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A
Tar Ad Ginc
guida preziosa
nel cammino
verso la luce.
Lars Laurinn fiutava l'aria che entrava fredda e frizzante nelle sue narici.
La notte era stata ricca di presagi. Il nobile etrusco inspirava lentamente,
lasciando che nel suo corpo con l'aria entrasse la vita del giorno ancora
giovane. Nel cielo terso del mattino, punteggiato da nubi leggere che
il vento in quota faceva correre alte, oltre la cima dei monti, due cornacchie,
gracchiando, volteggiavano in cerchio.
La Montagna di ferro segnava ad est il confine di un mondo che al turnot,
addestrato da lunghi anni d'esercizio alla percezione delle realtà
sottili e dei segreti più intimi della natura, destava sensazioni
inquietanti.
L'etrusco era arrivato a Baar Ailt attraverso la terra dei Sabbini, lungo
la via dei crinali. Lars Laurinn soggiornava da qualche tempo sul lago
che gli Etruschi avevano colonizzato e con il quale mantenevano intensi
traffici attraverso il fiume che lo collegava a Nantua. La sua occupazione
ufficiale era il commercio, ma la sua missione era di intrattenere rapporti
con i Celti che si erano insediati a Nord, sull'arco alpino, per studiarne
usi e costumi e soprattutto per capirne lo spirito e per conoscere le
grandi doti sapienziali dei druidi, di cui molto si favoleggiava e ben
poco si sapeva.
Baar Ailt era un luogo particolarmente adatto al suo intento.
La coltivazione delle miniere di rame aveva da tempo resa nota la località
in Etruria e Oltralpe. Baar Ailt, inoltre, era posta nei pressi della
via dei commerci che servivano a scambiare lo stagno della Cornovaglia
con i prodotti delle terre italiche.
L'intenso scambio aveva mischiato le lingue e le abilità nell'arte
e nella manifattura e avevano nel tempo fatto intendere che la sapienzialità,
riposta nei boschi e nella mente dei druidi, mai scritta e passata di
bocca in bocca con i metri della poesia, era simile a quella che i turnot
imparavano durante il duro periodo della loro educazione. Lars Laurinn
voleva saperne di più e Baar Ailt, anche da questo punto di vista,
si presentava come una terra singolare. Sul suo colle più esposto
verso la valle, ottimo anche per la difesa dagli intrusi, era possibile,
con l'ausilio dei traguardi naturali, costituiti dall'arco delle montagne,
visibile a 360 gradi, studiare i movimenti della volta celeste. Sul colle
era stato costruito, con pietre sapientemente posate, un osservatorio
astronomico, accanto al quale era stato posto un altare circolare, ricavato
da una strana pietra nera e spugnosa che, a dispetto delle apparenze,
rifletteva la luce come uno specchio.
A est del colle e ad esso collegata da una via sacra, c'era una triplice
cinta di pietre: un luogo di energie, particolarmente adatto alla guarigione.
Baar Ailt, sempre esposto al sole, era da tempo considerato un luogo di
salute. Lungo la via, che correva quasi parallela ad un torrente di fondo
valle, una fonte sacra era luogo di riti e di pellegrinaggi. Tra il colle
e la triplice cinta, nella zona più pianeggiante e terrazzata,
si ergevano un piccolo villaggio e le dimore di una comunità druidica.
Era con quei druidi e con le sacerdotesse che Lars Laurinn aveva intenzione
di intrattenersi, per scambiare conoscenze ed approfondire il cammino
verso la sapienza. A spingerlo nell'impresa era stato anche l'eco, giunto
sino al lago dove dimorava, del prossimo arrivo a Baar Ailt di un druida
di alto rango proveniente dal Nord, dove il mare ogni giorno si ritirava
per lasciare spazio alla terra e per riconquistare i suoi domini di lì
a poche ore. Da quelle terre, con i minerali, gli oggetti d'artigianato
finemente cesellati nei nobili metalli, il vasellame decorato con i tradizionali
colori nero e rosso, disposti su linee orizzontali, erano giunte notizie
e leggende di grandi e sconosciuti poteri e l'etrusco sperava di accostarsi
ad essi nella sua qualità, tenuta nascosta, di iniziato e di sacerdote.
Lars Laurin era giunto a Baar Ailt sul finire dell'estate per seguire,
sin dal capodanno celtico a Samain e per un intero anno, lo svolgersi
delle tradizioni locali, dei riti e delle festività.
Quel mattino non era un mattino qualsiasi. La notte aveva segnato l'inizio
di Samain e il momento fatato nel quale i mondi comunicano, al di là
dei limiti dello spazio e del tempo.
Durante la notte si era mangiato cinghiale, pane di segale e alla cervogia
si era unito il vino italico, che l'etrusco aveva, secondo il suo costume,
allungato con l'acqua e gli abitanti del luogo bevuto schietto.
Nei campi i semi riposavano, pronti a rinascere al primo annuncio della
primavera. La semina era avvenuta sotto i migliori auspici e per l'anno
che iniziava si annunciava un ottimo raccolto.
L'idromele, bevanda riservata ai riti, aveva concluso la festa con un
brindisi di ringraziamento alla divinità che era in ogni cosa e
ogni cosa animava e agli uomini di questo e dell'altro mondo, che in quel
momento erano particolarmente vicini, anzi, presenti. Si era brindato
anche all'annunciato arrivo del druida del Nord e poi i fuochi erano stati
spenti ovunque, come voleva la tradizione.
Nell'aria tersa era ancora forte l'odore dei falò, sotto le cui
ceneri covava il fuoco. La gente stava uscendo dalle case del villaggio
e giungeva alla spicciolata nel prato antistante i "cerchi di forza";
portava cimbali, corni, grandi ciotole di rame. La giornata si annunciava
festosa.
Lars Laurinn godeva di quel momento magico che preludeva alla festa, carico
di aspettative e di gioia di vivere, intriso, sin nell'aria che respirava,
di un frizzicore prodotto dall'eccitazione della gente che si approssimava
ai "cerchi di forza", senza valicarne il confine, giacchè
quell'area era sacra e le energie che in essa si muovevano non potevano
essere intersecate dal corpo umano, se non in particolari momenti e per
scopi ben precisi.
L'etrusco memorizzava ogni movimento, ogni particolare: i visi arrossati
dal freddo pungente, le chiome delle fanciulle, raccolte a treccia, i
canestri ripieni di pane, la carne, già tagliata in grossi pezzi,
che presto sarebbe stata messa sul fuoco, non appena i druidi lo avessero
riacceso, dando così inizio all'anno nuovo. I druidi erano vestiti
di bianco e si stavano disponendo in fila, in basso e alla sinistra dei
cerchi. Le sacerdotesse, vestite di un azzurro scuro intenso, con il capo
coperto da uno scialle dello stesso colore, componevano una fila alla
destra dei cerchi. La festa stava per iniziare. La legna per il fuoco
era stata predisposta secondo la tradizione. Da quel fuoco, ritualmente
acceso, ognuno dei presenti avrebbe portato a casa una fiamma, per accendere
il proprio focolare. Il fuoco vecchio si era spento durante la notte.
Il fuoco nuovo si apprestava a riscaldare il nuovo anno, infondendo calore
e vigore agli uomini e agli animali, in attesa che la fiamma di un fuoco
più grande, quello del sole, ritornasse alta nel cielo annunciando
una nuova stagione di vita per la terra e l'abbondanza dei raccolti.
Fu in quel momento, mentre stava meditando sul susseguirsi perpetuo delle
stagioni, sul rinnovarsi incessante della vita, in un tempo circolare
che faceva pensare all'eternità, che Lars Laurinn ebbe la sensazione
che la vista lo abbandonasse. Gli occhi, che fino ad un attimo prima avevano
osservato i preparativi della festa e ne stavano assaporando l'inizio
imminente, ora erano offuscati, come se una leggera nebbia si fosse alzata.
In alto, "oltre i cerchi di forza" osservava formarsi, in quella
nebbia, il profilo di una casa. Dei cani abbaiavano. Un cavallo, dalla
bionda criniera e dall'aspetto giovane, correva attraverso i prati. La
casa era strana, non molto diversa da quelle che aveva visto nei suoi
viaggi, ma diversa: più solida, con dei bastoni di ferro messi
a croce alle finestre. Dall'interno proveniva, di quando in quando, il
muggito delle vacche che vi alloggiavano.
Lars Laurinn si strofinò gli occhi con le mani, si guardò
di nuovo attorno con fare circospetto; si toccò la fronte. No,
non aveva la febbre e si era alzato ben disposto, in pieno vigore. Cosa
stava accadendo?
La nebbia era ancora lì e, anzi, il suo mondo, quello nel quale
la festa stava per iniziare, gli pareva meno colorato di prima, più
grigio, più uniforme, mentre quella casa lassù prendeva
colore, in una giornata di sole splendente. Il freddo, almeno così
a lui sembrava, era uguale e costante; l'aria era frizzante. Non capiva.
Sentiva i suoni dei cimbali e dei corni, il vociare della gente, ma non
ne percepiva più così nettamente i contorni. Diede un'altra
strofinata agli occhi, ma la situazione non cambiò. Da dietro la
casa spuntarono quattro persone. Procedevano in fila, con degli strani
vestiti e con delle sacche colorate in spalla. Due uomini e due donne.
Il primo della fila era un uomo grande e grosso, con pochi capelli e un
viso strano, che gli pareva di aver visto ancora. In bocca teneva una
cannuccia bianca, che ogni tanto aspirava e dalla quale uscivano volute
di fumo azzurrognolo.
Procedeva svelto, indicando agli altri la via. Dietro di lui due donne:
una bionda e una mora. Anche le due donne non erano sconosciute, ma avevano
le brache come gli uomini. Una, quella piccola e mora, aveva la stessa
cannuccia bianca dell'uomo e degli strani oggetti sul viso, che ne celavano
gli occhi. La bionda aveva in capo un berretto multicolore. Ultimo a comparire
fu un uomo dai capelli bruni. Lars Laurinn sentì un tuffo al cuore.
Sentiva brividi, un vuoto allo stomaco. La testa gli girava. Distolse
lo sguardo, ma quando riaprì gli occhi l'uomo era lì, vivo
come prima, più vicino. Gli pareva non solo di conoscerlo, ma di
coglierne i pensieri, le emozioni. Camminava con i suoi passi, guardava
con i suoi occhi, sentiva con i suoi orecchi. Il turnot fece appello a
tutta la sua lunga educazione iniziatica per rimanere fermo. Battè
i piedi per terra, per sentire il contatto con il suolo. La terra era
lì, solida e ghiacciata dal freddo pungente. Le quattro persone
si avvicinavano sempre più. Entrarono nel cerchio di pietre. Lars
Laurinn ebbe l'impulso di gridare che non era consentito, ma si rese conto
che non lo avrebbero sentito. O forse sì? I due uomini e le due
donne avanzarono ancora, fino a chè non giunsero nei pressi delle
pietre disposte a traguardo, che i druidi usavano per osservare il cielo.
Lì si fermarono.
La processione, nel frattempo era iniziata. I druidi avanzavano lentamente
verso la parte alta del cerchio di pietre. Le sacerdotesse fecero altrettanto,
sul fianco destro. I suoni cessarono. Sulla sommità del prato,
dove il più anziano dei druidi, dopo aver ringraziato Dio e le
sue infinite manifestazioni e aver salutato il nuovo anno, avrebbe dato
inizio al rito, ora stava un uomo. Lars Laurinn vedeva contemporaneamente
gli abitanti del villaggio, i druidi e le sacerdotesse e le quattro persone
venute da chissà dove nello stesso modo: vivi, colorati, insieme,
ma quell'uomo lo percepiva come una forma. Guardò meglio e vide
la sua lunga veste, le braccia alzate verso il cielo; ne intravide il
viso. I suoi gesti erano quelli di un druida. Le sue braccia alzate erano
tese in un abbraccio sovrumano a tutte le persone presenti: tutte, quelle
che partecipavano alla festa e quelle che, venute all'improvviso, stavano
sul fondo del prato in silenzio, osservando stupite qualcosa verso l'alto.
Poi la forma svanì. La processione lentamente stava avanzando.
Quando guardò nuovamente sul fondo del prato i quattro venuti da
chissà dove non c'erano più. Lars Laurinn si lasciò
andare su un masso. Sedette a lungo pensieroso. Era andato a Baar Ailt
per vedere e aveva visto, ma non avrebbe mai immaginato di assistere allo
svanire del tempo. Le nebbie si erano alzate e i mondi si erano incontrati?
E chi era quel druida che per un attimo aveva officiato il rito ed era
svanito nel nulla?
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