Capitolo II

Tornato in città Gabriele pensò di dare continuità alle fantasie maltesi. Più che la voglia, ne sentiva la necessità.
Gabriele non era propriamente un figlio del Sessantotto. Non aveva frequentato gruppi politici dell'extrasinistra. Non aveva trasgredito negli abiti e nei comportamenti. Aveva studiato, frequentato le superiori. Si era iscritto all'Università per recuperare studi letterari interrotti per causa di forza maggiore. "Meglio mettersi in tasca un diploma, poi si vedrà", era stato il saggio consiglio della madre.
Alla politica era arrivato attraverso le vie dell'impegno sociale, ma ne era stato progressivamente conquistato, fino a farne una ragione di vita. Aveva salito i gradini dell'apprendistato e raggiunto un discreto livello di responsabilità pubblica. Non se ne sarebbe mai staccato se il caso (o il destino?) non lo avesse estromesso forzatamente, mettendone in crisi le certezze, gli appigli interiori, le convinzioni profonde acquisite in anni di lavoro e di autodisciplina.
La politica era stata la sua educazione verso la razionalità, il superamento delle tendenze anarcoidi che costituivano il substrato della sua anima.
Il suo oroscopo natale, ma a quei tempi non sapeva nemmeno cosa fosse, parlava chiaro. Gabriele amava il disordine, la contestazione del contingente, il fascino esaltante della fuga. La quinta casa in opposizione all'undicesima ne descriveva il carattere, oscillante angosciosamente tra due mondi diversi, e l'incapacità ad adattarsi ai compromessi. Il suo motto poteva essere: "La verità non esiste". E questo lo induceva a cambiamenti drastici nel modo di pensare. Era, pertanto, propenso a mutare anche radicalmente opinione quando i fatti o la ragione gli avessero suggerito di farlo. Il Sole, congiunto a Plutone in dodicesima casa, gli faceva amare l'ignoto, lo sconosciuto, il mistero.
La politica, vissuta come idealità e con rigore, gli aveva consentito di rinchiudere le sue pulsioni interiori e i tratti essenziali del suo carattere in una gabbia di doveri, di puntualità, di precisione. Poi gli ideali erano caduti, trascinati nel vortice del crollo delle ideologie, delle fedi, delle speranze in palingenesi impossibili e, a ben vedere, con il senno di poi, inauspicabili. Il mondo era divenuto tragicamente "uguale", omologo. La politica da luogo dell'esser-ci e della storia, era diventata un mestiere (forse lo era sempre stato); il suo essere si era ritratto, lasciandone vuota l'essenza, come un guscio senza alcun senso.
Ora il suo Sole congiunto a Plutone lo richiamava al mistero.
La Massoneria, i Templari, i simboli, le scienze esoteriche erano altrettanti segnali verso nuove vie, ma su Gabriele pesavano le sue precedenti esperienze, l'abito razionale acquisito negli anni. Cominciò così dalla ricerca storica.
Un'altra notte insonne era trascorsa. Malta era lontana nello spazio e nel tempo. Erano ormai due anni che leggeva, studiava, consultava archivi e documenti. Accanto a lui, in uno studio ridotto a deposito, si ammassavano i volumi dei resoconti sull'inchiesta P2. Camera dei Deputati, Senato della Repubblica. La Presidente ordina la perquisizione, ecc. ecc. Verbale di perquisizione: il sottoscritto capitano Tal dei Tali, accompagnato dai marescialli Tizio e Caio e dall'appuntato Sempronio, ecc. ecc. Migliaia di fogli dattiloscritti, di fotocopie di documenti, di elenchi di nomi gli giravano nel cervello, mentre metteva al loro posto, su un grande lenzuolo di carta, formato settanta per cento, una sorta di mappa delle logge, delle obbedienze, delle scissioni.
In precedenza era passato attraverso qualche migliaio di pagine della letteratura storica sull'argomento. Sugli scaffali della biblioteca testi di alchimia, di magia, di filosofia esoterica avevano scacciato quelli di letteratura e di storia. Il "laboratorio" funzionava a pieno ritmo, ma il cervello ogni tanto fumava e chiedeva pietà.
Tornato da Malta aveva contattato Silvio, un amico di Roma, noto massone, giunto al trentatreesimo grado del Rito scozzese antico ed accettato, e gli aveva detto a bruciapelo: "Ho letto un libro sui Templari e la Massoneria. Mi è venuta la voglia di studiare il fenomeno e vorrei vedere se anche nella mia città c'è una storia da raccontare. Potresti darmi qualche indicazione?".
La risposta fu breve e risolutiva: "Ti farò contattare. Aspetta e vedrai".
Dopo qualche giorno ricevette una telefonata. Lo si invitava, da parte di un signore, che si era qualificato come conoscente di Silvio, ad un incontro sotto i portici di piazza Arnaldo.
Il perché di piazza Arnaldo lo avrebbe scoperto di lì a poco, osservando meglio il viso del monumento voluto dai massoni in onore del frate strozzato e messo sul rogo dal Papa, complice l'imperatore Federico Barbarossa. Un frate scomodo, ricordato in una biografia, in tempi di insorgente giacobinismo, da un prete giansenista frequentatore di logge massoniche e raffigurato, nel bronzeo monumento, con il volto risorgimentale di Mazzini. C'era materia su cui riflettere, ma allora non lo fece. Era troppo incuriosito dall'appuntamento con il suo primo massone.

Gli venne incontro da Largo Torrelunga e si incrociarono sotto i portici, davanti ad una pasticceria famosa e frequentata dal jet set provinciale. Bignè autoreferenziali, torte legittimanti, della serie: "se non mi compri non sei nessuno". A guardare le automobili parcheggiate nel piazzale antistante pareva di poter dire che il concentrato di "gente bene" era direttamente proporzionale alle aspettative sollecitate dalla crème esposta in vetrina. Si limitarono a incontrarsi davanti al "salotto dolce" della città. Proseguirono verso il centro ed entrarono in una vecchia osteria in zona Bue d'Oro (assonanze pagane, riunioni di loggia inizi secolo li seguivano da vicino). Non c'era il jet set, ma non soffrivano. Nel frattempo, non senza reciproca sorpresa, avevano scoperto, nel darsi la mano, di essersi conosciuti molto tempo prima. Del "suo primo massone" era stato ospite in cene profane e lacustri con amici comuni. Non erano, dunque, estranei.
Iniziò una lunga discussione, che ebbe un seguito dopo qualche giorno con la presentazione, fattagli dal suo conoscente, del Venerabile della loggia. Persona gentile, ma ferma nella sua riservatezza.
"Perché vuol sapere di noi?". "Vorrei scrivere degli articoli. Non ho intenti scandalistici. Mi interessa capire il fenomeno, indagarne le radici, comporre, se ne sarò capace, una storia locale".
Si lasciarono senza impegni. Nel frattempo aveva telefonato ad un vecchio conoscente, dicendogli: "So che hai una biblioteca ben fornita di testi di Guénon".
Gli aveva risposto sorpreso, ma non troppo: "Cosa vorresti dire?". "Esattamente quello che hai capito". Voleva dirgli, parlandogli di un autore molto noto tra i massoni, che sapeva della sua appartenenza alla Massoneria. Il suo primo contatto era della Massoneria del Grande Oriente d'Italia. Il suo vecchio conoscente era della Gran Loggia d'Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori. Essendo in rapporto con le due maggiori Obbedienze della Massoneria italiana, aveva i canali per iniziare il lavoro. Non sapeva però cosa lo stesse aspettando.

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