Capitolo XVI
IL CERCHIO DI FUOCO

Aua si avvicinò a Lars Laurin, che sostava pensieroso al di fuori del cerchio di fuoco e, sorridendo, lo invitò ad entrare con lei nell'immenso braciere per partecipare al rito.

Taliesin, dopo aver annunciato Aldebaran, aveva assistito ai riti in silenzio e con sguardo severo, come si addiceva al suo ruolo. In cuor suo, tuttavia, c'era gioia, partecipazione divertita. Ogni gesto, che aveva visto molte volte, gli sembrava inconsueto e assumeva nuovi significati.

Il vecchio druida guardò il cerchio di fuoco seguendo il ritmo delle fiamme, il loro svilupparsi, intrecciarsi, ergersi verso il cielo, dove sfavillavano in migliaia di corpuscoli di luce. Avrebbe voluto essere in mezzo a quella luce che scaturiva dal sacrificio dell'albero e che dalla terra saliva al cielo. La sua età non gli consentiva di confondersi con l'eccitata catena umana che danzava nell'aria infuocata, spingendo gli armenti tra le vampe e il fumo. La sua mente però poteva giocare ancora con quelle lingue di luce.

Taliesin divenne immobile. I suoi occhi si chiusero e la sua consapevolezza raggiunse il centro del cerchio. Il corpo fisico del vecchio druida era impietrito, ma la sua essenza danzava tra le fiamme. Divenne egli stesso una lingua di fuoco, intrecciata alle altre che si allungavano verso la volta stellata. Provava l'ebbrezza dell'ascesa, della vertigine, della libertà, la gioia della trasmutazione.

Taliesin era il fuoco; era i fuochi; era la luce danzante di mille fiamme. Ad un tratto le lingue di fuoco di tutte le pire cominciarono ad intrecciarsi, in una spirale. La spirale, salendo, trascolorava, diventava una corda d'argento che ondeggiava come una gomena appesa all'universo. Taliesin volteggiava nel cielo stellato. La sua veste era intessuta con le fiamme che si mescolavano alle pire. Il suo viso era argenteo come la gomena del mondo. Ancora una volta, forse l'ultima, era diventato il Merlino, unendo il fuoco della terra agli spazi infiniti, la vita degli uomini ai segreti arcani dell'universo.

Ad un tratto, quando ormai sembrava che nulla e nessuno avrebbe mai potuto calmare gli animi e moderare l'isteria e la furia della gente, il musico prese a suonare una nenia più lenta e composta. Gli animi si acquietarono e tutti presero ad uscire lentamente dal cerchio magico, ansanti, sudati e neri per la fuliggine lasciata sui loro corpi dalle fiamme. Tutti, con gli occhi ancora stravolti dall'isteria e con le membra ancora eccitate dal furore, si posero in riverente attesa attorno all'enorme braciere, intonando ad alta voce il peana del clan. Le fiamme erano quasi del tutto spente, la brace rosseggiava allegramente al centro della spianata, il bardo suonava lentamente, i ragazzi scalpitavano nell'ansia dell'attesa, gli anziani continuavano a tergersi il sudore dei corpi e ad urlare la loro furia al cielo, quando l'officiante si mosse verso il centro dell'enorme falò e, sollevando una miriade di scintille, smosse la terra con un nodoso bastone per fare uscire dalla camera sotterranea i sette guerrieri predestinati alla prova di coraggio: restare sepolti sotto una coltre di fuoco con le lingue saettanti verso il cielo.

Alla vista di quegli armati, che fuoriuscivano dalle viscere della terra, con i corpi anneriti dal fumo e dagli occhi dilatati, sbattendo, con cupo rimbombo, le spade contro gli scudi di bronzo, l'urlo della gente si alzò altissimo e violento, riecheggiando contro i fianchi dei monti, spaventando gli animali della foresta, fino ad assordare il Signore del Bosco Sacro. Il suo popolo era vivo e forte. Niente e nessuno lo avrebbe mai sconfitto in battaglia.

La visione del fuoco aveva terrorizzato Nicodemo. Rivedere, anche se con la mente, le fiamme che avviluppavano i corpi dei componenti di quel clan lo avevano fatto fremere e recalcitrare. Il timore era stato tanto alto che gli era sembrato quasi di sentire sulle sue carni il calore di quelle fiamme, a somiglianza di altre il cui ricordo stava ancora martoriando la sua mente e le membra in questa vita, ma il sorriso di Aua di allora ed il suo capo reclinato da un lato, con gli occhi che riflettevano quelle fiamme, lo avevano subito confortato.

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