Capitolo XIV

Arrivò a Chartres nel tardo pomeriggio. Dopo una visita ad alcune librerie a Parigi e il pranzo in un ristorante in Boulevard Raspail, Gabriele aveva recuperato l'automobile e si era diretto verso la nuova meta.
Chartres era stata un punto di riferimento culturale di grande importanza nell'undicesimo secolo. La sua "scuola" aveva contribuito a diffondere il platonismo e tra i monaci gli scritti ermetici avevano goduto di una fortuna maggiore di quanto non si possa immaginare. La cattedrale romanica di Notre-Dame, distrutta da un incendio, era considerata il luogo della teofania, la "Casa di Dio", come la "Casa della Vita" egizia, dove ai discepoli veniva impartito l'insegnamento della saggezza.
Una nota sul quaderno degli appunti diceva: "E' là che l'uomo apprende l'unica nozione essenziale, cioè che lui stesso è un tempio e che i santi misteri che si compiono entro la cinta di pietra si realizzeranno in lui".
Forse, pensò mentre si disponeva nell'animo al sonno, il centro del pellegrinaggio è il nostro cuore.
Il mattino successivo si alzò presto, bevve una tazza di caffè nero e si recò alla cattedrale. Si sedette e si immerse nell'atmosfera sacra del luogo. Ora doveva solo aspettare. Dopo qualche tempo un raggio di luce entrò dall'alto di una vetrata. Gabriele ne osservò il lento procedere sul pavimento, di minuto in minuto, di ora in ora, finché a mezzogiorno non andò a posarsi sul fonte battesimale. Era quanto aveva aspettato di vedere. In quella mattinata di solstizio, il sole, come voleva la tradizione, era arrivato puntuale a colpire con i suoi raggi il punto della cattedrale dove anticamente c'era un pozzo sacro celtico. Chartres aveva rinnovato il suo messaggio simbolico.

Gabriele non voleva altro. A quel raggio affidò i suoi pensieri e le sue speranze. Uscì lentamente dalla cattedrale e prese la via della Bretagna. Da lì avrebbe traghettato in Inghilterra e raggiunto Stonehenge.
Percorse la campagna francese per strade interne, incontrando fattorie e mandrie di vacche in libertà nei campi. Di tanto in tanto a segnare un bivio o un quadrivio c'era un menhir, sormontato da una croce, segno della sovrapposizione cristiana a più antiche credenze, probabilmente legate alle linee di forza della Terra. Lasciò l'automobile nei pressi di un'aia e si inoltrò nella foresta che iniziava sul limitare di campi coltivati, contrastando il verde intenso e scuro del fogliame con quello più chiaro della campagna.
Si incamminò immergendosi nel folto di alberi d'alto fusto, tra boschetti e piccole radure, finché giunse nei pressi di una costruzione bassa di pietre allineate. Un tunnel alto non più di cinquanta centimetri e lungo non più di tre metri, al termine del quale una pietra levigata fungeva da fondale. Sulla pietra erano ricavate a sbalzo delle coppelle, forse simboli di fertilità, oppure segni di riferimento astronomici. Sulle carte quella piccola costruzione era indicata come il "dolmen delle fate". Al solstizio d'inverno il sole, basso sull'orizzonte, inviava i suoi raggi nel tunnel e questi colpivano il fondale, indicando così la data esatta della nascita di un nuovo ciclo annuale della natura.
Si sedette su un sasso e stette immobile ad ammirare la natura circostante, respirando la fragranza del bosco, osservandone i minuscoli, incessanti movimenti. Voleva sintonizzarsi con le energie della natura, cogliere l'incanto di quel luogo dove gli uomini alcuni millenni addietro avevano svolto riti propiziatori o osservato le stelle per studiare gli arcani segreti del cielo. Ad un tratto vide davanti a sé il volto di Ilaria. I suoi occhi, con le pupille nere come l'ossidiana, incastonate in un azzurro intenso, gli suscitarono una struggente nostalgia. Stese la mano verso quel bel viso, incorniciato dal rosso scuro dei capelli, ma l'immagine svanì. Chissà dov'era Ilaria, cosa faceva, cosa pensava. Gli tornò alla mente il loro incontro nel bosco viennese di Salmandorf, quando lui era Oberon e la teneva ancora per mano. Le labbra si mossero nella commossa recitazione di una poesia di Ezra Pound, più volte letta in quei giorni di solitudine. Le composi quindi un canto, ma ella se ne andò via da me, /come la luna scompare dal mare, /eppure venivano le parole-foglie, piccole brune parole-folletti,/dicendo <<L'anima ci manda>>./ <<Un canto, un canto>>./ E io invano gridai loro <<Non ho nessun canto perché colei che ho cantata se n'è andata via da me>> .
Un fruscio lo distolse dai suoi pensieri. Aveva la sensazione che qualcuno lo stesse osservando e bisbigliasse. Alzò gli occhi verso la volta verde, inondata da una rugiada di luce. Le cime di due alberi si toccavano, si allontanavano, si riavvicinavano e il loro movimento produceva un dialogo appena percettibile. Il bosco parlava o forse erano le anime degli alberi che stavano commentando i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue illusioni.
Salutò mentalmente quegli esseri fatati e uscì lentamente dal bosco.

Fatti pochi chilometri raggiunse la costa. La bassa marea aveva dilatato la spiaggia, congiungendo la terraferma a degli isolotti distanti qualche centinaio di metri. Macchie di alghe scure segnavano il terreno fangoso, sul quale becchettavano a frotte gli uccelli marini, facendo strage di pesci in secca e di piccoli granchi in disperata fuga tra bottiglie incrostate, vecchi galleggianti di sughero, avanzi di gomene lacerate dalla violenza delle onde. Le barche, coricate di lato, esponevano il ventre viscido agli sguardi indiscreti di passanti frettolosi, infastiditi dal vento umido e carico di salsedine.
Gabriele chiuse l'impermeabile, alzò il bavero e stette a guardare l'oceano che mugghiava lontano, infrangendosi sugli scogli di un faro che lanciava i suoi bagliori verdastri verso l'orizzonte scuro. Quella spiaggia provvisoria, ingombra di detriti, brulicante di vita precaria e agonizzante e quelle barche impudiche erano come la sua anima: desideravano di essere nuovamente sommerse dall'oceano, avvolte nell'abbraccio amniotico del grande mare senza fine.
Rabbrividì più di una volta prima di scuotersi e riprendere a camminare. Si ritrovò davanti alla porta di una chiesetta. Entrò per riprendere calore. Un piccolo altare era il solo ornamento dell'abside. Alcune panche in doppia fila arredavano l'unica navata. Sui lati decine di barche, con i fianchi neri e rossi, affollavano le pareti, dipinte su ex voto destinati a ottenere la protezione della Vergine, la Stella del mare.
Avrebbe voluto sedersi e farsi avvolgere dalla pace di quel luogo sacro, lasciarsi andare ai pensieri, farli fluire senza intercettarli, per liberarsene e con essi far uscire da sé l'angoscia, la nostalgia, il ricordo. Preferì tornare sulla via e prendere contatto con la parte più prosaica e in quel momento rassicurante della vita.
La sera era sopraggiunta senza che se ne rendesse conto. Si mise a gironzolare tra le viuzze della città vecchia, in prossimità del porto. Si fermò davanti ad una trattoria che offriva crostacei da innaffiare con dell'ottimo sidro d'annata. Si fece rapidamente convincere ad entrare anche dall'arredamento: tavoli e panche di legno, illuminazione approssimativa, che dava una sensazione di intimità. Si sedette in un angolo e ordinò la cena, che pregustava lunga, nel lavorio di assaporare le ostriche, le lumache di mare, la granseola che campeggiava al vertice del plateau royal. Il tutto accompagnato da crostini di pane caldo imburrato.
Il sidro, servito in una scodella di legno, gli sciolse il groppo che aveva in gola. Cominciò, lentamente, a succhiare dalle ostriche il sapore dell'oceano.

Al tavolo vicino, impegnato a sorbire a grandi cucchiaiate una zuppa fumante, un vecchio signore gli fece un cenno di saluto. "Buona sera", rispose Gabriele "e buona cena". "Italiano?". "Si, italiano". "Io sono spagnolo, ma abito qui da anni, dopo che sono fuggito dal mio paese. Ho fatto la guerra. Stavo con gli anarchici e quando ha vinto Franco sono dovuto espatriare" "E in Spagna non è più tornato?". "No. Il passato è stampato nella mia mente, ma il presente è qui. Se tornassi troverei un'altra realtà, un altro mondo e non sono così sicuro che mi piacerebbe".
La conversazione scivolò sui ricordi, sulle nostalgie, sulle esperienze a cui la vita ci conduce, spesso nostro malgrado. Gabriele raccontò a Juan delle sue ricerche, dei viaggi, della pene del cuore.
"Posso offrirle un calvados?".
"Volentieri. Le voglio raccontare una leggenda di queste parti".
"L'ascolto con piacere".
"Parla della città sommersa di Ys. Si sente passare come un uragano il terrore dei vecchi culti pagani e quello della passione dei sensi scatenati nelle donne. A questi due terrori si aggiunge quello dell'oceano, che gioca in questo dramma il ruolo della Nemesi e del Destino. Il paganesimo, le donne e l'Oceano, tre desideri e tre terrori dell'uomo, si combinano in questa singolare leggenda".
Gabriele ebbe un moto di simpatia verso Juan. L'uomo, dall'aspetto trasandato, era una persona colta e aveva un eloquio affascinante.
"La leggenda narra del re Gradlon, pirata e conquistatore, capoclan di questa parte della Bretagna e di sua figlia Dahut. Da una delle sue spedizioni Gradlon aveva portato nel suo castello un cavallo nero e una donna rossa, di nome Malgven, che ben presto divenne sua moglie. Il cavallo si chiamava Morvark, ed era superbo e indomabile. Non si lasciava montare che dalla regina o dal re. Non meno indomabile era la regina del Nord. I suoi capelli rossi rilucevano sull'armatura dai riflessi blu, come il colore dei suoi occhi. Malgven, una maga che aveva fatto perire con il veleno il suo primo marito per seguire il re armoricano, morì giovane e non lasciò che una figlia, Dahut, nata in mare durante le loro avventure. La sua bellezza era sconvolgente. Lei sola aveva il potere di rasserenare Gradlon. Dahut, nata sul mare, aveva per l'oceano un'attrazione singolare e per essere più vicina al suo elemento preferito convinse il padre a far costruire una città su una baia. Il re acconsentì. Fu costruita una diga immensa per arginare il fluire delle maree. Dahut fece edificare per lei e per il padre un magnifico palazzo, dominante la città, su una roccia ai bordi del mare. A volte, quando il sole era al tramonto e illuminava le onde, i pescatori vedevano una forma bianca scendere sulla spiaggia deserta. Era Dahut che si bagnava nelle onde selvagge dell'oceano. Poi usciva come una sirena dall'acqua, lentamente e, nuda, si adagiava sulla sabbia, lasciava scendere i suoi capelli rossi sui fianchi e cantava una canzone.
"Oceano, bell'Oceano blu, rotolami sulla sabbia, rotolami sui tuoi flutti. Sono la tua fidanzata, bell'Oceano blu. Su un buon naviglio il mio mare m'ha dato la vita, nel mezzo di onde verdi e trasparenti. Quando ero piccola, tu muggivi su di me e mi portavi sul tuo dorso grondante e furioso, ma quando passavo la mano sulla tua criniera tu ti acquietavi e mormoravi deliziosamente. Tu che restituisci come vuoi le barche e i cuori, donami i navigli dei naufragi, pieni d'oro e d'argento, i pesci, le perle d'opale, donami soprattutto il cuore degli uomini sui quali cadrà il mio sguardo, poiché, sappilo, nessuno di questi si potrà vantare di me. Te li renderò tutti e tu ne farai ciò che vuoi. A te solo appartengo o mio Oceano blu".
Juan bevve un sorso.
"Come le sembra?".
"Bella e inquietante".
"La città d'Ys divenne ben presto una delle più ricche della costa. Il re era malinconico e Dahut regnava in sua vece. I tesori dei naufragi la rendevano ricca e gli uomini divenivano suoi schiavi. Tutti i mesi Dahut celebrava un rito solenne per l'Oceano. Donava alla folla delle conchiglie rosa, che apparivano come talismani. Quando fissava un uomo, questi sentiva come la trafittura di un amo che scendeva entro il suo cuore e l'attirava dolcemente verso di lei. L'uomo riceveva, di lì a poco, un messaggio di Dahut per recarsi da lei durante la notte. Nessuno aveva mai più visto riapparire gli amanti di Dahut. Ai primi segni dell'alba si vedeva un cavaliere su un cavallo nero con un sacco sulla sella andare alla baia dei Trapassati. Si diceva che finissero lì, restituiti all'Oceano".
"Terribile", commentò Gabriele.
"Ma non è finita. I parenti delle vittime si rivolsero a Gradlon, chiedendo a gran voce che venissero loro restituiti i giovani che sua figlia aveva concupito. Nel frattempo Dahut stava stesa mollemente su cuscini, entro colonne di diaspro e si abbandonava ad un languore delizioso e alla voluttà con il paggio Sylven, inginocchiato davanti a lei che la guardava perdutamente.
'Sai perché ti amo?' diceva Dahut a Sylven.
'Dimmelo, mia amata'.
'Non ho paura di nessuno, ma so che tutti gli uomini hanno paura di me. Li ho tutti quando sono tra le mie braccia, ma amo te. Ora ti dirò il motivo. Un giorno ero in una grotta nella tomba di Saint Gwenolé, del quale si diceva facesse miracoli. Entrai nella cripta e davanti al sarcofago del santo scorsi un uomo con occhi candidi e luminosi. Non potei avvicinarmi, poiché le sue mani me lo impedivano. Ebbi paura e uscii. Un bardo mi disse che se avessi incontrato qualcuno somigliante a quel fantasma avrei dovuto scappare, perché mi avrebbe portato male. Vedendoti l'altro giorno andare con la torcia da mio padre, osservai che somigliavi al fantasma. Ho avuto paura, ma mi sono resa conto di amarti, a dispetto del presagio'.
Le braccia di Dahut si fermarono sul corpo di Sylven e lo strinsero, ma il loro abbraccio fu interrotto da un rumore sinistro.
'Danno l'assalto al castello'.
'Fermo, dimmi di che colore è l'Oceano'.
'E' verde profondo'.
'Tutto va bene. Lascia che il popolo gridi e versa vino nella mia coppa d'oro'.
L'Oceano divenne bianco di schiuma.
'Monta. Monta'.
'Tanto meglio. Il mio cuore monta come l'Oceano. Amo la tempesta'.
'L'Oceano mi fa paura'.
Dahut levò la coppa.
'Alla salute dell'Oceano, mio vecchio sposo. Egli è impotente. Sei tu Sylven che amo. Tu solamente'.
'L'Oceano è nero come la pece e fa un rumore terrificante. Il popolo dà l'assalto'.
'Non importa, tira la barra della chiusa'.
La diga aprì la sua bocca e l'Oceano sommerse la città d'Ys e i suoi abitanti, ma raggiunse anche il castello di Dahut, e i suoi flutti la avvolsero e la trascinarono nelle profondità".
"Credo sia meglio farci portare un altro calvados. La leggenda mi ha scosso. Chi gioca con l'Oceano non ha speranza. Ne resta prigioniero, come la bella Dahut, risucchiata dalle onde e dalle maree dell'inconscio".
"Dice bene, amico mio. Dice bene. Vedo che ha colto il senso più profondo della leggenda. Lei è ancora da queste parti domani?".
"Si, mi fermo qualche giorno e poi mi imbarco per l'Inghilterra. Ho in animo di visitare Stonehenge, per delle ricerche che sto conducendo".
"Bene. Domani a mezzogiorno passi da casa mia, la invito a pranzo. L'avrei invitata anche questa sera, ma mia moglie è molto anziana, come me del resto, e la sera va a letto presto. E' per questo motivo che vengo a cena alla trattoria. Sono un cliente fisso da anni, anche per il fatto che l'oste è mio figlio".
"Verrò sicuramente e la ringrazio".
"Di nulla. Mia moglie, glielo anticipo, è una donna del sud della Spagna, una gitana. Lei mi ha detto delle sue pene d'amore. Maria Carmen legge la mano e interpreta le carte. Non so a cosa le possa servire, ma dare uno sguardo al futuro, che ci si creda o no, non fa male. E poi, le assicuro una zuppa di pesce capace di far dimenticare ogni dolore".

Nella tarda mattinata salì la scaletta di pietra che conduceva al primo piano della casetta sul mare dove Juan abitava con i suoi ricordi. Alle finestre tende bianche di lino nascondevano alla vista l'interno di due stanzette affacciate su un balcone ingombro di strumenti da pesca. Gabriele bussò e stette in attesa, respirando l'aria fresca a pieni polmoni. Ne sentiva il bisogno, dopo una notte passata in bianco a fumare nervosamente. Al suo rientro in albergo aveva ricevuto sul cellulare una telefonata di Ilaria. Mezzanotte era passata da qualche minuto e lo squillo lo aveva risvegliato dal primo torpore.
"Ciao, come stai?".
Stava da cani, era ovvio, ma rispose che tutto andava bene. Ilaria si informò sul suo viaggio, sulla permanenza in Bretagna, sui programmi dei giorni a seguire. Era triste. A tratti la voce si incrinava, rotta dal pianto incipiente, a stento represso.
"Continuo a pensare al nostro rapporto, ma ti giuro, non ce la faccio a proseguirlo. Ti amo, vorrei tanto che ci fosse tra noi un futuro, ma qualcosa dentro di me dice che non è possibile".
La conversazione era durata a lungo, alternando momenti teneri alla durezza di concetti che ribadivano l'abbandono. Alle cinque del mattino, finalmente, aveva preso sonno, ma le ombre della conversazione lo avevano tormentato e al risveglio si era gettato sotto la doccia fredda per recuperare i sensi.
"Entri, la prego", disse Juan aprendo la porta. "Le presento Maria Carmen".
Alta, con il viso scavato dagli anni, due occhi neri e luminosi, capelli bianchissimi, portamento fiero, la moglie di Juan induceva soggezione. Gli venne incontro con fare sicuro e con una voce vellutata e calda, che non aveva seguito il declino del corpo, lo invitò a sedersi. Sul tavolo un vassoio con tre bicchieri, una bottiglia di calvados, una candela bianca accesa, le carte. Anche Ilaria le faceva, in continuazione, anche se non voleva che si sapesse.
"Vedo nella sua vita una donna della quale lei è innamorato. Mi spiace dirlo, ma non vedo in questo rapporto un futuro".
Gabriele chiese una tregua.
"Posso bere qualcosa?".
"Prego".
Juan versò del calvados che Gabriele bevve in un fiato.
Gli occhi profondi di Maria Carmen, incastonati tra le rughe che scavavano il volto sereno, lo stavano scrutando.
"Lei soffre, ma quando tutto sarà finito capirà. C'è in questa storia un insegnamento che le verrà incontro. Prenda quel che è stato come un passaggio. Non insista nel cercare di proseguire la sua relazione. Non voglio dare giudizi, perché non è giusto. Ognuno fa della sua vita quel che crede. Lei, caro amico, si faccia la sua di vita, senza rimpianti. Non dimentichi quello che di bello ha vissuto, perché lo ha vissuto ed è ciò che conta".
Raccolse le carte, spense con un lieve soffio la candela. "Non le dico altro. Quel che dovevo dire l'ho detto. Credo che si possa passare alla zuppa di pesce".
Carmen si alzò e si girò verso la stufa a legna sulla quale la zuppa stava sobbollendo in una pentola di coccio. Non parlò più per il resto della giornata, se non per invitare Gabriele e Juan a sedersi a tavola quando fu il momento di apprezzare il frutto del suo lavoro di cuoca. Il sidro fece la sua parte e la conversazione scivolò sui ricordi di Juan, sull'anarchia, su personaggi che aveva conosciuto. Dalla parete bianca il volto dell'anarchico Francisco Ferrer li seguiva con lo sguardo attento, passo passo, in quella conversazione che per Gabriele aveva il tono di una musica di sottofondo, sulla quale si innestavano le note acute di un dolore incomprimibile.
Fecero sera. Quando fu l'ora di andarsene, Maria Carmen gli diede la mano e lo guardò fisso negli occhi. "Que la suerte te acompañe".

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