| Capitolo
XIII |
IL
RITO DELL'ARIA |
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La Guida aveva indicato una nuova data. Era ora di tornare a Cevo per un nuovo appuntamento, questa volta dedicato al rito dell'aria. I ricercatori erano consci dell'importanza dell'occasione ed avevano deciso di recarsi a Cevo anche in caso di avverse condizioni meteorologiche. Arrivando in macchina ai piedi dell'Androla, il cuore di tutti sobbalzò alla vista, attraverso il parabrezza inondato d'acqua, del suo fianco scoperto in cui si spalancava la bocca scura dell'antica miniera di rame. Un brivido passò per le loro spalle ricordando la descrizione della lugubre presenza annidata nelle sue viscere. Ma quella collina incarnava anche la fede di quel clan celta che gli amici scoprivano sempre più animato da una mistica raffinata. Il loro pensiero filosofico, le loro pratiche religiose ed i loro riti stavano sempre più diventando necessarie per la vita stessa di quelle persone di oggi, come lo era stato per quelle di ieri. Gli amici percorsero i consueti sentieri, giungendo all'area del Molinello. Anche in questo caso il tempo si contrasse e le porte dei mondi si spalancarono. L'officiante, con indosso una pelle di capra, era in piedi davanti all'altare del serpente ed intorno a lui erano schierati i druidi e le sacerdotesse addette alla fonte sacra. I musici stavano intonando un canto lento e melodioso, accompagnato dagli strumenti a corda, mentre le sacerdotesse, con le braccia levate in aria, si muovevano lentamente sui fianchi, in cerchio, per non spezzare l'anello di energia. Sulla testa del serpente erano stati messi dei cristalli, suddivisi per colore e per forma. I raggi del sole che riuscivano ad attraversare le fronde del querceto li facevano brillare in una fantasmagoria di colori. Il suono degli strumenti e i canti si libravano per l'aria, riecheggiando nella valle e rimbalzando per i dirupi. L'aria che sovrastava l'altare sembrava ripiena di suoni e risplendente di colori. In alto volava gracchiando uno stormo di cornacchie quasi a punteggiare il cielo di canti, materializzando i suoni e collegando il cielo alla terra. La cerimonia del rito dell'aria era particolarmente seguita dalla gente della vallata perché il clan era famoso per le doti guaritrici delle sue sacerdotesse, per le acque sacre che sgorgavano dalla terra e per l'impiego del suono, le "onde dell'aria", che guariva tramite i cristalli multicolori. "La guida", Tar Ad Ginc, era stata chiara nella sua allusione quando aveva scandito il nome antico di "Euia", "colei che dà pace", indicando che la Irene di oggi era stata un'antica sacerdotessa di Baar Ailt addetta alla cura della cristalloterapia. Le proprietà terapeutiche dei cristalli bianchi adoperati dalle sacerdotesse erano legate alla loro carica energetica. A contatto con il corpo umano, quelle pietre sprigionavano vibrazioni intense che avevano un effetto purificatore e stimolante della psiche. Secondo le antiche conoscenze, l'insicurezza derivava dalle delusioni o da dei traumi che si trasformavano in blocchi energetici. Le vibrazioni dei cristalli aiutavano a spazzarli via, liberando il flusso della carica vitale. Inoltre, a livello psicologico infondevano una sensazione di benessere, di forza e di sicurezza. Per sfruttare al meglio l'effetto purificante dei cristalli bianchi era ritenuto opportuno indossarli in un anello o in un bracciale, in modo che restassero a contatto con le mani. Chi voleva rinforzare la propria sicurezza doveva indossarlo a sinistra, perché da quella parte del corpo si credeva che entrasse l'energia vitale. Quando invece si voleva far lasciare alle spalle uno stato depressivo i cristalli venivano spostati a destra, che era il lato da cui si riteneva uscissero le energie. Se si voleva far migliorare le capacità comunicative veniva consigliato di mettere i cristalli intorno al collo, come una collana; a contatto con la gola potenziavano le facoltà espressive. Per rinforzare la propria volontà, infine, si doveva usare un cristallo bianco di dimensioni più ragguardevoli e posizionarlo sulla testa, otto dita sopra l'attaccatura dei capelli e aiutare con la meditazione che la sua energia attraversasse tutto il corpo. Per quanto riguarda i cristalli gialli, questi venivano adoperati per le malattie di fegato. L'ammalato doveva metterli a contatto con la parte malata, tenendoli fissati mediante un'apposita fasciatura. L'infermo, seguito e guidato da una sacerdotessa, si muoveva lentamente seguendo il percorso che partiva dalla pietra direzionale "a cinque dita" e, sostando per qualche minuto tra le "pietre gemelle" per impregnarsi delle forze che scaturivano dalla terra, raggiungeva "l'altare del serpente". L'ammalato si prostrava davanti all'ara, con la sacerdotessa che lo sosteneva con la sua forza medianica, in assoluto silenzio e raccoglimento. Poi riprendeva il sentiero per raggiungere la polla dell'acqua ferruginosa, dove beveva delle stille d'acqua rossa direttamente dai palmi delle mani di colei che lo stava guidando per quel percorso terrestre e che lo stava guarendo con la sua forza spirituale. L'acqua della fonte ferruginosa, nel suo percorso, incontrava delle pietre scavate come delle "coppe" nelle quali si riversava. Bisognava lasciarla riposare in queste coppe e solo dopo un certo tempo si poteva berla. In realtà, era stata proprio Irene, l'Euia di ieri, a rivedere con gli occhi dell'anima quelle coppelle e l'uso che lei ne faceva allora. L'ammalato, alla fine del trattamento, si sdraiava sul pendio della collinetta e lì sostava in assoluto rilassamento delle membra e del cervello. La donna continuava ad accarezzargli le tempie, sussurrandogli delle parole alle orecchie e massaggiandogli la parte malata con un movimento circolare intorno al cristallo guaritore. L'applicazione delle mani sulla parte malata sicuramente era un secondo ed integrativo trattamento terapeutico, probabilmente una pratica di pranoterapia. Quando l'infermo riprendeva il percorso, i due scendevano la collinetta e, provveduto a togliere la fasciatura, il cristallo veniva recuperato con molta attenzione e, senza che minimamente venisse toccato da mano umana, veniva fatto cadere nella vasca d'acqua sottostante. E' probabile si ritenesse che il cristallo si fosse "caricato" negativamente e che, se toccato, avrebbe potuto comportare delle ripercussioni negative sia sulla sacerdotessa, sia sull'infermo. I cristalli rossi erano usati per riattivare la circolazione sanguigna, specie nelle persone anziane, e per riequilibrare il battito del cuore. La procedura era la stessa di quella dei cristalli gialli con la differenza che il cristallo rosso era portato addosso per un maggior periodo fino a quando l'esperta addetta alla cura non riteneva opportuno che fosse tolto definitivamente. Gli addetti alla cura erano la sacerdotessa, che provvedeva a curare personalmente l'ammalato, e un "musico" che seguiva l'infermo restando costantemente sul fianco dove era stato posto il cristallo. Il druida suonava uno strano strumento a corda costituito da una specie di ciotola di forma ovale e munita di un manico robusto da dove partivano pochissime corde. Lo strumento era tenuto con la mano sinistra, con la cassa sonora rivolta in alto, mentre le corde erano pizzicate, con la mano destra, una alla volta ed in modo differente in base alla malattia da curare. Il suono che si sprigionava dallo strumento poteva avere diverse tonalità: breve, acuto e vibrante per la cura con il cristallo bianco, più prolungato e basso con quello giallo, più ritmato e alle volte frenetico per la cura con il cristallo rosso. Lo strumento musicale adoperato doveva fungere da un vero e proprio diapason e, così, il suono emesso dalla corda mossa con violenza, probabilmente, metteva in vibrazione il cristallo e le sue onde sonore sanavano il male. Lo strumento musicale era stato descritto ampiamente da Tar Ad Ginc ma, come al solito, era stato mal capito da Lars Laurin. Per fortuna di tutti erano scaturiti, al momento opportuno, i ricordi struggenti di Irene, che avevano consentito di capire la forma ed il funzionamento delle tre corde e della cassa armonica di quello strumento. Le onde sonore, emesse al pizzicare delle corde, guarivano varie malattie ed il fatto, ritenuto miracoloso, dava al rito dell'aria un carattere di particolare sacralità. I cristalli erano raccolti direttamente dalle sacerdotesse dietro specifica segnalazione dei ricercatori. I cristalli dovevano essere toccati esclusivamente dalle addette che provvedevano a staccarli dalle rocce, a manipolarli nella scelta e nella loro pulizia. Per quanto riguarda le dimensioni, i cristalli bianchi dovevano essere piccoli ed erano preferiti, in modo particolare, quelli che avevano forme rotondeggianti, mentre per i gialli si sceglievano quelli che avevano forme allungate e sottili. I rossi dovevano essere rotondeggianti e pesanti. La festa che si celebrava in onore dell'aria sarebbe, poi, continuata sull'Androla dove aveva partecipato anche la gente del villaggio in attesa dei responsi sulla fertilità e sul futuro della vita della comunità. Durante questa seconda parte della cerimonia, un cervo era stato portato a braccia sul promontorio, tenuto fermo con dei nastri colorati da delle ragazze. L'officiante aveva intanto provveduto a segnare su dei rotolini, fatti di corteccia d'albero di tasso, dei simboli sacri. Il sacerdote aveva infilato i rotolini sulle corna del cervo che erano rivolte verso l'indietro e, ad un suo segno, lo aveva fatto mettere in libertà. Appena libero dai legacci, il cervo aveva sgroppato e scartato per tutto il pianoro, scalciando e scuotendo vistosamente la testa in aria. Le ragazze seguivano con apprensione i movimenti convulsi dell'animale, pronte ad individuare ed a raccogliere la prima corteccia, fissata alle corna, che cadeva a terra. Il rotolo con i suoi simboli era stato consegnato all'officiante che aveva letto la previsione relativa alla fertilità della cerimonia che sarebbe seguita nel mese precedente. Alla fine del rito, l'officiante aveva annunciato al popolo che l'uovo covato nel grembo della Dea Madre si era schiuso e che il serpente era rinato per dare lustro e forza alla vallata. In realtà, nei giorni precedenti, una sacerdotessa aveva provveduto ad aprire il buco dove era stato sepolto in precedenza l'uovo a simboleggiare che la cova era terminata, che il serpente era nato e che era sgusciato fuori per distendere le sue spire per tutta la vallata. La vita era ritornata nella valle e il benessere era così assicurato a tutta la comunità. Restava, ora, solo da bagnare la Madre Terra con il fluido della vita mediante il sacrificio di un corvo. L'uccello fu sgozzato davanti a tutti e il suo sangue fatto scorrere con un ampio e lento movimento circolare. Poi la carcassa del volatile venne posata con le ali spiegate sulla "pietra direzionale", a forma di "T", in segno di comunione della terra con l'aria. |
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