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"Io sono un figlio della terra e del cielo stellato,
ma la mia razza è del cielo soltanto.
Questo lo sapete da voi.
Mirate, io sono arso dalla sete e perisco.
Datemi presto l'acqua fredda che sgorga
dal lago della memoria".
Tavoletta orfica
rinvenuta a Petelia
Il mare era calmo.
Il mattino aveva piovuto e le ultime nubi correvano verso oriente, per
incontrare immense distese d'erba e impenetrabili foreste di querce, dove
il respiro della terra si congiungeva a quello del cielo.
Il promontorio, piatto ed erboso, degradava lentamente verso il mare,
separando l'oceano aperto dalla baia, sulla quale, più a sud, in
basso, si affacciava il villaggio, al momento deserto.
A nord-ovest il volo dei gabbiani intesseva intrecci tra l'oceano, il
cielo e la terra. A sud-est il mare era tranquillo, blu intenso, scintillante
per i raggi del sole che lo colpivano di traverso. Una grande roccia segnava
la punta più avanzata del promontorio. Nell'acqua, a breve distanza
l'uno dall'altro, alti scogli si ergevano come alberi di pietra, perfettamente
allineati. A poche centinaia di metri dalla riva, verso ovest, un bosco
fitto celava alla vista i preparativi del sacrificio. Un toro bianco,
le cui corna non erano mai state legate, brucava l'erba ancora bagnata,
ignaro della sua sorte. Se ne sentiva di tanto in tanto il muggito: quasi
un richiamo alle incombenze del rito, per chi si affaccendava sulla riva.
Quando il sole cominciò a declinare verso l'orizzonte, gli uomini
e le donne del villaggio, avvolti in tuniche di lana e con ghirlande di
fiori sul capo, si disposero in due file che tracciavano una linea di
congiunzione tra la riva a nord-ovest, dove le onde dell'oceano andavano
ad infrangersi spumeggianti, lasciando nell'aria vapori di salsedine,
e l'allineamento roccioso a sud-est, dove lo sciabordio delle onde aspergeva
l'altare di pietra, coperto di petali di biancospino.
Quando il disco solare toccò la cima degli alberi, ad ovest, dalla
riva di sud-est iniziò a giungere verso le due file di uomini in
attesa un suono grave, circolare, sempre più intenso. Un suono
che parlava all'anima, saliva al cuore, invadeva la mente. Proveniva da
grandi ciotole di rame che alcuni anziani
accarezzavano in tondo.
Dalla riva di nord-ovest rispose il suono imperioso dei corni e in quel
momento, da una barca approdata tra le spume di salsedine, dopo aver percorso
un lungo tratto sulle onde dell'oceano, scese a terra un vecchio saggio,
sorretto da due giovani aiutanti avvolti in candide tuniche. La tonsura
a mezzo capo ne indicava la dignità di druidi.
Il Gwid Insh Derwidd, il "Druida che annuncia il sapere", avanzò
lentamente. Era coperto da una lunga tunica bianca. Il viso emaciato e
due occhi infossati rivelavano la fatica di lunghe notti insonni passate
a scrutare le stelle. Dal capo scendevano lunghi capelli bianchi. Dal
mento la barba rada cadeva dritta sul petto. La fronte era attraversata
da una fascia bianca con il simbolo del grado e della funzione ricamato
in rosso: I >, Insh Derwidd, colui che annuncia.
La fascia, annodata sulla parte posteriore del capo, scendeva sulla spalla
destra. Il vecchio saggio avanzò lentamente tra le due ali di folla.
Nella sinistra stringeva un lungo bastone
sulla cui sommità era legato un mazzo di fiori bianchi. Nella destra,
rivolta verso la terra e nascosta nell'ampia manica della tunica, teneva
un'ascia di giadeite. Le due ali di uomini e di donne esprimevano sentimenti
diversi.
La lunga fila di sinistra era festante, gioiosa. Quella di destra era
composta da persone tristi, con il capo chino. Erano i simboli viventi
dei due aspetti di ogni realtà, di ogni esperienza, di ogni cammino.
Il vecchio avanzò lentamente, accompagnato dal suono grave delle
grandi ciotole di rame e da quello dei lunghi corni.
Raggiunta la roccia sulla punta del promontorio l'Insh Derwidd si fermò.
I due giovani assistenti presero l'ascia dalla sua mano destra e la portarono
verso il bosco. I suoni delle ciotole e dei corni cessarono. Su tutti
scese il silenzio, interrotto solo dallo sciabordio dell'acqua. E nel
silenzio trascorse la notte, con uomini e donne seduti in cerchio. Al
centro l'Insh Derwidd osservava il cielo stellato, immerso in una profonda
meditazione, con la mano sinistra stretta attorno al bastone fiorito e
la destra appoggiata al petto.
Giovani donne, avvolte in tuniche di lana blu, offrivano idromele, servendolo
in piccole coppe di legno. I fuochi erano spenti. Le uniche luci erano
quelle delle stelle brillanti nel cielo e della luna, che rifletteva il
suo chiarore argenteo sulla superficie calma delle acque. La notte avvolse
nel suo manto di silenzio il promontorio.
Gwid era seduto su uno scanno di legno di quercia ricoperto di pelli di
cervo. Le sue mani erano abbandonate sulle cosce. I piedi, a contatto
con la terra, ne assorbivano gli umori e le intime vibrazioni. Il druida
teneva gli occhi chiusi e respirava lentamente, percependo l'allargarsi
e il restringersi della cassa toracica; seguiva il flusso di aria frizzante
che entrava dal naso e inondava gli alveoli, come l'acqua di un fiume
entra nei mille rivoli del delta, alimentandone la vita; ne assecondava
il lento risalire verso la bocca, espirando lentamente, fino a svuotare
totalmente i polmoni. Dalla riva giungeva il suono incessante del fluire
e del rifluire delle onde, mosse da una lieve brezza.
Gwid sintonizzò il ritmo del suo respiro con quello del mare, finché
la sintonia non divenne simbiosi e poi intima unità. Il druida
e il mare, a quel punto, erano una cosa sola, un'unica massa vivente e
pulsante, che sulla linea dell'orizzonte si confondeva con il cielo stellato.
Gwid si espanse lentamente verso l'alto, sino a confondersi con il cielo,
a sentirne il canto struggente e per lui pieno di evocazioni nostalgiche.
A quel punto aprì gli occhi e guardò le stelle, prima accomunandole
in un unico sguardo e poi osservandole una ad una, assaporandone la diversa
luminosità, accogliendone gli ancestrali messaggi. Il vecchio druida
sembrava una statua. Immobile osservava da ore il lento modificarsi della
volta stellata. Ad un tratto l'Insh Derwidd si alzò. Aiutato dai
due giovani druidi si recò lentamente di fronte
alla grande roccia all'estremità del promontorio. Mise davanti
a sè il bastone e lo allineò con una traccia longitudinale
scavata nella sommità piatta del masso. Il bastone, la traccia
nella roccia e lo scoglio più alto, emergente dalle acque a un
centinaio di metri di distanza erano perfettamente allineati. Seguendo
quel filo immaginario l'Insh Derwindd traguardò l'orizzonte sulla
linea del quale, in quel preciso momento, comparve una stella.
Il vecchio druida alzò il braccio destro. La bianca manica della
tunica scivolò all'indietro, scoprendo una stola triangolare con
un pendente in diaspro rosso. Il pollice toccò in rapida successione
le altre dita, tracciando, nel linguaggio delle mani, il nome della stella:
Aldebaran. Il volto del vecchio era luminoso. Gli occhi guardavano l'orizzonte
con fierezza e con febbrile nostalgia.
Nella sua mente cominciarono a scorrere le immagini di un cielo infuocato,
solcato da dense nuvole di fumo nero. Un mondo intero bruciava. Ebbe l'impressione
che un cilindro incandescente calasse dall'alto, incombente, terrificante.
Il vecchio druida lo sentiva sopra di sè, come un mostro di ferro
e di fuoco. Lo inghiottiva. Lo portava via. Lo strappava a quel mondo
agonizzante. L'immagine cambiò all'improvviso. Ora lui (quale il
nome?) planava su un'immensa foresta verde. Scendeva dolcemente, sempre
più in basso, fino a terra. Terra. Si posò dolcemente. Galleggiava
sull'acqua. Vedeva la riva coperta d'erba. Si fermò all'ombra di
un tarassaco in fiore.
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