Capitolo IV
GLI AMICI DI CEVO

Strano giorno, quel giorno. Le previsioni del tempo davano neve sicura, ma quando Gabriele, Nicodemo, Irene e Eva superarono l'ultima curva per imboccare la strada che porta alla piazzetta antistante la casa comunale, di neve non ne videro, né in cielo, né in terra.
C'era invece un sole deciso, folgorante in un cielo limpido, che rendeva ancora più fredda, se fosse stato possibile, l'aria di quella giornata decembrina, dedicata dalla tradizione cattolica all'Immacolata Concezione.
Qualche giorno prima Gabriele era stato a Cevo, ospite del sindaco, aderendo ad un invito espresso durante un incontro occasionale. La Valle Saviore non l'aveva mai vista e l'invito gli era parso un'ottima occasione per soddisfare una vecchia curiosità relativa ad una località denominata Dòs Merlin, della quale vecchie cronache, trasformatasi in leggende, narravano essere stata abitata dai Merlini.
La visita, sin dai primi passi, aveva destato la curiosità di Gabriele. Una fontana in pietra a forma di triscele, costruita così "per caso", secondo la versione del geometra comunale, aveva dato l'innesco ad un'attenzione vigile. In un vecchio cimitero, per lungo tempo abbandonato e di recente restituito alle sue funzioni, alcune croci celtiche avevano rafforzato un'intuizione che stava per trasformarsi in convinzione: in quel luogo l'inconscio collettivo attingeva ad antiche tradizioni e le rendeva vive nei segni e nei simboli.
Il Dòs Merlin, collocato tra la parrocchiale e il cimitero di Saviore, sfregiato dalla presenza di antenne radiofoniche, rivelava, ad un'osservazione attenta, la presenza di un antico cerchio di pietre, laddove cronache e leggende narravano vi fosse un castello che portava il nome di Merlino, il cui castellano aveva per nome Merlilo. "Quel che ci conserva la tradizione e che è verosimilmente nel contesto delle cose - narrava in proposito una cronaca - e che rimonta a lontanissimi tempi è che li Castellani erano i Signori e i Tiranni del paese e che tutto era subordinato a questi castelli e che sia per zelo di religione o per soverchia loro tirannia vennero distrutti; specialmente il Merlino che fu incenerito a furia di popolo coi suoi castellani, nell'incontro particolarmente di una processione, in cui i Pagani violarono e derubarono le cattoliche fanciulle". Il nome del castello e dei suoi abitanti e l'accenno ai pagani induceva a pensare ad antiche presenze celtiche. L'inconscio collettivo, che produceva ancora croci inscritte in un cerchio e fontane a forma di triscele, cominciava a trovare supporti.
A Cevo il colle dell'Androla diede a Gabriele altre suggestive indicazioni. Il colle, infatti, si presentava, da molti punti di vista, come un probabile luogo di culto e di osservazione astronomica.
Gli indizi che davano sostanza all'ipotesi erano molteplici, a cominciare dalla collocazione geografica. Il colle è infatti in una posizione tale da consentire, a chi si ponga sulla sua sommità, di dominare la valle e di avere a propria disposizione la vista a 360 gradi di tutte le montagne circostanti. Questo fatto, oltre a farne un naturale punto di osservazione a scopi difensivi, ne poteva consentire l'utilizzo a fini astronomici.
La stessa chiesetta poteva essere una valida testimonianza indiretta dell'antico uso del colle dell'Androla come osservatorio. La parte più antica dell'edificio era infatti una costruzione a base quadrata, con quattro aperture allineate ai quattro punti cardinali. La chiesetta, inoltre, introduceva all'uso cultuale antico dell'Androla. La prima parte dell'edificio, infatti, era stata costruita laddove le credenze locali indicavano il luogo di raduno delle streghe.
Un'antica tradizione narrava dell'esistenza, sotto la Cappella dell'Androla, di cave di rame, chiamate ramine, per lungo tempo coltivate e poi abbandonate. Cave nelle cui gallerie, "profonde e paurose", sarebbe vissuto un serpente dall'anello d'oro, a cui nessuno osò mai avvicinarsi perché annientava con lo sguardo, custodito dalle streghe, le quali, durante l'infuriare dei temporali, uscivano dai loro domini sotterranei e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell'Androla, le più strane ridde infernali.
Dalle leggende si evincevano tre elementi importanti: l'esistenza di cave di rame, il riferimento ad un "popolo del serpente" e la presenza delle streghe.
Durante il pranzo il geometra comunale e il sindaco avevano fatto cenno a Gabriele di un ammasso di pietre, recentemente venuto alla luce a seguito di un disboscamento in una località denominata Molinello. Il fatto strano era che l'appezzamento pietroso era comunale, in un contesto di aree tutte private. Le pietre sembravano disposte in modo tale da essere state collocate in quel luogo da mano umana. La curiosità ebbe la meglio sull'abbioccamento post prandiale e Gabriele e i suoi ospiti fecero visita al sito. Ad incuriosire Gabriele furono non solo le dimensioni delle pietre, che si distinguevano chiaramente da quelle delle gande dove i contadini raccoglievano il pietrame che dava loro fastidio nella coltivazione dei campi, ma soprattutto due composizioni che davano forma ad un dolmen e ad un possibile traguardo: una sorta di mano, con le pietre disposte a formare cinque dita.
Quando tornò in città Gabriele ne parlò ad un amico, Nicodemo, uomo di vasta cultura, di notevole esperienza in campo archeologico, soprattutto riguardo al mondo etrusco, e dotato di notevoli capacità medianiche sin dalla più tenera età.
Nicodemo nella sua non breve vita aveva occupato ruoli importanti e di grande responsabilità ed era persona solida, ben radicata nella realtà, poco incline, nonostante le sue doti, a lasciarsi andare a fantasie o ad illusioni ed era quindi l'uomo giusto per capire se le impressioni di Gabriele erano giuste e potevano portare a qualche interessante scoperta. Gli amici decisero di andare a Cevo l'8 dicembre, giornata di festa infrasettimanale. L'intento era di evitare, se possibile, le lunghe code domenicali che si formavano in serata, al momento del ritorno, quando escursionisti e sciatori riprendevano la via della città. Gabriele, Nicodemo, Irene e Eva giunsero a Cevo di primo mattino, passarono in una trattoria, già sperimentata da Gabriele, a prenotare per il pranzo e iniziarono a guardarsi attorno.
Gabriele indirizzò il gruppo sul colle dell'Androla, dove Nicodemo ebbe subito modo di mettere a frutto la sua esperienza, identificando una pietra sporgente e intagliata in modo tale da costituire un riferimento per i punti cardinali. Gli amici presero nota, ripromettendosi un'ispezione più attenta in un viaggio successivo. La tappa seguente fu un nucleo di case che costituivano la parte più vecchia dell'attuale paese. Accanto alle case correva l'antica strada, denominata via usca, che collegava l'Androla con la località Molinello, passando attraverso i prati ricavati a terrazza da secoli di lavoro. A pochi metri dalle case una vasca di pietra del milleseicento accoglieva l'incessante fluire dell'acqua che sgorgava in quel punto e della cui provenienza nulla si sapeva. L'incertezza dell'origine aveva indotto il Comune ad affiggere un cartello che ne indicava la non potabilità, a scanso di equivoci e di responsabilità. La via proseguiva verso l'antico cimitero, rimesso in funzione e restaurato; interessante per le numerosi croci celtiche, la chiesetta romanica e una splendida raccolta di croci in ferro, purtroppo ancora costrette ad arrugginirsi alle intemperie.
La parte più interessante, tuttavia, secondo Gabriele, che aveva già dato un'occhiata con il sindaco, era l'area del Molinello. Il gruppo si spostò rapidamente con l'automobile di circa un chilometro lungo la strada bassa, che da Cevo portava a Fresine e, raggiunta una baita che serviva da fienile e da stalla per alcune mucche, si incamminarono per un sentiero che portava, attraverso alcuni prati, all'ammasso di pietre che aveva destato la curiosità di Gabriele. Nel prato più alto trotterellava un puledro dalla criniera bionda. Gli amici scesero rapidamente lungo i prati. Una leggera brezza, tesa e gelata, toglieva ogni illusione di calore che poteva essere dato dal sole, già alto nel cielo. Il freddo era pungente e i colori vivi e brillanti. Gli alberi, in gran parte spogli, ad eccezione delle maestose conifere, consentivano una visuale ampia. Il prato era imperlato di una leggera brina gelata che stentava a sciogliersi. Arrivati alle pietre disposte come le cinque dita di una mano, sul fondo dei prati, gli amici si fermarono e volsero lo sguardo verso l'alto. Fu allora che videro distintamente i cerchi di pietre emergenti dal terreno. In una stagione diversa l'erba ne avrebbe impedito la visione d'insieme, ma in quella tersa giornata invernale i prati erano rasi e gli allineamenti in tre cerchi, quasi concentrici, erano perfettamente visibili. Nicodemo era occupato con la bussola. Gabriele cercava di capire il senso di alcune rocce disposte in due file ortogonali fra di loro e poste ai due lati esterni dei cerchi. Irene e Eva stavano osservando la disposizione di alcune pietre lungo un muricciolo a secco. Ad un tratto Gabriele ebbe l'impressione di vedere, sul lato destro dei cerchi, alcune figure. Nello scendere non aveva incontrato anima viva e si sorprese di quell'improvviso apparire di persone che si muovevano in fila.
Sembravano donne, vestite d'azzurro, con uno scialle dello stesso colore sul capo. Che ci facevano a quell'ora e con quel freddo nei prati del Molinello? Gabriele chiamò Nicodemo, sempre indaffarato con la bussola e gli chiese: "Le vedi? Chi sono?". Nicodemo ebbe un attimo di esitazione. Si guardò intorno e rispose con naturalezza: "Vedo delle donne vestite d'azzurro che salgono, in fila, sul lato destro dei cerchi".
La sicurezza della risposta durò un attimo. I due si guardarono e all'improvviso si resero conto che quanto stavano vedendo non apparteneva a questo mondo. La fila di donne era ben delineata, ma era avvolta da una strana trasparenza, simile a quella che si può notare in giornate particolarmente calde, quando l'aria sembra incresparsi e ondeggiare. Irene e Eva, ignare di quelle presenze, si stavano occupando dei sassi. "C'è qualcosa di molto strano", disse Nicodemo. "Allontaniamoci - aggiunse - e osserviamo. Ognuno di noi deve cercare di sentire o di vedere in proprio, senza farsi suggestionare dagli altri". Nicodemo aveva una lunga esperienza in fatto di fenomeni non propriamente normali e non voleva che quanto si stava verificando, per quanto straordinario, potesse cadere nell'orizzonte di una suggestione di gruppo. Cercò quindi di alzare le antenne, ma di abbassare l'emotività. Irene e Eva furono avvertite che c'era l'esigenza di procedere separati e così ognuno stette a lungo per i fatti propri, vagando nei prati, lungo i viottoli che, in forma di sinusoide, portavano in basso, tra enormi pietre, verso quello che Gabriele aveva pensato essere un dolmen. Passarono più di due ore e quando Gabriele si decise a risalire verso la baita vide Nicodemo assorto in mezzo ai prati. Irene e Eva stavano più in alto, sedute su dei sassi di un muretto. Nicodemo vide Gabriele superarlo e a ad un tratto girarsi verso i prati ed agitare la mano destra in forma di saluto. Capì in quel momento che anche Gabriele stava vedendo quel che lui vedeva e ne ebbe la conferma di lì a poco, quando il gruppo si riunì sul ciglio della strada, accanto all'automobile. Eva e Irene guardarono i due uomini con aria interrogativa. "Cosa c'è? Cosa avete visto?". I due uomini erano eccitati e al contempo frastornati.
"Ti ho osservato mentre salutavi, quindi hai visto anche tu", disse Nicodemo. "Ho visto e vedo ancora. C'è una fila di donne vestite di azzurro. Sono disposte ad est dei cerchi, quasi sulla sommità del prato. A ovest c'è una fila di uomini vestiti di bianco. In mezzo, più sotto, verso la parte bassa del prato, c'è molta gente. Ho l'impressione che anche loro vedano noi. Ci stanno salutando".
"E' vero, sento il suono dei cimbali e dei corni".
Le due donne avevano gli occhi sgranati dalla sorpresa. Non capivano cosa stessero dicendo Nicodemo e Gabriele.
"Sono stato in mezzo a loro - disse Gabriele - e li ho toccati. Una donna mi ha dato la mano. Due uomini mi hanno parlato. Era come se fossi attraversato da una lastra di vetro: dietro a me il mondo di qui, con i prati vuoti, il silenzio; davanti a me una festa, con gente viva che si muoveva e vociava. Non ti nascondo che ad un tratto ho sentito la voglia di fermarmi a mangiare qualcosa con loro".
"Una grande folla - aggiunse Nicodemo - e le due file dei druidi e delle sacerdotesse. E' un rito, una festa. Ad un tratto ho visto una donna mora che mi sorrideva, come se mi avesse riconosciuto. E' incredibile, avevo già avuto alcune visioni di altre dimensioni, ma tutto questo è straordinario. E' una scena di massa e loro sono vivi, come noi". Gabriele chiese: "Chi era quell'uomo con le braccia alzate, in mezzo alle due file dei druidi e delle sacerdotesse? E' l'unico che non sono riuscito a vedere bene. Era in grigio, come trasparente".
"Anch'io l'ho visto così. E' straordinario". Gli amici stentarono a lungo prima di allontanarsi e raggiungere la trattoria. Mentre mangiavano, con Irene e Eva sempre più sorprese e incuriosite, Gabriele e Nicodemo si scambiarono i particolari.
Colori, vestiti, voci: tutto combaciava alla perfezione. Non c'era dubbio, avevano visto le stesse cose, gli stessi volti, le stesse persone.
Le pietre, quel giorno, passarono in secondo piano. Un mondo si era spalancato ai loro occhi. Un mondo vivo.
Taliesin osservava la scena compiaciuto. Prima Lars Laurinn, esterrefatto davanti al comparire dei quattro strani individui, poi la sorpresa di questi al formarsi, davanti a loro, di una scena dell'altro mondo. Il vecchio druida seguiva commosso l'intrecciarsi dei due mondi, il rinnovarsi del mistero di Samain.
Era immobile da ore, nel tempo di Antares, sul promontorio che si affacciava sul grande fiordo. Il silenzio era totale, interrotto solo dallo sciabordio del mare che lentamente si ritirava e dallo stridio dei gabbiani. Il suo corpo era lì, ma la sua consapevolezza era altrove: su quei prati di montagna dove due mondi si stavano incontrando. Il vecchio druida si alzò lentamente e stese le braccia verso il cielo.
Voleva abbracciare e benedire quegli uomini e quelle donne che presto avrebbe raggiunto, seguendo le vie dei commerci, per assolvere ad un compito e seguire il suo destino.

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