Capitolo VIII

Ad Alessandria prese alloggio al Cecil, un albergo in stile coloniale inglese nel cuore della città. Il mattino seguente avrebbe percorso la strada costiera che per cinquecento chilometri si snoda tra il mare e le dune e porta a Ovest, verso la frontiera libica. Voleva attraversare i luoghi delle battaglie dell'ultima guerra mondiale e sostare a Marsa Matrûh, dove suo padre aveva combattuto gli inglesi da una batteria antiaerea adagiata in un avvallamento del deserto.
Da Marsa Matrûh, capoluogo della provincia del Deserto Occidentale, l'antica Paraetonium, Alessandro Magno era partito per recarsi all'oasi di Siwa per chiedere all'oracolo di Ammon se la sua spedizione in Oriente avrebbe avuto esito felice.
Gabriele vi giunse dopo parecchie ore, superando, lungo i trecento chilometri del percorso, i numerosi posti di blocco militari. Arrivato nei pressi della cittadina si fermò ad osservare il mare. Sedette su una pietra. Il sole scintillava sulle increspature delle onde che si infrangevano leggere sulla spiaggia dorata. Alle spalle avvertiva il calore avvolgente delle dune. Udì all'improvviso il grido del deserto. Lo chiamava, imperioso, irresistibile. Prese a camminare sulla sabbia, senza meta. Camminò a lungo, senza rendersene conto, attratto dall'eco di quel grido. Provava la stessa sensazione che aveva vissuto anni prima nella savana. Una mandria di zebre in fila era giunta dai confini del nulla, lungo la pista, si era abbeverata ad una pozza ed era ripartita verso l'orizzonte di radi alberi e di cespugli legnosi, in un mondo senza tempo, privo di confini. Aveva sentito l'impulso di seguire la mandria, di perdersi sulle piste del destino; provato la vertigine della libertà, la stessa che stava vivendo su quella sabbia rovente, mentre, ormai stremato, cominciava a chiedersi dove fosse. Il fascino dell'ignoto lo incitava a proseguire.
Il deserto esercitava l'attrazione avvolgente e familiare del ventre materno, del corpo di un'amante. Sentiva per quelle dune infuocate un'attrazione sessuale, ancestrale. Cadde sulle ginocchia e si lasciò andare, scivolando sulla sabbia. Sentiva di non avere più la forza di proseguire. Perse i sensi. Quando si riprese aveva il sole negli occhi, accecante, impossibile da sopportare. Si fece schermo con le mani. Cercò nella tasca un fazzoletto e al tocco sentì la consistenza della carta. Estrasse un foglio. Era una lettera di Ilaria. "Stupefatta e quasi incredula respiro la tua mancanza che si svolge nella nostalgia della tua anima. Il mio corpo è ripiegato nell'essenza di te, non proteso, non vivo, ma in attesa, come se improvvisamente fosse iniziato l'inverno. La vita, che non asseconda i poeti, non mi permette di vivere la vicinanza del tuo succo; il mio desiderio oppone la distrazione, ma la distrazione distrae se stessa nel pensiero di te e resto qui, abitando la mente che ha conosciuto il suo cuore, sottoposta solo al tempo che comunque scorre e trascorre, e traccia la possibilità che mi riporta a te. Affido il mio messaggio al fuoco, punto vernale della mia esistenza. Ora ho conosciuto la semplicità a cui appartengo e da cui provengo, l'amore. Fermenta, trasformandosi, il desiderio di te, partito dall'anima, sceso nel cuore, ha attraversato la mente, dominio lunare nella notte, percorso solare che nutre la terra-corpo, ancora ti attende, vorrebbe tornare con te nella rena, al limite indefinito, ma certo con l'acqua.... Tu cosa fai? Tu come vivi la mia pericolosa gioia che sprofonda nelle tue radici e tu nelle mie? Tu cosa fai quando io non sono con te?".
Il sole lo torturava. Non riusciva a tenere in ordine i pensieri. Gli sembrava di nuotare lentamente, sostenendosi appena, con gli occhi allineati all'incerto punto di contatto tra l'aria e l'acqua.
In quel mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava, in un gioco di illusioni ottiche, di sfumature, di evaporazioni e di condensazioni, di scambio di umori, si era immerso con parsimonia. Ogni centimetro di pelle aveva fiutato la salsedine, assaporato l'ancestrale richiamo degli umori marini.
"L'uomo è come un'increspatura su un'onda dell'infinito oceano dell'Essere". Il pensiero del poeta indù affiorava alla memoria come un'armonia epifanica, mentre perdeva il contatto con la terra. Nuotava senza meta, da ore, da secoli, da sempre. L'azzurro di quell'acqua ... o di quell'aria?, gli era intorno: sopra, sotto, davanti, ... dentro.
Forse l'intorno era illusione: uno spazio mentale, un bisogno di distinzione, l'esigenza di un altro da sé per riconoscersi.
Guardò l'orizzonte e vide avanzare verso di sé una massa nera, uno specchio fatto di nulla, una lente di ossidiana dove l'azzurro si tuffava dolcemente, aderendo alle pareti di quell'enorme voragine all'apparenza convessa.
Scivolò nel nulla, assorbito da quel nero che lo avvitava in una spirale senza fine. Chiuse gli occhi e si lasciò avvolgere dall'implosione, finché non avvertì un'espansione di colore accarezzargli il cervello. Fu invaso da una calma verde, profonda; nel viola ritrovò la forza di pensarsi, di percorrersi fin nei più intimi meandri. Il rosso, come una macchia di sangue caldo, gli riscaldò la fronte, gli allargò le narici, gli aprì le palpebre.
Davanti aveva la vasta distesa del deserto. Onde di sabbia calda evaporavano in un cielo senza volto.
Rimase immobile per ore. Non si sentiva diverso da quei miliardi di grani mossi dal vento. Rotolò lentamente lungo il pendìo di una duna, venne sospinto verso l'alto dal risucchio di un vortice di vento. Ricadde nell'abbraccio avvolgente della moltitudine dei suoi infiniti sé.
Riprese coscienza del limite e camminò a lungo, contando i passi e fissando di ogni movimento il riflesso mentale, per dilatarne il tempo d'azione e l'effetto: espansione.
Ogni passo metteva la sua carne a contatto con migliaia di grani ed ognuno di essi si ingrandiva, lo avvolgeva, lo assimilava per poi implodere nel proprio limite e lasciar spazio ad altri grani; così, all'infinito.
Guardò verso l'orizzonte e il sole gli entrò negli occhi. Avvertì un immenso calore. Un chiarore accecante lo scosse. Si sentì proiettato fuori di sé, incapace di ogni limite e resistenza. Urlò per lo stupore, mentre, incapace di ogni movimento, sentiva le sue membra sprofondare nella sabbia infuocata.
Un'onda gli lambì dolcemente la pelle. Rabbrividì.
Un mare azzurro, infinito come il cielo nel quale si specchiava, lo invitava ad immergersi. Gli occhi di Ilaria lo guardavano con dolcezza. Nuotò lentamente, sostenendosi appena sul dondolìo delle onde.

L'ambulanza ondeggiava sulla strada incerta. Gabriele, avvolto nelle coperte e con un panno bagnato sulla fronte, riprese a fatica conoscenza. Quando aprì gli occhi il cielo stellato gli apparve in tutta la sua fascinante bellezza. Fissò lo sguardo su Sirio e ringraziò il cielo per avergli salvata la vita.

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