Capitolo XXII
IL COSTRUTTORE

A Baar Ailt era arrivato il "costruttore" e la gente l'aveva accolto con riverenza chiamandolo Ar Aigisin, il "nostro ospite", in considerazione del fatto che proveniva da un clan della lontana Armorica. La gente del villaggio seguiva il suo operare con grande curiosità e ognuno sperava di essere il prescelto per accompagnare l'illustre ospite nelle sue esplorazioni. Tutti volevano essere prodighi di consigli, ma nessuno aveva idea di come si potesse staccare un monolito dai fianchi della "Montagna di ferro", quali potessero essere i sistemi per trasportarlo per gli impervi sentieri montani fino al "pianoro sacro" e di come si dovesse elevarlo al cielo, orientandolo esattamente secondo i punti cardinali.

La sera, gli abitanti si riunivano al centro del villaggio e interrogavano il "costruttore" sui progressi effettuati, sugli studi sugli itinerari da sfruttare per il trasporto e sulle tecniche che sarebbero state messe in atto per la costruzione dell'altare e del relativo sentiero. Tutti volevano esprimere la loro opinione. Gli uomini conversavano a voce alta, mentre le donne portavano fuori dai recessi delle case gli orci. I giovani e le ragazze chiedevano al musico di intonare una delle sue ballate più ritmate e, ad un tratto, il paese viveva di suoni e pulsava di gioia. La musica si spandeva per gli stretti viottoli, risuonava contro le pareti delle abitazioni e rimbalzava contro i grossi roveri che circondavano il paese. Il ritmo diventava ben presto più incalzante, gli orci di sidro passavano di bocca in bocca, i ragazzini facevano capolino fra le panche degli anziani e s'intrufolavano tra i corpi convulsi dei ballerini.

La mattina successiva riprendeva il lavoro dell'armoricano e del druida: il primo alla ricerca delle cave e delle vie d'accesso alla zona sacra, mentre il secondo studiava i possibili monoliti da erigere, sostando davanti a loro, con le mani protese in avanti, cercando di "avvertire" le vibrazioni nascoste della pietra, che indicavano il grado di quella forza misteriosa che la Dea Madre aveva nascosto nella loro intimità.

I due partivano il mattino presto, non prima, però, di avere sostato in contemplazione del sole nascente, per essere illuminati nella ricerca, e di essersi caricati delle forze della natura creatrice stando distesi nell'erba. La gente del villaggio partecipava al rito ponendosi a corona intorno a loro e, tenendosi per mano, cantava l'inno alla Dea, dispensatrice di vita e di salute per il corpo e la mente. Alla fine del rito, due sacerdotesse imponevano due serti di foglie sui capi dei ricercatori e riponevano un pane di segale nelle pieghe delle loro tuniche.

Finalmente, una sera il druida dette la bella notizia agli anziani del villaggio: tutti i monoliti erano stati prescelti. Una volta pregati gli dei protettori del luogo, i lavori sarebbero iniziati il più presto. La stagione permetteva di tralasciare i lavori nei campi e l'inverno era ancora troppo lontano per impensierire. Sarebbe stato così per molte stagioni a venire.

Il "costruttore" aveva deciso. Il letto del torrente, affluente del grande fiume che sfociava nel "lago dell'uovo", avrebbe donato i suoi massi per onorare la memoria di Taliesin.

L'altare sarebbe stato messo nel punto dove Taliesin si era fermato in preghiera, ansante e pensieroso, mentre i "monoliti gemelli" sarebbero stati infissi nel terreno per segnare la strada percorsa quel giorno dal grande bardo fino alla fonte d'acqua, rossa come il sangue della Dea.

Molta attenzione era stata posta dal druida al potenziale energetico dei massi. Un lavoro altrettanto impegnativo era stato quello degli scalpellini per imprimere, sul naturale cubo di pietra dell'altare, le sembianze del "serpente" senza alterare la pietra, per non mistificare l'opera della natura, per riportare sul loro piano orizzontale le direzioni astronomiche e per scavare un gradone ai piedi dell'altare. Quando il lavoro fu terminato, alla gente del villaggio fu permesso di assistere alla consacrazione dei luoghi sacri. Il druida officiante strinse le braccia del "costruttore" e le scosse con forza in segno d'eterna gratitudine. Poi, preso un torques, lo infilò al braccio sinistro dell'armoricano. Il "costruttore" era diventato un loro fratello, Ar Brathair, e così lo avrebbero ricordato per tutto il tempo a venire.

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