |