| Il silenzio era totale, palpabile, incombente. Il toro
uscì nell'arena assolata. Ancora non capiva dov'era, frastornato
dall'improvvisa luce e dall'opprimente presenza di migliaia di persone
assiepate sugli spalti. Ancora una volta, come avveniva da millenni, il
sacrificio stava per compiersi. La sfida tra l'uomo, minuscola scintilla
di una ragione recondita e imperscrutabile, e la forza sovrumana della
natura stava di nuovo per lavare con il sangue l'ansia catartica della
folla. La volontà di potenza sfidava la vita.
La fronte era imperlata di sudore; gli occhi fissi in quelli dell'animale.
Passarono attimi lunghi come l'eternità. La zampa del toro cominciò
a grattare nervosamente la sabbia ocra dell'arena. Uno squillo di tromba
lacerò l'aria. L'immenso corpo ansimante della folla si agitò
in una convulsione di piacere. L'animale girava in tondo, innervosito
dai lampi di colore che gli ferivano gli occhi; sentì un dolore
lancinante. Dal suo collo uscivano fiotti di sangue. Guardò incredulo
l'uomo che gli stava di fronte. Nel suo sguardo non lesse odio, ma il
senso arcano della morte. Quell'uomo stretto in un corpetto di seta, che
agitava un panno rosso, era il messaggero di un destino avvolgente come
il sangue che gli colava lungo il manto nero e come il torpore che sentiva
invadergli i muscoli ancora possenti. La banda suonava, la folla applaudiva
ogni mossa di quella danza di morte. Poi la musica cessò. L'uomo
e il toro si guardarono a lungo. I muscoli contratti, il viso invaso da
una smorfia, l'uomo alzò il braccio armato di una lunga lama sottile.
Il toro abbassò la testa, offrendo al celebrante la vita.
All'improvviso le corna, con uno scatto, si innalzarono verso il cielo.
Le mani si appoggiarono su di esse con un tocco lieve. L'uomo volò
verso l'alto e ricadde in piedi alle spalle dell'animale. Dalla folla
partì un urlo di approvazione. Con agili piroette il giovane si
rimise di fronte all'enorme massa muscolare che lo fissava, incredula
di aver mancato il bersaglio.
La folla era in delirio. Esili vestali intrecciavano la danza del sole
e della terra, della morte e della rinascita, del ciclo incessante delle
vite, avvolgendo il ginnasta nel candido sudario dei loro veli, per poi
riconsegnarlo alla luce abbacinante che si rifletteva sui massi delle
gradinate, sulle statue degli dei, sulla sabbia finissima dell'arena,
solcata dalle nervose zampate del toro. La sua enorme massa nera evocava
le forze oscure del male, l'orrido abisso della fine, la morte incombente.
L'uomo si rimise in posizione. La folla ammutolì. La rincorsa fu
lunga e lenta, poi il giovane balzò verso l'alto, afferrò
le corna, si rivoltò su se stesso e si lanciò, ricadendo
con grazia, mentre le gambe e le braccia si stendevano come ali.
Il toro scartò, contrasse i muscoli, abbassò la testa e
colpì l'uomo, trascinandone il corpo insanguinato in una tragica
veronica.
Il giovane sembrava ancora volteggiare leggero, animato dalla furia dell'animale,
finché non ricadde prono sulla massa nera, con le braccia serrate
sul collo taurino.
Il freddo saliva dal basso a intorpidire le membra, annunciando la morte
imminente, inevitabile, angosciante. Il nulla. L'orrido vuoto. Il Supremo
Niente.
Si svegliò con il cuore in gola. Riprese lentamente contatto con
la realtà, che gli veniva incontro rassicurante man mano i contorni
della camera si facevano nitidi.
L'armadio massiccio a due ante, con l'alzata a ventaglio, che lo rendeva
simile ad un gigante con il cappello a larghe tese, era lì davanti,
solido, reale. Quando era bambino, il nonno, nella cui camera troneggiava,
lo aveva soprannominato Pippo, per renderlo più familiare e dissipare,
con il nomignolo riduttivo, l'incombere del vecchio mobile di noce. Vecchio,
non antico; ereditato dalla bisnonna, che tutti chiamavano mama-granda,
da grand - mère. Le assonanze francesi erano arrivate sui binari
del treno con il bisnonno ferroviere dal cognome alsaziano, subito privato
dell'acca superflua da una burocratica trascrizione italianizzante.
Il bisnonno era morto giovane, travolto dal mezzo che serviva, complice
la nebbia della Padania che saliva, accecante ed incombente, sino alle
pendici dei ronchi.
La mama-granda, con la sua piccola tribù di figli, aveva dovuto
interrompere la peregrinazione tra una stazione e l'altra, aveva abbandonato
il casello, la bandiera rossa, la lanterna, il tempo scandito dal passaggio
dei convogli avvolti nel vapore e nell'odore di carbone; era diventata
una stanziale.
Sul ronco, dove la nebbia non arrivava, aveva acquistato, con la liquidazione
delle Regie Ferrovie, una piccola casa e un fazzoletto di terra. Il treno,
ormai lontano, udibile dal fischio della sirena delle locomotive che in
prossimità del casello iniziavano il rallentamento e avvertivano
il posto di blocco della stazione del loro arrivo, l'aveva seguita fino
al cimitero, raggiunto nel '36, dopo aver scritto di suo pugno ai figli
sul testamento: "Ciau, ci vediamo in cielo". Dalla tomba, a
poche centinaia di metri da quel casello che aveva visto morire molti
anni prima il marito con la lanterna in mano, travolto dal direttissimo
fatalmente in anticipo, mama-granda continuava il suo servizio.
I contorni di Pippo divennero via via più netti. Sogni, ricordi
dell'infanzia si affastellavano, si sovrapponevano, davano vita ad una
danza di emozioni. Il ritorno pieno alla realtà sopravvenne sotto
forma di uno spiffero raggelante e umido che entrava dalla finestra socchiusa.
Forse era lo spiffero ad aver suggerito sogni angoscianti; forse le letture
degli ultimi tempi, che, con la complicità della notte, si disponevano
negli spazi della memoria secondo un ordine prestabilito, come le tracce
magnetiche di un file nei cluster del disco rigido del computer. Miti,
antiche ritualità, segni esoterici tracciati nel tempo e nello
spazio da civiltà sepolte, solo sfiorati negli anni degli studi
scolastici, erano entrati nella sua vita all'improvviso e senza una ragione
plausibile.
Tutto era iniziato a Malta. Sull'isola, Gabriele c'era andato per uno
scopo preciso: il mare e il dolce far niente. Raggiunta La Valletta si
era insediato al Carlton, giusto a metà strada tra Sliema e Saint
Andrews. Elisa, sua moglie, doveva partecipare a un corso d'inglese e
lui l'aveva seguita, iscrivendosi per solidarietà, ma con la riserva
mentale di non parlare altro che l'italiano; anzi, di non parlare affatto.
Dopo qualche giorno di permanenza, sbrigate le lezioni del mattino, avevano
visto l'Ipogeo, La Valletta, la città vecchia, la chiesa di S.Giovanni,
con il San Girolamo del Caravaggio e la Cripta dei Gran maestri dei Cavalieri
dell'Ordine di Malta. Percorso turistico, secondo i consigli della guida,
seguiti con puntualità e scrupolo. Dei Cavalieri c'erano molte
testimonianze. In alcuni angoli dei vecchi quartieri pareva di poterli
incontrare da un momento all'altro, reduci dalle battaglie contro il turco
e il saraceno e custodi del baluardo estremo della cristianità
nel profondo sud del Mare Nostrum.
Gabriele, in queste escursioni, era rimasto colpito da due piccole statue
in terracotta. Rappresentavano entrambe una donna con i segni evidenti
della fertilità. Seni, ventre, bacino erano le parti più
vistose della prima, mutilata dei piedi e della testa. L'altra raffigurava
una donna stesa su un fianco e la posizione metteva in risalto il bacino,
smisurato, se confrontato con la restante parte del corpo. La Fat Lady,
la Dea Madre del Mediterraneo, raffigurata in terracotta, evocava riti
alla terra, alla luna, alla maternità. Lingue magiche ne avevano
cantato le lodi prima che dall'Oriente gli dei della luce e del fuoco
arrivassero ad imporsi e la razionalità prendesse il sopravvento.
Gabriele acquistò le copie in dimensione reale in vendita al museo
nazionale.
Voleva portarsi a casa il segno di quell'incontro, di quel richiamo ancestrale
alla terra, alla natura, forse ad un cammino da intraprendere.
Mentre percorreva la strada costiera sotto il sole cocente, per raggiungere
l'albergo e concedersi qualche minuto di riposo prima del pranzo, avvertì
un turbamento strano, un presentimento che lo agitava. Salì in
camera, impacchettò la Fat Lady nelle sue due versioni, mise gli
involti in valigia e uscì alla luce del sole. Ancora qualche centinaio
di metri da percorrere e il tavolo apparecchiato avrebbe mostrato la sua
realtà, prosaica, ma rassicurante.
Malta a luglio non era molto frequentata e passeggiare lungo le sue strade
litoranee era piacevole. Il caldo, temperato da una brezza marina costante,
consentiva di indugiare sui sagrati delle chiese, sui quali statue lignee,
dipinte con cura, e festoni multicolori indicavano sagre imminenti o appena
trascorse. L'isola dava il senso di un'unica grande kermesse religiosa:
un misto di credenze popolari, di superstizione, di ritualità pagane
trasfuse in un cristianesimo ridondante. La religione di un unico Dio
viveva in un politeismo dai tratti grotteschi. Gli autobus erano dei piccoli
santuari. I conducenti si facevano il segno della croce ad ogni chiesa
incontrata, quindi più volte tra una fermata e un'altra, tra un
cambio con doppietta e la vendita di un biglietto.
Gabriele e Elisa raggiunsero un ristorante a sbalzo sul mare. Vecchie
chiatte legate assieme formavano una piattaforma galleggiante, corredata
di tavoli coperti di incerata e protetta dal sole da tende di cannuccia.
Nel porto un piccolo veliero stava prendendo il largo, sparando salve
di cannone per annunciare l'avvio, in serata, della sagra del quartiere.
Ordinarono branzino, birra alla spina e una torta al cioccolato.
Gabriele fissò lo sguardo su un rampicante e si lasciò cullare
dall'impercettibile dondolio della piattaforma.
Una farfalla dalle grandi ali nere, cerchiate di un verde lucente, suggeva
il nettare dall'incavo di una campanula lilla. In equilibrio sul bordo
del fiore la farfalla muoveva lentamente le ali, si allontanava, si avvicinava,
toccava la campanula facendola oscillare e inducendo un fremito negli
stami gialli. Gabriele ne fu ipnotizzato.
Due occhi verdi, di un verde chiaro, profondo, melanconico gli vennero
incontro, portandolo lontano nel tempo e nello spazio.
Federica camminava tra i ruderi di un'antica abbazia, assorta, misurando
i passi che calpestavano il prato rasato e sfioravano lapidi di antiche
sepolture. Il sole accarezzava i suoi lunghi capelli biondi e illuminava
il volto diafano.
L'abbazia si ergeva su un isolotto in mezzo ad un lago dalle acque scure,
attorniato da colline e collegato alla terraferma da un pontile in legname
eroso dagli anni e dal vento. Un vento costante, leggero ma teso, che
muoveva la gonna di Federica, lunga fino alle caviglie e stretta in vita,
dando al suo incedere un andamento ondeggiante e quasi irreale. Poteva
essere Viviana del lago, Morgana o forse Ginevra. Leggenda e realtà
si fondevano in quel paesaggio incantato e nell'incantevole profilo di
quel viso, in quegli occhi verdi che gli dedicavano furtive attenzioni.
Il viaggio durava da pochi giorni, ma Gabriele in quegli occhi aveva trovato
lo specchio dei suoi desideri, il pozzo dove abbeverare la sua ansia d'amore.
La Scozia lo aveva sedotto e Federica lo aveva rapito.
Il sole scintillante in un cielo limpido metteva in risalto i contrasti.
Spiagge bianchissime, segnate da arabeschi di alghe di un verde intenso
e scuro, assorbivano la risacca spumosa di un mare perennemente agitato.
Dopo pochi istanti, quasi obbedendo ad un comando fatato, la nebbia calava
densa ad oscurare il cielo. Il freddo e l'umido si impadronivano della
sabbia, dell'erba, delle rocce, degli uccelli che a migliaia stazionavano
sui fili neri del telegrafo montati su contorti pali di legno, mangiati
dalla salsedine. Calava il silenzio, interrotto solo dall'urlo lamentoso
e cupo delle sirene, che si davano la voce da un capo all'altro per avvisare
i naviganti della prossimità della costa. Poi, improvvisamente,
così com'era venuta, la nebbia si alzava. L'alternarsi delle tenebre
e della luce dava il senso arcano del mistero, dell'inafferrabile enigma
della natura. A Nord le terre del Sid, il paradiso delle anime, il riposo
dei giusti, irraggiungibile ai comuni mortali, riservato agli eroi. Tutt'intorno
colline incantate, laghi le cui acque nascondevano mostri e misteri, castelli
nei quali si erano consumati i destini di amori impossibili, di eroiche
gesta, di tradimenti e di atti di nobile fedeltà.
La leggenda era nell'aria, fascinante. Federica era una realtà
dolcissima, un tratto di purezza.
Gabriele sentiva di amarla di un amore mai provato prima. Aveva bisogno
di lei. Senza di lei si sentiva perso. Rubava i suoi sguardi, accarezzava
con gli occhi i suoi capelli, respirava la sua voce.
Sulla scogliera, lontano da sguardi che non avrebbero potuto approvare,
le prese la mano. Si adagiarono sul bordo e spinsero il capo oltre il
limite dello strapiombo. In cielo i gabbiani volavano stridendo, nell'incessante
fatica di sfamare i loro piccoli, annidati negli anfratti della parete
a picco sul mare. Provarono l'incanto di un attimo di solitudine e di
intimità. Le mani si strinsero.
Gabriele guardò verso il mare. L'abisso lo attirava. Sentì
irresistibile il richiamo delle profondità, il desiderio di allargare
le braccia e di volare con i gabbiani nell'aria profumata di salsedine.
"Il suo branzino è pronto". La voce del cameriere lo
riportò bruscamente alla realtà.
La farfalla danzava ancora sulla campanula lilla.
Il pranzo durò a lungo, tra una chiacchiera e l'altra. Poi Gabriele
e Elisa ripresero la passeggiata. Avevano per meta una caletta dove larghi
lastroni di pietra inclinavano verso il mare, nel quale si immergevano
pigramente.
Gabriele si stese sul lenzuolo da bagno e lasciò che le onde gli
accarezzassero i piedi. Guardava il mare che si perdeva sulla linea dell'orizzonte.
Là, oltre il tempo e lo spazio, viveva, nel ricordo, un sentire
mai sopito, l'illusione di un amore svanita sugli scogli della realtà,
più duri e taglienti di quelli che affioravano a pochi metri dal
bagnasciuga e che nelle loro tormentate forme ospitavano timidi granchietti
perennemente in fuga.
Per rendere utili le ore passate in spiaggia aveva pensato di fornirsi
di qualche testo in inglese che parlasse, in forma piana, adatta a un
principiante svogliato com'era, dei Cavalieri e della loro storia. Fu
così che, bighellonando tra una libreria e l'altra, si trovò
tra le mani "The Temple and the Lodge". Il libro, scritto da
due giornalisti inglesi, parlava dei Templari, i leggendari cavalieri
difensori del Santo Sepolcro, finiti sul rogo per mano di Filippo il Bello
con il pieno consenso e la complicità di Clemente V.
"... and the Lodge". Perché le logge? Le logge gli ricordarono
la Massoneria, ma i Templari che cosa avevano a che fare con i massoni?
Lasciò i Cavalieri di Malta al loro storico destino, comprò,
per la modica somma di 3 lire maltesi, il saggio dei due giornalisti e
iniziò l'impresa. La lettura, ad alta voce, spettava a lui. Quando
non capiva, cioè quasi sempre, Elisa traduceva. Con qualsiasi altro
testo l'esercizio sarebbe finito alla seconda pagina. I Templari, invece,
li presero per mano e li trascinarono in un'attenta lettura, senza limiti
di tempo. Avevano trovato il loro libro di testo ideale. Il corso d'inglese
era salvo.
La storia era davvero avvincente. Un incontro fortuito, alcune mezze frasi,
dette in un albergo da sconosciuti avventori, avevano determinato la decisione
dei due giornalisti di dedicarsi alla ricerca delle testimonianze della
connessione tra i Templari e la Massoneria.
Intrapreso il viaggio alla ricerca dei reperti, i due autori erano giunti
a Kilmartin, un piccolo villaggio della Scozia, accolti dal silenzio diffidente
della popolazione locale e nel cimitero avevano scoperto alcune tombe
sulla cui lapide erano scolpite le spade che contraddistinguono la sepoltura
dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Sulle tombe più recenti i due detective della storia avevano notato
un accostamento rivelatore: accanto alla spada, comparivano la squadra
e la livella, simboli della Massoneria.
La prima mossa era fatta. Il saggio guidava ora Gabriele di documento
in documento, di contrada in contrada, di archivio in archivio a ripercorrere
la rotta seguita dai Templari per sfuggire alla cattura, quando erano
ricercati in tutti i territori della cristianità, dopo lo scioglimento
cruento dell'Ordine.
Insediatisi in territori scozzesi che sfuggivano all'influenza del Papato,
i Templari, proseguendo una tradizione di tolleranza e di interesse verso
le altre religioni, avevano recuperato le tradizioni celtiche. A causa
di questa loro tolleranza erano stati accusati di contaminazioni ebraiche,
islamiche e catare.
Gabriele ebbe un'improvvisa folgorazione. L'eresia catara non era estranea
alla storia della sua città, testimone di un auto da fé
che ne aveva azzerato la presenza.
In città i Templari avevano una "mansione", poi ridotta
all'oblio e all'incuria, ma ancora visibile, grazie alla sopravvivenza
della facciata, nella contrada toponima: "Contrada della Mansione".
C'era buona materia per fantasticare.
La città, inoltre, era stata insediamento celtico, fondata alle
pendici di un colle dalla tribù dei Cenomani. Anche i Celti e le
loro possibili parentele con Templari e massoni suscitavano fantasie e
suggestioni.
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