Capitolo VI
IL RITO DELL'ACQUA

"Dio è un cerchio,
il cui centro è ovunque
e la circonferenza
in nessun luogo".

Il Signore del Bosco Sacro

Quando arrivarono a Cevo, l'otto di marzo, la giornata si presentò promettente. Il freddo era ancora pungente, ma il sole assicurava una buona passeggiata e, forse, qualche nuova sorpresa. Come sempre prima di iniziare le ricerche gli amici, ai quali si erano aggiunti Pietro e Sandro, passarono a prenotare al ristorante, dove avrebbero avuto modo di rifocillarsi, ma anche di scambiare, a caldo, le impressioni avute, dal momento che si erano imposti di non influenzarsi a vicenda nel corso delle loro esperienze.

Dopo un caffè, presero la via più antica del paese, quella che porta ad un agglomerato di case medievali, alla fine del quale esiste una fontana dove l'acqua, di ignota origine, si butta in una vasca di pietra, datata 1.600, probabilmente costruita laddove già esisteva una fonte usata per rituali antichi, come indicavano molti cocci provenienti da coppe e anfore rotte ritualmente.

Nicodemo assunse subito un'aria assorta. Sentiva qualcosa nell'aria. Ad un tratto colpi decisi e forti di un'accetta scossero dalla meditazione "l'amico dell'elmo" e lo costrinsero a girarsi indietro. Dalle pietre più basse di un muretto a secco emergevano ancora i pochi resti del ceppo di un albero le cui antiche radici, rinsecchite e verdastre, s'incuneavano contorcendosi nelle pietre giallastre e cristalline che, sin dalla notte dei tempi, avevano segnato il sentiero che portava alla fonte lustrale. Quello doveva essere il posto dove un druida preposto nell'occasione a quel compito, spaccava la legna per poter accendere ed alimentare il fuoco necessario alla celebrazione del rito di Imbolc. Gli amici erano di nuovo a Cevo, nell'ottavo giorno di marzo, così come aveva indicato la guida e Nicodemo, forse memore di antiche esperienze, sentiva intorno a sé i preparativi di una cerimonia rituale che aveva il significato di una purificazione nel momento in cui la natura, avvertendo i segnali del risveglio, ricomponeva le sue forze, scrollandosi di dosso i rigori dell'inverno per prepararsi alla splendida e incessante avventura della vita. Presto i campi sarebbero tornati verdissimi e adorni di fiori. Gli alberi avrebbero avuto di nuovo le chiome ricoperte di un folto fogliame e gli animali sarebbero usciti dalle tane, ormai vuote di provviste, per procurarsi cibo fresco, accoppiarsi e dare vita alle nuove generazioni. Anche l'uomo, dopo i mesi invernali passati nei lavori domestici e nella preparazione degli attrezzi, avrebbe ripreso la via dei campi, dove occorreva potare, raschiare, pulire, accudire le piantagioni e seguire gli armenti. Capre e pecore, già madri di una nuova prole, avevano latte abbondante e quella di Oimelc era anche la loro festa, il momento del simbolico riconoscimento della bellezza della natura e del ringraziamento alla Divinità per i doni che ogni anno forniva all'uomo.

Lars Laurin ("Laurin il Rasna") aveva già assistito a quella cerimonia e sapeva quale fosse il cerimoniale e quale significato avesse ogni cosa adoperata, a cominciare dal tipo di legno, per finire all'animale che sarebbe stato sacrificato.

Ora, ad esempio, sapeva che la sacerdotessa, addetta al culto dell'acqua, avrebbe unito il simbolo della sapienza, il sale che egli aveva portato dalla sua terra, al fluido della vita. Nitido ed argentino, lo scampanio del collare di alcune capre annunciò l'arrivo della processione. Il fruscio delle vesti indicò il sopraggiungere delle donne che, in assoluto silenzio, stavano venendo dal villaggio.

Aua si avvicinò alla vasca della fonte lustrale e, in silenzio, cosparse il terreno di sale: lì dove la capra bianca, scelta perché pezzata con una macchia nera sul fianco destro, sarebbe stata immolata; lì dove il suo sangue scuro si sarebbe mescolato con il bianco sale e il fluido della vita avrebbe santificato la sapienza degli uomini.

Il rito dell'acqua era iniziato quando, all'alba, tutte le donne si erano disposte in silenzio sul lato basso della collinetta, sulla cui sommità gorgogliava l'acqua, cadendo nella vasca di pietra della fonte lustrale; formavano una linea blu che spiccava violentemente sul bianco brillante della neve. Il druida officiante si avvicinò alla capra, imbrigliata da due donne con dei cappi legati al collo e tenuta per le zampe posteriori da un giovane, completamente nudo.

Il druida le prese i peli fra le due corna, li strappò e li buttò; afferrò poi la testa e con un gesto rapido sgozzò l'animale, immergendo nella sua gola un coltello nero e corto, triangolare, ponendo attenzione a non lasciarsi contaminare dallo spruzzo di sangue. La capra venne sollevata per le zampe posteriori ed il suo sangue fu fatto scolare sul terreno, sul velo di sale cosparso in precedenza.

Il vecchio druida, terminato il sacrificio, immerse le mani ed il coltello nell'acqua della fonte ricoperta di foglie e di fiori e, una volta proceduto alla purificazione, alzate le braccia ben tese verso il cielo, con il viso incorniciato da una magnifica barba bianca e rivolto verso il sole per restarne abbagliato, lasciò scorrere i rivoli d'acqua lustrale in basso per impregnare la lunga veste bianca di sacralità. Le due donne provvidero a scuoiare la capra, seguendo il metodo e l'usanza che derivava dai tempi antichi e, subito dopo, rivestirono con il vello dell'animale il giovane, inzuppandolo di sangue, in ricordo simbolico di antichi riti, quando ad essere immolato era un ragazzo. Antichi riti, da tempo immemorabile trasformati in atti simbolici, dopo l'avvento dei Re sacerdoti e del culto della Dea Madre.

Solo allora le due sacerdotesse ed il giovane iniziarono a danzare intorno al fuoco, con un ritmo lento e trasognato, al semplice suono di strumenti suonati da druidi musici, mimando le fasi più importante della pastorizia: il pascolo, la mungitura ed il parto.

L'officiante provvide a squartare la capra, togliendo le ossa e mettendole da parte per la successiva cerimonia di Beltane. La carne fu messa ad arrostire e fu distribuita ai presenti.

Ricomposta la processione, le donne si avviarono sulla strada del ritorno, precedute da due fanciulle che portavano, con le braccia protese in avanti, un pezzo di pane ed una ciotola di latte. Per ultimo, leggermente distanziato dal corteo, si muoveva il druida officiante, che si appoggiava stancamente con le braccia sulle spalle delle due donne che lo avevano aiutato nella funzione, una delle quali portava su di un vassoio il coltello adagiato su un fondo di foglie raccolte nella fonte lustrale, mentre l'altra portava la pelle di capra, opportunamente tenuta stesa con le mani, perché sarebbe stata indossata nelle cerimonie dei mesi a seguire.

Il rito sarebbe finito nei pressi del villaggio per consumare il pane intinto nel latte scaldato in un enorme pentolone di rame.

Gabriele il pentolone lo aveva visto mentre, guidato da una forza che gli indicava la via, si era separato dal gruppo ed era andato verso est, nella direzione dei prati dove un tempo era sorto il villaggio. Lungo il sentiero un filo d'acqua indicava una fonte verso l'alto. Gabriele l'aveva seguito ed era giunto ad una pietra dalla quale l'acqua usciva percolando e si raccoglieva in una piccola pozza dalla quale prendeva origine il rigagnolo. Aveva volto le spalle alla pietra. Davanti a sé aveva la vallata del Poja, i prati declinanti verso il torrente, la pineta che si inerpicava lungo i pendii della montagna antistante. Ad un tratto gli occhi si velarono e davanti a sé vide un grande calderone di rame, sorretto da tre pali che lo tenevano sospeso a pochi centimetri da terra. Un fuoco lento ardeva sotto il calderone, appena sufficiente a tenere tiepido il latte di cui era colmo. Intorno si affaccendavano alcune donne vestite d'azzurro, con la tunica stretta in vita da una cintura di cuoio che si allargava, sul davanti, in una piccola pettorina. Una di loro si avvicinò al calderone con una ciotola di legno chiaro, con la quale prese del latte.

La visione durò alcuni secondi, poi svanì e tutto intorno tornarono ad esserci solo i prati e gli alberi imbiancati dalla brina.

Gabriele tornò verso il gruppo, intento, nei pressi della fontana, a percepire il rito che si stava svolgendo. Pietro ebbe l'impressione di un contatto.

Le ultime donne della processione, prima di allontanarsi, si avvicinarono a Ar Brathair (il "nostro fratello") e, con riverenza, lo abbracciarono, inchinandosi, ai fianchi e poi gli infilarono un torques al braccio sinistro, in segno di ben tornato. Poi, anche loro, si avviarono verso il pianoro dove l'intero clan avrebbe celebrato fino a sera la festa di Oimelc ("latte e capra").

La festa sarebbe continuata per tutta la giornata ed il rito avrebbe assunto la sua solennità sul monte Androla, dalla cui sola cima era possibile assistere al magnifico spettacolo del passaggio delle greggi. Eva alzò la testa e sorrise a lungo. Il suo gesto sapeva d'antico e profumava d'amore. "L'amico dell'elmo" la guardò a lungo e sorrise di scatto. Sì! Ora era sicuro! Era proprio l'Aua di allora che aveva riconosciuto e salutato Nicodemo (o Lars Laurin?) durante la cerimonia di Samhain. Era la sua donna, lo era sempre stata.

Le innumerevoli greggi si muovevano lentamente lungo il fondo valle precedute, ciascuna, da un ariete alle cui corna erano stati fissati dei festoni composti da nastri e da foglie. Dall'alto dell'Androla i druidi, già disposti sul bordo del cerchio formato dai massi di granito, con le braccia alzate verso il cielo, elevavano le loro preghiere al Signore del Bosco Sacro mentre il druida più anziano provvedeva ad aspergere con un ramo di rovere, bagnato nell'acqua della fonte lustrale, gli animali al loro passaggio. Gli uomini e le donne, schierati sui pianori ricavati sui fianchi del colle, lanciavano grida di benvenuto e d'augurio.

Alle loro spalle, sui declivi dei ripidi monti ricoperti di verdissime conifere s'intravedevano i sacri cervi, dalle corna maestose. La festa di Oimelc sarebbe continuata proprio lì, con il suo rituale segreto e praticato dai soli druidi, nella vegetazione più fitta, dove viveva e governava il Basjun, il Signore del Bosco Sacro.

Lars Laurin aveva assistito da lontano, perché straniero, a questa ultima parte del rito ed era rimasto affascinato.

La luna, nella sua fase calante, emetteva un debole chiarore e l'ombra della notte dava a mala pena la possibilità di vedere e di capire.

Un gruppo di ombre si addensava, sulla sommità della collinetta, in posizione estatica e silente. Non una voce o un movimento. Sembrava che il tempo si fosse fermato e la natura aspettasse il gesto dell'uomo per poter fremere di vita. Il gruppo era fermo; sembrava più alto del normale e formava una piramide umana. Ad un tratto la base iniziò a vibrare come per magia ed una figura si staccò lentamente dall'ombra pastosa, rivelando fattezze di donna, con le braccia spalancate e tese verso il cielo. La sacerdotessa si mosse ruotando su sé stessa, con modi ossessivamente lenti, seguita da un'altra figura che si plasmò, sotto il chiarore delle stelle, con un movimento morbido e quasi sofferto. Anch'essa aveva le braccia aperte e tese verso l'alto. Una alla volta, come grani di una collana, altre ombre si materializzarono, staccandosi dal gruppo, e, muovendosi e ruotando su stesse, iniziarono a vivere, con un moto lento e silenzioso. Le donne, ruotando i busti e le braccia, presero a girare, una dietro l'altra, intorno alla piramide umana con un movimento a spirale, con volute sempre più ampie e con un moto, via via, più frenetico.

Quando finalmente il solido di membra e di corpi si sbriciolò del tutto, sulla vetta dell'Androla rimase sola ed immobile una figura ricoperta da capo a piedi da una scura pelliccia.

La spirale delle sacerdotesse si sgranava ora intorno al centro con un movimento franetico, di corpi. Il silenzio era assoluto e irreale. Ad un tratto, la girandola finì quasi d'incanto e le donne si disposero in ordinata e silenziosa fila, aperta dal giovane prescelto per la caccia al "re dei cervi".

Il predestinato, chiamato Ka Ra Nos (colui che "mantiene la tradizione quando la luna è calante"), precedeva la colonna delle sacerdotesse tenendo ben teso in alto l'arco e le frecce, con la testa irrigidita e con il mento proteso in alto in posizione di ansiosa attesa per ascoltare e capire la "voce". Le sue palpebre erano state ricoperte di un unguento blu, che lo costringeva a tenere gli occhi chiusi per non subire il suo effetto irritante. Egli avrebbe effettuato la caccia al cervo con gli occhi chiusi e lasciandosi guidare esclusivamente dai soli sensi.

Sulla collinetta, nel frattempo, si continuava ad intravedere la figura dell'officiante, ferma ed estatica, con la testa e con il corpo ricoperti da una pelle d'orso. Lui avrebbe guidato con il pensiero il "re dei cervi". Lui avrebbe impresso un fremito di vita alla natura.

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