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Capitolo
XII |
LA
CASA SUI MONTI, LA CASA SUL FIUME |
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Il sole, superando il profilo maestoso della Montagna di ferro, prese il suo posto nel cielo. Taliesin, abituato al risveglio prima dell'alba, si era seduto su un masso accanto alla soglia della Casa comune dei druidi. Tutto intorno la rugiada, che imperlava le tenere erbe del prato e le corolle dei fiori primaverili, evaporava lentamente, danzando nell'aria fresca e profumata di fragranze di bosco. La terra era animata da una lavorio incessante di piccoli esseri indaffarati a procurarsi il cibo, a bere le ultime gocce del cielo depositatesi nel corso della notte. Una salamandra, dal manto nero punteggiato di giallo, si muoveva lentamente sulla pietra che fungeva da sostegno e argine alla vasca nella quale si gettava un piccolo, costante flusso d'acqua. Il silenzio regnava in quel luogo incantato, interrotto a tratti dal canto degli uccelli che avevano nidificato sugli alberi vicini e dal gracchiare di due cornacchie che volteggiavano alte nel cielo e, di quando in quando, su buttavano in picchiata verso il cerchio di forza, le cui pietre, sapientemente allineate, segnavano da molti grandi anni la singolarità di un'area considerata sacra da tempo immemorabile. Il vecchio druida avvertì una fitta alla parte destra dell'addome: un dolore che lo tormentava da qualche tempo e le cui cause erano a lui ben note. Posò le mani sulla parte dolorante, facendo affluire energia. Non era ancora giunto il momento di dar retta al corpo. Da una piccola capanna uscì una donna, né vecchia, né giovane, vestita con un abito azzurro. Sulla fronte aveva il segno della Dea: una falce di luna blu, a indicare la sua funzione di sacerdotessa. Delicatamente toccò Talliesin sulla spalla sinistra e lo invitò ad entrare. Il vecchio si alzò con fatica e la seguì. La stanza era spogliata, ma pulita. Su un tavolo di legno era apparecchiata una ciotola. La donna versò un in fuso bollente di erbe, che trasse da un paiolo di rame che bolliva sul fuoco. All'infuso aggiunse del miele e lo porse a Talliesin, che lo sorbì , ritrovando, mentre il liquido scorreva, la forza e la pace. Il dolore svanì. Negli occhi del vecchio saettò un lampo di luce e in quel lampo la sacerdotessa scorse qualcosa di antico, di conosciuto, di famigliare. All'improvviso l'aria si fece spessa. La vista si annebbiò e negli occhi della mente la donna vide qualcosa che veniva a lei dalle profondità del passato. Una giovane sacerdotessa era uscita di primo mattino. Le piaceva camminare tra le felci, bagnarsi con la rugiada che imperlava i prati e riluceva ai primi raggi del sole prima di sciogliersi evaporando nell'aria. Il bosco profumava. Nella grande ansa del fiume l'acqua fluiva lenta, verde, pigra. Dalla casa sulla riva saliva un filo di fumo. Il camino era in pietra, come la base, affondata nel terreno sottratto alla palude da sbarramenti di pali e di sassi. Le pareti, trattenute, da grossi tronchi, erano di assi e di paglia impastata con il fango. All'interno poche supellettili, un letto di frasche, ricoperto di pelli e una quantità di ciotole e di vasi, colmi di oli profumati, di erbe essicate, di radici sminuzzate. La sacerdotessa era giovane, ma in quella casa sul fiume abitava già da molto tempo. Era stata educata sin dalla sua infanzia da donne vestite di lunghe tuniche blu, in un'isola in mezzo alla palude, raggiungibile solo per vie segrete, celate alla curiosità degli uomini dalla nebbia biancastra che galleggiava costantemente sull'incerto suolo di torba. Ogni giorno la giovane si alzava presto. Il bosco l'attendeva con i suoi segreti. Qual mattino si stese sull'erba. Giocava a dare un nome alle nuvole bianche che si spostavano verso est, mutando lentamente di forma, a volte unendosi tra di loro, a volte separandosi, in una danza gioiosa, nello scenario azzurro del cielo. Fu da una di quelle nuvole che all'improvviso comparve un bolide infuocato. Tracciò una scia di fuoco nel cielo e cadde sul limitare della palude, dove l'acqua si mescolava con quella del fiume e sulla riva il tarassaco contendeva lo spazio agli equiseti. La sacerdotessa si alzò e corse verso la palude. Sebbene fosse impaurita dall'evento, sentiva una voce dentro di sè che la spingeva a cercare. Percorse lentamente la riva, muovendo le foglie e i lunghi ciuffi d'erba. Ad un tratto lo vide. Un minuscolo uovo biancastro galleggiava, fermo in una piccola rientranza della riva, all'ombra di una piantina di tarassaco. Sedette lentamente nell'erba e rimase immobile a guardarlo. Dall'uovo usciva una luce pulsante. Decise di raccoglierlo. L'avrebbe portato con sè nella casa di pietra e di legno, perchè ormai sapeva che proteggere quell'uovo era il compito al quale era stata preparata sin dalla sua nascita. Per un attimo la donna rivide quel fanciullo raccolto dalle acque, che aveva allevato come un figlio e che mille volte le aveva chiesto ragione della sua nascita. Quel fanciullo che aveva abbandonato, chiamata nel Mondo dei vivi e al quale, troppe volte, aveva dovuto dire che la sua nascita era un mistero. Ora quel fanciullo stava di nuovo con lei e sorbiva lentamente un infuso di erbe per calmare un dolore che gli lacerava le viscere. |
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