Capitolo III
LARS LAURIN

A Tar Ad Ginc
guida preziosa
nel cammino
verso la luce.


Lars Laurinn fiutava l'aria che entrava fredda e frizzante nelle sue narici. La notte era stata ricca di presagi. Il nobile etrusco inspirava lentamente, lasciando che nel suo corpo con l'aria entrasse la vita del giorno ancora giovane. Nel cielo terso del mattino, punteggiato da nubi leggere che il vento in quota faceva correre alte, oltre la cima dei monti, due cornacchie, gracchiando, volteggiavano in cerchio.
La Montagna di ferro segnava ad est il confine di un mondo che al turnot, addestrato da lunghi anni d'esercizio alla percezione delle realtà sottili e dei segreti più intimi della natura, destava sensazioni inquietanti.
L'etrusco era arrivato a Baar Ailt attraverso la terra dei Sabbini, lungo la via dei crinali. Lars Laurinn soggiornava da qualche tempo sul lago che gli Etruschi avevano colonizzato e con il quale mantenevano intensi traffici attraverso il fiume che lo collegava a Nantua. La sua occupazione ufficiale era il commercio, ma la sua missione era di intrattenere rapporti con i Celti che si erano insediati a Nord, sull'arco alpino, per studiarne usi e costumi e soprattutto per capirne lo spirito e per conoscere le grandi doti sapienziali dei druidi, di cui molto si favoleggiava e ben poco si sapeva.
Baar Ailt era un luogo particolarmente adatto al suo intento.
La coltivazione delle miniere di rame aveva da tempo resa nota la località in Etruria e Oltralpe. Baar Ailt, inoltre, era posta nei pressi della via dei commerci che servivano a scambiare lo stagno della Cornovaglia con i prodotti delle terre italiche.
L'intenso scambio aveva mischiato le lingue e le abilità nell'arte e nella manifattura e avevano nel tempo fatto intendere che la sapienzialità, riposta nei boschi e nella mente dei druidi, mai scritta e passata di bocca in bocca con i metri della poesia, era simile a quella che i turnot imparavano durante il duro periodo della loro educazione. Lars Laurinn voleva saperne di più e Baar Ailt, anche da questo punto di vista, si presentava come una terra singolare. Sul suo colle più esposto verso la valle, ottimo anche per la difesa dagli intrusi, era possibile, con l'ausilio dei traguardi naturali, costituiti dall'arco delle montagne, visibile a 360 gradi, studiare i movimenti della volta celeste. Sul colle era stato costruito, con pietre sapientemente posate, un osservatorio astronomico, accanto al quale era stato posto un altare circolare, ricavato da una strana pietra nera e spugnosa che, a dispetto delle apparenze, rifletteva la luce come uno specchio.
A est del colle e ad esso collegata da una via sacra, c'era una triplice cinta di pietre: un luogo di energie, particolarmente adatto alla guarigione. Baar Ailt, sempre esposto al sole, era da tempo considerato un luogo di salute. Lungo la via, che correva quasi parallela ad un torrente di fondo valle, una fonte sacra era luogo di riti e di pellegrinaggi. Tra il colle e la triplice cinta, nella zona più pianeggiante e terrazzata, si ergevano un piccolo villaggio e le dimore di una comunità druidica. Era con quei druidi e con le sacerdotesse che Lars Laurinn aveva intenzione di intrattenersi, per scambiare conoscenze ed approfondire il cammino verso la sapienza. A spingerlo nell'impresa era stato anche l'eco, giunto sino al lago dove dimorava, del prossimo arrivo a Baar Ailt di un druida di alto rango proveniente dal Nord, dove il mare ogni giorno si ritirava per lasciare spazio alla terra e per riconquistare i suoi domini di lì a poche ore. Da quelle terre, con i minerali, gli oggetti d'artigianato finemente cesellati nei nobili metalli, il vasellame decorato con i tradizionali colori nero e rosso, disposti su linee orizzontali, erano giunte notizie e leggende di grandi e sconosciuti poteri e l'etrusco sperava di accostarsi ad essi nella sua qualità, tenuta nascosta, di iniziato e di sacerdote.
Lars Laurin era giunto a Baar Ailt sul finire dell'estate per seguire, sin dal capodanno celtico a Samain e per un intero anno, lo svolgersi delle tradizioni locali, dei riti e delle festività.
Quel mattino non era un mattino qualsiasi. La notte aveva segnato l'inizio di Samain e il momento fatato nel quale i mondi comunicano, al di là dei limiti dello spazio e del tempo.
Durante la notte si era mangiato cinghiale, pane di segale e alla cervogia si era unito il vino italico, che l'etrusco aveva, secondo il suo costume, allungato con l'acqua e gli abitanti del luogo bevuto schietto.
Nei campi i semi riposavano, pronti a rinascere al primo annuncio della primavera. La semina era avvenuta sotto i migliori auspici e per l'anno che iniziava si annunciava un ottimo raccolto.
L'idromele, bevanda riservata ai riti, aveva concluso la festa con un brindisi di ringraziamento alla divinità che era in ogni cosa e ogni cosa animava e agli uomini di questo e dell'altro mondo, che in quel momento erano particolarmente vicini, anzi, presenti. Si era brindato anche all'annunciato arrivo del druida del Nord e poi i fuochi erano stati spenti ovunque, come voleva la tradizione.
Nell'aria tersa era ancora forte l'odore dei falò, sotto le cui ceneri covava il fuoco. La gente stava uscendo dalle case del villaggio e giungeva alla spicciolata nel prato antistante i "cerchi di forza"; portava cimbali, corni, grandi ciotole di rame. La giornata si annunciava festosa.
Lars Laurinn godeva di quel momento magico che preludeva alla festa, carico di aspettative e di gioia di vivere, intriso, sin nell'aria che respirava, di un frizzicore prodotto dall'eccitazione della gente che si approssimava ai "cerchi di forza", senza valicarne il confine, giacchè quell'area era sacra e le energie che in essa si muovevano non potevano essere intersecate dal corpo umano, se non in particolari momenti e per scopi ben precisi.
L'etrusco memorizzava ogni movimento, ogni particolare: i visi arrossati dal freddo pungente, le chiome delle fanciulle, raccolte a treccia, i canestri ripieni di pane, la carne, già tagliata in grossi pezzi, che presto sarebbe stata messa sul fuoco, non appena i druidi lo avessero riacceso, dando così inizio all'anno nuovo. I druidi erano vestiti di bianco e si stavano disponendo in fila, in basso e alla sinistra dei cerchi. Le sacerdotesse, vestite di un azzurro scuro intenso, con il capo coperto da uno scialle dello stesso colore, componevano una fila alla destra dei cerchi. La festa stava per iniziare. La legna per il fuoco era stata predisposta secondo la tradizione. Da quel fuoco, ritualmente acceso, ognuno dei presenti avrebbe portato a casa una fiamma, per accendere il proprio focolare. Il fuoco vecchio si era spento durante la notte. Il fuoco nuovo si apprestava a riscaldare il nuovo anno, infondendo calore e vigore agli uomini e agli animali, in attesa che la fiamma di un fuoco più grande, quello del sole, ritornasse alta nel cielo annunciando una nuova stagione di vita per la terra e l'abbondanza dei raccolti.
Fu in quel momento, mentre stava meditando sul susseguirsi perpetuo delle stagioni, sul rinnovarsi incessante della vita, in un tempo circolare che faceva pensare all'eternità, che Lars Laurinn ebbe la sensazione che la vista lo abbandonasse. Gli occhi, che fino ad un attimo prima avevano osservato i preparativi della festa e ne stavano assaporando l'inizio imminente, ora erano offuscati, come se una leggera nebbia si fosse alzata. In alto, "oltre i cerchi di forza" osservava formarsi, in quella nebbia, il profilo di una casa. Dei cani abbaiavano. Un cavallo, dalla bionda criniera e dall'aspetto giovane, correva attraverso i prati. La casa era strana, non molto diversa da quelle che aveva visto nei suoi viaggi, ma diversa: più solida, con dei bastoni di ferro messi a croce alle finestre. Dall'interno proveniva, di quando in quando, il muggito delle vacche che vi alloggiavano.
Lars Laurinn si strofinò gli occhi con le mani, si guardò di nuovo attorno con fare circospetto; si toccò la fronte. No, non aveva la febbre e si era alzato ben disposto, in pieno vigore. Cosa stava accadendo?
La nebbia era ancora lì e, anzi, il suo mondo, quello nel quale la festa stava per iniziare, gli pareva meno colorato di prima, più grigio, più uniforme, mentre quella casa lassù prendeva colore, in una giornata di sole splendente. Il freddo, almeno così a lui sembrava, era uguale e costante; l'aria era frizzante. Non capiva. Sentiva i suoni dei cimbali e dei corni, il vociare della gente, ma non ne percepiva più così nettamente i contorni. Diede un'altra strofinata agli occhi, ma la situazione non cambiò. Da dietro la casa spuntarono quattro persone. Procedevano in fila, con degli strani vestiti e con delle sacche colorate in spalla. Due uomini e due donne. Il primo della fila era un uomo grande e grosso, con pochi capelli e un viso strano, che gli pareva di aver visto ancora. In bocca teneva una cannuccia bianca, che ogni tanto aspirava e dalla quale uscivano volute di fumo azzurrognolo.
Procedeva svelto, indicando agli altri la via. Dietro di lui due donne: una bionda e una mora. Anche le due donne non erano sconosciute, ma avevano le brache come gli uomini. Una, quella piccola e mora, aveva la stessa cannuccia bianca dell'uomo e degli strani oggetti sul viso, che ne celavano gli occhi. La bionda aveva in capo un berretto multicolore. Ultimo a comparire fu un uomo dai capelli bruni. Lars Laurinn sentì un tuffo al cuore. Sentiva brividi, un vuoto allo stomaco. La testa gli girava. Distolse lo sguardo, ma quando riaprì gli occhi l'uomo era lì, vivo come prima, più vicino. Gli pareva non solo di conoscerlo, ma di coglierne i pensieri, le emozioni. Camminava con i suoi passi, guardava con i suoi occhi, sentiva con i suoi orecchi. Il turnot fece appello a tutta la sua lunga educazione iniziatica per rimanere fermo. Battè i piedi per terra, per sentire il contatto con il suolo. La terra era lì, solida e ghiacciata dal freddo pungente. Le quattro persone si avvicinavano sempre più. Entrarono nel cerchio di pietre. Lars Laurinn ebbe l'impulso di gridare che non era consentito, ma si rese conto che non lo avrebbero sentito. O forse sì? I due uomini e le due donne avanzarono ancora, fino a chè non giunsero nei pressi delle pietre disposte a traguardo, che i druidi usavano per osservare il cielo. Lì si fermarono.
La processione, nel frattempo era iniziata. I druidi avanzavano lentamente verso la parte alta del cerchio di pietre. Le sacerdotesse fecero altrettanto, sul fianco destro. I suoni cessarono. Sulla sommità del prato, dove il più anziano dei druidi, dopo aver ringraziato Dio e le sue infinite manifestazioni e aver salutato il nuovo anno, avrebbe dato inizio al rito, ora stava un uomo. Lars Laurinn vedeva contemporaneamente gli abitanti del villaggio, i druidi e le sacerdotesse e le quattro persone venute da chissà dove nello stesso modo: vivi, colorati, insieme, ma quell'uomo lo percepiva come una forma. Guardò meglio e vide la sua lunga veste, le braccia alzate verso il cielo; ne intravide il viso. I suoi gesti erano quelli di un druida. Le sue braccia alzate erano tese in un abbraccio sovrumano a tutte le persone presenti: tutte, quelle che partecipavano alla festa e quelle che, venute all'improvviso, stavano sul fondo del prato in silenzio, osservando stupite qualcosa verso l'alto. Poi la forma svanì. La processione lentamente stava avanzando. Quando guardò nuovamente sul fondo del prato i quattro venuti da chissà dove non c'erano più. Lars Laurinn si lasciò andare su un masso. Sedette a lungo pensieroso. Era andato a Baar Ailt per vedere e aveva visto, ma non avrebbe mai immaginato di assistere allo svanire del tempo. Le nebbie si erano alzate e i mondi si erano incontrati? E chi era quel druida che per un attimo aveva officiato il rito ed era svanito nel nulla?

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