Ad Alessandria prese alloggio al Cecil, un albergo in stile
coloniale inglese nel cuore della città. Il mattino seguente avrebbe
percorso la strada costiera che per cinquecento chilometri si snoda tra
il mare e le dune e porta a Ovest, verso la frontiera libica. Voleva attraversare
i luoghi delle battaglie dell'ultima guerra mondiale e sostare a Marsa
Matrûh, dove suo padre aveva combattuto gli inglesi da una batteria
antiaerea adagiata in un avvallamento del deserto.
Da Marsa Matrûh, capoluogo della provincia del Deserto Occidentale,
l'antica Paraetonium, Alessandro Magno era partito per recarsi all'oasi
di Siwa per chiedere all'oracolo di Ammon se la sua spedizione in Oriente
avrebbe avuto esito felice.
Gabriele vi giunse dopo parecchie ore, superando, lungo i trecento chilometri
del percorso, i numerosi posti di blocco militari. Arrivato nei pressi
della cittadina si fermò ad osservare il mare. Sedette su una pietra.
Il sole scintillava sulle increspature delle onde che si infrangevano
leggere sulla spiaggia dorata. Alle spalle avvertiva il calore avvolgente
delle dune. Udì all'improvviso il grido del deserto. Lo chiamava,
imperioso, irresistibile. Prese a camminare sulla sabbia, senza meta.
Camminò a lungo, senza rendersene conto, attratto dall'eco di quel
grido. Provava la stessa sensazione che aveva vissuto anni prima nella
savana. Una mandria di zebre in fila era giunta dai confini del nulla,
lungo la pista, si era abbeverata ad una pozza ed era ripartita verso
l'orizzonte di radi alberi e di cespugli legnosi, in un mondo senza tempo,
privo di confini. Aveva sentito l'impulso di seguire la mandria, di perdersi
sulle piste del destino; provato la vertigine della libertà, la
stessa che stava vivendo su quella sabbia rovente, mentre, ormai stremato,
cominciava a chiedersi dove fosse. Il fascino dell'ignoto lo incitava
a proseguire.
Il deserto esercitava l'attrazione avvolgente e familiare del ventre materno,
del corpo di un'amante. Sentiva per quelle dune infuocate un'attrazione
sessuale, ancestrale. Cadde sulle ginocchia e si lasciò andare,
scivolando sulla sabbia. Sentiva di non avere più la forza di proseguire.
Perse i sensi. Quando si riprese aveva il sole negli occhi, accecante,
impossibile da sopportare. Si fece schermo con le mani. Cercò nella
tasca un fazzoletto e al tocco sentì la consistenza della carta.
Estrasse un foglio. Era una lettera di Ilaria. "Stupefatta e quasi
incredula respiro la tua mancanza che si svolge nella nostalgia della
tua anima. Il mio corpo è ripiegato nell'essenza di te, non proteso,
non vivo, ma in attesa, come se improvvisamente fosse iniziato l'inverno.
La vita, che non asseconda i poeti, non mi permette di vivere la vicinanza
del tuo succo; il mio desiderio oppone la distrazione, ma la distrazione
distrae se stessa nel pensiero di te e resto qui, abitando la mente che
ha conosciuto il suo cuore, sottoposta solo al tempo che comunque scorre
e trascorre, e traccia la possibilità che mi riporta a te. Affido
il mio messaggio al fuoco, punto vernale della mia esistenza. Ora ho conosciuto
la semplicità a cui appartengo e da cui provengo, l'amore. Fermenta,
trasformandosi, il desiderio di te, partito dall'anima, sceso nel cuore,
ha attraversato la mente, dominio lunare nella notte, percorso solare
che nutre la terra-corpo, ancora ti attende, vorrebbe tornare con te nella
rena, al limite indefinito, ma certo con l'acqua.... Tu cosa fai? Tu come
vivi la mia pericolosa gioia che sprofonda nelle tue radici e tu nelle
mie? Tu cosa fai quando io non sono con te?".
Il sole lo torturava. Non riusciva a tenere in ordine i pensieri. Gli
sembrava di nuotare lentamente, sostenendosi appena, con gli occhi allineati
all'incerto punto di contatto tra l'aria e l'acqua.
In quel mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava,
in un gioco di illusioni ottiche, di sfumature, di evaporazioni e di condensazioni,
di scambio di umori, si era immerso con parsimonia. Ogni centimetro di
pelle aveva fiutato la salsedine, assaporato l'ancestrale richiamo degli
umori marini.
"L'uomo è come un'increspatura su un'onda dell'infinito oceano
dell'Essere". Il pensiero del poeta indù affiorava alla memoria
come un'armonia epifanica, mentre perdeva il contatto con la terra. Nuotava
senza meta, da ore, da secoli, da sempre. L'azzurro di quell'acqua ...
o di quell'aria?, gli era intorno: sopra, sotto, davanti, ... dentro.
Forse l'intorno era illusione: uno spazio mentale, un bisogno di distinzione,
l'esigenza di un altro da sé per riconoscersi.
Guardò l'orizzonte e vide avanzare verso di sé una massa
nera, uno specchio fatto di nulla, una lente di ossidiana dove l'azzurro
si tuffava dolcemente, aderendo alle pareti di quell'enorme voragine all'apparenza
convessa.
Scivolò nel nulla, assorbito da quel nero che lo avvitava in una
spirale senza fine. Chiuse gli occhi e si lasciò avvolgere dall'implosione,
finché non avvertì un'espansione di colore accarezzargli
il cervello. Fu invaso da una calma verde, profonda; nel viola ritrovò
la forza di pensarsi, di percorrersi fin nei più intimi meandri.
Il rosso, come una macchia di sangue caldo, gli riscaldò la fronte,
gli allargò le narici, gli aprì le palpebre.
Davanti aveva la vasta distesa del deserto. Onde di sabbia calda evaporavano
in un cielo senza volto.
Rimase immobile per ore. Non si sentiva diverso da quei miliardi di grani
mossi dal vento. Rotolò lentamente lungo il pendìo di una
duna, venne sospinto verso l'alto dal risucchio di un vortice di vento.
Ricadde nell'abbraccio avvolgente della moltitudine dei suoi infiniti
sé.
Riprese coscienza del limite e camminò a lungo, contando i passi
e fissando di ogni movimento il riflesso mentale, per dilatarne il tempo
d'azione e l'effetto: espansione.
Ogni passo metteva la sua carne a contatto con migliaia di grani ed ognuno
di essi si ingrandiva, lo avvolgeva, lo assimilava per poi implodere nel
proprio limite e lasciar spazio ad altri grani; così, all'infinito.
Guardò verso l'orizzonte e il sole gli entrò negli occhi.
Avvertì un immenso calore. Un chiarore accecante lo scosse. Si
sentì proiettato fuori di sé, incapace di ogni limite e
resistenza. Urlò per lo stupore, mentre, incapace di ogni movimento,
sentiva le sue membra sprofondare nella sabbia infuocata.
Un'onda gli lambì dolcemente la pelle. Rabbrividì.
Un mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava, lo invitava
ad immergersi. Gli occhi di Ilaria lo guardavano con dolcezza. Nuotò
lentamente, sostenendosi appena sul dondolìo delle onde.
L'ambulanza ondeggiava sulla strada incerta. Gabriele, avvolto nelle coperte
e con un panno bagnato sulla fronte, riprese a fatica conoscenza. Quando
aprì gli occhi il cielo stellato gli apparve in tutta la sua fascinante
bellezza. Fissò lo sguardo su Sirio e ringraziò il cielo
per avergli salvata la vita.
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