|
Capitolo
XVII |
LO
SGUARDO DELLA DEA |
|
|
A passi lenti e incerti percorse il breve tratto di sentiero che separava la casa che lo aveva ospite da una forra dove scorreva l'acqua limpida di un piccolo ruscello. In quel punto mani esperte avevano collocato pietre, scavato nel terreno, piantato essenze e la forra era diventata un insieme armonioso di piccole vasche piatte, dove era possibile bagnarsi senza pericolo. In quel luogo gli ammalati si recavano dopo aver sostato nella notte nei pressi della fonte sacra; si liberavano delle bende e dei vestiti; gettavano i cristalli che avevano esaurito il loro compito nel ruscello, che a valle della forra precipitava gorgogliando; si lavavano accuratamente ogni parte del corpo, per mandarsi da ogni residuo. Così fece anche Taliesin. Il viaggio che doveva intraprendere ed era per lui molto importante e ad esso intendeva predisporsi con cura minuziosa. Raggiunta una pietra a gradino che separava la vasca più alta da un'altra inferiore, iniziò lentamente a spogliarsi. Depositò il bastone sul terreno e accanto ad esso mise la lunga clamide bianca che era insieme il suo abito e il simbolo della sua funzione. Tolse una maglia pesante e le brache, che portava sotto la clamide come tutti gli uomini del suo popolo. Rimase nudo, con i piedi a contatto con la fredda roccia levigata. Raccolse l'acqua nelle mani, ne bevve un sorso e si asperse, cominciando dalla sommità del capo. Mentre si bagnava le membra con cura, con attenzione, ripassava punto per punto qual corpo che lo aveva seguito per più di quattro grandi anni nel suo pellegrinaggio nel mondo. Quando ebbe finito, raccolse nel cavo delle mani congiunte a coppa, un'ultima manciata d'acqua e la fece scorrere lentamente, dalla sommità del capo, lungo il corpo, restituendola infine al ruscello dal quale l'aveva tolta. L'acqua come la vita, era un dono che tornava là da dove era venuto. Il corpo dell'uomo era solo un mezzo per il suo incessante fluire: dall'alto verso il basso, come la pioggia che cade dal cielo, e dal basso verso l'alto, a formare nuove nuvole veleggianti verso lontani orizzonti, verso altre vite. E poi di nuovo, così, per secoli, per millenni, per l'eternità. Fu a quel punto che la vide. Stava davanti a lui, con i piedi nell'acqua, bella come può essere bella una giovinetta nel fiore degli anni. Una lunga veste azzurra cadeva dalle spalle fino alle caviglie. I lunghi capelli sciolti, appena mossi dalla brezza del mattino, erano fermati sul capo da una ghirlanda di fiori. La guardò con meraviglia, con desiderio, con crescente passione. Il cuore del vecchio druida ritrovò i ritmi di un tempo, le emozioni di un'attrazione improvvisa e dell'amore insorgente. Il sangue gli salì alla testa. Lo stomaco si contrasse. La guardò negli occhi e mentre lo sguardo si stupiva dell'intimità con lo sguardo di lei, la giovinetta cambiò aspetto: divenne una donna matura, sensuale. La ghirlanda che aveva sul capo si trasformò in una fascia bianca, orlata d'oro, al centro della quale, nel mezzo della fronte, campeggiava un triangolo dai lati perfettamente uguali e dai bordi d'oro, con il vertice orientato verso la terra. Taliesin era sconvolto ed estasiato. Stupito della sensualità di quella donna che lo stava guardando e risvegliava in lui gli istinti del maschio. Il suo corpo, ormai piegato dagli anni, sembrava vibrare di antichi vigori, attraversato da un'onda che lo scuoteva sin nelle più remote intimità. Fu allora, nel culmine di quello stupefacente trasporto, che la donna, quasi d'improvviso si trasmutò in una vecchia dai lunghi capelli bianchi scarmigliati, vestita di nero, rinsecchita in volto. Solo il corpo manteneva forme flessuose e un'altera portanza. Taliesin, concentrato nel punto della "vista" che gli pareva uscisse dalla fronte, la vide cambiare più volte, in rapida sequenza. Poi la triplice donna svanì. La Dea, nella sua triplice forma, era venuta a salutarlo, mentre l'acqua gli scorreva lungo il corpo, preparandolo al viaggio. Taliesin aveva deciso. Se ne sarebbe andato nella notte di luna nera. Il cielo, nella sua immensa grandezza, gli avrebbe rivelato per l'ultima volta i suoi segreti. Gli echi dell'Universo lo avrebbero accompagnato, al momento del distacco, verso la Grande Pianura. Le stelle avrebbero intonato per lui la dolce melodia del ritorno. Dopo il bagno lustrale si sedette su un masso a pochi passi dalla casa che lo aveva accolto durante il suo soggiorno a Baar Ailt. Da quel punto poteva vedere le pietre allineate a traguardo per l'osservazione del movimento degli astri e quelle messe in semicerchio. I suoi occhi, ormai velati per aver lungamente scrutato il mondo degli uomini, percorsero passo per passo il sentiero che conduceva all'altare del serpente e alla fonte sacra, che lui stesso aveva aperto, facendo scaturire dalle viscere della terra il sangue della Dea. Osservò a lungo i monti, gli alberi, le erbe del prato, le farfalle che volavano di fiore in fiore. La sua mente era in pace. Entrò in casa e si stese sul giaciglio. Avrebbe riposato qualche ora, fino all'imbrunire, poi avrebbe intrapreso l'ultimo viaggio. Un tocco lieve lo risvegliò. Nel focolare di pietra il fuoco ardeva vivace, facendo gorgogliare l'acqua nella caldaia di rame. La sacerdotessa che lo aveva accudito in quei mesi lo aiutò ad alzarsi. Il sole era basso; presto sarebbe sceso dietro la montagna. Era tempo di andare. La donna tolse del fuoco dall'acqua bollente e lo versò in un'anfora dove aveva già messo una miscela di erbe secche. Il profumo dell'infuso si sparse nella stanza. Taliesin versò il liquido fumante in una ciotola di legno. Il suo gesto fu imitato dalla sacerdotessa. Seduti l'uno accanto all'altra si guardarono a lungo in silenzio, sorseggiando la calda bevanda, sino a quando il vecchio allungò la mano verso l'arpa appoggiata alla parete. Le dita ossute toccarono le corde e nella stanza si diffuse la dolce melodia del druida venuto da lontano. "Caraigni scin
..." . |
||