Capitolo VI

La notte era senza luna. Un buio palpabile avvolgeva la piazza piena di gente. Il rumore della folla silenziosa sembrava il respiro trattenuto di una belva in agguato. Le torce fumiganti impregnavano l'aria di un odore acre e illuminavano volti rubizzi e dilatati dall'attesa. L'afa estiva al crepuscolo aveva ceduto ad un'umidità fastidiosa e densa, con la quale si confondevano mille respiri di bocche ansiose di gridare.
Nel centro della piazza si accatastavano fascine. Due incappucciati fissavano un palo. Sul lato destro della piazza gli armati della Serenissima erano allineati a guardia dell'evento che stava per compiersi. Alabardieri circondavano la catasta, per contenere la folla. Dietro al cumulo di fascine le bianche vesti dei frati domenicani davano allo sfondo un aspetto spettrale. Il clero secolare assisteva defilato, intonando il rosario. Dalla loggia dei mercanti uscì un prete con una grande croce fra le mani. Dietro di lui una fila di frati incappucciati recitava giaculatorie. La folla ammutolì. Nella piazza il fiato della belva si fece ansimante e si trasformò in un grido: "Al rogo. Al rogo. Ammazziamo la strega". E la strega avanzò, con i capelli raccolti sotto una cuffia bianca, il corpo avvolto in un saio scuro legato da un semplice cordone, lo sguardo smarrito, rassegnato ad un destino inevitabile; camminava a fatica, ma con dignità. Dietro di lei, salmodiante, con un crocifisso in mano, frate Lorenzo, giudice della Santa Inquisizione, si apprestava a consegnare la sventurata al braccio secolare, perché fosse eseguita la consunzione del corpo e la salvazione dell'anima.
Benvegnuda Pincinella, chiaroveggente e guaritrice, era accusata di stregoneria e frate Lorenzo, che l'aveva interrogata con il ferro e con il fuoco, era sicuro dei suoi incontri sui colli con il diavolo Zulian. La donna aveva ammesso accordi, subordinazione, incontri sessuali contrassegnati dal gelo dello sperma dell'entità diabolica. Ora frate Lorenzo la stava redimendo, calcinandola con il fuoco del rogo, per liberarne l'anima.
Benvegnuda salì l'erta scaletta sorretta da un uomo incappucciato. Un altro incappucciato la legò al palo. Le torce vennero gettate sulle fascine. La pira s'innalzò crepitando e spandendo faville nella piazza. Il clero accompagnava le fiamme con la cantilena del rosario. Le urla di dolore della poveretta furono coperte dal vociare della folla: "Bruciamo la strega. Al rogo. Al rogo".
La pira cominciò a declinare. Il palo crollò, trascinando con sé quel che restava di Benvegnuda. Sembrò cadere sulla folla, che arretrò. Cadde anche su Gabriele, che alla scena aveva assistito con terrore e lo investì, mentre il ghigno di un teschio carbonizzato lo fissava quasi con stupore. Sentì una voce uscire dalle mascelle calcinate: "Ma tu perché sei qui?".
Con le mani alzate a proteggere il viso Gabriele si svegliò di soprassalto, madido di sudore, con il terrore stampato sul volto.
Ilaria dormiva accanto a lui con un viso dolce, da bambina. La sua vista lo calmò. Le prese una mano, le accarezzò i capelli e ne ascoltò il respiro regolare e profondo. Rimase a lungo seduto sul letto a fissare il buio della notte, interrotto solamente dalla luce rossa intermittente di un'insegna.

L'incubo della notte precedente era ancora vivo. A Ilaria non ne aveva fatto cenno per non turbarla. Fecero colazione in un caffè d'angolo che si affacciava sulla piazza antistante la Cattedrale. La gaudente atmosfera del locale fece svanire le ultime sensazioni notturne. Ilaria sorseggiava dalla grande tazza un cioccolato caldo. Aveva l'aspetto sereno e sbarazzino dei suoi momenti migliori. "Dimmi cosa pensi", disse ad un tratto con quell'aria interrogativa che assumeva quando aveva già capito cosa passava per la mente di Gabriele, ma voleva che lui ne facesse oggetto di conversazione. "Nulla di importante ... davvero".
"Ho capito che non me lo vuoi dire, ma sento che non sei sereno".
Questo "sentire" era un aspetto di Ilaria che Gabriele aveva imparato a conoscere suo malgrado. Con lei non era possibile nascondere crucci, stati d'animo, pensieri reconditi. Lei li avvertiva istintivamente, a volte anche a distanza.
"Andiamo", tagliò corto Gabriele. "Meglio uscire, ho voglia di respirare".
Camminarono a lungo, poi presero un tram e scesero sulle rive del Danubio. Il "Bel Danubio blu" era in quel tratto invaso dai pontili che si allungavano sull'acqua da piccole casette di legno contornate da giardini ben tenuti e pieni di fiori. Tra i pontili e le barche attraccate andavano a zonzo gruppi di anatre selvatiche. Qua e là si intravedevano canne da pesca sostenute da immobili signori intenti a contemplare il lento scorrere delle acque.
Il fluire del fiume, nel suo ripetersi lento e incessante, dava la sensazione di un eterno presente. Sarebbe stato così anche per la loro relazione? Gabriele abbracciò Ilaria e la tenne stretta. Voleva che anche loro entrassero a far parte di quell'immobilità fluente, di quel quadro senza tempo, di quell'incessante rinnovarsi senza interruzioni.
Un volo di germani lo distrasse dalla meditazione. Era tempo di tornare al lavoro.

Nella biblioteca nazionale Gabriele cercò i testi che forse gli avrebbero dato la chiave di un segreto la cui scoperta avvertiva come un compito ineludibile.
Nell'Austria del Seicento la Controriforma era diventata uno strumento essenziale di omologazione dei vari territori dell'Impero e di controllo sociale.
Uno dei maggiori esponenti del nutrito gruppo di eruditi e di intellettuali che a quel tempo serviva la casa reale d'Austria era Athanasius Kircher, professore in vari collegi gesuiti e successivamente titolare di una cattedra nel Collegio Romano.
Gabriele l'aveva incontrato per la prima volta studiando le opere del gesuita Francesco Lana Terzi, che di Kircher era stato allievo prediletto e collaboratore.
L'opera maggiore di Kircher era, stranamente per un gesuita in epoca di Controriforma, l'Oedipus Aegypticus, testo nel quale venivano sostenute le tesi che i geroglifici fossero rappresentazioni occulte della verità cristiana e che la storia della civiltà successiva all'invenzione dei geroglifici fosse stata una lotta tra le due forme di sapere, nate dallo stesso ceppo egizio, e cioè tra la superstizione della magia nera e la verità della magia bianca, fatta propria dalla Chiesa. Un sapere derivato, secondo Kircher, direttamente da Dio, attraverso Adamo, Noè e Cam, identificato con Osiride.
Gabriele sentiva di essere trasportato in una dimensione a lui sconosciuta, che tentava affannosamente di capire con la ragione, ma attorno a sé, vicino a sé, sentiva una forza che lo sospingeva verso l'ignoto.
Forse l'Egitto poteva nascondere la chiave del Mistero?
Decise di studiare quanto gli era possibile di quella civiltà millenaria e di recarsi sul posto, per respirare l'atmosfera dei luoghi e cercare di assorbirne i messaggi. Aveva ormai capito che la ragione non era uno strumento sufficiente. Doveva affidarsi alle sensazioni, intuire le coincidenze, percepire le lezioni che la realtà gli impartiva quando meno se lo aspettava.

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