| Per alcuni giorni Vienna li avvolse con il suo fascino.
Gabriele si dedicò più a Ilaria che ai suoi studi. Visitarono
monumenti, musei, la mostra storica della Massoneria, ma frequentarono
con più assiduità i caldi caffè dal sapore mitteleuropeo
e i ristoranti di Grinzing, dove i violini e il vino giovane davano alle
loro serate l'allegra magia della serenità.
Pur preso dall'incantesimo di quel momento felice, Gabriele sentiva il
tormento di Ilaria come una presenza inquietante. I suoi occhi erano ridenti,
i suoi modi sbarazzini. Sembrava serena, ma il suo umore avrebbe potuto
cambiare all'improvviso.
La prese per mano e le disse: "Ti porto in un luogo fatato, la foresta
di Salmandorf".
"A quest'ora?".
"E' necessario andarci di notte. I più coraggiosi dormono
nel folto durante le festività di Santa Agnese, in un luogo chiamato
Waldandacht, che significa preghiera nella foresta".
"E' bello pregare nella foresta. Evoca antiche abitudini".
A Ilaria piaceva girare di notte e Gabriele sperava, come i molti superstiziosi
che nella foresta avevano pregato, seguendo la leggenda, che un segno
o un sogno potessero cambiare la sorte e dare solide basi al loro amore.
Si addentrarono tra gli alberi, mano nella mano, calcando il tappeto di
foglie morte con passi misurati, quasi stessero compiendo un cammino rituale.
Gabriele si chinò, raccolse una manciata di foglie e di terra,
lo accostò al viso, respirò a fondo la fragranza di quell'humus
che sapeva di morte e di rinascita.
Gli alberi intorno erano decorati di quadri, di bronzi, di statuette sacre.
Segni che la preghiera nella foresta dava i suoi frutti.
"Come ti senti?".
"E' bello. Un mondo magico, fatato".
Si sedettero sulle radici nodose di un grande albero. La circondò
con le braccia e la tenne stretta, aspirandone il profumo.
Tra le felci, nel cavo dei tronchi, il "piccolo popolo" svolgeva
la sua vita nel tempo senza tempo. Fate, ondine, gnomi, elfi stavano loro
intorno e li guardavano. Chissà se mai si sarebbero fatti vedere
o se era necessario, per comunicare con loro, avere, come vuole la leggenda,
gli occhi e il cuore di un bambino.
Gabriele tolse dalla tasca un sacchetto di piccoli dolci di marzapane.
Ne depositò alcuni tra le foglie. Gnomi ed elfi amano ricevere
regali e sanno ricompensare chi è gentile con loro.
"Sei bella come una fata"
"Tu"
"Non dirlo, sai che non è vero".
"Mi fai pensare a Oberon".
"Oberon?".
"Il re degli elfi. Ti vedo nascosto tra i ciuffi di capelvenere,
mentre con il tuo corno fatato intoni armonie per danze d'amore".
Le mise le mani tra i capelli, le accarezzò la fronte. Le dita
scivolarono sul naso, toccarono le labbra.
"Mi vesti d'incanto e di magia, ma l'anima bella sei tu. Vorrei tanto
che ti fosse possibile amarmi per quel che sono, ma in questo caso sono
io a sognare. Forse abbiamo bisogno di sognare entrambi".
"Stai a sentire. La compagna di Oberon, una fata, si chiamava Titania
e aveva aiutato una donna bugiarda ed adultera. Per questo gli dei l'avevano
separata dall'elfo e avevano stabilito che avrebbe potuto ricongiungersi
a lui soltanto quando una coppia umana avesse mostrato che esiste un amore
puro e fedele".
Gabriele sentì il battito del cuore salirgli alla gola e soffocargli
il respiro. Dietro la magia di Oberon la realtà si insinuava cruda
e lacerante. L'adulterio. Un legame precedente. Ilaria lo sentiva come
un ostacolo insormontabile?
Le mise le mani sugli occhi e le sussurrò: "Sono qui, nascosto
nel capelvenere".
"Sai cos'è il capelvenere? E' il simbolo del segreto. Andiamo
ora. E' molto tardi".
Presero la strada del ritorno. La torcia tracciava segni di luce sul sentiero.
Gabriele pensava a quei grandi alberi, la cui sagoma si stagliava nera
nel chiarore lunare della notte, come alle colonne di un tempio.
Immaginava le vesti bianche dei druidi, riuniti in cerchio nelle notti
di luna piena, intenti a raccogliere erbe sacre. Scene di tempi lontani,
quando i confini tra i mondi erano sottili e il sacro avvolgeva nel suo
manto ogni aspetto della vita. I fuochi evocavano il sole e la rinascita.
Poi, negli stessi boschi, in tempi più recenti, tragici falò
avevano distrutto, con il corpo di povere donne, saperi e pratiche ancestrali.
I roghi delle streghe avevano rischiarato, con i loro terrificanti bagliori,
notti di terrore. Gabriele, durante le sue ricerche, si era soffermato
sui verbali dei processi, condotti a decine nelle valli dell'arco alpino.
In quelle carte c'erano i drammi, le storie terribili di Caterina Ross,
inquisita a trentadue anni, delle otto streghe di Pisogne, e quelle di
Orsola detta Strumechera, Margherita Dell'Agnola, Margherita Tessadrello,
Ottilia Della Giacomina, Barbara Marostega.
Storie di accuse estorte con il terrore o con l'inganno, di torture, di
confessioni strappate con il ferro e il fuoco. Mentre scorreva le carte
dell'Inquisizione, Gabriele aveva avvertito la sensazione che parte di
quelle storie lo coinvolgesse direttamente. Il tempo si dilatava e perdeva
la sua normale scansione: passato e futuro diventavano il presente incombente
di qualcosa che lo riguardava da vicino. Ora avvertiva di nuovo quel coinvolgimento.
Il Mistero che andava cercando, mettendo assieme le tessere di un mosaico
storico, gli si presentava in altra forma? La sua mentalità razionale
aveva davvero il dovere di lasciare il campo ad altro? Quale era il richiamo?
Quale l'indicazione che veniva da quel sentire nuovo, che non sempre andava
d'accordo con la comprensione dei fatti?
Gabriele rabbrividì e affrettò il passo. Raggiunsero lo
spiazzo dove avevano lasciato la vettura e guadagnarono la via dell'albergo
e di un letto caldo.
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