| Capitolo
XV |
IL
RITO DEL FUOCO |
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La cerimonia del fuoco, il rito di Beltane (Cet Samhain) chiudeva l'inverno e dava inizio al periodo estivo dell'anno. Nel corso dell'inverno erano stati celebrati i riti dell'acqua, con la festa di Oimelc per la transumanza, della terra (Ostara), propiziatorio per la riapertura delle miniere, e dell'aria, con la cova del serpente, che sarebbe nell'inverno successivo volato in cielo. Taliesin, arrivato a Baar Ailt per aprire la fonte, era ormai giunto al termine del suo soggiorno, ma prima di andarsene voleva assistere al rito di Beltane. Per molti anni aveva scrutato il cielo e annunciato la levata di Aldebaran, indicando l'inizio del tempo estivo e l'avvio dei riti di Cet Samhain. Lo aveva fatto in un luogo lontano, in una terra bagnata dalle acque dell'oceano, respirando al ritmo delle onde. Ora, a fargli compagnia nel lungo silenzio della notte d'attesa, avrebbe avuto lo stormire delle fronde e la furtiva curiosità degli animali della notte. La giornata era trascorsa nei preparativi, con la gente intenta a costruire enormi cataste di legna e sul far della sera l'intero villaggio si era riunito attorno ai falò. Si era mangiato e cantato, suonato e danzato fino allo stordimento. Poi, ad un cenno del vecchio druida, era calato il silenzio. I fuochi di Baar Ailt, come quelli di tutti i villaggi, erano stati spenti. Ad un tratto, al solo chiarore delle stelle, uomini e donne, avvolti nei mantelli, si levarono e guidati dai druidi e dalle sacerdotesse raggiunsero, in lenta processione l'Androla. Taliesin, giunto sulla cima del promontorio, sedette su uno scranno di quercia, rivestito con pelli di cervo. Intorno a lui si accovacciarono druidi e sacerdotesse e tutta la gente del villaggio. Taliesin si raccolse in una meditazione profonda. Ancora una volta cercò di infondere nella sua mente e nel suo corpo il ritmo della natura; diventò egli stesso albero, filo d'erba, timida upupa. Al mattino, quando ancora giovani ed anziani si attardavano nell'ultimo sonno, Taliesin si alzò. Il vecchio druida scrutava l'orizzonte che stava rischiarando. Ad un tratto alzò le mani e con il linguaggio delle dita scrisse per i suoi fratelli il nome della stella rossa, l'occhio del Toro: Aldebaran. Beltane poteva cominciare. I druidi si accostarono alle cataste di legna, preparate da molti giorni, e con antichi gesti strofinarono i legni per far risorgere il fuoco. Quando la brace cominciò a fumare, Taliesin soffiò più volte sui legni, fino a farne scaturire una viva fiamma, che venne subito portata ad accendere le cataste. Druidi, sacerdotesse, uomini e donne del villaggio, presero quel fuoco e con esso accesero i falò che sarebbero durati tutta la giornata e fino a notte, quando il re cervo avrebbe di nuovo fertilizzato la terra. La Guida aveva descritto a Nicodemo lo svolgimento della cerimonia sin nei più piccoli dettagli. Al tramonto il "re cervo", al termine del rito del fuoco, doveva recarsi nella radura posta nel folto del bosco sacro per fertilizzare la "Terra". Il rituale era andato modificandosi nel tempo, secondo canoni sempre meno cruenti, ma alla sua base rimaneva l'intenzione di rispettare ed onorare il cervo, animale sacro e benvoluto dalla Dea. Il cervo non poteva essere ucciso e la sua caccia veniva simulata da un giovane, ricoperto, per l'occasione, con una vecchia pelle dell'animale, usata sin da tempo immemorabile. Il cervo prescelto era coronato della più imponente impalcatura di corna, simbolo del fuoco dell'aura degli spiriti eletti. La parte della Dea era assegnata ad una sacerdotessa, che aveva seguito, sin dal primo rito quell'acqua, a Imbolc, un preciso cerimoniale, per essere inseminata e ottenere dalla Dea protezione e benessere per tutto il popolo. Il re cervo, e solo lui, poteva e doveva unirsi alla Dea per generare una progenie di druidi e di sacerdotesse. Il giovane era scelto per le sue qualità psichiche e doveva dimostrare di essere moralmente e fisicamente in grado di dare la "caccia" al cervo e di uccidere un cinghiale nei giorni precedenti il solenne cerimoniale. Nella simbologia del rito del fuoco, la pelle del cinghiale era necessaria per rivestire un simulacro di uomo, allo scopo di eternare il sacrificio di un prigioniero, come si ripeteva dai tempi più antichi. Prima che il sole scomparisse nuovamente dietro le alte montagne, l'officiante, rivestito di una pelle di capra provvide a far costruire una gabbia con dei rami scortecciati, a legare all'esterno il "prigioniero" e a rinchiudere il "male" al suo interno. Al termine della cerimonia, aveva spiegato la Guida, il sacerdote avrebbe appiccato il fuoco alla gabbia, in aderenza all'antico rito, allo scopo di annientare il principio del male racchiuso in un uovo. Due druidi condussero sul colle un cavallo bianco, dalla natura ombrosa e selvaggia, che non era mai stato montato o domato da essere umano. I sacerdoti lo avevano bendato, gli avevano legato le zampe e ornata la coda con nastri di vari colori, abbellendola con guarnizioni simboleggianti la costellazione di Orione. Quando il cavallo fu giunto sulla sommità del colle, il sacerdote officiante consegnò la pelle del "re" cervo al giovane, che la indossò e iniziò a danzare, simulando i movimenti dell'animale, con i suoi scarti laterali, i salti in alto a quattro zampe, lo scuotimento vigoroso ed aggressivo dell'impalcatura delle corna. Quando la danza sembrava finita e il giovane "cervo" pareva essersi acquietato, improvvisamente si avventò con una furiosa carica contro la gabbia, fingendo di uccidere il prigioniero con le sue corna. La Guida aveva avvertito che ciò che era stato rinserrato nella gabbia e costituiva il "principio" del male, che doveva essere bruciato con furia scatenata, era uno dei misteri più impenetrabili di tutta la cerimonia. L'officiante aveva "costruito" il "male", durante un rituale segreto, con il sangue versato durante la cerimonia dell'aria, con la testa della lepre che faceva parte del rito della terra e con le ossa della capra, sacrificata durante il rito dell'acqua. La preparazione era stata lunga e meticolosa, seguendo un rituale antico, alla sola luce della luna crescente. Le membra degli animali sacrificati erano stati rivestiti da cortecce di alberi sacri: il rovere del rito di Imbolc, il castagno della festa di Ostara e per ultima la corteccia di tasso su cui erano incise formule magiche ed invocazioni. Il "male" era stato poi rinchiuso nella gabbia e l'officiante era pronto a bruciarlo per il bene del clan. Il druido mostrò, tenendola ben puntata verso il cielo, una fiaccola accesa ed agitandola forsennatamente sul suo capo si diresse con passo solenne verso la gabbia. Girò intorno ad essa, puntandola più e più volte, quasi ad imitare un combattimento con il "male", ed alla fine di una schermaglia fatta di parate e di affondi si precipitò di scatto sulla gabbia appiccandole il fuoco, con una sarabanda di giri vorticosi. La gabbia si trasformò ben presto in un unico falò ardente, con le fiamme che si alzavano vorticose e minacciose verso il cielo e con la gente che seguiva la scena nel mutismo più incredibile e funereo. Ad un tratto, il re cervo, con un balzo repentino e poderoso montò in groppa al cavallo, saltandogli in groppa dalla parte posteriore. Il salto, come aveva spiegato la Guida, era importante perché il giovane non doveva tentennare o cadere. Se fosse accaduto, ciò sarebbe stato di cattivo auspicio per tutta la comunità. Nei tempi antichi, se il prescelto al rito avesse sbagliato il salto e fosse caduto al suolo, sarebbe stato immediatamente sacrificato. Appena il giovane fu sulla groppa, i druidi provvidero a togliere la benda e a tagliare i nastri che limitavano il movimento delle zampe dell'animale. Il "re cervo", sul cavallo ormai libero, caracollò intorno alle pietre sacre dell'Androla, per mostrarsi al popolo che assisteva, in silenzio, assiepato sulle balze più in basso. Lo spettacolo era magnifico: un cervo, sovrastato da una vistosa impalcatura di corna, cavalcava il destriero selvaggio dal candido manto che, dimenando la coda ornata di nastri multicolori, caracollava in maniera superba su tutta l'altura. Ad un tratto, quasi seguendo un invisibile comando, tutti i presenti, gridando forsennatamente, si precipitarono verso la gabbia che bruciava. La squartarono. Presero i rami accesi e ne fecero fiaccole. La Guida aveva precisato che la vergine prescelta per la festa di Beltane era una sacerdotessa addetta al culto della Dea e durante il rito dell'accoppiamento "era" la Dea stessa. La sacerdotessa era stata concepita durante i riti di Beltane, come il giovane che impersonificava il re cervo e i concepiti durante le nozze sacre erano "figli" della Dea ed erano destinati a diventare addetti al culto della terra se mostravano i "segni" e dimostravano di essere in possesso delle necessarie capacità spirituali. I giovani, tuttavia, erano liberi di scegliere la loro vita futura, senza costrizioni. La dote principale che veniva richiesta era la "vista". Le sacerdotesse dovevano essere capaci di leggere il futuro nelle polle d'acqua o negli specchi e, in modo particolare, nel fuoco. I giovani dovevano avere la possibilità di cadere in trance, su richiesta degli dèi, per stabilire con loro un contatto diretto e durante la trance, i predestinati avevano la possibilità di vedere il futuro e, in casi eccezionali, di spostarsi in altre epoche o addirittura in altre terre. In vent'anni di studio, i futuri druidi e le allieve sacerdotesse erano addestrati per imparare a memoria tutta la conoscenza. Nulla era scritto, aveva detto la Guida a Nicodemo, perché tutto era in continuo movimento, come perfezionamento nell'evoluzione, secondo la spirale del tempo. La scrittura avrebbe potuto fissare, materializzandoli ed immobilizzandoli, il concetto e l'esperienza. Ogni cosa materiale, come ogni pensiero, doveva restare in possesso dell'imprescindibile possibilità di evolversi e di mutare, vivendo e completandosi, nel tempo e nello spazio. Dopo che erano state loro riconosciute le possibilità esoteriche, i giovani e le ragazze venivano tatuati del motivo del serpente, con l'inserimento sotto la pelle di vegetali, successivamente bruciati per lasciare il segno indelebile per tutta la loro vita terrena. I ragazzi subivano il tatuaggio sul braccio sinistro, mentre alle donne era tatuato il serpente sul seno sinistro. Una volta diventate sacerdotesse, alle ragazze veniva tatuata, con inchiostri vegetali, la mezza luna sulla fronte. Segno completato con l'inserimento, fra le punte dell'arco della luna, di un cerchio a simboleggiare il sole, solo per colei cui veniva riconosciuto l'incarico di sacerdotessa delle sacerdotesse. La Merpo. Mentre il giovane "re cervo" dominava la furia del cavallo, intrecciando percorsi tra le pire, un bardo iniziò a cantarne le lodi. Il giovane era stato scelto anche in virtù dei risultati della caccia nel bosco, che aveva iniziato sin dal primo giorno del mese lunare dopo l'equinozio di primavera. Aveva vissuto fra i sacri abeti per quasi tre mesi lunari, nutrendosi di bacche e di vegetali, purificando il corpo e la mente. Il suo compito, aveva detto la Guida a Nicodemo, era di dare la caccia al cervo, armato d'arco e lancia, seguendo le sue orme e cercando di stanare ed inseguire il branco con l'aiuto di un cane (la rappresentazione di Sirio). L'iniziato studiava il comportamento di quegli animali, cercando di comprendere le loro abitudini, osservava il loro comportamento per imitare ogni loro piccolo movimento. Solo allora si riteneva pronto a sostituire il cervo. Alla fine della lunga "caccia", il giovane, con l'uso della sola lancia, in un selvaggio a corpo a corpo, doveva uccidere un cinghiale, in sostituzione del cervo che era sacro. Il "re cervo" era rimasto ignoto alla sacerdotessa con la quale si sarebbe congiunto. La giovane era stata confinata nel bosco sacro di abeti sin dall'inizio del rito dell'acqua di Imbolc. Si era costruita una capanna nel centro della radura sacra e aveva condotto una vita ritirata e meditativa, alimentandosi di soli vegetali. Per dissetarsi si era recata, solo nel buio più assoluto, alla fonte lustrale. Quando finalmente era scesa la notte, il giovane si era portato verso la radura dove l'attendeva la sacerdotessa, seguita da tutta la popolazione, che illuminava la via con rami accesi alla gabbia di fuoco. Il giovane era entrato nella capanna nel buio più assoluto e, mentre le persone infilavano nel terreno, fissandole, le fiaccole, il "re cervo" si era tolto la pelle per mostrare alla fanciulla il segno inciso a fuoco sul braccio. Lui non doveva toccare, invece, il segno della sacerdotessa perché il bambino che sarebbe nato, dopo quella notte, avrebbe succhiato, dal seno puro, il latte e la sapienza del serpente. L'intera giornata era ormai trascorsa nei complessi preparativi. Un bardo, accomodato sull'alto ramo di una quercia, provava le corde del suo strumento. Intorno ed all'interno delle cataste di legna uomini e donne si muovevano freneticamente, completando con cura e somma attenzione gli ultimi preparativi. Ad un tratto, come apparsa dal nulla, si delineò la figura ascetica del Druida addetto alla festa del fuoco. I ragazzi si radunarono immediatamente intorno a lui e, fra risatine nervose e scatti inconsci, che tradivano l'apprensione per la prova che li attendeva, si denudarono e si incolonnarono davanti al sacerdote. Questi si avvicinò ad ognuno di loro e, imposta la sua mano sinistra sulla testa, puntò con forza il dito medio della sua mano destra, tenuto più basso rispetto alle altre dita, un po' più alto della base dello sterno. Attraversato da una violenta scossa lungo le costole basse, il giovane sottoposto alla prima parte dell'iniziazione saltava all'indietro, con il cuore che batteva sempre più violentemente nella gola e con il cervello innondato da lampi di intensa luce. Gli anziani avevano provveduto nel frattempo ad appiccare il fuoco alle cataste poste in cerchio e, completamenti nudi al pari delle donne, tenendosi per mano, avevano creato una di catena di corpi. La catena iniziò a girare, in silenzio, intorno alle pire, con moto sempre più veloce fino ad arrivare alla frenesia più isterica. I ragazzi avevano, a loro volta, creato una seconda catena umana alle spalle dei loro anziani e avevano preso a girare con un moto esattamente contrario a quello degli altri. Il bardo suonava e ritmava i tempi con andamento crescente. Quando la musica iniziò a ripetere in modo ossessivo la nota più alta, con un ruggito possente tutti, uomini e donne, giovani ed anziani, si divincolarono dalle mani degli altri ed agitandosi in maniera scomposta, con furia si precipitarono al centro del cerchio di fuoco. I corpi si attorcigliavano intorno alle fiamme. Grida ed urla furenti, corpi madidi di sudore e rosseggianti per il riverbero del fuoco, facce stravolte, occhi allucinati e capelli al vento, braccia roteanti al cielo in un moto scomposto a somiglianza delle fiamme che si avvolgevano proiettandosi al cielo, scintille e tizzoni volteggianti fra i corpi, note stridule, odore dolciastro d'erbe aromatiche, nuvole di fumo. Tutto intorno le ombre, ingigantite dal riverbero delle fiamme, sembravano danzare contro la parete formata dagli alberi e dai cespugli della foresta circostante, creando uno scenario allucinante e misterioso. "L'amico dell'elmo", rivedendo quelle fiamme, sudava e si contorceva sulla sedia. La seduta medianica era per lui opprimente e dolorosa. Avvertiva il calore di quelle fiamme altissime e cercava di distogliere la mente da quella scena allucinante. Sentiva il morso feroce delle lingue di fuoco che gli straziavano le carni. Sentiva la pelle che si accartocciava, ricordandogli il dolore, avuto in questa vita, per un grave incidente dal quale aveva avuto ustioni pesanti. Non voleva più sentire la voce di Tar Ad Ginc, ma non voleva interrompere il colloquio per rispetto nei riguardi della "guida". E le visioni continuavano tremende e dolorose. |
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