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Ewya era uscita di primo
mattino. Le piaceva camminare tra le felci, bagnarsi con la rugiada che
imperlava i prati e riluceva ai primi raggi del sole prima di sciogliersi
evaporando nell'aria. Il bosco profumava. Nella grande ansa del fiume
l'acqua fluiva lenta, verde, pigra. Dalla casa sulla riva saliva un filo
di fumo. Il camino era in pietra, come la base, affondata nel terreno
sottratto alla palude da sbarramenti di pali e di sassi. Le pareti, trattenute,
da grossi tronchi, erano di assi e di paglia impastata con il fango. All'interno
poche supellettili, un letto di frasche, ricoperto di pelli e una quantità
di ciotole e di vasi, colmi di oli profumati, di erbe essicate, di radici
sminuzzate.
Ewya era giovane, ma in quella casa sul fiume abitava già da molto
tempo. Era stata educata sin dalla sua infanzia da donne vestite di lunghe
tuniche blu, in un'isola in mezzo alla palude, raggiungibile solo per
vie segrete, celate alla curiosità degli uomini dalla nebbia biancastra
che galleggiava costantemente sull'incerto suolo di torba.
Ogni giorno Ewya si alzava presto. Il bosco l'attendeva con i suoi segreti.
Quel mattino si stese sull'erba. Giocava a dare un nome alle nuvole bianche
che si spostavano verso est, mutando lentamente di forma, a volte unendosi
tra di loro, a volte separandosi, in una danza gioiosa, nello scenario
azzurro del cielo.
Fu da una di quelle nuvole che all'improvviso comparve un bolide infuocato.
Tracciò una scia di fuoco nel cielo e cadde sul limitare della
palude, dove l'acqua si mescolava con quella del fiume e sulla riva il
tarassaco contendeva lo spazio agli equiseti.
Il vecchio druida, Gwid Insh Derwidd, il "Druida che annuncia il
sapere", assorto nelle visioni, ricordava e vedeva con gli occhi
di lei una scena solo vecchia, alla quale si sovrapponeva, angosciante,
una scena antica, d'altri mondi.
Ewya si alzò e corse verso la palude. Sebbene fosse impaurita dall'evento,
sentiva una voce dentro di sè che la spingeva a cercare. Percorse
lentamente la riva, muovendo le foglie e i lunghi ciuffi d'erba. Ad un
tratto lo vide. Un minuscolo uovo biancastro galleggiava, fermo in una
piccola rientranza della riva. Sedette lentamente nell'erba e rimase immobile
a guardarlo.
Dall'uovo usciva una luce pulsante. Il Druida ebbe la sensazione di espandersi.
Davanti ai suoi occhi non aveva più l'acqua verde del fiume, la
distesa d'erba, la luce pulsante di quell'uovo piovuto dal cielo, ma una
grande stanza di vetro e cemento, dove un uomo stava radunando su una
scrivania di cristallo tanti piccoli oggetti neri. Erano parallelepipedi
rettangolari, perfetti, lucidi alla vista ed al tatto. Dall'ampia vetrata
alla sua sinistra entravano, nella stanza ancora ben isolata, i bagliori
di un grande incendio. Zampilli di lava si levavano al cielo per poi ricadere,
tra volute di fumo e di vapore, sui prati circostanti. Il pianeta era
in agonia. Bisognava far presto. Salvare il salvabile, prima che tutto
si disintegrasse. L'uomo, avvolto in una tunica grigia, mise i blocchetti
in una pellicola biancastra e gelatinosa, che presto si rapprese, assumendo
l'aspetto di un uovo. Il Druida ebbe l'impressione che quell'uovo venisse
lanciato nel cosmo e fosse quello stesso che nella visione toccava, inconsapevolmente,
con circospezione e con timore la giovane Ewya.
L'uomo si girò lentamente verso di lui, lo guardò fisso
negli occhi, con uno sguardo rassicurante e gli disse: "Mi chiamo
Ani-Mu". La visione scomparve. Il Druida tornò a vedere con
gli occhi di lei. Ewya era seduta nell'erba, accanto all'uovo che ancora
galleggiava e che stava accarezzando. Decise di raccoglierlo. L'avrebbe
portato con sè nella casa di pietra e di legno, perchè ormai
sapeva che proteggere quell'uovo era il compito al quale era stata preparata
sin dalla nascita. Il rito era finito. Il Druida ora guardava il cielo
con altri occhi. Nella sua mente sentiva echi lontani: una musica degli
astri che lo portava verso altri mondi, verso l'infinita distesa dell'Universo.
La nostalgia di un canto arcano, di un silenzio sonoro, di una danza dei
mondi nell'immenso nero palpitante lo pervase, stordendolo. "Fratelli
- disse con la voce della mente - quanto ancora? Quanto tempo ancora?".
Ancora in quella vita. Ancora in altre vite. Il suo compito non era finito.
Il viaggio continuava, doveva continuare.
Era stato deciso così.
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