| Capitolo
XIV |
L'ALTARE
DEL SERPENTE |
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Il gruppo d'amici era arrivato sul versante dell'area sacra sotto una pioggia sottile ma molto fastidiosa. Il terreno era intriso d'acqua e le persone si muovevano con gran difficoltà. La pioggia penetrava nei loro vestiti scivolando all'interno dei colletti. Il fango appesantiva le calzature e rendeva più pesante la salita. Gli occhi erano velati dalle stille di umidità e dalle gocce della pioggia. I capelli bagnati si erano appiccicati agli occhiali e rendevano quasi impossibile distinguere i particolari. Ma l'aria era profumata, come odorosa di sensazioni tattili, e sui suoi effluvi misteriosi sembrava far scivolare la gente verso posti "predesignati". "La Guida" aveva insistito molto allorché il gruppo si recasse a Cevo ed un buon motivo ci doveva essere. Per la prima volta, fra le tante che il gruppo era stato a Barr Ailt, il tempo era stato cattivo. Era pur vero che il tempo aveva minacciato pioggia sin dalla partenza da casa, ma la situazione era precipitata, anzi era precipitata la pioggia una volta messo il piede sul pianoro dove si stende "l'area sacra". Alcuni di loro camminavano più lentamente rispetto agli altri, come Nicodemo (o Lars Laurin ?), che ansava maledettamente e che sentiva sempre più imminente l'arrivo di un attacco d'asma. Eva, che scivolava paurosamente, ad ogni passo, a causa delle sue scarpe da ginnastica, sorrideva a tutti i costi per non far preoccupare il suo compagno. Voleva aiutare la sua "guida" nella scoperta del mondo antico. Irene procedeva solo a forza di volontà, perché voleva ritornare a rivedere l'altare del serpente dove aveva operato in quell'altra vita e voleva riassaporare l'energia vitale emessa dalle pietre gemelle per guarire, non più gli altri, come tante volte allora aveva fatto, ma se stessa. Sandro, finalmente libero dai lacci di mille preoccupazioni terrene, riassaporava i profumi della sua antica terra e si divertiva a raccogliere lumache fantasticando e scherzando sulla loro ipotetica cottura. Pietro e Gabriele procedevano, invece, con maggiore speditezza e, forse proprio a causa dell'implicita disattenzione o perché non erano stati predestinati, passarono rasente ad un noccioleto stillante acqua e dilavato dalla pioggia, senza avvedersi di nulla. Al centro della spianata dei "Campi alti" misterioso e possente si elevava il "nemeton". Da quanto era possibile vedere, un lato era delineato da un'enorme lastra posta in verticale, diventata estremamente scura nell'arco di quasi tremila anni, mentre altri massi squadrati contribuivano a disegnare la base. Una miriade di sassi dalle varie forme e dai vari colori, in dipendenza dei vari gradi di cristallizzazione, ricopriva la volta del tumulo. Tutto intorno si elevavano a corona alti alberi dal largo fusto. In un angolo del muretto di contenimento, una pietra con sopra incisa la testa del serpente, Ofiuco, con il suo occhio triangolare. "La voce" aveva parlato sin dall'inizio dell'arrivo del grande bardo a Baar Ailt. Aveva descritto con abbondanza di particolari il luogo ove esercitava la sua missione, come aveva pur parlato di un rito misterioso al sorgere della stella di Sirio, tanto da far pensare, a posteriori, che tutte le sue rivelazioni avessero solo lo scopo di portare il gruppo su quel cenotafio. Gabriele e Pietro, nel frattempo, si erano allontanati. Seguendo un impulso avevano deciso di trovare la fonte ferruginosa, indicata dalle cartine di Cevo, ma nascosta alla vista dalle erbe alte e incolte. Seguirono, a ritroso, il percorso di un rigagnolo che portava acqua dal sapore ferroso dall'alto verso una vasca di pietra. Man mano salivano, il terreno si faceva molle, fino a quando giunsero nei pressi della fonte, dove il rigagnolo fendeva la terra, arrossandola con le sue acque. La fenditura, ormai prossima alla fonte, sembrava la vagina della Dea. Un poco più in alto, nascosta e protetta da una lastra di pietra, la fonte buttava la sua acqua, che arrivava sin lì dalle viscere della terra, seguendo un percorso ignoto, che si perdeva nelle oscure profondità della Montagna di Ferro. I due sostarono a lungo nei pressi della fonte, alla quale si abbeverarono, sorseggiando a più riprese l'acqua. Fu a quel punto che videro, come guidati da una mano invisibile, che dalla fonte si vedevano alcune pietre disposte in modo innaturale, quasi che fossero state deposte nella loro posizione da una mano umana, con un'intenzione precisa. La prima pietra, un antico menhir abbattuto dal tempo, indicava la via verso due pietre gemelle, che a loro volta portavano ad altre due, attraversate le quali si giungeva ad un cerchio. Pietro e Gabriele seguirono le indicazioni e, giunti al cerchio, formato da pietre e da piante, ebbero la sorpresa di trovare, maestoso, davanti ai loro occhi, un masso, sovrapposto ad un altro da mani umane, che riproduceva, sapientemente intagliato, la testa di un serpente. Era l'altare del serpente più volte annunciato in varie visioni. L'eccitazione, tuttavia, non impedì ai due amici di notare come su una pietra fosse stato intagliato, a sbalzo, un triangolo. La cosa insospettì Gabriele e Pietro. La bussola diede subito ragione ai loro immediati sospetti. Il triangolo era orientato perfettamente secondo gli assi dei punti cardinali e costituiva un traguardo, guardando il quale si poteva passare, di pietra in pietra, dalla fonte all'altare del serpente. I due si misero in attenta osservazione e, infatti, trovarono analoghi triangoli su altre pietre. La sorpresa, tuttavia, non era finita. I triangoli proseguivano, indicando una via verso il basso. Pietro e Gabriele la seguirono, giungendo, con loro massima sorpresa, nei prati del Molinello, a fianco dei cerchi di pietre e in perfetto allineamento con la mano a cinque dita. Avevano scoperto il percorso del serpente, quello che anticamente gli ammalati percorrevano dall'area sacra del Molinello alla fonte ferruginosa, per seguire i riti della guarigione. Il ritorno fu affannoso. Al ristorante i due gruppi si scambiarono le reciproche scoperte e nel pomeriggio, gli amici ritornarono al nemeton e sulla via del serpente. La pioggia aveva smesso di cadere, ma il terreno era pur sempre pesante e scivoloso. Un pastore li vide passare e spinto dalla naturale curiosità cercò di capire cosa li spingesse in un luogo così privo di attrattive per dei turisti a passeggio per i boschi dell'Alta Val Camonica. Tutti tacevano e tutti sentivano dentro di sé aumentare a dismisura un senso di oppressione, forse collegato al senso di misteriosa sacralità che aleggiava per quel pianoro. Tutti stavano male a cominciare dall'amico dell'elmo, in preda ad un violento attacco d'asma che gli avrebbe ostacolato la respirazione per molti giorni a seguire. Gabriele, sconvolto da quel balzo all'indietro, spezzava nervosamente tutti i rami secchi in cui si imbatteva. Sandro era affranto da una moltitudine di ricordi che tutti insieme lo stordivano e preoccupavano. Irene taceva, immusonita, perché voleva raggiungere l'altare dove aveva operato in quell'altra sua vita ma, via via che passava il tempo, diventava più difficile visitarlo a causa del terreno sempre più fangoso. Pietro era eccitato dalla scoperta archeologica e se avesse potuto avrebbe cercato di entrare nel tumulo a forza di unghie e di denti. Eva camminava alla meglio, in scarpe non sue, dato che si era inzuppata fino al midollo per la pioggia del mattino. Tanti anni prima, lì, era stato sepolto Taliesin. O meglio, lì, era stato "inumato" il suo spirito, a ricordo perenne della sua venuta a Baar Ailt. Nel tumulo era stato conservato il suo ricordo per le generazioni a venire. Solo una sacerdotessa ed una vergine avrebbero potuto procedere all'apertura del nemeton e al ritrovamento del suo spirito, in concomitanza dell'arrivo dell'era dell'Acquario. Ed i tempi erano ormai maturi. Il perché delle "rivelazioni" stava per essere svelato. |
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