Capitolo V

Per alcuni giorni Vienna li avvolse con il suo fascino. Gabriele si dedicò più a Ilaria che ai suoi studi. Visitarono monumenti, musei, la mostra storica della Massoneria, ma frequentarono con più assiduità i caldi caffè dal sapore mitteleuropeo e i ristoranti di Grinzing, dove i violini e il vino giovane davano alle loro serate l'allegra magia della serenità.
Pur preso dall'incantesimo di quel momento felice, Gabriele sentiva il tormento di Ilaria come una presenza inquietante. I suoi occhi erano ridenti, i suoi modi sbarazzini. Sembrava serena, ma il suo umore avrebbe potuto cambiare all'improvviso.
La prese per mano e le disse: "Ti porto in un luogo fatato, la foresta di Salmandorf".
"A quest'ora?".
"E' necessario andarci di notte. I più coraggiosi dormono nel folto durante le festività di Santa Agnese, in un luogo chiamato Waldandacht, che significa preghiera nella foresta".
"E' bello pregare nella foresta. Evoca antiche abitudini".
A Ilaria piaceva girare di notte e Gabriele sperava, come i molti superstiziosi che nella foresta avevano pregato, seguendo la leggenda, che un segno o un sogno potessero cambiare la sorte e dare solide basi al loro amore.
Si addentrarono tra gli alberi, mano nella mano, calcando il tappeto di foglie morte con passi misurati, quasi stessero compiendo un cammino rituale. Gabriele si chinò, raccolse una manciata di foglie e di terra, lo accostò al viso, respirò a fondo la fragranza di quell'humus che sapeva di morte e di rinascita.
Gli alberi intorno erano decorati di quadri, di bronzi, di statuette sacre. Segni che la preghiera nella foresta dava i suoi frutti.
"Come ti senti?".
"E' bello. Un mondo magico, fatato".
Si sedettero sulle radici nodose di un grande albero. La circondò con le braccia e la tenne stretta, aspirandone il profumo.
Tra le felci, nel cavo dei tronchi, il "piccolo popolo" svolgeva la sua vita nel tempo senza tempo. Fate, ondine, gnomi, elfi stavano loro intorno e li guardavano. Chissà se mai si sarebbero fatti vedere o se era necessario, per comunicare con loro, avere, come vuole la leggenda, gli occhi e il cuore di un bambino.
Gabriele tolse dalla tasca un sacchetto di piccoli dolci di marzapane. Ne depositò alcuni tra le foglie. Gnomi ed elfi amano ricevere regali e sanno ricompensare chi è gentile con loro.
"Sei bella come una fata"
"Tu"
"Non dirlo, sai che non è vero".
"Mi fai pensare a Oberon".
"Oberon?".
"Il re degli elfi. Ti vedo nascosto tra i ciuffi di capelvenere, mentre con il tuo corno fatato intoni armonie per danze d'amore".
Le mise le mani tra i capelli, le accarezzò la fronte. Le dita scivolarono sul naso, toccarono le labbra.
"Mi vesti d'incanto e di magia, ma l'anima bella sei tu. Vorrei tanto che ti fosse possibile amarmi per quel che sono, ma in questo caso sono io a sognare. Forse abbiamo bisogno di sognare entrambi".
"Stai a sentire. La compagna di Oberon, una fata, si chiamava Titania e aveva aiutato una donna bugiarda ed adultera. Per questo gli dei l'avevano separata dall'elfo e avevano stabilito che avrebbe potuto ricongiungersi a lui soltanto quando una coppia umana avesse mostrato che esiste un amore puro e fedele".
Gabriele sentì il battito del cuore salirgli alla gola e soffocargli il respiro. Dietro la magia di Oberon la realtà si insinuava cruda e lacerante. L'adulterio. Un legame precedente. Ilaria lo sentiva come un ostacolo insormontabile?
Le mise le mani sugli occhi e le sussurrò: "Sono qui, nascosto nel capelvenere".
"Sai cos'è il capelvenere? E' il simbolo del segreto. Andiamo ora. E' molto tardi".
Presero la strada del ritorno. La torcia tracciava segni di luce sul sentiero. Gabriele pensava a quei grandi alberi, la cui sagoma si stagliava nera nel chiarore lunare della notte, come alle colonne di un tempio.
Immaginava le vesti bianche dei druidi, riuniti in cerchio nelle notti di luna piena, intenti a raccogliere erbe sacre. Scene di tempi lontani, quando i confini tra i mondi erano sottili e il sacro avvolgeva nel suo manto ogni aspetto della vita. I fuochi evocavano il sole e la rinascita. Poi, negli stessi boschi, in tempi più recenti, tragici falò avevano distrutto, con il corpo di povere donne, saperi e pratiche ancestrali.
I roghi delle streghe avevano rischiarato, con i loro terrificanti bagliori, notti di terrore. Gabriele, durante le sue ricerche, si era soffermato sui verbali dei processi, condotti a decine nelle valli dell'arco alpino. In quelle carte c'erano i drammi, le storie terribili di Caterina Ross, inquisita a trentadue anni, delle otto streghe di Pisogne, e quelle di Orsola detta Strumechera, Margherita Dell'Agnola, Margherita Tessadrello, Ottilia Della Giacomina, Barbara Marostega.
Storie di accuse estorte con il terrore o con l'inganno, di torture, di confessioni strappate con il ferro e il fuoco. Mentre scorreva le carte dell'Inquisizione, Gabriele aveva avvertito la sensazione che parte di quelle storie lo coinvolgesse direttamente. Il tempo si dilatava e perdeva la sua normale scansione: passato e futuro diventavano il presente incombente di qualcosa che lo riguardava da vicino. Ora avvertiva di nuovo quel coinvolgimento.
Il Mistero che andava cercando, mettendo assieme le tessere di un mosaico storico, gli si presentava in altra forma? La sua mentalità razionale aveva davvero il dovere di lasciare il campo ad altro? Quale era il richiamo? Quale l'indicazione che veniva da quel sentire nuovo, che non sempre andava d'accordo con la comprensione dei fatti?
Gabriele rabbrividì e affrettò il passo. Raggiunsero lo spiazzo dove avevano lasciato la vettura e guadagnarono la via dell'albergo e di un letto caldo.

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