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Partì
all'alba, con le nuvole cariche di pioggia che dall'oceano scorrevano
veloci nel cielo verso l'entroterra. Il battello salpò in orario
perfetto. Passò il tempo del viaggio sul ponte, avvolto nell'incerata
e nei suoi pensieri, lasciando che il vento salmastro gli tormentasse
il viso e le mani.
Giunto a terra sbrigò rapidamente le pratiche doganali, affittò
un'automobile e si diresse verso Stonehenge. La guida a sinistra, le strade
strette, segnate da ambo i lati da siepi verdissime e da muretti di pietra,
gli impedivano di pensare ad altro. Tutto intorno colline dolcissime,
sormontate da boschetti di querce e punteggiate da greggi erranti.
Dopo qualche incrocio preso dal verso sbagliato e qualche sorpasso avventuroso,
giunse finalmente all'albergo: una piccola costruzione solida, immersa
nel verde, a pochi metri da un villaggio di contadini. Scaricò
i bagagli nella hall foderata di tappezzeria rosso cardinale e da moquette
a strati per le numerose rappezzature. L'albergatore, una signora anziana,
minuta, lo accompagnò al primo piano. Salirono la scala di legno
che scricchiolava ad ogni passo, percorsero un corridoio stretto e quando
la signora infilò la chiave nella toppa l'uscio si aprì
stridendo sui cardini. La stanza era accogliente. Una finestra vestita
di lunghe tende color ocra dava su un prato con al centro un grande albero.
Le pareti erano rivestite di una stoffa turchese, la moquette di un giallo
senapato indefinito. Pensò che gli accostamenti di colore non fossero
la principale virtù degli inglesi. Si buttò sul letto e
stette a lungo a fissare il soffitto, senza pensieri, incantato dal silenzio.
Fece sera mettendo a posto gli abiti nell'armadio e i libri su un tavolinetto
corredato da una lampada liberty che spandeva luce verde sui fogli predisposti
per gli appunti. "Hotel Betelgeuse". Strano nome per un albergo
di campagna. Uscì verso sera per cenare. Non aveva ancora confidenza
con usi e orari locali, decisamente spostati per le abitudini del suo
stomaco. L'hotel non faceva cucina, ma a pochi metri c'era un pub dove
servivano trote al vapore con patate. Ne ordinò due, accompagnate
da una birra scura. Mangiò e bevve lentamente, concentrandosi sui
sapori e osservando le facce degli avventori. Non aveva voglia di pensare
ad altro. Tutto era rinviato al giorno dopo. Tornato all'albergo sprofondò
in un sonno senza sogni e si risvegliò di primo mattino al suono
di una voce cantilenante che proveniva dal prato vicino. Lasciò
malvolentieri il caldo delle coperte e si affacciò alla finestra.
Il prato era invaso da greggi di pecore, governati da cani che si davano
un gran daffare per aiutare i loro padroni, i quali incanalavano gli animali
verso un corridoio improvvisato, dove un gruppo di persone dallo sguardo
attento le valutavano, lanciando strani segni con le mani verso un ometto
appollaiato su uno sgabello, che parlava in continuazione, producendo
una cantilena ipnotica, interrotta di tanto in tanto da un tono più
alto e dal battere di un maglietto su un tavolo ovale.
Fece scorrere l'acqua nella vasca da incerti rubinetti di ottone. Dopo
il bagno si vestì lentamente e scese per la colazione. "Cosa
sta avvenendo qui fuori?", chiese alla signora che stava portando
in tavola tè e latte fumanti. "E' l'asta della lana. Dopo
la valutazione le pecore vengono tosate e ripartono per la campagna".
Prese aringhe affumicate e uova con pancetta. Normalmente al mattino riusciva
a bere solo un caffè, ma l'insolito spettacolo gli aveva suggerito
di lasciarsi andare ad un'immersione totale.
Passò parecchi giorni intento nello studio dei luoghi e dei monumenti.
Osservò tumuli e reperti megalitici. Fece visita a piccoli musei
locali e a biblioteche municipali.
Sul tavolino della sua stanza i fogli degli appunti costituivano una risma
ben visibile. Una sera, rientrando in albergo, passò dal pub e
chiese al proprietario, con il quale aveva familiarizzato, una bottiglia
di whisky da portarsi in camera. Fece un bagno bollente, si mise in tuta,
accese una sigaretta e prese dalla tasca della giacca il cristallo che
gli aveva donato Ilaria. Lo portava sempre con sé. Gli dava la
sensazione che gli parlasse di lei. Lo tenne fra il pollice e l'indice,
guardandolo in controluce, ammirandone le sfumature viola che trascoloravano
verso il basso. I pensieri cominciarono a fluttuare in libertà.
A Stonehenge era arrivato con la convinzione che fosse un tempio solare.
Alcuni giorni di osservazione e di studio dei vari megaliti lo avevano
convinto degli allineamenti dei tumuli con le stelle.
Il tumulo di Fussel's Lodge era allineato con Aldebaran e all'interno
conteneva il teschio di un toro. Aldebaran era l'occhio della costellazione
del Toro. Il richiamo a Horus gli venne naturale.
Il tumulo di Waylandd's Smith mostrava, stranamente, un'assenza delle
mandibole negli scheletri, segno di ritualità che avevano riscontri
in alcune culture, come quella egiziana. Le mandibole venivano conservate
separatamente e si supponeva che lo spirito del defunto vi fosse collegato.
Alcuni tumuli erano senza sepoltura e anche questo fatto riportava ad
assonanze egizie.
C'erano inoltre le gigantesche figure scolpite nella pietra, come il White
Horse di Uffington, che richiamava la costellazione del Toro, o il Cerne
Giant, legato a quella di Orione.
La mano destra di Orione era la stella Betelgeuse, lo stesso nome dell'albergo
in cui stava. Una coincidenza o un segno?
Si era ritrovato al centro di un mondo che parlava di culti stellari ai
quali i druidi, i saggi del popolo celtico, le cui conoscenze matematiche
e astronomiche erano state da tempo appurate, avevano dedicato grande
attenzione.
Una testimonianza importante era il calendario di Coligny, nel quale le
principali festività erano legate alla levata eliaca di alcune
stelle: Samain a Antares, della costellazione dello Scorpione, Imbolc
a Aldebaran, del Toro, Beltane a Sirio del Cane maggiore, Lughasad a Capella,
dell'Auriga.
Un legame tra queste tradizioni e la Massoneria lo aveva trovato nella
figura di William Stukeley, uno dei primi studiosi ad occuparsi degli
allineamenti stellari e uno dei più noti massoni all'epoca della
fondazione della Massoneria moderna, assertore delle radici druidiche
della stessa.
Stukeley, che fu anche membro della Egyptian Society, aveva sostenuto
che dei sacerdoti egiziani in fuga giunsero i Gran Bretagna e trasmisero
la loro cultura, la loro arte e la loro religione agli abitanti di quel
paese e in particolare ai druidi. L'influenza egizia diede lo spunto per
la costruzione del monumento e forse la comunità straniera contribuì
allo svolgimento dei lavori.
Il druido più importante della saga irlandese è Mag Ruith
e il suo nome evocava la ruota del sole. Mag Ruith era privo di un occhio,
come Horus, era in grado di prosciugare le acque ed era detto 'figlio
della sapienza'. Guidava un carro di metallo bianco, munito di gemme splendenti,
con il quale tramutava la notte in giorno. Il richiamo all'immortale Ra
e alla sua barca celeste appariva evidente.
Forse, disse dentro di sé Gabriele, il segreto che si considerava
perduto in Egitto era stato a conoscenza degli antichi abitanti di quelle
terre, sulle quali avevano seminato pietre allineate, dolmen, menhir,
templi e tumuli, secondo arcani disegni. La chiave del segreto non era
perduta. Forse era stata a conoscenza dei druidi e da questi era passata
ai massoni.
L'ordine dei pensieri svanì. Il cristallo di Ilaria rifrangeva
la luce della lampada accesa sul tavolino, inducendo trasparenze che si
spandevano nella stanza.
Si stese sotto le coperte e tentò di addormentarsi. Il viaggio
era al termine. Non aveva scoperto la chiave del mistero, ma molti indizi
lo avevano portato sulla strada giusta. Era giunto il momento di tornare
a casa, di mettere in ordine i dati raccolti, di confrontarli con la letteratura
esistente. Doveva fare il punto.
Stette a lungo sospeso tra il sonno e la veglia. A un tratto ebbe l'impressione
che dalla finestra entrassero bagliori di luce. Fumo e faville si innalzavano
roteando verso il cielo stellato e senza luna.
All'improvviso un teschio si stagliò sempre più netto tra
le fiamme, entrò nella stanza ingigantendo e incombendo su Gabriele,
con un ghigno terrorizzante. "Ma tu perché sei qui?".
Gabriele si irrigidì sotto le coperte.
L'immagine svanì implodendo e lasciando un residuo luminoso che
ondeggiò a lungo nella stanza.
Gabriele sudava, immobile. Non riuscì a muoversi per un tempo che
gli parve un'eternità, finché con uno sforzo di volontà
riuscì a premere l'interruttore della corrente elettrica. La luce
dell'abat-jour fece svanire le ultime ombre.
L'incubo lo inseguiva nel tempo e nello spazio. C'era in esso un messaggio
inquietante, un avvertimento.
"Tu cosa fai qui?". Doveva togliersi da una situazione? Interrompere
la sua ricerca? Giunto troppo vicino alla chiave del mistero veniva invitato,
come in altri momenti simili, a lasciare il campo, a smettere di indagare
su questioni che non lo dovevano riguardare? Oppure il volto fluttuante
nella stanza gli stava dicendo di chiudere la storia con Ilaria e di sparire
dal suo orizzonte?
Pensò che la notte non gli avrebbe consentito alcun riposo. Mise
in ordine il bagaglio. Si vestì e fece mattina in compagnia dei
suoi appunti.
All'indomani raggiunse Londra e prese il primo aereo per Milano.
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