Capitolo VIII
IL RITO DELLA TERRA

Quando giunsero a Cevo, questa volta puntuali e ormai edotti dell'esattezza delle indicazioni, il rito sacro della terra stava per iniziare ed era doveroso scendere per il sentiero per andare incontro agli officianti.

La lepre era stata uccisa e accuratamente spellata. L'officiante ne aveva asportata la testa, seppellendola con cura ai piedi di un menhir che segnava l'inizio del "sentiero sacro". Aveva poi preso il misero corpo e lo aveva disposto con cura in un cesto colmo di foglie, raccolte nella vasca della fonte lustrale, ricoprendolo con un tessuto filato con lana di capra, la stessa che era stata tolta alla vittima sacrificale del rito di Oimelc. Il corpo della lepre simboleggiava quello di un bambino. Una donna che impersonava la madre piangeva con tanto dolore e forza da essere sentita, sul pianoro posto più in alto, dalle persone schierate in attonito ed assoluto silenzio. Piangeva e si torceva le mani con disperazione, con la testa china verso terra e gli abiti stracciati in segno di lutto.

Quando gli amici erano giunti all'appuntamento, la cerimonia era in piano svolgimento.

Il Druida stava guardando la donna. Si mosse lentamente e le affidò il cesto contenente il povero corpo, rimanendo poi fermo, con gli occhi bassi e con lo sguardo tanto strano e pensoso da sembrare fosse quasi soddisfatto della manifestazione di dolore della donna.

I due lentamente iniziarono a salire lungo il sentiero sacro, delimitato da enormi pietre grigio scuro e ombreggiato da alberi di castagno. La madre seguiva l'officiante, piangendo in silenzio. I suoi capelli, a stento trattenuti da una fascia, erano scarmigliati e le coprivano il volto. In realtà, quella striscia di stoffa celeste nascondeva il segno sacerdotale.

Il druida, che portava sui fianchi una pelle di capra bianca, con una sola macchia nera, salì con passo solenne, calpestando con voluta alterigia le pietre giallastre, tenendo le mani serrate fra di loro all'altezza del ventre, come a voler tenere segreta e ben protetta l'offerta votiva alla dea Ostara.

Era il sesto giorno dopo la luna piena dell'equinozio di primavera ed era perciò giunto il tempo di aprire nuovamente le viscere della Dea Madre: quella miniera di rame dalla quale il popolo di Baar Ailt traeva gran parte delle sue ricchezze. Il sacrificio di un "bambino" serviva ad ingraziarsi il suo benvolere e per contrastare il male, mentre un uovo, fecondato e riposto nel suo ventre, avrebbe fatto rinascere il serpente, che la tradizione voleva fosse custodito nelle grotte dalle quali gli uomini traevano il minerale.

I tempi erano mutati e il clan aveva abolito da tempo riti più antichi. Il bambino da immolare a Ostara era sostituito da una lepre, così come il rito di sacrificare una donna, lapidandola per "restituire" le ossa alla Dea Madre, alla vigilia di un esodo di clan o di un'emigrazione di massa, era stato ormai dimenticato da tempo e sostituito con il lancio di una pietra dietro la spalla destra. Questo l'aveva sottolineato "la guida", con forza e, forse, con un po' di misteriosità. E Tar Ad Ginc diceva sempre la verità.

La donna, una sacerdotessa, si era accoppiata nel corso dell'anno precedente con il "re cervo" in una radura dell'abetaia, circondata ed illuminata dalla luce delle fiaccole portate da tutti i componenti del villaggio, nella notte della grande festa di Beltane. La data della celebrazione corrispondeva alla levata eliaca di Aldebaran, l'occhio del Toro, affinchè dopo nove mesi, proprio al sesto giorno della luna piena dopo l'equinozio di primavera, alla vigilia della festa della Dea Madre, potesse essere sacrificato, anche se simbolicamente, il figlio del "re cervo". Il sacrificio del primogenito del re a Ostara era necessario per ottenere perdono e protezione alla riapertura delle sue viscere.

La sostituzione simbolica era stata accuratamente preparata. Per nove mesi una sacerdotessa aveva finto una gravidanza avuta durante la festa di Beltane. La finzione era stata perfetta. Tutte le donne del clan avevano servito ed accudito con amore la futura madre e l'avevano guardata con invidia, per l'alto onore che le era stato riservato, pur coltivando in cuore la recondita speranza di poter essere scelte, per quel rito, in uno degli anni a venire.

Ora, finalmente, era arrivata per la donna l'ora di offrire il frutto delle sue viscere, il primogenito del re, alla grande dea protettrice della terra.

L'officiante e la madre avevano raggiunto il luogo dove aspettavano in silenzio i druidi e le sacerdotesse addette ai riti connessi alla scienza astronomica. La madre appoggiò per terra il canestro contenente il corpo del "bambino" fra le due pietre che segnavano il centro dei cerchi megalitici. Tutti restarono immobili ed elevarono un canto in onore alla Dea. Poi lentamente il gruppo si scosse dal suo torpore, reprimendo il dolore per il sacrificio del primogenito del re cervo, e si incolonnò per formare il corteo e raggiungere l'Androla, dove stavano aspettando tutti i componenti del villaggio.

Al passaggio del corteo davanti alla fonte lustrale si accodarono per ultimi gli addetti a quel rito, completando l'unione delle tre grandi forze della natura: il cielo, con l'officiante addetto all'astronomia, l'acqua, con i druidi della fonte lustrale e la terra, con le sacerdotesse esperte della cristalloterapia. Il rito del fuoco, l'ultimo ed importante componente della natura, avrebbe completato quel lungo e composito rito, della durata complessiva di quattro mesi, in occasione della festa di Beltane.

La donna ed il sacerdote avevano ormai raggiunto la sommità dell'Androla ed ora, mentre l'officiante si accingeva a dar corso alla seconda parte del rito, la madre iniziò a scendere fino all'ingresso della miniera per deporre la vittima sacrificale su di una pietra posta sul lato destro della bocca affamata e nera di Sidhe Rec, "l'innominabile", lo spirito del male che si annidava malvagio e feroce nelle gallerie della miniera e che avvelenava con il suo alito e schiacciava tra i denti di pietra i minatori.

Il druida anziano levò in alto l'uovo che aveva portato stretto fra le sue mani lungo tutto il sentiero sacro. Il sole illuminò le mani del druida ed il riverbero bianco dell'uovo sembrò lampeggiare davanti agli occhi della gente che assisteva in silenzio alla scena. Il sole aveva fecondato l'uovo ed ora il grembo della terra lo avrebbe covato. L'officiante s'inginocchiò e, scavata con le mani una buca, seppellì l'uovo con cura ed amore. Si rialzò lentamente e lasciò cadere il sale, simbolo della scienza, che aveva portato per l'occasione Lars Laurin da molto lontano, e innaffiò la zolla con il vino, il sangue della terra.

Dall'uovo, covato nelle viscere della Dea, sarebbe rinato il "serpente" e avrebbe con le sue spire disegnato il fiume e, pertanto, determinato la valle con i suoi monti. Sulle sue scaglie gli uomini avrebbero segnato le fasi della loro vita. Con la sua coda avrebbe circondato il lago, nella cui isola di mezzo aveva deposto da sempre un uovo. Dalla sua testa il clan avrebbe dominato su tutta la vallata. La stella più lucente del cielo sarebbe stata sempre sulla sua fronte, spuntando dapprima sul suo corno destro per portarsi, poi, sull'altro, entrando nella costellazione di Capella (la Capra), per indicare il momento del rito dell'acqua celebrato con la festa di Oimelc. All'arrivo dell'inverno avrebbe abbandonato la terra per spostarsi in cielo, entrando nello zodiaco con il nome di Ofiuco, per aprire la porta del mondo dei morti allo scopo di farli partecipare, nel mondo dei vivi, alla festa di Samhain.

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