| "Ignori, tu, o Asclepio,
che l'Egitto è l'immagine del cielo,
e la proiezione in questo mondo
di tutto l'ordinamento delle cose celesti"
Ermete TrismegistoRoma Fiumicino - Luxor. L'aeromobile della Egyptair
sbarcò Gabriele nel cuore dell'Egitto storico. Tebe, Karnak, l'antica
Abido, la Valle dei Re erano a portata di mano. I raggi dell'immortale
Ra, che conduce la sua barca celeste sulla via del cielo, lo avvolsero.
Mentre assaporava le prime suggestioni dell'Egitto dei Faraoni, gli sovvennero
le teorie di Khircher e i numerosi riferimenti incontrati nelle sue ricerche
ai luoghi che sempre più gli apparivano come la fonte della sapienzialità
perduta. Il segreto forse stava lì, nascosto tra le sabbie del
deserto o nelle acque del Nilo.
Gli egizi, abili nella lavorazione dei metalli e nella capacità
di trasformarli, usavano per le loro lavorazioni l'argento vivo con il
quale separavano l'oro e l'argento dal minerale originale. Il risultato
di queste operazioni era una polvere nera, una sostanza che si credeva
possedesse poteri straordinari e contenesse le peculiarità dei
vari metalli. In questa polvere nera si riconosceva il corpo che Osiride
possedeva nell'Aldilà e ad essa, come al corpo del dio, venivano
attribuiti poteri magici.
Non era forse questa l'opera al nero degli alchimisti? Khemeia era il
nome che gli Egizi davano all'arte della trasformazione dei metalli e
Khemeia, nome al quale gli arabi avevano anteposto l'articolo Al, era
appunto l'Alchimia. Ma c'era chi aveva ipotizzato che derivasse da Kemi,
il nome greco dell'Egitto, che appariva sempre più come il luogo
deputato alla trasformazione.
Alchimia, magia, ma anche arte muratoria e origine dei tarocchi avevano
le loro radici in quelle antiche terre governate da Ra e da lì
erano giunte sino a noi attraverso gli Egizi convertiti al cristianesimo
e i contatti con le sette gnostiche.
C'era del lavoro da fare e soprattutto da respirare la suggestione dei
templi e il fascino sottile dei luoghi, per trarne indicazioni.
Giunse in albergo dopo un viaggio traballante a bordo di una Land Rover
con qualche anno di troppo e il portiere, nel consegnarli le chiavi della
stanza, gli disse: "C'è una lettera per lei". L'aprì
con trepidazione. Era di Ilaria. "Ricordo, riporto al cuore, cosa?
Sorgente e musica, chi sei? Mi hai giurato di esistere ed io ti ho creduto.
Ora siedo tra le misure del tempo e ti penso. Apparentemente flusso di
pensiero errante l'Essenza dimora in noi, immobilità su cui si
intrecciano i giochi del divenire".
Un groppo gli salì alla gola. Il viso di Ilaria gli si formò
negli occhi e ne sentì, viva nella carne, la mancanza. Avrebbe
voluto stringerla, accarezzarla, baciarla, farle sentire quanto l'amava.
Pensò di telefonarle, di rassicurarla. Lo avrebbe fatto in serata,
per non disturbarla sul lavoro. Il telefono era un mezzo che lo irritava.
Trasmetteva emozioni imprigionate.
Decise, mentre aspettava, di affidare ad una lettera i suoi pensieri.
La carta, l'inchiostro che scorreva tracciando con la grafia le sue emozioni,
gli davano una sensazione di fisicità che sperava venisse trasmessa
anche a lei. Le parole, pensò, hanno un potere, ma lo scritto ne
ha ancora di più: fissa i concetti, li rende immortali. Per questo
i druidi scrivevano raramente e gli Egizi lo facevano per assicurare l'efficacia
magica della parola e renderla eterna. Sapevano che quanto veniva fissato
aveva un grande potere.
"Non so più chi sono, ma esisto, credimi, e ti amo. I giochi
del divenire si sono intrecciati e mi hanno avvolto in una danza estatica.
Anch'io ti penso e la mia musica è la tua. Vibro sulle tue note.
Il limite s'è perso nel vasto mare della tua Essenza. Le acque
mi accolgono e mi sciolgo nel desiderio di te; vivo il tuo sguardo dolce
e penetrante; sento il tuo respiro, il profumo della tua bocca, il sapore
della tua pelle. Sei arrivata a me come la piena del Nilo, che disseta
la terra arida e la rende fertile con i suoi umori vitali. Sei arrivata
dalle piogge, hai superato dighe e sbarramenti, sei penetrata in me in
modo impercettibile, con un lento processo di infiltrazione, colmando
depressioni e paludi. Hai inumidito il mio suolo dal di sotto. Sei poi
cresciuta rapidamente, decisa, impetuosa, travolgente; hai superato le
rive del fiume e hai coperto le mie terre. Ora sono un grande lago, un
vaso ermetico. In me fermenta la tua opera. Se ti ritirerai mi rimarrà
il nutrimento della tua fecondazione, ma non andartene. Ho bisogno della
tua musica".
Ripiegò il foglio di carta vergata, lo mise nella busta e lo affidò
alla casella postale dell'albergo.
Prese il blocco degli appunti e cercò di mettere in ordine le idee.
Doveva concentrarsi.
A portarlo sulle vie dell'Egitto era stato Kircher, con le sue teorie
sui geroglifici, su Osiride figlio di Noè, su Atlantide. Le ricerche
sulla Massoneria lo stavano portando lontano. I segreti non lo affascinavano
più; lo coinvolgeva il Mistero.
Kircher lo aveva distolto dagli intrecci massonici europei e lo aveva
catapultato tra le piramidi. C'era però a indicare la via maestra
dell'Egitto anche la convinzione di qualche studioso che ci fosse, nella
riscoperta dell'antica civiltà delle piramidi, un interessamento
diretto della Massoneria, che della materia si era occupata anche in tempi
nei quali sull'argomento regnava il silenzio e il disinteresse. Napoleone,
da molti ritenuto massone, fu forse spinto verso l'Egitto da interessi
di impronta massonica, come sembrerebbe indicare il gruppo di scienziati
aggregati alla spedizione militare. Forse non andava a cercare la gloria
del mondo, ma la luce.
Il filone massonico era sempre vivo e indicava il cammino della conoscenza
iniziatica.
Nei giorni successivi visitò i siti archeologici e il museo del
Cairo, si immerse nello studio di testimonianze la cui sapienzialità
dava le vertigini del mistero. La sera, in albergo, appuntava le sensazioni
della giornata, le confrontava con i testi, cercava di capire i nessi
che legavano quei luoghi alla sua ricerca.
C'era un punto sul quale si era più volte soffermato e che gli
dava l'idea di un duplice mistero, di un intreccio di percorsi iniziatici
che partiti dall'Egitto all'Egitto erano tornati, per poi diffondersi
in Europa.
Il primo mistero riguardava la cerimonia di resurrezione del Faraone,
che collegava il mondo terreno con quello astrale, nelle regioni stellari
delle costellazioni di Orione e del Toro. I culti stellari, dunque, non
quelli del sole presiedevano alla rinascita del Faraone. Con l'invasione
degli Hyksôs i segreti erano andati perduti. Gli Hyksôs avevano
eletto a divinità nazionale Seth, portandogli adorazione insieme
al serpente Apôpee. Il segreto della rinascita era a conoscenza
di due sacerdoti e del Faraone e secondo la tradizione, gli Hyksôs,
volendo appropriarsene, avrebbero corrotto un giovane sacerdote e ordito
un agguato al Faraone Seqnerîe Te'o II. Gli esecutori furono maldestri
e uccisero il re e i due sacerdoti. Con loro perirono così anche
i segreti della religione astrale.
I sacerdoti avrebbero immolato il giovane traditore e sostituito il vecchio
rituale andato perduto con una nuova cerimonia, che sarebbe venuta a conoscenza
degli ebrei e, con la diaspora, tornata ad Alessandria e da lì
arrivata, per vie iniziatiche, in Europa. I Templari ne avrebbero rintracciato
la chiave nelle rovine del Tempio di Salomone e il segreto sarebbe stato
la fonte della loro fortuna e della loro rovina. I Templari e la Massoneria
- e qui stava il secondo mistero - potevano essere dunque i depositari
della chiave perduta del segreto di rinascita rinnovato dopo l'uccisione
di Seqnerîe Te'o II. Il culto stellare primitivo, invece, era davvero
scomparso per sempre? Gabriele non ne era convinto. Sentiva che non era
possibile. Le costellazioni di Orione e del Toro avevano suscitato l'interesse
anche di altri popoli e non era da escludere che la sapienza egizia fosse
condivisa da altri iniziati. Si trattava di capire dove l'intreccio dei
due miti poteva portare e se le vie seguite dal secondo non fossero un'indicazione
per ritrovare anche il primo.
All'indomani decise di partire per Alessandria. Aveva in animo di soggiornare
per qualche giorno nella città che era stata la casa della sapienza
antica, un faro di civiltà.
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