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Il calore
insopportabile che avvolgeva la città non invitava alla passeggiata.
Meglio starsene a casa, con il condizionatore acceso e i ventilatori in
funzione. Forced air, aria forzata, frutto della tecnologia; poco naturale,
ma confortevole. Indugiò a lungo prima di infilarsi pantaloni e
maglietta e di uscire, ma aveva bisogno di distrarre il pensiero dall'incombere
di un evento che non voleva considerare: l'addio definitivo al suo amore
con Ilaria.
Salì al Castello per la via più erta. Giunse in cima trafelato
e senza un briciolo di fiato in corpo. Si fermò ad un chiosco poco
distante e si abbattè su una sedia di metallo, da poco riverniciata
di un bianco candido. Acqua fresca, ombra e nulla più. Gli restava
da guardare l'interno della fortezza. Pagò il conto e prese a gironzolare.
Superò l'ingresso della fortezza e si mise a osservare i particolari
della costruzione. Era in corso un complesso lavoro di restauro e alcuni
speleologi si erano presi la briga di scandagliare il ventre della rocca.
Dei cunicoli si sapeva: collegavano il Castello con la città e,
in particolare, con alcuni edifici pubblici. L'idea degli speleologi era
di riscoprire gli antichi percorsi e di indurre gli amministratori a riattivarli
per farne un inconsueto e intrigante percorso turistico.
Non era questo che cercava. Certo, i cunicoli potevano anche essere interessanti,
ma per ora il suo obbiettivo era un altro. Aveva bisogno di un segno preciso,
inequivocabile, del coinvolgimento del Castello, ultima propaggine e "figlio"
della Maddalena.
Continuò a camminare guardando, con occhi diversi, quanto avevo
già visto molte volte. Passò qualche ora senza alcuna novità
interessante. Il sole stava tramontando. Era il momento di tornare a casa.
Girò i tacchi per scendere verso il punto dove aveva lasciato l'automobile.
Sul lato nord della fortezza, all'improvviso, mentre ormai pensava ad
una doccia ristoratrice e alla gioia che poteva scatenare un ventilatore,
vide una costruzione a forma di piramide. Sovrastava la zona della polveriera.
Non era propriamente una piramide; era piuttosto un cubo sovrastato da
un tronco di piramide e ricordava stranamente la pietra lavorata della
simbologia massonica, ma anche un'immagine del tempio solare di Abu Gurab,
nella zona di Eliopoli.
Molti riferimenti seguivano un filo logico. Gli mancava però la
chiave.
Un suggerimento gli venne, inaspettato, durante un fine settimana. Era
ospite di un'amica in una splendida casa a mezza montagna con vista a
lago. Il Garda, da quel punto, si lasciava contemplare in tutta la sua
bellezza. Steso al sole si era avvolto nel profumo di rosmarino e di lavanda
che veniva dal brolo circostante, in gran parte coltivato ad ulivi. Verso
sera, mentre s'aspettava di cenare, si era messo a chiacchierare ai bordi
della piscina. Un amico, fresco di vacanze marine, gli chiese a quali
spiagge fosse approdato. "A nessuna", disse. "Me ne sono
stato in città a leggere, a curiosare, a tentare di mettere assieme
i pezzi di un mosaico che mi ossessiona e a coltivare l'attesa di un evento
impossibile, esorcizzando per giorni, per notti intere un epilogo probabile.
Anche in questo caso - aggiunse sommessamente - non sono approdato ad
alcun lido". Il riferimento a Ilaria non poteva essere percepito
e l'amico incalzò. "Che mosaico stai costruendo?".
Cominciò a spiegargli per sommi capi i percorsi, le domande, le
coincidenze, le stranezze del suo recente impegno, quando ad un tratto
l'amico gli disse: "Posso darti un consiglio?".
"Ben volentieri".
Cominciò così una lunga e complicata narrazione di eventi
storici, tra di loro concatenati da sotterranei fili. Giunto ad un certo
punto della narrazione, i consigli dell'amico cominciarono a stringersi
attorno all'argomento delle sue ricerche.
"Federico II, nipote del Barbarossa, nell'estate del 1238 aveva accerchiato
la città".
Federico II. Castel del Monte. Una delle tappe del suo viaggio. Cosa significava?
"L'esercito al suo comando era portentoso: ventimila uomini, in gran
parte italiani e tedeschi, ma anche inglesi, francesi, spagnoli, bizantini,
saraceni. L'assedio durò a lungo, ma la città resistette
e nell'ottobre Federico II si ritirò".
Il fatto storico era noto. L'esperienza, però, a Gabriele aveva
insegnato a guardare fatti, personaggi, avvenimenti con prospettive diverse.
Un interesse particolare, in un momento particolare, può portare
a cogliere aspetti della realtà che sino a quel momento non si
erano mai considerati e a fare delle scoperte interessanti, che aprono
nuovi orizzonti. Ebbene, "nel nostro caso - sosteneva l'amico - Federico
II, figlio di Costanza d'Altavilla e dell'imperatore Enrico VI Hoenstaufen,
era alleato di eretici e di giudei. La sua politica filo giudaica era
un'eredità lasciatagli dal nonno Federico Barbarossa. Quanto agli
eretici, Federico II era in stretti rapporti con i Catari, accusati dalla
chiesa di Roma di essere ariani, marcioniti, manichei. Fatto sta che l'eresia
albigese proveniva dal catarismo balcanico-anatolico e quest'ultimo dal
dualismo iranico di Mani e Zoroastro: dualismo paritetico , dove lo scontro
tra due forze uguali e contrarie presiedeva ai fatti del mondo, modificatosi
a contatto con il pensiero gnostico e approdato ad una concezione del
mondo opera di un dio malvagio, al quale si opponeva un dio buono. Al
Re del mondo si opponeva il dio dell'amore. Lo gnosticismo era il frutto
della diaspora degli ebrei e della distruzione del Tempio ad opera dei
romani nel 70 dopo Cristo. La disperazione aveva condotto alcuni ebrei
a rinnegare il dio del Vecchio Testamento e a pensare ad un dio crudele,
ad un demiurgo ora considerato come lo stesso demonio. Il catarismo -
aggiunse senza prender fiato il consigliere lacustre - si era sviluppato
in Provenza ai tempi della crociate negli stessi luoghi dove l'Ordine
di Sion e quello dei Templari avevano solide basi. In Provenza si era
consumata nel 1209 la tragedia degli Albigesi dopo che Innocenzo III aveva
ordinato la crociata intesa a sterminarli e la leggenda voleva che il
tesoro dei Catari, costituito non solo di beni materiali, ma soprattutto
di un segreto di immenso valore spirituale, fosse stato salvato da quattro
iniziati, fuggiti nottetempo dal massacro di Montségur per essere
portato in salvo". Ma dove?
Nessuno aveva più saputo niente. Il segreto aveva a che fare con
la leggenda di Maria di Magdala? Con Ormus? Con i Celti, gli Egizi, i
Templari? Nulla andava escluso.
Si trovava ancora a fare i conti con Maria Maddalena, la Maddalena. Era
davvero così?
"E se Federico II fosse venuto non per assediare un comune guelfo
che si contrapponeva all'imperatore, ma per cercare o per nascondere qualcosa?.
Cercare un segreto? Nascondere un tesoro? Forse in quei mesi di permanenza
sotto le mura, mentre l'attenzione era tutta rivolta al clamore della
battaglia, al fragore delle macchine da guerra e alle grida strazianti
dei giustiziati col ferro e col fuoco da ambo le parti, qualcuno del seguito
di Federico II aveva fatto altro. Il sospetto era sorretto da lacune concatenazioni
di fatti piuttosto sorprendenti".
"Quali?", chiese Gabriele con curiosità, ma anche non
malcelato dispetto?
"La Maddalena prima di assumere questo nome si chiamava Monte Denno,
Mons Domini, la montagna del vescovo che dominava la città. Ebbene,
il vescovo, vicino al movimento dei patarini, nel 1038, davanti ai "liberi
uomini" abitanti della città, si era impegnato a non costruire
sul colle Cidneo e a non disturbare l'uso della Maddalena, riservati ai
bisogni dei cittadini che vantavano diritti di pascolo e di legnatico.
La montagna diventò presto di proprietà del comune, che
ne affidò i beni a sette conservatori, i quali coadiuvati da ispettori,
custodi, e compari, dovevano vigilare sul patrimonio boschivo, ritenuto
inalienabile. Sul monte avrebbero preso dimora, di lì a poco, un
priorato agostiniano detto anche degli Eremiti, i quali costruirono la
chiesa dedicata a S. Maria Maddalena. La loro presenza sul monte sarebbe
durata fino al 1488, ma anche successivamente in Maddalena sarebbero rimasti
eremiti solitari".
I simboli ritornavano a imporsi con i loro messaggi arcani.
Il Mons Domini veniva dedicato alla Maddalena negli stessi anni in cui
la montagna veniva concessa agli uomini liberi di Brescia e la vigilanza
veniva affidata a sette conservatori, coadiuvati da ispettori, custodi
e compari. Un vertice formato da sette persone. Sette nelle leggende successive
sarebbero stati i Savi di Sion, gli iniziati Rosa-Croce, i Templari che
avrebbero formato il nucleo di trasmissione dei segreti iniziatici. Sette
era un numero importante nella storia religiosa ed iniziatica del mondo.
Sette erano anche i maestri massoni necessari per costituire una loggia
perfetta.
Non meno sorprendente era la ripartizione ternaria dei coadiutori dei
sette conservatori. La distinzione in ispettori, custodi e compari ricordava
quelle di molti ordini iniziatici, non ultima quella dell'Ordine massonico,
con gli apprendisti, i compagni, i maestri.
C'erano inoltre due elementi che rendevano ancora più evidente
il messaggio: l'impegno del vescovo a non costruire sul Cidneo e quello
del comune, delegato ai sette conservatori, a vigilare sui boschi, ritenuti
inalienabili.
Perché non costruire sul Cidneo?
A ben guardare la sommità del colle era stata dedicata al dio Bergimo,
divinità celtica dei monti. La radice Berg indicava un monte, come
bric, ma bergen in tedesco significa discendere, racchiudere, contenere,
recuperare, ma anche, in senso lato, nascondere. Cosa?
Il Cidneo era dunque un monte sacro, figlio e ultima propaggine dell'altro
monte sacro: la Maddalena. "Diva Magdalenae", come l'aveva chiamata
il gesuita Francesco Lana Terzi, allievo di quel Kircher che a Gabriele
aveva indicato le vie dell'Egitto.
Un monte sacro figlio di una montagna sacra. Ritornava il mito della Vergine
e del figlio nato dalla nozze sacre con il cielo, come il dio Lug, nato
dall'unione ierogamica tra la dea Morrigane (Morgana) e il dio Dagda,
l'Uomo Fulvo della Conoscenza Totale.
Sacro per i Celti era anche il bosco e guarda caso i sette conservatori
dovevano vigilare sui boschi, riservati agli uomini liberi.
I rapporti tra Cidneo e Maddalena erano evidenti, palpabili, non solo
nella continuità fisica che solo la mano dissacratoria dei veneziani
aveva avuto l'ardire di interrompere per scopi militari, ma anche nei
segni dei tempi.
Tutto vero, pensò Gabriele, ma la questione si complica. Il consigliere
lo fermò con un gesto della mano.
"C'è - disse - un'interpretazione filologica, a dire il vero
stranamente sincretica. Pensa all'anagramma di Maddalena".
"L'anagramma?".
"Dammi un foglio e una matita. Ecco, vedi? Maddalena. Madda Lena.
Lena può diventare Lean".
"Lean?".
"Lean è il nome in gaelico dell'Olmo. I celti lo chiamavano
così".
"E Madda, cosa significa Madda".
"Ci vuol pazienza. Adam d'. Aggiungi ora lean e ne esce Adam d'Lean.
L'assonanza è gaelica: Tuatha de Danaan è il popolo della
dea Dana".
"D'accordo l'assonanza, ma Adam che significa?".
"Adamo, il primo uomo. Adam in sanscrito significa terra rossa".
"Continuo a non capire".
"Vedi, la tua Maddalena è una montagna costituita da roccia
calcarea, molto fessurata, ricoperta da una terra rossa. Adam terra rossa.
D'Lean. Dell'Olmo. Maddalena, terra rossa dell'Olmo. Non ti dico di più.
Cerca".
Riprese a cercare. Questa volta non più sui libri, nelle biblioteche,
negli archivi, nel passato. Decise di cercare là dove tutti gli
indizi, i suggerimenti, i simboli lo portavano: sotto la terra rossa,
vicino all'olmo.
Due punti importanti di riferimento c'erano: la casa a torre di Contrada
Pozzo dell'Olmo, sulla quale un affresco sbiadito e quasi illeggibile
mostrava una fanciulla accanto ad un pozzo, e la piramide in pietra sulla
sommità del colle Cidneo.
Un percorso ipotizzabile poteva dunque essere quello che da qualche apertura
nella cantine della casa a torre portava, attraverso i cunicoli che attraversavano
le viscere del Cidneo, fin sotto la piramide. La direzione era da sud-ovest
a nord-est, in linea con la via del crinale: quella che prima dello scempio
veneto legava strettamente Cidneo e Maddalena.
Il giorno, o meglio, la notte dell'impresa non poteva essere che quella
tra il 14 e il 15 di agosto. Con la città vuota tutto sarebbe stato
più facile.
Passò i cinque giorni che lo separavano dall'appuntamento con l'escursione
speleologica ripassando le ricerche fatte, il significato di nomi e di
simboli, le coincidenze incontrate e riscontrate. Non c'era dubbio. Dopo
tanto peregrinare nel mondo e nei secoli le indicazioni lo avevano portato
a due passi da casa. I segni erano chiari. Ciò che cercava era
lì, sotto il Cidneo.
Il Graal? Il Tesoro dei Catari? La chiave perduta dei culti stellari e
della rinascita di Osiride? La sede dei Superiori Incogniti? Quale segreto
nascondeva il Cidneo sotto tonnellate di roccia, rese più pesanti
dai bastioni della fortezza?. Quale rivelazione poteva venire da quei
cunicoli forse volutamente occultati per impedire sguardi profani e indiscreti?
Una telefonata di Ilaria lo distolse dalla sue ricerche.
"Da dove mi chiami?".
"Sono in un eremo. Ho pensato di isolarmi per pensare e per decidere.
Quando torno, tra qualche giorno, vorrei vederti. Avremo modo di parlarne
ancora. Dentro di me una voce mi dice che non è possibile, che
non c'è futuro. C'è qualcosa che mi trattiene dal dire di
sì ad un amore che continuo a sentire e che ho vissuto con grande
intensità".
"Spero che tu cambi idea, che trovi dentro di te la forza di superare
gli ostacoli. Ti aspetto".
Non sapeva quando sarebbe tornata. Decise di rimandare l'ispezione sotto
il Castello. Voleva essere pronto in ogni momento a rivederla e, forse,
a convincerla che, nonostante tutti i segni contrari, un futuro c'era.
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