Capitolo VII

"Ignori, tu, o Asclepio,
che l'Egitto è l'immagine del cielo,
e la proiezione in questo mondo
di tutto l'ordinamento delle cose celesti"


Ermete TrismegistoRoma Fiumicino - Luxor. L'aeromobile della Egyptair sbarcò Gabriele nel cuore dell'Egitto storico. Tebe, Karnak, l'antica Abido, la Valle dei Re erano a portata di mano. I raggi dell'immortale Ra, che conduce la sua barca celeste sulla via del cielo, lo avvolsero. Mentre assaporava le prime suggestioni dell'Egitto dei Faraoni, gli sovvennero le teorie di Khircher e i numerosi riferimenti incontrati nelle sue ricerche ai luoghi che sempre più gli apparivano come la fonte della sapienzialità perduta. Il segreto forse stava lì, nascosto tra le sabbie del deserto o nelle acque del Nilo.
Gli egizi, abili nella lavorazione dei metalli e nella capacità di trasformarli, usavano per le loro lavorazioni l'argento vivo con il quale separavano l'oro e l'argento dal minerale originale. Il risultato di queste operazioni era una polvere nera, una sostanza che si credeva possedesse poteri straordinari e contenesse le peculiarità dei vari metalli. In questa polvere nera si riconosceva il corpo che Osiride possedeva nell'Aldilà e ad essa, come al corpo del dio, venivano attribuiti poteri magici.
Non era forse questa l'opera al nero degli alchimisti? Khemeia era il nome che gli Egizi davano all'arte della trasformazione dei metalli e Khemeia, nome al quale gli arabi avevano anteposto l'articolo Al, era appunto l'Alchimia. Ma c'era chi aveva ipotizzato che derivasse da Kemi, il nome greco dell'Egitto, che appariva sempre più come il luogo deputato alla trasformazione.
Alchimia, magia, ma anche arte muratoria e origine dei tarocchi avevano le loro radici in quelle antiche terre governate da Ra e da lì erano giunte sino a noi attraverso gli Egizi convertiti al cristianesimo e i contatti con le sette gnostiche.
C'era del lavoro da fare e soprattutto da respirare la suggestione dei templi e il fascino sottile dei luoghi, per trarne indicazioni.

Giunse in albergo dopo un viaggio traballante a bordo di una Land Rover con qualche anno di troppo e il portiere, nel consegnarli le chiavi della stanza, gli disse: "C'è una lettera per lei". L'aprì con trepidazione. Era di Ilaria. "Ricordo, riporto al cuore, cosa? Sorgente e musica, chi sei? Mi hai giurato di esistere ed io ti ho creduto. Ora siedo tra le misure del tempo e ti penso. Apparentemente flusso di pensiero errante l'Essenza dimora in noi, immobilità su cui si intrecciano i giochi del divenire".
Un groppo gli salì alla gola. Il viso di Ilaria gli si formò negli occhi e ne sentì, viva nella carne, la mancanza. Avrebbe voluto stringerla, accarezzarla, baciarla, farle sentire quanto l'amava.
Pensò di telefonarle, di rassicurarla. Lo avrebbe fatto in serata, per non disturbarla sul lavoro. Il telefono era un mezzo che lo irritava. Trasmetteva emozioni imprigionate.
Decise, mentre aspettava, di affidare ad una lettera i suoi pensieri. La carta, l'inchiostro che scorreva tracciando con la grafia le sue emozioni, gli davano una sensazione di fisicità che sperava venisse trasmessa anche a lei. Le parole, pensò, hanno un potere, ma lo scritto ne ha ancora di più: fissa i concetti, li rende immortali. Per questo i druidi scrivevano raramente e gli Egizi lo facevano per assicurare l'efficacia magica della parola e renderla eterna. Sapevano che quanto veniva fissato aveva un grande potere.
"Non so più chi sono, ma esisto, credimi, e ti amo. I giochi del divenire si sono intrecciati e mi hanno avvolto in una danza estatica. Anch'io ti penso e la mia musica è la tua. Vibro sulle tue note. Il limite s'è perso nel vasto mare della tua Essenza. Le acque mi accolgono e mi sciolgo nel desiderio di te; vivo il tuo sguardo dolce e penetrante; sento il tuo respiro, il profumo della tua bocca, il sapore della tua pelle. Sei arrivata a me come la piena del Nilo, che disseta la terra arida e la rende fertile con i suoi umori vitali. Sei arrivata dalle piogge, hai superato dighe e sbarramenti, sei penetrata in me in modo impercettibile, con un lento processo di infiltrazione, colmando depressioni e paludi. Hai inumidito il mio suolo dal di sotto. Sei poi cresciuta rapidamente, decisa, impetuosa, travolgente; hai superato le rive del fiume e hai coperto le mie terre. Ora sono un grande lago, un vaso ermetico. In me fermenta la tua opera. Se ti ritirerai mi rimarrà il nutrimento della tua fecondazione, ma non andartene. Ho bisogno della tua musica".
Ripiegò il foglio di carta vergata, lo mise nella busta e lo affidò alla casella postale dell'albergo.
Prese il blocco degli appunti e cercò di mettere in ordine le idee. Doveva concentrarsi.
A portarlo sulle vie dell'Egitto era stato Kircher, con le sue teorie sui geroglifici, su Osiride figlio di Noè, su Atlantide. Le ricerche sulla Massoneria lo stavano portando lontano. I segreti non lo affascinavano più; lo coinvolgeva il Mistero.
Kircher lo aveva distolto dagli intrecci massonici europei e lo aveva catapultato tra le piramidi. C'era però a indicare la via maestra dell'Egitto anche la convinzione di qualche studioso che ci fosse, nella riscoperta dell'antica civiltà delle piramidi, un interessamento diretto della Massoneria, che della materia si era occupata anche in tempi nei quali sull'argomento regnava il silenzio e il disinteresse. Napoleone, da molti ritenuto massone, fu forse spinto verso l'Egitto da interessi di impronta massonica, come sembrerebbe indicare il gruppo di scienziati aggregati alla spedizione militare. Forse non andava a cercare la gloria del mondo, ma la luce.
Il filone massonico era sempre vivo e indicava il cammino della conoscenza iniziatica.

Nei giorni successivi visitò i siti archeologici e il museo del Cairo, si immerse nello studio di testimonianze la cui sapienzialità dava le vertigini del mistero. La sera, in albergo, appuntava le sensazioni della giornata, le confrontava con i testi, cercava di capire i nessi che legavano quei luoghi alla sua ricerca.
C'era un punto sul quale si era più volte soffermato e che gli dava l'idea di un duplice mistero, di un intreccio di percorsi iniziatici che partiti dall'Egitto all'Egitto erano tornati, per poi diffondersi in Europa.
Il primo mistero riguardava la cerimonia di resurrezione del Faraone, che collegava il mondo terreno con quello astrale, nelle regioni stellari delle costellazioni di Orione e del Toro. I culti stellari, dunque, non quelli del sole presiedevano alla rinascita del Faraone. Con l'invasione degli Hyksôs i segreti erano andati perduti. Gli Hyksôs avevano eletto a divinità nazionale Seth, portandogli adorazione insieme al serpente Apôpee. Il segreto della rinascita era a conoscenza di due sacerdoti e del Faraone e secondo la tradizione, gli Hyksôs, volendo appropriarsene, avrebbero corrotto un giovane sacerdote e ordito un agguato al Faraone Seqnerîe Te'o II. Gli esecutori furono maldestri e uccisero il re e i due sacerdoti. Con loro perirono così anche i segreti della religione astrale.
I sacerdoti avrebbero immolato il giovane traditore e sostituito il vecchio rituale andato perduto con una nuova cerimonia, che sarebbe venuta a conoscenza degli ebrei e, con la diaspora, tornata ad Alessandria e da lì arrivata, per vie iniziatiche, in Europa. I Templari ne avrebbero rintracciato la chiave nelle rovine del Tempio di Salomone e il segreto sarebbe stato la fonte della loro fortuna e della loro rovina. I Templari e la Massoneria - e qui stava il secondo mistero - potevano essere dunque i depositari della chiave perduta del segreto di rinascita rinnovato dopo l'uccisione di Seqnerîe Te'o II. Il culto stellare primitivo, invece, era davvero scomparso per sempre? Gabriele non ne era convinto. Sentiva che non era possibile. Le costellazioni di Orione e del Toro avevano suscitato l'interesse anche di altri popoli e non era da escludere che la sapienza egizia fosse condivisa da altri iniziati. Si trattava di capire dove l'intreccio dei due miti poteva portare e se le vie seguite dal secondo non fossero un'indicazione per ritrovare anche il primo.
All'indomani decise di partire per Alessandria. Aveva in animo di soggiornare per qualche giorno nella città che era stata la casa della sapienza antica, un faro di civiltà.

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