|
Strano
giorno, quel giorno. Le previsioni del tempo davano neve sicura, ma quando
Gabriele,
Nicodemo, Irene e Eva superarono l'ultima curva per imboccare la strada
che porta alla piazzetta
antistante la casa comunale, di neve non ne videro, né in cielo,
né in terra.
C'era invece un sole deciso, folgorante in un cielo limpido, che rendeva
ancora più fredda, se fosse
stato possibile, l'aria di quella giornata decembrina, dedicata dalla
tradizione cattolica all'Immacolata
Concezione.
Qualche giorno prima Gabriele era stato a Cevo, ospite del sindaco, aderendo
ad un invito espresso
durante un incontro occasionale.
La Valle Saviore non l'aveva mai vista e l'invito gli era parso un'ottima
occasione per soddisfare una
vecchia curiosità relativa ad una località denominata Dòs
Merlin, della quale vecchie cronache,
trasformatasi in leggende, narravano essere stata abitata dai Merlini.
La visita, sin dai primi passi, aveva destato la curiosità di Gabriele.
Una fontana in pietra a forma di
triscele, costruita così "per caso", secondo la versione
del geometra comunale, aveva dato l'innesco ad
un'attenzione vigile. In un vecchio cimitero, per lungo tempo abbandonato
e di recente restituito alle
sue funzioni, alcune croci celtiche avevano rafforzato un'intuizione che
stava per trasformarsi in
convinzione: in quel luogo l'inconscio collettivo attingeva ad antiche
tradizioni e le rendeva vive nei
segni e nei simboli.
Il Dòs Merlin, collocato tra la parrocchiale e il cimitero di Saviore,
sfregiato dalla presenza di antenne radiofoniche, rivelava, ad un'osservazione
attenta, la presenza di un antico cerchio di pietre, laddove cronache
e leggende narravano vi fosse un castello che portava il nome di Merlino,
il cui castellano aveva per nome Merlilo. "Quel che ci conserva la
tradizione e che è verosimilmente nel contesto delle cose - narrava
in proposito una cronaca - e che rimonta a lontanissimi tempi è
che li Castellani erano i Signori e i Tiranni del paese e che tutto era
subordinato a questi castelli e che sia per zelo di religione o per soverchia
loro tirannia vennero distrutti; specialmente il Merlino che fu incenerito
a furia di popolo coi suoi castellani, nell'incontro particolarmente di
una processione, in cui i Pagani violarono e derubarono le cattoliche
fanciulle". Il nome del castello e dei suoi abitanti e l'accenno
ai pagani induceva a pensare ad antiche presenze celtiche. L'inconscio
collettivo, che produceva ancora croci inscritte in un cerchio e fontane
a forma di triscele, cominciava a trovare supporti.
A Cevo il colle dell'Androla diede a Gabriele altre suggestive indicazioni.
Il colle, infatti, si
presentava, da molti punti di vista, come un probabile luogo di culto
e di osservazione astronomica.
Gli indizi che davano sostanza all'ipotesi erano molteplici, a cominciare
dalla collocazione geografica.
Il colle è infatti in una posizione tale da consentire, a chi si
ponga sulla sua sommità, di dominare la
valle e di avere a propria disposizione la vista a 360 gradi di tutte
le montagne circostanti. Questo fatto,
oltre a farne un naturale punto di osservazione a scopi difensivi, ne
poteva consentire l'utilizzo a fini
astronomici.
La stessa chiesetta poteva essere una valida testimonianza indiretta dell'antico
uso del colle
dell'Androla come osservatorio. La parte più antica dell'edificio
era infatti una costruzione a base
quadrata, con quattro aperture allineate ai quattro punti cardinali. La
chiesetta, inoltre, introduceva
all'uso cultuale antico dell'Androla. La prima parte dell'edificio, infatti,
era stata costruita laddove le
credenze locali indicavano il luogo di raduno delle streghe.
Un'antica tradizione narrava dell'esistenza, sotto la Cappella dell'Androla,
di cave di rame, chiamate
ramine, per lungo tempo coltivate e poi abbandonate. Cave nelle cui gallerie,
"profonde e paurose",
sarebbe vissuto un serpente dall'anello d'oro, a cui nessuno osò
mai avvicinarsi perché annientava con
lo sguardo, custodito dalle streghe, le quali, durante l'infuriare dei
temporali, uscivano dai loro domini
sotterranei e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell'Androla, le
più strane ridde infernali.
Dalle leggende si evincevano tre elementi importanti: l'esistenza di cave
di rame, il riferimento ad un
"popolo del serpente" e la presenza delle streghe.
Durante il pranzo il geometra comunale e il sindaco avevano fatto cenno
a Gabriele di un ammasso di
pietre, recentemente venuto alla luce a seguito di un disboscamento in
una località denominata
Molinello. Il fatto strano era che l'appezzamento pietroso era comunale,
in un contesto di aree tutte
private. Le pietre sembravano disposte in modo tale da essere state collocate
in quel luogo da mano
umana. La curiosità ebbe la meglio sull'abbioccamento post prandiale
e Gabriele e i suoi ospiti fecero
visita al sito. Ad incuriosire Gabriele furono non solo le dimensioni
delle pietre, che si distinguevano
chiaramente da quelle delle gande dove i contadini raccoglievano il pietrame
che dava loro fastidio
nella coltivazione dei campi, ma soprattutto due composizioni che davano
forma ad un dolmen e ad un
possibile traguardo: una sorta di mano, con le pietre disposte a formare
cinque dita.
Quando tornò in città Gabriele ne parlò ad un amico,
Nicodemo, uomo di vasta cultura, di notevole
esperienza in campo archeologico, soprattutto riguardo al mondo etrusco,
e dotato di notevoli capacità
medianiche sin dalla più tenera età.
Nicodemo nella sua non breve vita aveva occupato ruoli importanti e di
grande responsabilità ed era
persona solida, ben radicata nella realtà, poco incline, nonostante
le sue doti, a lasciarsi andare a
fantasie o ad illusioni ed era quindi l'uomo giusto per capire se le impressioni
di Gabriele erano giuste
e potevano portare a qualche interessante scoperta. Gli amici decisero
di andare a Cevo l'8 dicembre,
giornata di festa infrasettimanale. L'intento era di evitare, se possibile,
le lunghe code domenicali che
si formavano in serata, al momento del ritorno, quando escursionisti e
sciatori riprendevano la via della
città. Gabriele, Nicodemo, Irene e Eva giunsero a Cevo di primo
mattino, passarono in una trattoria,
già sperimentata da Gabriele, a prenotare per il pranzo e iniziarono
a guardarsi attorno.
Gabriele indirizzò il gruppo sul colle dell'Androla, dove Nicodemo
ebbe subito modo di mettere a frutto la sua esperienza, identificando
una pietra sporgente e intagliata in modo tale da costituire un riferimento
per i punti cardinali. Gli amici presero nota, ripromettendosi un'ispezione
più attenta in un viaggio successivo. La tappa seguente fu un nucleo
di case che costituivano la parte più vecchia dell'attuale paese.
Accanto alle case correva l'antica strada, denominata via usca, che collegava
l'Androla con la località Molinello, passando attraverso i prati
ricavati a terrazza da secoli di lavoro. A pochi metri dalle case una
vasca di pietra del milleseicento accoglieva l'incessante fluire dell'acqua
che sgorgava in quel punto e della cui provenienza nulla si sapeva. L'incertezza
dell'origine aveva indotto il Comune ad affiggere un cartello che ne indicava
la non potabilità, a scanso di equivoci e di responsabilità.
La via proseguiva verso l'antico cimitero, rimesso in funzione e restaurato;
interessante per le numerosi croci celtiche, la chiesetta romanica e una
splendida raccolta di croci in ferro, purtroppo ancora costrette ad arrugginirsi
alle intemperie.
La parte più interessante, tuttavia, secondo Gabriele, che aveva
già dato un'occhiata con il sindaco, era
l'area del Molinello. Il gruppo si spostò rapidamente con l'automobile
di circa un chilometro lungo la
strada bassa, che da Cevo portava a Fresine e, raggiunta una baita che
serviva da fienile e da stalla per
alcune mucche, si incamminarono per un sentiero che portava, attraverso
alcuni prati, all'ammasso di
pietre che aveva destato la curiosità di Gabriele. Nel prato più
alto trotterellava un puledro dalla
criniera bionda. Gli amici scesero rapidamente lungo i prati. Una leggera
brezza, tesa e gelata, toglieva
ogni illusione di calore che poteva essere dato dal sole, già alto
nel cielo. Il freddo era pungente e i
colori vivi e brillanti. Gli alberi, in gran parte spogli, ad eccezione
delle maestose conifere,
consentivano una visuale ampia. Il prato era imperlato di una leggera
brina gelata che stentava a
sciogliersi. Arrivati alle pietre disposte come le cinque dita di una
mano, sul fondo dei prati, gli amici
si fermarono e volsero lo sguardo verso l'alto. Fu allora che videro distintamente
i cerchi di pietre
emergenti dal terreno. In una stagione diversa l'erba ne avrebbe impedito
la visione d'insieme, ma in
quella tersa giornata invernale i prati erano rasi e gli allineamenti
in tre cerchi, quasi concentrici, erano
perfettamente visibili. Nicodemo era occupato con la bussola. Gabriele
cercava di capire il senso di
alcune rocce disposte in due file ortogonali fra di loro e poste ai due
lati esterni dei cerchi. Irene e Eva
stavano osservando la disposizione di alcune pietre lungo un muricciolo
a secco. Ad un tratto Gabriele
ebbe l'impressione di vedere, sul lato destro dei cerchi, alcune figure.
Nello scendere non aveva
incontrato anima viva e si sorprese di quell'improvviso apparire di persone
che si muovevano in fila.
Sembravano donne, vestite d'azzurro, con uno scialle dello stesso colore
sul capo. Che ci facevano a
quell'ora e con quel freddo nei prati del Molinello? Gabriele chiamò
Nicodemo, sempre indaffarato
con la bussola e gli chiese: "Le vedi? Chi sono?". Nicodemo
ebbe un attimo di esitazione. Si guardò
intorno e rispose con naturalezza: "Vedo delle donne vestite d'azzurro
che salgono, in fila, sul lato
destro dei cerchi".
La sicurezza della risposta durò un attimo. I due si guardarono
e all'improvviso si resero conto che
quanto stavano vedendo non apparteneva a questo mondo. La fila di donne
era ben delineata, ma era
avvolta da una strana trasparenza, simile a quella che si può notare
in giornate particolarmente calde,
quando l'aria sembra incresparsi e ondeggiare. Irene e Eva, ignare di
quelle presenze, si stavano
occupando dei sassi. "C'è qualcosa di molto strano",
disse Nicodemo. "Allontaniamoci - aggiunse - e
osserviamo. Ognuno di noi deve cercare di sentire o di vedere in proprio,
senza farsi suggestionare
dagli altri". Nicodemo aveva una lunga esperienza in fatto di fenomeni
non propriamente normali e
non voleva che quanto si stava verificando, per quanto straordinario,
potesse cadere nell'orizzonte di
una suggestione di gruppo. Cercò quindi di alzare le antenne, ma
di abbassare l'emotività. Irene e Eva
furono avvertite che c'era l'esigenza di procedere separati e così
ognuno stette a lungo per i fatti propri,
vagando nei prati, lungo i viottoli che, in forma di sinusoide, portavano
in basso, tra enormi pietre,
verso quello che Gabriele aveva pensato essere un dolmen. Passarono più
di due ore e quando Gabriele
si decise a risalire verso la baita vide Nicodemo assorto in mezzo ai
prati. Irene e Eva stavano più in
alto, sedute su dei sassi di un muretto. Nicodemo vide Gabriele superarlo
e a ad un tratto girarsi verso i
prati ed agitare la mano destra in forma di saluto. Capì in quel
momento che anche Gabriele stava
vedendo quel che lui vedeva e ne ebbe la conferma di lì a poco,
quando il gruppo si riunì sul ciglio
della strada, accanto all'automobile. Eva e Irene guardarono i due uomini
con aria interrogativa. "Cosa
c'è? Cosa avete visto?". I due uomini erano eccitati e al
contempo frastornati.
"Ti ho osservato mentre salutavi, quindi hai visto anche tu",
disse Nicodemo. "Ho visto e vedo ancora. C'è una fila di donne
vestite di azzurro. Sono disposte ad est dei cerchi, quasi sulla sommità
del prato. A ovest c'è una fila di uomini vestiti di bianco. In
mezzo, più sotto, verso la parte bassa del prato, c'è molta
gente. Ho l'impressione che anche loro vedano noi. Ci stanno salutando".
"E' vero, sento il suono dei cimbali e dei corni".
Le due donne avevano gli occhi sgranati dalla sorpresa. Non capivano cosa
stessero dicendo Nicodemo
e Gabriele.
"Sono stato in mezzo a loro - disse Gabriele - e li ho toccati. Una
donna mi ha dato la mano. Due
uomini mi hanno parlato. Era come se fossi attraversato da una lastra
di vetro: dietro a me il mondo di
qui, con i prati vuoti, il silenzio; davanti a me una festa, con gente
viva che si muoveva e vociava. Non
ti nascondo che ad un tratto ho sentito la voglia di fermarmi a mangiare
qualcosa con loro".
"Una grande folla - aggiunse Nicodemo - e le due file dei druidi
e delle sacerdotesse. E' un rito, una
festa. Ad un tratto ho visto una donna mora che mi sorrideva, come se
mi avesse riconosciuto. E'
incredibile, avevo già avuto alcune visioni di altre dimensioni,
ma tutto questo è straordinario. E' una
scena di massa e loro sono vivi, come noi".
Gabriele chiese: "Chi era quell'uomo con le braccia alzate, in mezzo
alle due file dei druidi e delle
sacerdotesse? E' l'unico che non sono riuscito a vedere bene. Era in grigio,
come trasparente".
"Anch'io l'ho visto così. E' straordinario".
Gli amici stentarono a lungo prima di allontanarsi e raggiungere la trattoria.
Mentre mangiavano, con
Irene e Eva sempre più sorprese e incuriosite, Gabriele e Nicodemo
si scambiarono i particolari.
Colori, vestiti, voci: tutto combaciava alla perfezione. Non c'era dubbio,
avevano visto le stesse cose,
gli stessi volti, le stesse persone.
Le pietre, quel giorno, passarono in secondo piano. Un mondo si era spalancato
ai loro occhi. Un
mondo vivo.
Taliesin osservava la scena compiaciuto. Prima Lars Laurinn, esterrefatto
davanti al comparire dei quattro strani individui, poi la sorpresa di
questi al formarsi, davanti a loro, di una scena dell'altro mondo. Il
vecchio druida seguiva commosso l'intrecciarsi dei due mondi, il rinnovarsi
del mistero di Samain.
Era immobile da ore, nel tempo di Antares, sul promontorio che si affacciava
sul grande fiordo. Il
silenzio era totale, interrotto solo dallo sciabordio del mare che lentamente
si ritirava e dallo stridio dei
gabbiani. Il suo corpo era lì, ma la sua consapevolezza era altrove:
su quei prati di montagna dove due
mondi si stavano incontrando. Il vecchio druida si alzò lentamente
e stese le braccia verso il cielo.
Voleva abbracciare e benedire quegli uomini e quelle donne che presto
avrebbe raggiunto, seguendo le
vie dei commerci, per assolvere ad un compito e seguire il suo destino.
|