Capitolo II
EWYA

Ewya era uscita di primo mattino. Le piaceva camminare tra le felci, bagnarsi con la rugiada che imperlava i prati e riluceva ai primi raggi del sole prima di sciogliersi evaporando nell'aria. Il bosco profumava. Nella grande ansa del fiume l'acqua fluiva lenta, verde, pigra. Dalla casa sulla riva saliva un filo di fumo. Il camino era in pietra, come la base, affondata nel terreno sottratto alla palude da sbarramenti di pali e di sassi. Le pareti, trattenute, da grossi tronchi, erano di assi e di paglia impastata con il fango. All'interno poche supellettili, un letto di frasche, ricoperto di pelli e una quantità di ciotole e di vasi, colmi di oli profumati, di erbe essicate, di radici sminuzzate.
Ewya era giovane, ma in quella casa sul fiume abitava già da molto tempo. Era stata educata sin dalla sua infanzia da donne vestite di lunghe tuniche blu, in un'isola in mezzo alla palude, raggiungibile solo per vie segrete, celate alla curiosità degli uomini dalla nebbia biancastra che galleggiava costantemente sull'incerto suolo di torba.
Ogni giorno Ewya si alzava presto. Il bosco l'attendeva con i suoi segreti. Quel mattino si stese sull'erba. Giocava a dare un nome alle nuvole bianche che si spostavano verso est, mutando lentamente di forma, a volte unendosi tra di loro, a volte separandosi, in una danza gioiosa, nello scenario azzurro del cielo.
Fu da una di quelle nuvole che all'improvviso comparve un bolide infuocato. Tracciò una scia di fuoco nel cielo e cadde sul limitare della palude, dove l'acqua si mescolava con quella del fiume e sulla riva il tarassaco contendeva lo spazio agli equiseti.
Il vecchio druida, Gwid Insh Derwidd, il "Druida che annuncia il sapere", assorto nelle visioni, ricordava e vedeva con gli occhi di lei una scena solo vecchia, alla quale si sovrapponeva, angosciante, una scena antica, d'altri mondi.
Ewya si alzò e corse verso la palude. Sebbene fosse impaurita dall'evento, sentiva una voce dentro di sè che la spingeva a cercare. Percorse lentamente la riva, muovendo le foglie e i lunghi ciuffi d'erba. Ad un tratto lo vide. Un minuscolo uovo biancastro galleggiava, fermo in una piccola rientranza della riva. Sedette lentamente nell'erba e rimase immobile a guardarlo.
Dall'uovo usciva una luce pulsante. Il Druida ebbe la sensazione di espandersi. Davanti ai suoi occhi non aveva più l'acqua verde del fiume, la distesa d'erba, la luce pulsante di quell'uovo piovuto dal cielo, ma una grande stanza di vetro e cemento, dove un uomo stava radunando su una scrivania di cristallo tanti piccoli oggetti neri. Erano parallelepipedi rettangolari, perfetti, lucidi alla vista ed al tatto. Dall'ampia vetrata alla sua sinistra entravano, nella stanza ancora ben isolata, i bagliori di un grande incendio. Zampilli di lava si levavano al cielo per poi ricadere, tra volute di fumo e di vapore, sui prati circostanti. Il pianeta era in agonia. Bisognava far presto. Salvare il salvabile, prima che tutto si disintegrasse. L'uomo, avvolto in una tunica grigia, mise i blocchetti in una pellicola biancastra e gelatinosa, che presto si rapprese, assumendo l'aspetto di un uovo. Il Druida ebbe l'impressione che quell'uovo venisse lanciato nel cosmo e fosse quello stesso che nella visione toccava, inconsapevolmente, con circospezione e con timore la giovane Ewya.
L'uomo si girò lentamente verso di lui, lo guardò fisso negli occhi, con uno sguardo rassicurante e gli disse: "Mi chiamo Ani-Mu". La visione scomparve. Il Druida tornò a vedere con gli occhi di lei. Ewya era seduta nell'erba, accanto all'uovo che ancora galleggiava e che stava accarezzando. Decise di raccoglierlo. L'avrebbe portato con sè nella casa di pietra e di legno, perchè ormai sapeva che proteggere quell'uovo era il compito al quale era stata preparata sin dalla nascita. Il rito era finito. Il Druida ora guardava il cielo con altri occhi. Nella sua mente sentiva echi lontani: una musica degli astri che lo portava verso altri mondi, verso l'infinita distesa dell'Universo. La nostalgia di un canto arcano, di un silenzio sonoro, di una danza dei mondi nell'immenso nero palpitante lo pervase, stordendolo. "Fratelli - disse con la voce della mente - quanto ancora? Quanto tempo ancora?".
Ancora in quella vita. Ancora in altre vite. Il suo compito non era finito. Il viaggio continuava, doveva continuare.
Era stato deciso così.

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