Capitolo XV

Partì all'alba, con le nuvole cariche di pioggia che dall'oceano scorrevano veloci nel cielo verso l'entroterra. Il battello salpò in orario perfetto. Passò il tempo del viaggio sul ponte, avvolto nell'incerata e nei suoi pensieri, lasciando che il vento salmastro gli tormentasse il viso e le mani.
Giunto a terra sbrigò rapidamente le pratiche doganali, affittò un'automobile e si diresse verso Stonehenge. La guida a sinistra, le strade strette, segnate da ambo i lati da siepi verdissime e da muretti di pietra, gli impedivano di pensare ad altro. Tutto intorno colline dolcissime, sormontate da boschetti di querce e punteggiate da greggi erranti.
Dopo qualche incrocio preso dal verso sbagliato e qualche sorpasso avventuroso, giunse finalmente all'albergo: una piccola costruzione solida, immersa nel verde, a pochi metri da un villaggio di contadini. Scaricò i bagagli nella hall foderata di tappezzeria rosso cardinale e da moquette a strati per le numerose rappezzature. L'albergatore, una signora anziana, minuta, lo accompagnò al primo piano. Salirono la scala di legno che scricchiolava ad ogni passo, percorsero un corridoio stretto e quando la signora infilò la chiave nella toppa l'uscio si aprì stridendo sui cardini. La stanza era accogliente. Una finestra vestita di lunghe tende color ocra dava su un prato con al centro un grande albero. Le pareti erano rivestite di una stoffa turchese, la moquette di un giallo senapato indefinito. Pensò che gli accostamenti di colore non fossero la principale virtù degli inglesi. Si buttò sul letto e stette a lungo a fissare il soffitto, senza pensieri, incantato dal silenzio. Fece sera mettendo a posto gli abiti nell'armadio e i libri su un tavolinetto corredato da una lampada liberty che spandeva luce verde sui fogli predisposti per gli appunti. "Hotel Betelgeuse". Strano nome per un albergo di campagna. Uscì verso sera per cenare. Non aveva ancora confidenza con usi e orari locali, decisamente spostati per le abitudini del suo stomaco. L'hotel non faceva cucina, ma a pochi metri c'era un pub dove servivano trote al vapore con patate. Ne ordinò due, accompagnate da una birra scura. Mangiò e bevve lentamente, concentrandosi sui sapori e osservando le facce degli avventori. Non aveva voglia di pensare ad altro. Tutto era rinviato al giorno dopo. Tornato all'albergo sprofondò in un sonno senza sogni e si risvegliò di primo mattino al suono di una voce cantilenante che proveniva dal prato vicino. Lasciò malvolentieri il caldo delle coperte e si affacciò alla finestra. Il prato era invaso da greggi di pecore, governati da cani che si davano un gran daffare per aiutare i loro padroni, i quali incanalavano gli animali verso un corridoio improvvisato, dove un gruppo di persone dallo sguardo attento le valutavano, lanciando strani segni con le mani verso un ometto appollaiato su uno sgabello, che parlava in continuazione, producendo una cantilena ipnotica, interrotta di tanto in tanto da un tono più alto e dal battere di un maglietto su un tavolo ovale.
Fece scorrere l'acqua nella vasca da incerti rubinetti di ottone. Dopo il bagno si vestì lentamente e scese per la colazione. "Cosa sta avvenendo qui fuori?", chiese alla signora che stava portando in tavola tè e latte fumanti. "E' l'asta della lana. Dopo la valutazione le pecore vengono tosate e ripartono per la campagna".
Prese aringhe affumicate e uova con pancetta. Normalmente al mattino riusciva a bere solo un caffè, ma l'insolito spettacolo gli aveva suggerito di lasciarsi andare ad un'immersione totale.

Passò parecchi giorni intento nello studio dei luoghi e dei monumenti. Osservò tumuli e reperti megalitici. Fece visita a piccoli musei locali e a biblioteche municipali.
Sul tavolino della sua stanza i fogli degli appunti costituivano una risma ben visibile. Una sera, rientrando in albergo, passò dal pub e chiese al proprietario, con il quale aveva familiarizzato, una bottiglia di whisky da portarsi in camera. Fece un bagno bollente, si mise in tuta, accese una sigaretta e prese dalla tasca della giacca il cristallo che gli aveva donato Ilaria. Lo portava sempre con sé. Gli dava la sensazione che gli parlasse di lei. Lo tenne fra il pollice e l'indice, guardandolo in controluce, ammirandone le sfumature viola che trascoloravano verso il basso. I pensieri cominciarono a fluttuare in libertà.
A Stonehenge era arrivato con la convinzione che fosse un tempio solare. Alcuni giorni di osservazione e di studio dei vari megaliti lo avevano convinto degli allineamenti dei tumuli con le stelle.
Il tumulo di Fussel's Lodge era allineato con Aldebaran e all'interno conteneva il teschio di un toro. Aldebaran era l'occhio della costellazione del Toro. Il richiamo a Horus gli venne naturale.
Il tumulo di Waylandd's Smith mostrava, stranamente, un'assenza delle mandibole negli scheletri, segno di ritualità che avevano riscontri in alcune culture, come quella egiziana. Le mandibole venivano conservate separatamente e si supponeva che lo spirito del defunto vi fosse collegato. Alcuni tumuli erano senza sepoltura e anche questo fatto riportava ad assonanze egizie.
C'erano inoltre le gigantesche figure scolpite nella pietra, come il White Horse di Uffington, che richiamava la costellazione del Toro, o il Cerne Giant, legato a quella di Orione.
La mano destra di Orione era la stella Betelgeuse, lo stesso nome dell'albergo in cui stava. Una coincidenza o un segno?
Si era ritrovato al centro di un mondo che parlava di culti stellari ai quali i druidi, i saggi del popolo celtico, le cui conoscenze matematiche e astronomiche erano state da tempo appurate, avevano dedicato grande attenzione.
Una testimonianza importante era il calendario di Coligny, nel quale le principali festività erano legate alla levata eliaca di alcune stelle: Samain a Antares, della costellazione dello Scorpione, Imbolc a Aldebaran, del Toro, Beltane a Sirio del Cane maggiore, Lughasad a Capella, dell'Auriga.
Un legame tra queste tradizioni e la Massoneria lo aveva trovato nella figura di William Stukeley, uno dei primi studiosi ad occuparsi degli allineamenti stellari e uno dei più noti massoni all'epoca della fondazione della Massoneria moderna, assertore delle radici druidiche della stessa.
Stukeley, che fu anche membro della Egyptian Society, aveva sostenuto che dei sacerdoti egiziani in fuga giunsero i Gran Bretagna e trasmisero la loro cultura, la loro arte e la loro religione agli abitanti di quel paese e in particolare ai druidi. L'influenza egizia diede lo spunto per la costruzione del monumento e forse la comunità straniera contribuì allo svolgimento dei lavori.
Il druido più importante della saga irlandese è Mag Ruith e il suo nome evocava la ruota del sole. Mag Ruith era privo di un occhio, come Horus, era in grado di prosciugare le acque ed era detto 'figlio della sapienza'. Guidava un carro di metallo bianco, munito di gemme splendenti, con il quale tramutava la notte in giorno. Il richiamo all'immortale Ra e alla sua barca celeste appariva evidente.
Forse, disse dentro di sé Gabriele, il segreto che si considerava perduto in Egitto era stato a conoscenza degli antichi abitanti di quelle terre, sulle quali avevano seminato pietre allineate, dolmen, menhir, templi e tumuli, secondo arcani disegni. La chiave del segreto non era perduta. Forse era stata a conoscenza dei druidi e da questi era passata ai massoni.

L'ordine dei pensieri svanì. Il cristallo di Ilaria rifrangeva la luce della lampada accesa sul tavolino, inducendo trasparenze che si spandevano nella stanza.
Si stese sotto le coperte e tentò di addormentarsi. Il viaggio era al termine. Non aveva scoperto la chiave del mistero, ma molti indizi lo avevano portato sulla strada giusta. Era giunto il momento di tornare a casa, di mettere in ordine i dati raccolti, di confrontarli con la letteratura esistente. Doveva fare il punto.
Stette a lungo sospeso tra il sonno e la veglia. A un tratto ebbe l'impressione che dalla finestra entrassero bagliori di luce. Fumo e faville si innalzavano roteando verso il cielo stellato e senza luna.
All'improvviso un teschio si stagliò sempre più netto tra le fiamme, entrò nella stanza ingigantendo e incombendo su Gabriele, con un ghigno terrorizzante. "Ma tu perché sei qui?".
Gabriele si irrigidì sotto le coperte.
L'immagine svanì implodendo e lasciando un residuo luminoso che ondeggiò a lungo nella stanza.
Gabriele sudava, immobile. Non riuscì a muoversi per un tempo che gli parve un'eternità, finché con uno sforzo di volontà riuscì a premere l'interruttore della corrente elettrica. La luce dell'abat-jour fece svanire le ultime ombre.
L'incubo lo inseguiva nel tempo e nello spazio. C'era in esso un messaggio inquietante, un avvertimento.
"Tu cosa fai qui?". Doveva togliersi da una situazione? Interrompere la sua ricerca? Giunto troppo vicino alla chiave del mistero veniva invitato, come in altri momenti simili, a lasciare il campo, a smettere di indagare su questioni che non lo dovevano riguardare? Oppure il volto fluttuante nella stanza gli stava dicendo di chiudere la storia con Ilaria e di sparire dal suo orizzonte?
Pensò che la notte non gli avrebbe consentito alcun riposo. Mise in ordine il bagaglio. Si vestì e fece mattina in compagnia dei suoi appunti.
All'indomani raggiunse Londra e prese il primo aereo per Milano.

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