Le aveva sfiorato le labbra, dicendole: "Buon Natale".
"Buon Natale anche a lei - aveva risposto Ilaria - ma siamo in aprile".
Erano mesi che ci pensava, sin da quando l'aveva vista la prima volta,
china sul computer. Ogni giorno, entrando in archivio, pronunciava un
rigoroso: "Buona giornata" e subito si dava dello stupido.
Il copione era un altro. Doveva entrare, avviare una discussione qualsiasi
e portarla sull'argomento dei rapporti interpersonali. A quel punto, cogliendo
un attimo di attenzione, le avrebbe detto: "Ti amo".
No, non avrebbe funzionato. Troppo banale. Troppo comune.
Meglio non dire niente; avvicinarsi, prenderle la mano, attirarla a sé
e baciarla. Troppo scontato.
Poteva scriverle una lunga lettera zeppa di premesse, di spiegazioni,
di buone intenzioni; oppure un biglietto di poche parole, di quelle che
lasciano il segno. Poteva invitarla a cena, in un locale simpatico, creare
intimità e finalmente dirle cosa sentiva per lei.
Si era limitato a guardarla, a parlarle delle sue ricerche.
A Venezia era arrivato con in testa i segreti della Massoneria. Dopo qualche
mese di ricerche tra archivi polverosi e vecchie carte, in testa aveva
lei, Ilaria, minuto scricciolo dagli occhi profondi, azzurri come il mare,
intensi come una freccia di luce.
Gli si era infilata nel cuore, nella mente, nell'anima, con discrezione.
In quella giornata primaverile, fresca di pioggia, aveva trovato il coraggio
di avvicinarsi a lei e di sfiorarle le labbra, ma la timidezza, il tumulto
dei sentimenti, l'incertezza di sé e delle sue forze gli aveva
fatto uscire quel "Buon Natale" del quale si era subito vergognato,
arrossendo in modo sensibile.
"Buon Natale anche a lei, ma siamo in aprile", aveva detto sorridendo
Ilaria, per poi ricongiungere le sue labbra a quelle di Gabriele, stringendolo
a sé maternamente e accarezzandogli i capelli.
Avevano vissuto mesi di intensa felicità, poi l'estate li aveva
separati, rafforzando in Gabriele, nella coscienza della mancanza, un
legame che era di totale sintonia. Gli bastava vederla, sfiorarle una
mano, accoglierne un sorriso per sentirsi bene, in armonia con il mondo
e con se stesso.
Quando gli sguardi si incontravano, percepiva la sua anima.
L'assenza, il vuoto esaltavano le sensazioni, le lasciavano nude a invocare
l'amore. L'amava. Senza dubbio. Senza dubbi.
Gabriele tornò a Venezia a settembre.
"Ciao, come stai?", disse Ilaria sfiorandogli il viso con la
mano. "Bene, e tu?". "Io bene, ma parlami di te".
Faceva sempre così quando non voleva svelare i suoi sentimenti
e sentiva la necessità incontenibile di capire quelli di lui.
Non cercava certezze, ma il senso recondito, il segreto del loro rapporto.
La distanza l'aveva stordita. L'assenza le aveva scompaginato i pensieri,
suscitandole una sensazione di insufficienza.
Gabriele le raccontò dei suoi viaggi, delle sue letture, dando
sfogo alla sua esorbitante verbosità, mentre lei lo ascoltava al
di là delle parole, per indagare le vibrazioni più nascoste,
i sentimenti più veri. Sentiva di amarlo, ma non capiva quanto,
come e perché. Sfilò dalla borsa due lettere.
"Le ho scritte per te".
Non aggiunse altro. Aspettava le sue reazioni, scrutandogli il viso intento
nella lettura.
"22 agosto - Stasera la stanchezza mi tormenta. La notte silenziosa,
nera, profonda, mi soccorre. Vieni nell'essenza, verso l'essenza. Di nuovo
ti incontro. Di nuovo ti penso. Ancora una volta devo decidere. Mi distanzio,
poi mi riavvicino. Il tuo viso è una conchiglia, antica memoria
abitata dal suono del mare. Quale era il tuo nome? Quale è il tuo
nome? Su di te la quiete della necessità che ti sa irrequieto viaggiatore.
Nel silenzio l'anima ti cerca, ti indaga, ti interroga".
"23 agosto - Ho perso la 'speranza'. Ne abbiamo parlato. Rimane nostalgia
nei confronti di chi è morto, di chi muore. Resta qualcosa di non
condiviso e non conosciuto. Aumenta l'appercezione della frattura. Non
ho più voglia di abitare la speranza. La speranza è la sottrazione
di tempo al tempo. E' permanere in uno stato di non-possibilità
cosciente; è adesione alla passività. Tu mi hai insegnato
questo. Mi affido al settore estraneo alla parte emozionale, quello che
postula. Un demone ingarbuglia le domande. L'uomo non è colui che
deve essere redento, ma colui che redime. Riparto dall'inizio. I pensieri
si sparpagliano. Tocco la mia emozione di incertezza, di insufficienza.
Anche qui ti incontro. Cerco di catturare un pensiero finito che si definisca.
Mi si chiede: cosa? fede? allegria? bellezza? speranza? Allontano tutto
questo. Dove si aggiunge e dove si sottrae? Se si aggiunge e si sottrae.
Quale è il senso del non vedere, del non sapere? Quali gli organi
da sviluppare? Quali i pensieri da pensare? Due occhi scuri mi tengono
nell'essenza del mio cuore. Tutto ciò che ho fino ad ora creduto
non è che un fragile muro di carta".
Gabriele lesse lentamente. Un tremore gli agitava il petto. Sentiva la
paura, umida e fredda, diffondersi dentro di lui. Raggelò. "Supremo
Niente". Nella mente si formò l'immagine di un corpo insanguinato
avvinghiato ad un collo taurino. "Il freddo saliva dal basso a intorpidire
le membra, annunciando la morte imminente, inevitabile, angosciante. Il
nulla. L'orrido vuoto. Il Supremo Niente". Un'immagine già
vista. Un incubo già vissuto in sogno. Un presagio? Fu scosso da
un brivido. Gli occhi di Ilaria lo fissavano. Gabriele le prese la mano,
baciò a lungo il palmo e la chiuse delicatamente. Le sfiorò
con le labbra le nocche delle dita e l'attirò a sé.
"I tuoi occhi". Gabriele sussurrò quella frase come un
mantra, mentre le mani cercavano i capelli e il membro accarezzava la
vasta maternità di Ilaria.
Giaceva su di lei aspirando il profumo della pelle, assorbendo il suo
calore. Le mani sfioravano il corpo fragile, cercandone le intimità
più nascoste, i segreti più preziosi, le vibrazioni dell'anima.
La comunione divenne totale. Gabriele perse il senso del tempo e dello
spazio, la cognizione del suo limite.
Era felice, ma dentro di sé Gabriele sentiva la presenza dell'incertezza,
la paura che il tormento di Ilaria la allontanasse. La loro era un'attrazione
irresistibile, ma Ilaria viveva l'angoscia di un amore totalizzante, del
quale aveva bisogno per sentirsi viva e che al contempo temeva come costrizione
della sua libertà. In lei si scatenavano all'improvviso dubbi lancinanti,
barriere morali si ergevano a rendere impossibile la convivenza e questa
impossibilità esaltava l'amore. La straziante bellezza e l'inafferrabilità
dell'anima di Ilaria in Gabriele suscitavano un dolore profondo, accrescevano
l'ansia del contatto e radicavano l'amore che sentiva per lei.
A novembre doveva andare a Vienna. Le propose di seguirlo. Avrebbero vissuto
insieme qualche tempo. Gabriele pensava che l'armonia avrebbe scacciato
le angosce e sperava che il loro rapporto si sarebbe consolidato.
La capitale dell'Impero li accolse in una giornata intiepidita da un sole
delicato. Il taxi percorse il tratto di strada tra l'aeroporto e l'albergo
in una ventina di minuti. L'hotel era a due passi dal centro. Decisero
per una doccia e un cambio d'abito, poi avrebbero preso contatto con il
cuore dell'Austria.
Vienna ospitava una mostra storica sulla Massoneria austriaca. L'interesse
di Gabriele era nato dal legame dei massoni della sua città con
il vescovo trentino Thun e con Giuseppe II, soprannominato, per le sue
appartenenze libero muratorie, "Fratello Lorena".
Un'altra pista interessante, e più esoterica, era il rapporto che
aveva unito nel Seicento il gesuita Francesco Lana Terzi, suo concittadino,
con il confratello e maestro Athanasius Kircher, riferimento culturale
per la corte viennese, attenta all'occulto e all'esoterico, mentre la
sua polizia fungeva da braccio armato della Controriforma, accendendo
roghi e praticando torture su migliaia di presunte streghe. In Kircher
Gabriele sentiva il potere di un richiamo, il senso di un messaggio oscuro
che voleva capire.
La vasca piena d'acqua calda spandeva nell'ambiente un profumo di sandalo.
Gabriele si immerse nella schiuma. "Ti insapono io", disse Ilaria.
"Voglio leggere il tuo corpo con le mani".
Si lasciò cullare da quei tocchi delicati, da carezze che si soffermavano
ad appropriarsi delle intimità più innocenti.
"Hai le ginocchia di un bambino". Ilaria lo disse con uno sguardo
dolce e Gabriele l'attirò a sé, baciandola con candore.
La prese per mano, la strinse, l'adagiò sul letto e le sfiorò
delicatamente le labbra, il collo, i piccoli seni dai capezzoli vibranti.
Scivolò dentro di lei e la avvolse in un abbraccio di intimità
totale.
Persero il senso del limite. L'abbraccio durò a lungo e si sciolse
in un sorriso. Ilaria lo guardava con occhi gioiosi, da cui traspariva
l'amore che provava per lui.
Gabriele le prese una mano e cominciò ad accarezzarle le dita.
Lo faceva spesso quando il pensiero del distacco lo assaliva e aveva bisogno
di sentire il suo contatto.
Gli tornarono alla mente due frasi scritte da Ilaria nelle lettere che
gli aveva consegnato ad agosto: "L'uomo non è colui che deve
essere redento, ma colui che redime ... . Tocco la mia emozione di incertezza,
di insufficienza".
Da cosa doveva redimerla? In cosa era insufficiente il loro rapporto?
Redimerla da un passato che non conosceva e che avvertiva tormentato o
da un presente insostenibile?
Dove stava la sua insufficienza? A lei si era dedicato totalmente. Quando
stavano insieme erano felici. Quale redenzione si rendeva necessaria?
La mente vagava senza meta. Gli ritornò improvviso un sogno che
aveva fatto da bambino e del quale aveva perso la memoria. Una donna bellissima
stava per essere legata ad un palo su un palco di fascine. Intorno, in
un'atmosfera torva, una folla vociante agitava torce nell'oscurità,
illuminando la scena. Un uomo corpulento aveva in mano un ferro rovente,
per imprimere sulla spalla della giovane il marchio del fiordaliso. Provò
lo stesso senso di terrore e di intima solidarietà, la stessa voglia
di urlare che si smettesse quell'infamia, la stessa ansia di salvare,
di redimere. Si addormentò. Quando aprì gli occhi vide Ilaria
accoccolata al suo fianco. "Ti sei assopito per qualche minuto. Ho
guardato il tuo viso mentre dormivi e ti ho amato come un figlio".
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