| La notte era senza luna. Un buio palpabile avvolgeva la
piazza piena di gente. Il rumore della folla silenziosa sembrava il respiro
trattenuto di una belva in agguato. Le torce fumiganti impregnavano l'aria
di un odore acre e illuminavano volti rubizzi e dilatati dall'attesa.
L'afa estiva al crepuscolo aveva ceduto ad un'umidità fastidiosa
e densa, con la quale si confondevano mille respiri di bocche ansiose
di gridare.
Nel centro della piazza si accatastavano fascine. Due incappucciati fissavano
un palo. Sul lato destro della piazza gli armati della Serenissima erano
allineati a guardia dell'evento che stava per compiersi. Alabardieri circondavano
la catasta, per contenere la folla. Dietro al cumulo di fascine le bianche
vesti dei frati domenicani davano allo sfondo un aspetto spettrale. Il
clero secolare assisteva defilato, intonando il rosario. Dalla loggia
dei mercanti uscì un prete con una grande croce fra le mani. Dietro
di lui una fila di frati incappucciati recitava giaculatorie. La folla
ammutolì. Nella piazza il fiato della belva si fece ansimante e
si trasformò in un grido: "Al rogo. Al rogo. Ammazziamo la
strega". E la strega avanzò, con i capelli raccolti sotto
una cuffia bianca, il corpo avvolto in un saio scuro legato da un semplice
cordone, lo sguardo smarrito, rassegnato ad un destino inevitabile; camminava
a fatica, ma con dignità. Dietro di lei, salmodiante, con un crocifisso
in mano, frate Lorenzo, giudice della Santa Inquisizione, si apprestava
a consegnare la sventurata al braccio secolare, perché fosse eseguita
la consunzione del corpo e la salvazione dell'anima.
Benvegnuda Pincinella, chiaroveggente e guaritrice, era accusata di stregoneria
e frate Lorenzo, che l'aveva interrogata con il ferro e con il fuoco,
era sicuro dei suoi incontri sui colli con il diavolo Zulian. La donna
aveva ammesso accordi, subordinazione, incontri sessuali contrassegnati
dal gelo dello sperma dell'entità diabolica. Ora frate Lorenzo
la stava redimendo, calcinandola con il fuoco del rogo, per liberarne
l'anima.
Benvegnuda salì l'erta scaletta sorretta da un uomo incappucciato.
Un altro incappucciato la legò al palo. Le torce vennero gettate
sulle fascine. La pira s'innalzò crepitando e spandendo faville
nella piazza. Il clero accompagnava le fiamme con la cantilena del rosario.
Le urla di dolore della poveretta furono coperte dal vociare della folla:
"Bruciamo la strega. Al rogo. Al rogo".
La pira cominciò a declinare. Il palo crollò, trascinando
con sé quel che restava di Benvegnuda. Sembrò cadere sulla
folla, che arretrò. Cadde anche su Gabriele, che alla scena aveva
assistito con terrore e lo investì, mentre il ghigno di un teschio
carbonizzato lo fissava quasi con stupore. Sentì una voce uscire
dalle mascelle calcinate: "Ma tu perché sei qui?".
Con le mani alzate a proteggere il viso Gabriele si svegliò di
soprassalto, madido di sudore, con il terrore stampato sul volto.
Ilaria dormiva accanto a lui con un viso dolce, da bambina. La sua vista
lo calmò. Le prese una mano, le accarezzò i capelli e ne
ascoltò il respiro regolare e profondo. Rimase a lungo seduto sul
letto a fissare il buio della notte, interrotto solamente dalla luce rossa
intermittente di un'insegna.
L'incubo della notte precedente era ancora vivo. A Ilaria non ne aveva
fatto cenno per non turbarla. Fecero colazione in un caffè d'angolo
che si affacciava sulla piazza antistante la Cattedrale. La gaudente atmosfera
del locale fece svanire le ultime sensazioni notturne. Ilaria sorseggiava
dalla grande tazza un cioccolato caldo. Aveva l'aspetto sereno e sbarazzino
dei suoi momenti migliori. "Dimmi cosa pensi", disse ad un tratto
con quell'aria interrogativa che assumeva quando aveva già capito
cosa passava per la mente di Gabriele, ma voleva che lui ne facesse oggetto
di conversazione. "Nulla di importante ... davvero".
"Ho capito che non me lo vuoi dire, ma sento che non sei sereno".
Questo "sentire" era un aspetto di Ilaria che Gabriele aveva
imparato a conoscere suo malgrado. Con lei non era possibile nascondere
crucci, stati d'animo, pensieri reconditi. Lei li avvertiva istintivamente,
a volte anche a distanza.
"Andiamo", tagliò corto Gabriele. "Meglio uscire,
ho voglia di respirare".
Camminarono a lungo, poi presero un tram e scesero sulle rive del Danubio.
Il "Bel Danubio blu" era in quel tratto invaso dai pontili che
si allungavano sull'acqua da piccole casette di legno contornate da giardini
ben tenuti e pieni di fiori. Tra i pontili e le barche attraccate andavano
a zonzo gruppi di anatre selvatiche. Qua e là si intravedevano
canne da pesca sostenute da immobili signori intenti a contemplare il
lento scorrere delle acque.
Il fluire del fiume, nel suo ripetersi lento e incessante, dava la sensazione
di un eterno presente. Sarebbe stato così anche per la loro relazione?
Gabriele abbracciò Ilaria e la tenne stretta. Voleva che anche
loro entrassero a far parte di quell'immobilità fluente, di quel
quadro senza tempo, di quell'incessante rinnovarsi senza interruzioni.
Un volo di germani lo distrasse dalla meditazione. Era tempo di tornare
al lavoro.
Nella biblioteca nazionale Gabriele cercò i testi che forse gli
avrebbero dato la chiave di un segreto la cui scoperta avvertiva come
un compito ineludibile.
Nell'Austria del Seicento la Controriforma era diventata uno strumento
essenziale di omologazione dei vari territori dell'Impero e di controllo
sociale.
Uno dei maggiori esponenti del nutrito gruppo di eruditi e di intellettuali
che a quel tempo serviva la casa reale d'Austria era Athanasius Kircher,
professore in vari collegi gesuiti e successivamente titolare di una cattedra
nel Collegio Romano.
Gabriele l'aveva incontrato per la prima volta studiando le opere del
gesuita Francesco Lana Terzi, che di Kircher era stato allievo prediletto
e collaboratore.
L'opera maggiore di Kircher era, stranamente per un gesuita in epoca di
Controriforma, l'Oedipus Aegypticus, testo nel quale venivano sostenute
le tesi che i geroglifici fossero rappresentazioni occulte della verità
cristiana e che la storia della civiltà successiva all'invenzione
dei geroglifici fosse stata una lotta tra le due forme di sapere, nate
dallo stesso ceppo egizio, e cioè tra la superstizione della magia
nera e la verità della magia bianca, fatta propria dalla Chiesa.
Un sapere derivato, secondo Kircher, direttamente da Dio, attraverso Adamo,
Noè e Cam, identificato con Osiride.
Gabriele sentiva di essere trasportato in una dimensione a lui sconosciuta,
che tentava affannosamente di capire con la ragione, ma attorno a sé,
vicino a sé, sentiva una forza che lo sospingeva verso l'ignoto.
Forse l'Egitto poteva nascondere la chiave del Mistero?
Decise di studiare quanto gli era possibile di quella civiltà millenaria
e di recarsi sul posto, per respirare l'atmosfera dei luoghi e cercare
di assorbirne i messaggi. Aveva ormai capito che la ragione non era uno
strumento sufficiente. Doveva affidarsi alle sensazioni, intuire le coincidenze,
percepire le lezioni che la realtà gli impartiva quando meno se
lo aspettava.
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