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La luce del crepuscolo
tesse con i rami
storie senza tempo
L'aveva seppellita
in una radura circondata dai faggi, dove l'erba inondata dal sole del
mattino donava alla vista trasparenze imperlate di rugiada. Sopra il tumulo
aveva piantato un albero e gli aveva dato il suo nome: Gabriele. Le radici
sarebbero così affondate nella terra dove riposava il corpo di
lei, mentre le fronde tese verso il cielo avrebbero ricordato agli dei
la sua disperazione per un amore impossibile, il senso di ingiustizia
per un destino amaro.
Scese, come faceva da anni, i tre gradini che introducevano al corridoio
interno del piccolo tempietto circondato dal bosco di faggi e abitato
dalle edere e dai muschi. Delle tre cripte allineate, che si affacciavano
sul corridoio, scelse quella di mezzo, piastrellata a mosaico, che celava
sotto il pavimento lastricato il corpo di Ilaria. Posò i fiori
sulla nuda pietra e scoppiò in un pianto angosciato.
Continuò a singhiozzare anche quando aprì gli occhi e la
realtà gli venne incontro ineludibile, afferrandogli lo stomaco
in una morsa lancinante.
Si erano detti addio il giorno prima. Non si sarebbero più rivisti
né sentiti. Del loro amore sarebbe rimasto solo il rimpianto e
il ricordo. Ilaria non aveva voluto continuare la loro storia. Non se
la sentiva, oppressa dall'angoscia di un sentimento profondo di ingiustizia
con il quale aveva vissuto un amore totale, che tuttavia la portava a
mettere in crisi legami precedenti. L'amore non era sufficiente a far
tacere la coscienza? Gabriele aveva ammirato la dignità della decisione;
non la capiva, non l'accettava; la subiva con un senso di morte che gli
saliva dal petto a serrargli la gola.
Stavano seduti sul prato, all'ombra di un albero dalle fronde ampie e
basse che proteggeva quel loro amore ancora vivo, palpitante, indicibile
se non attraverso l'intensità degli sguardi, il tremore delle mani
che si toccavano, l'emozione che traspariva dalle parole velate da un
pianto emergente e frenato a stento.
Intorno giocavano i ragazzini e due anziani signori guardavano con compiaciuta
comprensione gli sguardi che univano i due amanti, le mani che si cercavano,
i gesti che dicevano dell'amore che li avvolgeva. Ironia dell'apparenza.
Ilaria e Gabriele, uniti dall'amore, non si stavano scambiando promesse
per una vita insieme; si guardavano per l'ultima volta. I loro occhi non
si sarebbero mai più rivisti, le loro mani sarebbero rimaste sole
e mute, le loro bocche non avrebbero più pronunciato parole insufficienti
a contenere il sentimento che provavano. Si stavano dicendo addio.
"Devo andare, è ora", disse Ilaria con voce ferma. "Ti
accompagno all'automobile", aggiunse Gabriele. Fecero ancora qualche
passo assieme, fianco a fianco, mano nella mano, come una volta, quando
erano felici e inconsapevoli di quel triste epilogo.
"Ci salutiamo qui", disse Gabriele con il groppo in gola e le
lacrime che salivano agli occhi.
"Non salutiamoci. Non amo gli addii", sussurrò Ilaria
sottraendosi. Gabriele le prese la mano: "Buona fortuna, amore".
L'abbraccio venne spontaneo, lungo, intenso. Poi Ilaria si staccò,
lo guardò fisso negli occhi. "Sii felice", disse e abbracciò
Gabriele stringendolo forte, con un'intensità nella quale c'era
tutta la loro storia. Si staccarono. Lei aprì lo sportello dell'auto.
Gabriele si avviò verso il viale. I loro occhi si incontrarono
in un lungo sguardo, sempre più lontano: l'ultimo.
Era finita. Gabriele percorse il viale con gli occhi lucidi, salì
nella propria automobile parcheggiata poco distante e al riparo da sguardi
dissacranti scoppiò in un pianto irrefrenabile. L'aveva persa per
sempre. Non avrebbe più incontrato quello scricciolo dagli occhi
azzurri che lo aveva riempito di felicità da quando, molto tempo
prima, l'aveva baciata per la prima volta a Venezia, in quell'archivio
dove pensava di trovare i segreti della Massoneria e aveva invece incontrato
l'amore.
Nel pomeriggio di quel 26 agosto si erano detti addio. Non l'avrebbe più
rivista.
Prese dal comodino il cristallo che Ilaria gli aveva regalato. Lo tenne
tra le mani e lo accarezzò a lungo, quasi fosse la custodia della
fusione delle loro anime. "La piramide riflette la sua ombra cristallina.
... per mezzo del Terzo il Quarto compie l'unità. Thoth scioglie
i pensieri. La mia-tua Anima sale nella cuspide viola". Le aveva
scritto quel pensiero quando lei gli aveva regalato il cristallo. Gli
era uscito dall'inconscio, senza mediazioni, e aveva guidato la stilografica
imponendosi sul foglio bianco come un messaggio ancestrale. Cosa c'era
in quel cristallo? Quale era il suo messaggio?
Tentò di rilassarsi. Di non pensare. Teneva tra l'indice e il pollice
quella doppia piramide, interrogandola.
La base quadrata, le facce a triangolo. Il Quattro e il Tre. Con il Tre
il Quattro compie l'unità. Sulla base quadrata si ergevano quattro
triangoli. Il quattro conteneva il tre. Il triangolo, a sua volta, conteneva
i lati. Ogni lato collegava due punti: il due. I quattro triangoli si
univano nella cuspide: l'uno. Con il Tre il Quattro compie l'unità.
"L'Uno diventa il Due, e il Due Tre, e per mezzo del Terzo il Quarto
compie l'unità". Era l'assioma di Maria Prophetissa, la Copta.
L'assioma che conteneva il segreto dell'alchimia e la piramide, saldamente
appoggiata sulla terra e protesa verso il sole, ne era la rappresentazione
geometrica. L'Uno si divideva e si manifestava nel Due, principio femminile
e ricettivo e con il Tre, simbolo della parte maschile, dava origine al
Quattro: la fisicità, la natura. A quel punto iniziava il processo
di purificazione degli elementi, per giungere ad una unità consapevole.
Il Mercurio, Ermes, Thoth, scioglieva nell'atanor gli elementi. Era la
nigredo degli alchimisti. Successivi processi di trasformazione portavano
all'albedo e alla rubedo e, infine, alla quintessentia, alla pietra filosofale.
Ilaria, con quel cristallo gli aveva dato un messaggio: la chiave della
sua presenza. La "sua vasta maternità", della quale gli
aveva più volte parlato, era il ricettacolo della sua anima. Gabriele
in lei si era sciolto, per ritrovare le sue emozioni. Con Ilaria aveva
incontrato il suo inconscio.
Era andato in cerca del Mistero, aveva indagato molti segreti, ma quella
esigenza che aveva di intraprendere un nuovo cammino aveva trovato una
risposta non sui libri, non nelle ricerche in terre lontane, ma nell'amore
di una donna che gli era venuta incontro inaspettatamente e gli aveva
inondato la vita, come la piena del Nilo; lo aveva fecondato e poi si
era ritirata, lasciando che il tempo facesse il suo corso. Lì stava
la chiave del suo sentirsi insufficiente, gli accenni alla redenzione,
la sua angoscia. A lei apparteneva la nigredo, lo scioglimento, l'immersione
nell'inconscio, il ritorno al caos. Il resto Gabriele lo avrebbe dovuto
fare da solo, come la terra d'Egitto, che dopo la piena ritrova nel calore
dei raggi del sole la forza per far fiorire i semi fecondati e nutriti
dal limo. In quella doppia piramide, in quel cristallo, si nascondeva
anche il segreto del rapporto dell'uomo con il mondo. Due piramidi, una
che guarda verso l'alto e l'altra verso il basso, unite nella stessa base.
Ciò che è in alto è come ciò che è
in basso, secondo gli insegnamenti di Ermete Trismegisto e della Tavola
di Smeraldo. "E' vero senza menzogna, è certo e verissimo
che ciò che è in basso è simile a ciò che
è in alto; e ciò che è in alto è come ciò
che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una".
Era giunto il momento di andare incontro al Mistero.
A notte fonda Gabriele entrò nell'androne di un edificio di via
Pozzo dell'Olmo. All'interno, in un piccolo cortile, c'era un pozzo, evidentemente
in disuso, chiuso da una grata in ferro battuto. Non ebbe difficoltà
a scardinare gli anelli di chiusura, corrosi dalla ruggine e sufficientemente
fragili per soccombere alla pressione della leva. Ispezionò l'interno
con una torcia elettrica e vide che delle pietre sporgevano a distanze
regolari, consentendo una discesa non agevole ma sufficientemente sicura.
Si infilò nel pozzo, rimise la grata nella sua posizione originaria
e cominciò lentamente a scendere. Dopo qualche minuto la torcia
fece intravedere il fondo, ricoperto da una lente di pietra asciutta e
stranamente pulita. Gabriele scese gli ultimi metri, appoggiò i
piedi sul fondo e cominciò a ispezionare le pareti. Intravide un'apertura,
non più alta di mezzo metro e larga quanto bastava per il passaggio
di un uomo. Si appoggiò sui gomiti, mise la torcia davanti a sé
e cominciò a muoversi nel cunicolo. Fatti un paio di metri si ritrovò
in una galleria più ampia, nella quale si poteva camminare eretti.
La seguì. Fece ancora pochi passi ed entrò in una stanza
enorme, di forma ottagonale, alle cui pareti erano murati degli enormi
candelabri in ferro. Ogni parete dell'ottagono aveva una porta, che si
apriva su una galleria. Gabriele osservò con attenzione ogni particolare.
Sull'architrave di ogni porta era scolpito un segno. Sulla prima uno strano
fiore a otto petali, sulla seconda il sigillo di Salomone. La terza era
sormontata dalla testa a sbalzo dell'uomo verde dei Celti. Sulla quarta
appariva, in lettere greche, la scritta IOA, simbolo del demiurgo gnostico.
Sulla quinta era scolpita una spada templare e sulla sesta un compasso
si intrecciava ad una squadra. La settima porta era segnata dal geroglifico
di Iside. Sull'architrave dell'ottava c'era una scritta: "proprophengè
morios prophir prophenghè nemethire arpsenten pitètmimeòy
enarth phirchechò psyridariò tyrèphilba".
Sul soffitto della stanza, dipinto d'azzurro, erano rappresentate le costellazioni
di Orione e del Toro.
Gabriele stette a lungo incerto sulla strada da intraprendere. Infine,
come trascinato da una corrente magnetica, decise di passare attraverso
la porta sormontata da quella strana e incomprensibile scritta.
Percorse alcuni metri finché il cunicolo lo obbligò a compiere
un angolo retto. Fu a quel punto che vide, in lontananza, una debole luce.
Affrettò il passo e davanti a sé gli apparve una grotta.
All'ingresso c'erano una vasca d'acqua e due statue che reggevano una
torcia ciascuna, l'una rivolta verso l'alto e l'altra verso il basso.
Nella grotta la volta simboleggiava il cielo e sul fondo un bassorilievo
raffigurava Mitra che uccide il toro. Sulla destra e sulla sinistra della
grotta, seduti su panche scavate nella pietra, stavano, tre per lato,
sei uomini avvolti in candide tuniche. Il settimo di loro era in piedi,
accanto ad un'ara. Quando vide Gabriele gli si fece incontro. "Ti
aspettavamo", disse.
Gabriele era intimorito dalla scena inaspettata, da quelle presenze e
dallo sguardo di quell'uomo dai capelli candidi, racchiusi nel cappuccio
della tunica.
"Mi aspettavate?".
"Ti abbiamo seguito sin dai tuoi primi passi, quando a Malta hai
cominciato a vedere con occhi diversi la realtà, prima spinto da
curiosità e poi da un'esigenza interiore che si è andata
sempre più accrescendo".
"Ho fatto molta strada, ma non ho conosciuto la verità. Il
Mistero per me è rimasto tale".
"La verità è come il sole: se lo guardi ti acceca,
ma i suoi raggi ti scaldano, ti danno la gioia di un risveglio, l'allegria
di una giornata serena. La sua energia è fonte di vita"
"Non potremo mai conoscerla direttamente?".
"E' una domanda alla quale non posso rispondere. La conoscenza è
come l'orizzonte: mentre cammini si sposta in avanti. Eppure il cammino
non è inutile".
"Ma è senza fine".
"Senza fine. Ricordati, ha importanza il viaggio, non la meta. Impara,
mentre cammini, a guardarti attorno. Scoprirai coincidenze, assonanze.
Vedrai le molteplici facce della realtà, non sempre piacevoli.
Vivrai".
"Se non c'è meta in cosa consiste il mistero? Eppure mi era
parso di scoprirne le tracce. Le ho rincorse nei secoli, nelle biblioteche,
sulle pagine di centinaia di libri. Il fatto stesso che ora sia qui è
la dimostrazione che una via tracciata c'è e che è possibile
capirne i segni. In fondo tu stesso sei la dimostrazione che un segreto
dev'esserci".
"Il segreto è nell'inizio. E' il primo passo. Le vie sono
infinite; per quanto ci riguarda, tante quanti sono gli uomini".
"Non c'è dunque la Via? Tu parli d'inizio. Iniziare un cammino,
un'esperienza? Cosa?".
"Iniziare equivale a morire, per rinascere in condizioni migliori.
In questi anni di ricerca hai percorso varie vie, diverse fra loro, eppure
molto simili. Tutte si svolgono secondo le tre fasi della purificazione,
dell'illuminazione e dell'unione. E' questa una scansione del cammino
che vale per ogni scuola esoterica".
"Eppure ci sono scuole di pensiero e gruppi iniziatici che dicono
di possedere segreti. Non tutte le vie, dunque, si equivalgono. Qual è
la migliore?".
"Ogni epoca ha prodotto forme diverse di pensiero e in ogni epoca
si sono formate scuole, ma nessuna di esse è la scuola. Il cammino
verso la conoscenza è un percorso alchemico, una pratica rituale
il cui processo consiste nel lavoro preparatorio: la purificazione; nella
sublimazione: l'illuminazione; nel ritrovamento della pietra filosofale:
l'unione".
"Una pietra che nessuno ha mai trovato".
"In senso fisico, ovviamente no. La pietra filosofale è una
conquista individuale; è il frutto di un cammino".
"Mi stai dicendo che il segreto è dentro di noi?".
"Si. Il Sacro Graal, il segreto massonico, la pietra filosofale e
ogni altro mistero suggeritoci dalle tradizioni, dalle favole, dalle leggende
è nascosto dentro di noi. Conosci te stesso. Cerca il senso della
tua vita. Cerca il significato del rapporto tra te e il mondo".
"E' quello che ho fatto. Consentimi, tuttavia, di insistere nel chiederti
un consiglio. Quale maestro ritieni più valido? Quale via consideri
più efficace?".
"Ogni maestro, ogni via è un'occasione. La conoscenza è
universale. Ogni disciplina è connessa con le altre. Nei secoli
molte scienze hanno assunto uno statuto proprio, una propria autonomia,
ma nonostante appaiano autosufficienti continuano a dipendere le une dalle
altre. Così come ci specializziamo in una disciplina per svolgere
una funzione che ci pare più consona alle nostre inclinazioni,
possiamo imboccare una via o un'altra: la più vicina alla nostra
sensibilità, alla nostra cultura, al nostro tempo. Ogni via può
essere valida, purché non la si consideri la sola, l'unica, la
vera. Pensa al luogo nel quale ci troviamo. Sulla sua sommità i
Cenomani hanno eretto un tempio al dio Bergimo, i Romani al Genius Loci.
I cristiani hanno edificato una chiesa al loro dio. Ogni epoca ha avuto
la sua verità, non la Verità".
"Se è come dici, non c'è via o maestro in grado di
soddisfare la nostra necessità di conoscere".
"E così. Te l'ho detto. Il segreto è l'inizio. La meta
non è di questo mondo, ma il cammino è pieno di sorprese
e la meraviglia, lo stupore, la gioia dello scoprire sono la paga delle
nostre fatiche".
"Pensavo di essere arrivato e tu mi indichi un cammino senza fine.
Dimmi, se vuoi, una direzione. Non svanire nel nulla, lasciandomi solo
con le mie angosce".
"Il mio nome è Ormus. In esso si racchiudono molti percorsi
e molte esperienze. Riprendi da qui, con pazienza e senza fretta".
"Senza fretta? Il tempo fugge".
Ormus alzò lentamente la mano destra, stese il dito indice con
solennità e lo accostò alla bocca in segno di silenzio.
Dalla cripta giungeva un coro di voci: una cantilena lenta, appena percettibile.
"Senti queste voci? L'armonia del loro canto pronuncia i molteplici
nomi della Verità. A quei nomi pronunciati se ne potrebbero aggiungere
altri ancora, all'infinito. Ciò che conta non è la quantità
dei nomi; è la sintonia di questo canto con quello dell'universo.
Non angosciarti, dunque. Cammina".
La luce si fece più viva; avanzava lungo le pareti e le avvolgeva
in un chiarore sempre più intenso. Ormus arretrò, si volse
verso l'apertura della cripta e scomparve: luce nella luce.
Gabriele rimase abbagliato da quel biancore che gli invadeva gli occhi
e il cervello. Poi i contorni di ciò che lo circondava cominciarono,
lentamente, a farsi sempre più netti. Un prato, aiole fiorite,
un cubo massiccio, sormontato da una piramide. Stese la mano e indugiò
per qualche attimo a constatare la dura fisicità del marmo. Il
sole che sorgeva dietro la Maddalena gli illuminava il viso.
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